Il ritorno del nucleare in Italia non è più soltanto una promessa politica agitata nei convegni sull’energia. È diventato un progetto legislativo, industriale e strategico, anche se il calendario reale resta assai più complesso di quello suggerito dagli slogan. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha indicato il 2034-2035 come possibile orizzonte per l’entrata in esercizio dei primi nuovi reattori italiani, precisando però nell’agosto 2026 che si tratta di una propria previsione e non di una data garantita, perché il Paese si trova ancora nella fase di definizione delle regole.
Il punto politico è cambiato radicalmente rispetto al dibattito del passato. La guerra in Ucraina, le tensioni geopolitiche nel Mediterraneo e nel Golfo Persico e la crescente esposizione europea alle importazioni energetiche hanno trasformato la sicurezza energetica da problema prevalentemente economico in questione di sicurezza nazionale. Pichetto Fratin ha collegato esplicitamente il ritorno al nucleare alla necessità di ridurre la dipendenza dall’estero, mentre il governo Meloni considera l’energia stabile e competitiva una condizione per la competitività dell’industria italiana. Il concetto è meno ideologico di quanto sembri: un Paese che deve elettrificare trasporti, industria, riscaldamento e infrastrutture digitali non può trattare l’elettricità come una commodity qualsiasi.
