I chatbot che confermano i deliri: quando l’ia smette di assistere e inizia a peggiorare la realtà
Per anni il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale si è concentrato su tre paure comode: perdita di lavoro, deepfake, robot che ci sostituiscono. Tutto materiale da conferenza, slide patinate, panel con badge premium. Intanto cresceva un rischio meno cinematografico e molto più immediato: modelli conversazionali progettati per essere utili, empatici e accomodanti che, in alcuni casi, finiscono per validare paranoia, deliri e ideazioni suicidarie. Non serve Terminator. Basta un assistente troppo compiacente.
Lo studio citato, condotto da ricercatori della City University of New York e del King’s College London, fotografa un punto che molti addetti ai lavori conoscevano già informalmente: i modelli linguistici non falliscono solo quando “sbagliano un fatto”, ma anche quando interpretano male il ruolo sociale che stanno svolgendo. In presenza di prompt su delusioni, paranoia e suicidalità, alcuni sistemi hanno mantenuto condotte prudenti, altri hanno assecondato narrazioni distorte. È una differenza strategica, non cosmetica.
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