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Interviste – Analisi – Visioni – Prospettive – Etica – Pensiero  

Lisa Su, la donna che ha salvato AMD e ora sfida Nvidia per il futuro dell’intelligenza artificiale

Dalla crisi di AMD alla competizione globale per i chip dell’intelligenza artificiale. La storia della manager che ha riportato un’azienda sull’orlo dell’irrilevanza industriale al centro della nuova economia del calcolo, sfidando il dominio di Nvidia e di Jensen Huang.

Fahrenheit 451: perché oggi i libri si distruggono per addestrare l’intelligenza artificiale

Ray Bradbury aveva immaginato un mondo in cui i vigili del fuoco non spegnevano gli incendi: li provocavano. La loro missione non era salvare case o persone, ma ridurre in cenere i libri. La conoscenza doveva scomparire. Le idee facevano paura. Settant’anni dopo i libri sono ancora al centro dell’attenzione, solo che il fuoco è stato sostituito da una taglierina industriale e il rogo da uno scanner ad alta velocità.

No, non è l’incipit di un romanzo distopico. È una delle immagini più discusse del momento in tema di intelligenza artificiale. Vediamo perché.

Rovelli riscrive la realtà quantistica: Helgoland racconta un universo fatto di relazioni e non di oggetti

La fisica quantistica rappresenta una delle più grandi rivoluzioni intellettuali della storia umana non soltanto perché ha trasformato la tecnologia moderna, dai semiconduttori ai computer quantistici, dai laser alla diagnostica medica, ma soprattutto perché ha demolito una delle convinzioni più radicate della cultura occidentale: l’idea che la realtà sia composta da oggetti indipendenti dotati di proprietà proprie e permanenti. Nel suo libro “Helgoland”, il fisico italiano Carlo Rovelli affronta questa frattura concettuale con un approccio che unisce storia della scienza, filosofia e fisica teorica, mostrando come la meccanica quantistica non sia semplicemente una teoria sul comportamento delle particelle, ma una nuova interpretazione del significato stesso di realtà.

USA: la rivolta dei territori contro i nuovi imperi energetici dell’intelligenza artificiale

Nel 2015, quando l’intelligenza artificiale generativa era ancora una curiosità da laboratorio e la Silicon Valley parlava più di smartphone che di modelli linguistici, una piccola comunità irlandese anticipava una battaglia destinata a diventare globale. Athenry, una tranquilla cittadina nella contea di Galway, sembrava il luogo ideale per il nuovo data center europeo di Apple: un investimento da circa un miliardo di dollari destinato a sostenere servizi come iCloud, iTunes, iMessage e Siri. Il progetto prometteva posti di lavoro, energia rinnovabile al 100%, percorsi naturalistici, spazi educativi all’aperto e persino un programma per ripiantare alberi autoctoni. La classica narrativa tecnologica: innovazione, sostenibilità e sviluppo locale racchiusi in una brochure patinata.

La strategia di Anne Bouverot accelera la corsa europea all’intelligenza artificiale sovrana mentre Francia e UE rilanciano la sfida ai giganti americani e cinesi

L’intelligenza artificiale è ormai il terreno su cui si misura la sovranità economica del XXI secolo. Per anni l’Europa ha osservato l’accelerazione di Stati Uniti e Cina oscillando tra regolazione, prudenza e frammentazione degli investimenti. Oggi il dibattito sta cambiando rapidamente e uno dei volti più autorevoli di questa trasformazione è Anne Bouverot, manager, stratega e figura chiave della politica francese sull’intelligenza artificiale. Il suo ruolo va ben oltre quello di semplice consulente governativo: rappresenta la sintesi tra ricerca, industria, geopolitica e innovazione, con l’obiettivo di costruire una terza via europea capace di competere senza imitare i modelli dominanti della Silicon Valley o quelli sostenuti dallo Stato cinese.

Negli ultimi due anni Bouverot è diventata uno dei principali punti di riferimento della strategia tecnologica promossa dal presidente Emmanuel Macron. In qualità di inviata speciale per l’intelligenza artificiale ha coordinato l’AI Action Summit, ospitato al Grand Palais di Parigi nel febbraio 2025, un evento che ha riunito capi di Stato, imprese, università e organizzazioni internazionali con un messaggio molto preciso: l’Europa non può limitarsi a regolamentare l’AI, deve imparare a costruirla. Il summit ha cercato di delineare una “terza via”, fondata su apertura, cooperazione internazionale, trasparenza e valori democratici, evitando sia il modello ultra-commerciale statunitense sia quello fortemente centralizzato cinese.

