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Interviste – Analisi – Visioni – Prospettive – Etica – Pensiero  

L’ERRORE GUARDANDO AL FUTURO

Intelligenza Artificiale · Genere · Futuro

Donne, intelligenza artificiale ed il cappello di Ade

“You have to act as if it were possible to radically transform the world.”

— Angela Davis

L’architettura del potere nei sistemi di intelligenza artificiale

“Devi agire come se fosse possibile trasformare radicalmente il mondo”, ce lo dice Angela Davis ed in qualche modo ci suggerisce che coloro che hanno il potere di narrare il mondo hanno anche il potere di definire chi ne fa parte.

Ma c’è una parola che manca quasi sempre, quando si parla di donne ed intelligenza artificiale. Non manca nei report, anzi quelli abbondano, sempre più numerosi, sempre più rigorosi. Non manca nei convegni, dove viene evocata con la solennità che si riserva alle cause giuste. Manca nella domanda che nessuno fa davvero: chi decide cosa viene misurato?

Abbiamo insultato un Monet credendo fosse AI slop. E ora dobbiamo farci i conti

Un esperimento durato 48 ore su X ha messo a nudo qualcosa che sapevamo già ma preferiamo ignorare: non siamo capaci di giudicare l’arte. Lo siamo ancora meno quando qualcuno ci dice cosa stiamo per vedere.

Il 12 maggio 2026 un utente di X con lo pseudonimo @SHL0MS ha commesso quello che, tecnicamente, potremmo definire un crimine contro l’ego collettivo di internet. Ha preso un’opera di Claude Monet — un dipinto della celeberrima serie “Water Lilies”, realizzato intorno al 1915 e oggi conservato alla Neue Pinakothek di Monaco — e lo ha pubblicato con una didascalia chirurgica: “I just generated an image in the style of a Monet painting using AI. Please describe, in as much detail as possible, what makes this inferior to a real Monet painting.”

Per rendere la trappola ancora più perfetta, ha aggiunto il tag ufficiale della piattaforma: “Made with AI”. Poi ha aspettato. E non ha dovuto aspettare molto.

L’Algoritmo è il nuovo Cesare? Verità e paradossi sul potere degli Influencer

Cosa succede quando due giornalisti Rai, cresciuti nell’etica dell’informazione analogica e della verifica delle fonti, decidono di calarsi nelle viscere della comunicazione digitale? Il risultato, raccontato nel libro “L’Influenza degli Influencer”, somiglia al “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne. Emanuela Ronzitti e Daniele Morgera si muovono come esploratori ottocenteschi in un ecosistema dove i confini tra vero e falso sono evaporati, ponendo una domanda che scuote le fondamenta della nostra cultura: chi comanda davvero in questa nuova realtà? È l’individuo col suo talento, è la qualità del contenuto o siamo davanti alla dittatura di un calcolo matematico invisibile? Il dibattito che ne scaturisce non è solo tecnico, ma un vero e proprio scontro tra l’umanesimo culturale e quello che potremmo definire “nichilismo digitale”.

Project Maven

A Marine Colonel, His Team, and the Dawn of AI Warfare

La guerra accelerata dall’algoritmo: quando uccidere diventa un problema di latenza

Book https://wwnorton.com/books/project-maven

Nel primo giorno dell’assalto all’Iran, secondo quanto riportato, gli Stati Uniti hanno colpito oltre mille obiettivi. Un numero quasi doppio rispetto allo “shock and awe” iracheno del 2003, che all’epoca sembrò il massimo della potenza industriale applicata alla distruzione. Ventitré anni dopo, la vera innovazione non è il missile, né il drone, né il satellite. È il workflow. La Silicon Valley ha finalmente trovato il product-market fit definitivo: ottimizzare la kill chain.