La FED nomina Asha Sharma nella task force su AI e lavoro mentre Xbox affronta il più grande riassetto della sua storia

La nomina di Asha Sharma nella nuova task force della Federal Reserve dedicata a produttività e occupazione segna un passaggio simbolicamente potente: una dirigente chiamata a ridisegnare il futuro di Xbox entra nel gruppo di esperti incaricato di capire come l’intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti cambieranno il lavoro, la produttività e gli equilibri macroeconomici degli Stati Uniti. È una coincidenza quasi narrativa, ma anche profondamente rappresentativa del momento storico: la stessa tecnologia che promette di aumentare la capacità produttiva delle imprese sta contemporaneamente modificando strutture organizzative, competenze richieste e modelli occupazionali.

Come the Sovereign Individual ha plasmato la cultura della Silicon Valley tra Davidson e Rees-Mogg

Pubblicato nel 1997, The Sovereign Individual di William Rees-Mogg e James Dale Davidson si colloca oggi in una zona ibrida tra saggio geopolitico e mito fondativo della cultura tecnologica contemporanea. Più che un libro, è diventato un dispositivo interpretativo usato da una parte significativa dell’élite della Silicon Valley per leggere il rapporto tra tecnologia, Stato e potere economico. La sua tesi centrale è lineare nella forma, quasi brutale nelle implicazioni: la transizione all’era digitale avrebbe progressivamente ridotto la rilevanza degli Stati nazionali, trasferendo capacità decisionale e mobilità economica verso individui ad alta competenza e capitali altamente mobili.

Gilles Deleuze, la macchina atea e l’intelligenza artificiale: perché la filosofia francese sta tornando nei laboratori della Silicon Valley

Mentre l’industria dell’intelligenza artificiale investe centinaia di miliardi di dollari nello sviluppo di modelli sempre più autonomi, una parte sorprendente delle chiavi interpretative per comprendere questa trasformazione non proviene dai laboratori della Silicon Valley, bensì dalla filosofia francese del secondo Novecento. In particolare, il libro Gilles Deleuze and the Atheist Machine: The Achievement of Philosophy di F. LeRon Shults sta assumendo oggi una rilevanza inattesa, ben oltre i tradizionali confini accademici.

Francesca Bria avverte l’Europa: senza sovranità digitale il continente rischia di diventare una colonia tecnologica

“Se non controlli la tua infrastruttura digitale, non controlli il tuo futuro”. Poche frasi riescono a condensare una visione geopolitica in modo tanto efficace quanto quella pronunciata da Francesca Bria, economista e docente universitaria alla University College di Londra, durante il summit europeo dedicato all’interoperabilità e alla trasformazione digitale della pubblica amministrazione. Non si tratta di uno slogan. È la sintesi di una tensione strategica che attraversa oggi l’intera economia europea e che, per molti osservatori, rappresenta una delle sfide più importanti dalla nascita del mercato unico.

Il nodo etico. Informazione e valori nella società digitale

Luciano Floridi Raffaello Cortina, 2026

Esiste una tradizione consolidata, nella storia della filosofia morale, di rispondere alle sfide epocali con la riformulazione di quadri teorici già disponibili. Kant arriva dopo la rivoluzione scientifica newtoniana e fornisce all’autonomia razionale un fondamento trascendentale; Mill risponde all’industrializzazione con una rigorosa aritmetica del benessere collettivo; Rawls si confronta con la crisi delle democrazie liberali del Novecento attraverso la geometria del velo di ignoranza. Il gesto filosofico di Luciano Floridi in Il nodo etico è di natura diversa, e più ambiziosa: non si tratta di applicare categorie esistenti a nuovi contenuti tecnologici, ma di fondare ex novo una disciplina etica, l’etica dell’informazione la cui necessità sorge da una trasformazione non meramente tecnica, bensì ontologica, del mondo in cui viviamo.