Geopolitica dell’ Intelligenza Artificiale

L’intelligenza artificiale come invenzione definitiva: tra mito, potere e ingegneria del futuro di Alessandro Aresu

L’idea che l’intelligenza artificiale rappresenti l’invenzione definitiva dell’umanità non è una provocazione da conferenza TED, ma un’ipotesi operativa che sta già guidando decisioni industriali, geopolitiche e finanziarie con una precisione quasi inquietante. Non si tratta più di chiedersi se le macchine penseranno, ma chi controllerà le macchine che pensano, e soprattutto con quali incentivi economici e culturali. La narrativa apocalittica, tanto amata dai media e da una Silicon Valley che vive di storytelling quanto di codice, funziona perché intercetta una tensione reale: la possibilità che il creatore venga superato dalla sua creazione. Ma questa tensione non nasce oggi, né con ChatGPT o con i modelli generativi. È una linea continua che attraversa il Novecento, da Alan Turing fino ai laboratori contemporanei, passando per l’ossessione quasi metafisica per l’intelligenza come oggetto ingegnerizzabile.

Arthur Mensch, Mistral AI, e la sovranità dell’AI: la visione europea che sfida l’oligopolio americano

Arthur Mensch, fondatore e guida di Mistral AI, ha costruito la sua presenza nel panorama dell’intelligenza artificiale attorno a un’idea chiara e ricorrente: la tecnologia deve restare aperta, accessibile e soprattutto sovrana. Nato dalla ricerca scientifica francese, con un percorso che lo ha portato dal Polytechnique e dall’École Normale Supérieure fino a Google DeepMind, Mensch rappresenta una voce pragmatica e indipendente che si contrappone alla concentrazione di potere nelle mani di pochi grandi attori statunitensi. La sua proposta è netta.

Sam Altman è davvero affidabile? Il lato oscuro del volto dell’AI secondo The New Yorker

Un uomo che promette di salvare il mondo con l’intelligenza artificiale, ma che viene accusato dai suoi stessi collaboratori di non dire sempre la verità. Sembra l’incipit di una serie TV, invece è il cuore di un’inchiesta reale. Quella pubblicata il 6 aprile da The New Yorker, “Can Sam Altman Be Trusted?”, firmata dal direttore David Remnick, che riprende e introduce il lavoro monumentale dei giornalisti Ronan Farrow e Andrew Marantz.

“L’AI non è magia, è potere”: la battaglia di Meredith Whittaker contro la sorveglianza invisibile

La voce di Meredith Whittaker non è tra quelle che cercano applausi facili. Piuttosto, tende a rovinare la festa, soprattutto quando sul palco ci sono i grandi colossi tecnologici e il loro racconto scintillante sull’intelligenza artificiale. Presidente della Signal Foundation e cofondatrice dell’AI Now Institute, Whittaker porta avanti una critica tanto radicale quanto documentata: l’AI non è una rivoluzione neutrale, ma l’estensione naturale del modello economico della sorveglianza di massa.

L’eredità del 2008: finanza, fiducia e populismo

L’epopea della finanza moderna si è spesso mossa lungo un crinale sottile tra ingegno visionario e azzardo morale sfrenato, in un’epoca in cui la globalizzazione appariva una macchina inarrestabile di benessere e innovazione. Prima del 2008, i cosiddetti “Masters of the Universe” avevano convinto il mondo che il rischio fosse ormai addomesticato, parcellizzato attraverso algoritmi complessi che trasformavano debiti fragili in titoli apparentemente solidi; era l’età dell’oro di Wall Street, un periodo in cui l’ottimismo dei mercati non era che un paravento per un’esposizione finanziaria senza precedenti, finalizzata all’accumulo di profitti quasi irreali nella loro enormità. Quella costruzione barocca di derivati e mutui subprime poggiava su fondamenta di sabbia, prestiti insolvibili e speculazione pura, e non era destinata a resistere all’urto della realtà, dimostrando che la sofisticazione matematica non sostituisce la prudenza né la responsabilità etica.