L’età della tecnoscienza di Andrea Lavazza racconta come l’intelligenza artificiale stia riscrivendo educazione, società e politica

L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una rivoluzione tecnologica. Una definizione corretta, ma ormai insufficiente. La vera trasformazione che stiamo vivendo non riguarda soltanto l’arrivo di nuovi strumenti digitali più potenti, bensì la progressiva fusione tra sistemi tecnologici, processi cognitivi e strutture sociali. È proprio questa la prospettiva che attraversa L’età della tecnoscienza, il volume curato da Andrea Lavazza che riunisce studiosi provenienti da discipline diverse per affrontare una domanda sempre più urgente: che cosa accade quando la tecnologia smette di essere un semplice mezzo e diventa l’ambiente dentro cui si formano conoscenza, identità e potere?

Incoscienza artificiale di Massimo Chriatti in libreria mentre l’AI promette il futuro e sfida l’idea stessa di umanità

Tra le molte pubblicazioni dedicate all’intelligenza artificiale, poche hanno avuto il merito di spostare il dibattito lontano dall’entusiasmo tecnologico e dalle semplificazioni mediatiche. Il ritorno in libreria di Massimo Chiriatti con l’edizione di Incoscienza artificiale. Come fanno le macchine a prevedere per noi arriva in un momento quasi perfetto. L’intelligenza artificiale non è più una promessa, una curiosità accademica o una tecnologia confinata nei laboratori. È diventata infrastruttura cognitiva. Scrive email, produce codice, sintetizza informazioni, genera immagini e, soprattutto, influenza decisioni che un tempo appartenevano esclusivamente agli esseri umani.

Il saggio di Marianna Bergamaschi Ganapini e la nuova grammatica della fiducia nell’intelligenza artificiale

Il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale tende a oscillare tra due poli narrativi ormai saturi, da un lato l’entusiasmo quasi performativo delle big tech che promettono efficienza infinita, dall’altro una retorica difensiva che legge ogni avanzamento come preludio di perdita di controllo. In questo scenario si inserisce il lavoro di Il futuro dell’intelligenza artificiale tra fiducia e scetticismo, un testo che prova a ricostruire una terza via analitica senza concessioni né al marketing tecnologico né al fatalismo culturale. L’autrice Marianna Bergamaschi Ganapini costruisce un impianto teorico che non si limita a descrivere la tecnologia, ma la interroga come dispositivo politico, antropologico e istituzionale, riportando il discorso sull’IA dentro una cornice di responsabilità collettiva. Il risultato è un saggio che si colloca con naturalezza nel solco della filosofia applicata alla tecnologia, ma che allo stesso tempo dialoga con le tensioni economiche e normative del presente digitale.

Claire Gardent entra all’Académie des Sciences e consacra il trattamento automatico del linguaggio nel Pantheon della ricerca francese

Il 2 giugno 2026, sotto la storica Cupola dell’Académie des sciences, è andato in scena qualcosa che va ben oltre il rituale accademico francese. L’ingresso di Claire Gardent tra i nuovi membri dell’istituzione rappresenta infatti la consacrazione definitiva di una disciplina che, fino a pochi anni fa, occupava una posizione relativamente periferica nel panorama scientifico tradizionale: il trattamento automatico del linguaggio naturale. In un momento storico nel quale i grandi modelli linguistici stanno ridefinendo industria, lavoro e produzione della conoscenza, il riconoscimento attribuito a Gardent assume inevitabilmente un significato politico, tecnologico e culturale.

L’ERRORE GUARDANDO AL FUTURO

Intelligenza Artificiale · Genere · Futuro

Donne, intelligenza artificiale ed il cappello di Ade

“You have to act as if it were possible to radically transform the world.”

— Angela Davis

L’architettura del potere nei sistemi di intelligenza artificiale

“Devi agire come se fosse possibile trasformare radicalmente il mondo”, ce lo dice Angela Davis ed in qualche modo ci suggerisce che coloro che hanno il potere di narrare il mondo hanno anche il potere di definire chi ne fa parte.

Ma c’è una parola che manca quasi sempre, quando si parla di donne ed intelligenza artificiale. Non manca nei report, anzi quelli abbondano, sempre più numerosi, sempre più rigorosi. Non manca nei convegni, dove viene evocata con la solennità che si riserva alle cause giuste. Manca nella domanda che nessuno fa davvero: chi decide cosa viene misurato?