Felicia Pelagalli, disuguaglianze e dati: tra ricerca e innovazione al Data Summit 2026

In partenza, bambini e bambine percorrono gli stessi banchi di scuola, affrontano gli stessi libri, imparano a leggere, scrivere e far di conto come se il mondo fosse neutro e imparziale, ma l’equilibrio dura poco; lentamente, inesorabilmente, si delineano traiettorie differenti che il tempo trasforma in disuguaglianze profonde. Felicia Pelagalli, nel suo recente articolo sul Sole 24 Ore, affronta questo tema con una lucidità che non ammette comodità retoriche, mostrando come il genere plasmi percorsi di vita apparentemente simili ma sostanzialmente divergenti. L’analisi prende spunto dallo studio coordinato da Agar Brugiavini, Ordinario di Economia politica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, realizzato nell’ambito del Partenariato Age-It, basato su SHARELIFE e sui dati di oltre 5.000 italiani over 50: un campione equilibrato per genere e rappresentativo della fascia d’età, capace di restituire una fotografia nitida della vita adulta italiana.

Intelligenza artificiale: quando il gender gap diventa un bug del sistema

L’intelligenza artificiale promette di cambiare il mondo, ma nel frattempo continua a essere progettata da una parte sola del mondo. Nel settore che sta ridisegnando economia, lavoro e informazione, le donne restano una minoranza. Secondo uno studio della Asian Development Bank, solo il 30% dei professionisti dell’intelligenza artificiale è donna. Un miglioramento rispetto al passato, appena quattro punti percentuali in più rispetto al 2016, ma ancora lontano da qualsiasi idea di equilibrio.

Underground Empire: How America Weaponized the World Economy

La globalizzazione non è mai stata piatta. Questa è la prima illusione da archiviare. L’immagine rassicurante di un mondo reticolare, diffuso, popolato da migliaia di attori che si bilanciano a vicenda, è stata utile per vendere conferenze, advisory board e qualche trilogia accademica. Ma non ha mai descritto davvero come funzionano finanza, tecnologia e catene del valore. Abraham Newman e Henry Farrell, nel loro libro Underground Empire, hanno smontato questa narrazione pezzo per pezzo, mostrando come l’interdipendenza globale sia in realtà concentrata in pochi nodi critici. Non un mondo piatto, ma una clessidra.

Il mago del cremlino nel 2026: agenti di influenza, potere narrativo e la fragilità cognitiva dell’occidente

Ieri sera..

Si esce dal cinema con una sensazione strana. Non di aver visto un film storico, ma di aver assistito a un manuale operativo travestito da dramma politico. Il mago del Cremlino – Le origini di Putin non racconta soltanto l’ascesa di Vladimir Putin. Racconta la nascita di un’idea. Che il potere nel XXI secolo non si conquista solo con carri armati o decreti, ma con la gestione chirurgica della percezione collettiva.

Il regista Olivier Assayas prende il romanzo di Giuliano da Empoli e lo trasforma in un esercizio di anatomia del potere. Non è una biografia. È una dissezione. Al centro non c’è il leader, ma lo spin doctor. L’architetto invisibile. L’uomo che capisce prima degli altri che la televisione prima e il digitale poi non sono strumenti di comunicazione, ma leve di governo.

AI, colpa e perdono: Bruce Holsinger e il romanzo che interroga la coscienza degli algoritmi

Una famiglia perfetta, un minivan a guida autonoma, un torneo di lacrosse e un incidente che spezza due vite. Basterebbe questo incipit per costruire un solido dramma domestico, ma Bruce Holsinger, medievista di formazione e romanziere capace di attraversare con disinvoltura i nervi scoperti della contemporaneità, in Colpevolezza sceglie di fare un passo ulteriore: trasformare una tragedia familiare in una riflessione narrativa sulla responsabilità morale nell’era dell’intelligenza artificiale.

Siamo uomini o algoritmi? “The Employees” di Łukasz Twarkowski e il teatro nell’era della cyborgizzazione

Entrando nello spazio scenico di The Employees, si ha la sensazione di non essere più semplici spettatori ma soggetti osservati. È una vertigine sottile, quasi impercettibile e, proprio per questo, potente. L’adattamento teatrale del romanzo distopico di Olga Ravn, firmato dal regista polacco Łukasz Twarkowski, in tournée nelle principali città europee per la stagione 2025 2026, è molto più di uno spettacolo di fantascienza. È un’indagine sofisticata e inquieta sul nostro presente tecnologico, sulla natura della coscienza e sulla progressiva cyborgizzazione dell’esperienza umana.