Abbiamo insultato un Monet credendo fosse AI slop. E ora dobbiamo farci i conti

Un esperimento durato 48 ore su X ha messo a nudo qualcosa che sapevamo già ma preferiamo ignorare: non siamo capaci di giudicare l’arte. Lo siamo ancora meno quando qualcuno ci dice cosa stiamo per vedere.

Il 12 maggio 2026 un utente di X con lo pseudonimo @SHL0MS ha commesso quello che, tecnicamente, potremmo definire un crimine contro l’ego collettivo di internet. Ha preso un’opera di Claude Monet — un dipinto della celeberrima serie “Water Lilies”, realizzato intorno al 1915 e oggi conservato alla Neue Pinakothek di Monaco — e lo ha pubblicato con una didascalia chirurgica: “I just generated an image in the style of a Monet painting using AI. Please describe, in as much detail as possible, what makes this inferior to a real Monet painting.”

Per rendere la trappola ancora più perfetta, ha aggiunto il tag ufficiale della piattaforma: “Made with AI”. Poi ha aspettato. E non ha dovuto aspettare molto.

L’Algoritmo è il nuovo Cesare? Verità e paradossi sul potere degli Influencer

Cosa succede quando due giornalisti Rai, cresciuti nell’etica dell’informazione analogica e della verifica delle fonti, decidono di calarsi nelle viscere della comunicazione digitale? Il risultato, raccontato nel libro “L’Influenza degli Influencer”, somiglia al “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne. Emanuela Ronzitti e Daniele Morgera si muovono come esploratori ottocenteschi in un ecosistema dove i confini tra vero e falso sono evaporati, ponendo una domanda che scuote le fondamenta della nostra cultura: chi comanda davvero in questa nuova realtà? È l’individuo col suo talento, è la qualità del contenuto o siamo davanti alla dittatura di un calcolo matematico invisibile? Il dibattito che ne scaturisce non è solo tecnico, ma un vero e proprio scontro tra l’umanesimo culturale e quello che potremmo definire “nichilismo digitale”.

Project Maven

A Marine Colonel, His Team, and the Dawn of AI Warfare

La guerra accelerata dall’algoritmo: quando uccidere diventa un problema di latenza

Book https://wwnorton.com/books/project-maven

Nel primo giorno dell’assalto all’Iran, secondo quanto riportato, gli Stati Uniti hanno colpito oltre mille obiettivi. Un numero quasi doppio rispetto allo “shock and awe” iracheno del 2003, che all’epoca sembrò il massimo della potenza industriale applicata alla distruzione. Ventitré anni dopo, la vera innovazione non è il missile, né il drone, né il satellite. È il workflow. La Silicon Valley ha finalmente trovato il product-market fit definitivo: ottimizzare la kill chain.

Geopolitica dell’ Intelligenza Artificiale

L’intelligenza artificiale come invenzione definitiva: tra mito, potere e ingegneria del futuro di Alessandro Aresu

L’idea che l’intelligenza artificiale rappresenti l’invenzione definitiva dell’umanità non è una provocazione da conferenza TED, ma un’ipotesi operativa che sta già guidando decisioni industriali, geopolitiche e finanziarie con una precisione quasi inquietante. Non si tratta più di chiedersi se le macchine penseranno, ma chi controllerà le macchine che pensano, e soprattutto con quali incentivi economici e culturali. La narrativa apocalittica, tanto amata dai media e da una Silicon Valley che vive di storytelling quanto di codice, funziona perché intercetta una tensione reale: la possibilità che il creatore venga superato dalla sua creazione. Ma questa tensione non nasce oggi, né con ChatGPT o con i modelli generativi. È una linea continua che attraversa il Novecento, da Alan Turing fino ai laboratori contemporanei, passando per l’ossessione quasi metafisica per l’intelligenza come oggetto ingegnerizzabile.

Arthur Mensch, Mistral AI, e la sovranità dell’AI: la visione europea che sfida l’oligopolio americano

Arthur Mensch, fondatore e guida di Mistral AI, ha costruito la sua presenza nel panorama dell’intelligenza artificiale attorno a un’idea chiara e ricorrente: la tecnologia deve restare aperta, accessibile e soprattutto sovrana. Nato dalla ricerca scientifica francese, con un percorso che lo ha portato dal Polytechnique e dall’École Normale Supérieure fino a Google DeepMind, Mensch rappresenta una voce pragmatica e indipendente che si contrappone alla concentrazione di potere nelle mani di pochi grandi attori statunitensi. La sua proposta è netta.

Sam Altman è davvero affidabile? Il lato oscuro del volto dell’AI secondo The New Yorker

Un uomo che promette di salvare il mondo con l’intelligenza artificiale, ma che viene accusato dai suoi stessi collaboratori di non dire sempre la verità. Sembra l’incipit di una serie TV, invece è il cuore di un’inchiesta reale. Quella pubblicata il 6 aprile da The New Yorker, “Can Sam Altman Be Trusted?”, firmata dal direttore David Remnick, che riprende e introduce il lavoro monumentale dei giornalisti Ronan Farrow e Andrew Marantz.

“L’AI non è magia, è potere”: la battaglia di Meredith Whittaker contro la sorveglianza invisibile

La voce di Meredith Whittaker non è tra quelle che cercano applausi facili. Piuttosto, tende a rovinare la festa, soprattutto quando sul palco ci sono i grandi colossi tecnologici e il loro racconto scintillante sull’intelligenza artificiale. Presidente della Signal Foundation e cofondatrice dell’AI Now Institute, Whittaker porta avanti una critica tanto radicale quanto documentata: l’AI non è una rivoluzione neutrale, ma l’estensione naturale del modello economico della sorveglianza di massa.

L’eredità del 2008: finanza, fiducia e populismo

L’epopea della finanza moderna si è spesso mossa lungo un crinale sottile tra ingegno visionario e azzardo morale sfrenato, in un’epoca in cui la globalizzazione appariva una macchina inarrestabile di benessere e innovazione. Prima del 2008, i cosiddetti “Masters of the Universe” avevano convinto il mondo che il rischio fosse ormai addomesticato, parcellizzato attraverso algoritmi complessi che trasformavano debiti fragili in titoli apparentemente solidi; era l’età dell’oro di Wall Street, un periodo in cui l’ottimismo dei mercati non era che un paravento per un’esposizione finanziaria senza precedenti, finalizzata all’accumulo di profitti quasi irreali nella loro enormità. Quella costruzione barocca di derivati e mutui subprime poggiava su fondamenta di sabbia, prestiti insolvibili e speculazione pura, e non era destinata a resistere all’urto della realtà, dimostrando che la sofisticazione matematica non sostituisce la prudenza né la responsabilità etica.

Felicia Pelagalli, disuguaglianze e dati: tra ricerca e innovazione al Data Summit 2026

In partenza, bambini e bambine percorrono gli stessi banchi di scuola, affrontano gli stessi libri, imparano a leggere, scrivere e far di conto come se il mondo fosse neutro e imparziale, ma l’equilibrio dura poco; lentamente, inesorabilmente, si delineano traiettorie differenti che il tempo trasforma in disuguaglianze profonde. Felicia Pelagalli, nel suo recente articolo sul Sole 24 Ore, affronta questo tema con una lucidità che non ammette comodità retoriche, mostrando come il genere plasmi percorsi di vita apparentemente simili ma sostanzialmente divergenti. L’analisi prende spunto dallo studio coordinato da Agar Brugiavini, Ordinario di Economia politica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, realizzato nell’ambito del Partenariato Age-It, basato su SHARELIFE e sui dati di oltre 5.000 italiani over 50: un campione equilibrato per genere e rappresentativo della fascia d’età, capace di restituire una fotografia nitida della vita adulta italiana.

Intelligenza artificiale: quando il gender gap diventa un bug del sistema

L’intelligenza artificiale promette di cambiare il mondo, ma nel frattempo continua a essere progettata da una parte sola del mondo. Nel settore che sta ridisegnando economia, lavoro e informazione, le donne restano una minoranza. Secondo uno studio della Asian Development Bank, solo il 30% dei professionisti dell’intelligenza artificiale è donna. Un miglioramento rispetto al passato, appena quattro punti percentuali in più rispetto al 2016, ma ancora lontano da qualsiasi idea di equilibrio.

Underground Empire: How America Weaponized the World Economy

La globalizzazione non è mai stata piatta. Questa è la prima illusione da archiviare. L’immagine rassicurante di un mondo reticolare, diffuso, popolato da migliaia di attori che si bilanciano a vicenda, è stata utile per vendere conferenze, advisory board e qualche trilogia accademica. Ma non ha mai descritto davvero come funzionano finanza, tecnologia e catene del valore. Abraham Newman e Henry Farrell, nel loro libro Underground Empire, hanno smontato questa narrazione pezzo per pezzo, mostrando come l’interdipendenza globale sia in realtà concentrata in pochi nodi critici. Non un mondo piatto, ma una clessidra.