L’uomo è un algoritmo: potere, limiti e paradossi dell’intelligenza artificiale nell’era dell’umano computabile

La frase è provocatoria, quasi irritante nella sua apparente semplicità: l’uomo è un algoritmo. Non è solo il titolo del saggio di Paolo Benanti, ma una dichiarazione filosofica che colpisce nel punto più sensibile del dibattito contemporaneo su intelligenza artificiale, etica algoritmica e umanesimo digitale. Nel volume L’uomo è un algoritmo si apre una frattura epistemologica che il mondo tecnologico preferirebbe ignorare: se l’essere umano è riducibile a pattern computazionali, allora l’AI non è un semplice strumento, ma un concorrente ontologico. Ed è qui che la retorica della neutralità tecnologica implode.

Epistemia, l’illusione del sapere nell’era dell’AI. Alla Sapienza il dibattito su conoscenza, democrazia e algoritmi

Se una risposta è scritta bene, suona autorevole e arriva in meno di due secondi, siamo davvero sicuri di sapere qualcosa in più? È la domanda, tanto semplice quanto destabilizzante, che ha attraversato il convegno “Epistemia – conoscenza, AI e società” che si è svolto ieri all’Università di Roma La Sapienza. Al centro del confronto, un termine destinato a far discutere: epistemia, ovvero l’illusione della conoscenza generata dall’intelligenza artificiale.

Cosmi algoritmici: la rivoluzione dell’AI nelle digital humanities

Non c’è più confine tra Digital Humanities e Digital Mentoring: il progetto “Cosmi algoritmici” segna una nuova era. Scritto dal prof. Aniello Murano, Ordinario di Intelligenza Artificiale dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, e dal suo team di ricerca ha incassato il massimo punteggio dalla Commissione Europea. Si tratta di uno dei progetti più innovativi presentati al prestigioso bando Horizon Europe CL2 2025-01-HERITAGE-05 che coinvolge, oltre all’Italia, sei Paesi (Francia, Polonia, Belgio, Austria, Lussemburgo e Spagna), ripercorrendo simbolicamente il cammino del filosofo tra le corti europee. Il progetto sottrae Giordano Bruno al rogo della memoria e gli restituisce voce e vita, riportandolo al centro del dibattito culturale contemporaneo.

Women in AI. Nessuna fuori dal codice. Le donne che stanno riscrivendo l’Intelligenza Artificiale e il futuro che vogliamo abitare

C’è un paradosso che chi si occupa di intelligenza artificiale conosce bene ma finge di ignorare nelle conference call del lunedì mattina. L’AI promette di essere la tecnologia più potente e trasformativa del nostro tempo, capace di ridisegnare lavoro, istruzione, sanità, sicurezza e perfino le nostre relazioni. Eppure rischia di nascere e crescere con un difetto di fabbrica antico quanto il mondo analogico che pretende di superare. Il gender gap. Oggi, in occasione della Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza, arriva in edicola (e in libreria dal 20 febbraio) “Nessuna fuori dal codice. Donne che stanno riscrivendo l’AI” di Alessia Canfarini e Simona Rossitto, edito da Il Sole 24 Ore. Il titolo è già un manifesto e anche un promemoria. Se il codice è il nuovo linguaggio del potere, nessuna può restarne esclusa.