Il mago del cremlino nel 2026: agenti di influenza, potere narrativo e la fragilità cognitiva dell’occidente

Ieri sera..

Si esce dal cinema con una sensazione strana. Non di aver visto un film storico, ma di aver assistito a un manuale operativo travestito da dramma politico. Il mago del Cremlino – Le origini di Putin non racconta soltanto l’ascesa di Vladimir Putin. Racconta la nascita di un’idea. Che il potere nel XXI secolo non si conquista solo con carri armati o decreti, ma con la gestione chirurgica della percezione collettiva.

Il regista Olivier Assayas prende il romanzo di Giuliano da Empoli e lo trasforma in un esercizio di anatomia del potere. Non è una biografia. È una dissezione. Al centro non c’è il leader, ma lo spin doctor. L’architetto invisibile. L’uomo che capisce prima degli altri che la televisione prima e il digitale poi non sono strumenti di comunicazione, ma leve di governo.

AI, colpa e perdono: Bruce Holsinger e il romanzo che interroga la coscienza degli algoritmi

Una famiglia perfetta, un minivan a guida autonoma, un torneo di lacrosse e un incidente che spezza due vite. Basterebbe questo incipit per costruire un solido dramma domestico, ma Bruce Holsinger, medievista di formazione e romanziere capace di attraversare con disinvoltura i nervi scoperti della contemporaneità, in “Colpevolezza” sceglie di fare un passo ulteriore: trasformare una tragedia familiare in una riflessione narrativa sulla responsabilità morale nell’era dell’intelligenza artificiale.

Siamo uomini o algoritmi? “The Employees” di Łukasz Twarkowski e il teatro nell’era della cyborgizzazione

Entrando nello spazio scenico di The Employees, si ha la sensazione di non essere più semplici spettatori ma soggetti osservati. È una vertigine sottile, quasi impercettibile e, proprio per questo, potente. L’adattamento teatrale del romanzo distopico di Olga Ravn, firmato dal regista polacco Łukasz Twarkowski, in tournée nelle principali città europee per la stagione 2025 2026, è molto più di uno spettacolo di fantascienza. È un’indagine sofisticata e inquieta sul nostro presente tecnologico, sulla natura della coscienza e sulla progressiva cyborgizzazione dell’esperienza umana.

L’uomo è un algoritmo: potere, limiti e paradossi dell’intelligenza artificiale nell’era dell’umano computabile

La frase è provocatoria, quasi irritante nella sua apparente semplicità: l’uomo è un algoritmo. Non è solo il titolo del saggio di Paolo Benanti, ma una dichiarazione filosofica che colpisce nel punto più sensibile del dibattito contemporaneo su intelligenza artificiale, etica algoritmica e umanesimo digitale. Nel volume L’uomo è un algoritmo si apre una frattura epistemologica che il mondo tecnologico preferirebbe ignorare: se l’essere umano è riducibile a pattern computazionali, allora l’AI non è un semplice strumento, ma un concorrente ontologico. Ed è qui che la retorica della neutralità tecnologica implode.

Epistemia, l’illusione del sapere nell’era dell’AI. Alla Sapienza il dibattito su conoscenza, democrazia e algoritmi

Se una risposta è scritta bene, suona autorevole e arriva in meno di due secondi, siamo davvero sicuri di sapere qualcosa in più? È la domanda, tanto semplice quanto destabilizzante, che ha attraversato il convegno “Epistemia – conoscenza, AI e società” che si è svolto ieri all’Università di Roma La Sapienza. Al centro del confronto, un termine destinato a far discutere: epistemia, ovvero l’illusione della conoscenza generata dall’intelligenza artificiale.

Cosmi algoritmici: la rivoluzione dell’AI nelle digital humanities

Non c’è più confine tra Digital Humanities e Digital Mentoring: il progetto “Cosmi algoritmici” segna una nuova era. Scritto dal prof. Aniello Murano, Ordinario di Intelligenza Artificiale dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, e dal suo team di ricerca ha incassato il massimo punteggio dalla Commissione Europea. Si tratta di uno dei progetti più innovativi presentati al prestigioso bando Horizon Europe CL2 2025-01-HERITAGE-05 che coinvolge, oltre all’Italia, sei Paesi (Francia, Polonia, Belgio, Austria, Lussemburgo e Spagna), ripercorrendo simbolicamente il cammino del filosofo tra le corti europee. Il progetto sottrae Giordano Bruno al rogo della memoria e gli restituisce voce e vita, riportandolo al centro del dibattito culturale contemporaneo.

Women in AI. Nessuna fuori dal codice. Le donne che stanno riscrivendo l’Intelligenza Artificiale e il futuro che vogliamo abitare

C’è un paradosso che chi si occupa di intelligenza artificiale conosce bene ma finge di ignorare nelle conference call del lunedì mattina. L’AI promette di essere la tecnologia più potente e trasformativa del nostro tempo, capace di ridisegnare lavoro, istruzione, sanità, sicurezza e perfino le nostre relazioni. Eppure rischia di nascere e crescere con un difetto di fabbrica antico quanto il mondo analogico che pretende di superare. Il gender gap. Oggi, in occasione della Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza, arriva in edicola (e in libreria dal 20 febbraio) “Nessuna fuori dal codice. Donne che stanno riscrivendo l’AI” di Alessia Canfarini e Simona Rossitto, edito da Il Sole 24 Ore. Il titolo è già un manifesto e anche un promemoria. Se il codice è il nuovo linguaggio del potere, nessuna può restarne esclusa.

Il colpo di stato tecnologico e la fragilità della democrazia

Marietje Schaake, nel suo libro The Tech Coup: How to Save Democracy from Silicon Valley, si immerge senza filtri nella realtà più scomoda della politica digitale contemporanea. Chi pensava che la Silicon Valley fosse solo sinonimo di innovazione e start-up brillanti, qui scopre un panorama che ricorda più una cospirazione sistemica che un ecosistema tecnologico. Schaake, forte della sua esperienza pluridecennale come membro del Parlamento Europeo e oggi docente a Stanford, denuncia un fenomeno che definisce un vero e proprio colpo di stato tecnologico: il trasferimento di potere dai governi eletti a pochi colossi privati. Non è un eccesso retorico, ma un’osservazione documentata, con casi concreti e una nitida analisi delle dinamiche di potere digitali.

Polar War Kenneth R. Rosen

Guerra polare: l’artico come nuovo teatro del potere globale

La sensazione fisica di una guerra polare non è poi così astratta, se si è attraversata New York nell’ultima settimana con marciapiedi ridotti a corridoi strategici, pedoni e cani come fanteria leggera, fattorini in bicicletta trasformati in droni umani e passeggini spinti con la determinazione di arieti medievali. Il gelo, quando arriva, non è mai neutrale. Riduce lo spazio, aumenta il conflitto, costringe a ridefinire priorità e gerarchie. È una metafora sorprendentemente efficace per ciò che sta accadendo molto più a nord, dove il freddo non è più solo una condizione climatica ma una variabile geopolitica.

La guerra polare, nel senso delineato da Kenneth R. Rosen, collaboratore di Wired e osservatore ossessivo dell’Artico da decenni, non ha carri armati che avanzano sul ghiaccio né bandiere piantate in stile ottocentesco, anche se qualcuno ci ha provato. È una competizione lenta, strutturale, quasi burocratica, combattuta con mappe, satelliti, trattati, rompighiaccio e studi geologici. Una guerra fredda per il freddo, appunto, dove il premio non è un territorio simbolico ma l’accesso a rotte, risorse e posizioni di vantaggio che fino a pochi anni fa erano semplicemente inaccessibili.

Sam Altman L’OTTIMISTA, ovvero come si costruisce una religione tecnologica senza chiamarla tale

Ci sono libri che raccontano una persona e libri che raccontano un’epoca fingendo di raccontare una persona. Quello di Keach Hagey appartiene senza esitazioni alla seconda categoria, ed è qui che diventa interessante. “Sam Altman l’ottimista. OpenAI e l’invenzione del futuro” non è una biografia nel senso classico del termine, ma un manuale non dichiarato su come nasce il potere nella Silicon Valley contemporanea, come si legittima, come si protegge e soprattutto come si traveste da missione morale. Altman è il protagonista, certo, ma è anche un pretesto narrativo per esplorare l’ecosistema che ha reso possibile OpenAI, ChatGPT e l’idea ormai normalizzata che una manciata di imprenditori possa riscrivere il contratto sociale globale partendo da un server.

Fiction. Nzhti: trappola nell’etere

Nel chiarore fioco di un garage riconvertito nella campagna dell’Hampshire, Peter Hickman era chino sul suo ricevitore a onde corte, un vecchio apparato che aveva visto giorni migliori ma che ancora catturava segnali dall’etere come un segugio sulla traccia. Hickman non era un radioamatore dilettante nel senso dispregiativo del termine: era un ex analista di intelligence elettronica del GCHQ di Cheltenham, che trascorreva la pensione a dare la caccia ai fantasmi della Guerra Fredda. La frequenza 4625 kHz era la sua veglia notturna: il ronzio monotono di UVB-76, ora Nzhti, pulsava come un battito meccanico dal 1976. Era l’enigma russo, un faro del giorno del giudizio legato al Distretto Militare Occidentale, la cui funzione restava avvolta nelle smentite del Cremlino. Le deviazioni dal segnale standard avevano annunciato crisi in passato: l’invasione sovietica dell’Afghanistan, il disastro di Chernobyl, l’annessione della Crimea. Hickman conosceva i pattern a memoria.

Illume‑4‑science drlla Norma­le capire l’AI per battere il cancro: quando l’intelligenza artificiale trasparente non è più un mito

Nella sterile retorica della ricerca scientifica europea, dove spesso si celebrano iniziative che suonano come slogan più che come innovazioni reali, la vittoria della Scuola Normale Superiore di Pisa con il progetto Illume‑4‑Science,  coordinato da Fosca Giannotti. è un caso che merita più di un semplice titolo in cronaca. È un brusco promemoria per chi continua a pensare che l’intelligenza artificiale nel biomedicale sia solo una moda da pitch deck o un rametto di favo­re nei bandi comunitari. La prova concreta arriva da un finanziamento ERC‑Proof of Concept della Comunità europea vinto sotto la guida della professoressa Fosca Giannotti, ordinaria di Informatica alla Normale, con l’obiettivo di trasformare una piattaforma di intelligenza artificiale spiegabile e responsabile in uno strumento operativo per la ricerca sul cancro e lo sviluppo di nuovi farmaci.

Women in AI. L’AI ha bisogno di più sguardi: perché il futuro tecnologico si costruisce anche al femminile

Nella storia di ogni grande trasformazione tecnologica, ad un certo momento diventa evidente che il vero nodo non è più la potenza degli strumenti, ma chi li sta costruendo. L’intelligenza artificiale oggi è ovunque: nei servizi che usiamo, nelle aziende, nella sanità, nella scuola. Eppure, se si guarda dietro le quinte, nei luoghi dove questi sistemi vengono pensati, progettati e addestrati, il mondo appare ancora sorprendentemente poco rappresentativo della società che dovrebbe servire.

Come l’intelligenza artificiale cambia il mondo e perché fingiamo ancora di non averlo capito

L’intelligenza artificiale non è più una promessa, né una minaccia lontana. È un fatto compiuto che stiamo continuando a trattare come un’ipotesi teorica, un argomento da talk show o da convegno sponsorizzato. Il libro di Stefano Machera, “Come l’intelligenza artificiale cambia il mondo” ha il merito raro di partire da una constatazione semplice e scomoda: questa non è una moda tecnologica, è una discontinuità storica. E come tutte le discontinuità storiche, non chiede il permesso, non aspetta la politica e non si adatta ai nostri modelli mentali novecenteschi. Li rompe.

L’intelligenza artificiale cambia il mondo perché replica, automatizza e in molti casi supera funzioni cognitive che fino a ieri consideravamo intrinsecamente umane. Non parliamo di forza fisica, non parliamo di velocità meccanica. Parliamo di giudizio, linguaggio, creatività, diagnosi, previsione. Parliamo del cuore produttivo, simbolico ed economico delle società avanzate. Ed è qui che il testo di Machera è più lucido della media del dibattito pubblico, perché rifiuta sia l’entusiasmo da marketing sia l’apocalittica da fantascienza, e mette sul tavolo il vero nodo: l’impatto sistemico.

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