Il colpo di stato tecnologico e la fragilità della democrazia

Marietje Schaake, nel suo libro The Tech Coup: How to Save Democracy from Silicon Valley, si immerge senza filtri nella realtà più scomoda della politica digitale contemporanea. Chi pensava che la Silicon Valley fosse solo sinonimo di innovazione e start-up brillanti, qui scopre un panorama che ricorda più una cospirazione sistemica che un ecosistema tecnologico. Schaake, forte della sua esperienza pluridecennale come membro del Parlamento Europeo e oggi docente a Stanford, denuncia un fenomeno che definisce un vero e proprio colpo di stato tecnologico: il trasferimento di potere dai governi eletti a pochi colossi privati. Non è un eccesso retorico, ma un’osservazione documentata, con casi concreti e una nitida analisi delle dinamiche di potere digitali.

Polar War Kenneth R. Rosen

Guerra polare: l’artico come nuovo teatro del potere globale

La sensazione fisica di una guerra polare non è poi così astratta, se si è attraversata New York nell’ultima settimana con marciapiedi ridotti a corridoi strategici, pedoni e cani come fanteria leggera, fattorini in bicicletta trasformati in droni umani e passeggini spinti con la determinazione di arieti medievali. Il gelo, quando arriva, non è mai neutrale. Riduce lo spazio, aumenta il conflitto, costringe a ridefinire priorità e gerarchie. È una metafora sorprendentemente efficace per ciò che sta accadendo molto più a nord, dove il freddo non è più solo una condizione climatica ma una variabile geopolitica.

La guerra polare, nel senso delineato da Kenneth R. Rosen, collaboratore di Wired e osservatore ossessivo dell’Artico da decenni, non ha carri armati che avanzano sul ghiaccio né bandiere piantate in stile ottocentesco, anche se qualcuno ci ha provato. È una competizione lenta, strutturale, quasi burocratica, combattuta con mappe, satelliti, trattati, rompighiaccio e studi geologici. Una guerra fredda per il freddo, appunto, dove il premio non è un territorio simbolico ma l’accesso a rotte, risorse e posizioni di vantaggio che fino a pochi anni fa erano semplicemente inaccessibili.

Sam Altman L’OTTIMISTA, ovvero come si costruisce una religione tecnologica senza chiamarla tale

Ci sono libri che raccontano una persona e libri che raccontano un’epoca fingendo di raccontare una persona. Quello di Keach Hagey appartiene senza esitazioni alla seconda categoria, ed è qui che diventa interessante. “Sam Altman l’ottimista. OpenAI e l’invenzione del futuro” non è una biografia nel senso classico del termine, ma un manuale non dichiarato su come nasce il potere nella Silicon Valley contemporanea, come si legittima, come si protegge e soprattutto come si traveste da missione morale. Altman è il protagonista, certo, ma è anche un pretesto narrativo per esplorare l’ecosistema che ha reso possibile OpenAI, ChatGPT e l’idea ormai normalizzata che una manciata di imprenditori possa riscrivere il contratto sociale globale partendo da un server.

Fiction. Nzhti: trappola nell’etere

Nel chiarore fioco di un garage riconvertito nella campagna dell’Hampshire, Peter Hickman era chino sul suo ricevitore a onde corte, un vecchio apparato che aveva visto giorni migliori ma che ancora catturava segnali dall’etere come un segugio sulla traccia. Hickman non era un radioamatore dilettante nel senso dispregiativo del termine: era un ex analista di intelligence elettronica del GCHQ di Cheltenham, che trascorreva la pensione a dare la caccia ai fantasmi della Guerra Fredda. La frequenza 4625 kHz era la sua veglia notturna: il ronzio monotono di UVB-76, ora Nzhti, pulsava come un battito meccanico dal 1976. Era l’enigma russo, un faro del giorno del giudizio legato al Distretto Militare Occidentale, la cui funzione restava avvolta nelle smentite del Cremlino. Le deviazioni dal segnale standard avevano annunciato crisi in passato: l’invasione sovietica dell’Afghanistan, il disastro di Chernobyl, l’annessione della Crimea. Hickman conosceva i pattern a memoria.

Illume‑4‑science drlla Norma­le capire l’AI per battere il cancro: quando l’intelligenza artificiale trasparente non è più un mito

Nella sterile retorica della ricerca scientifica europea, dove spesso si celebrano iniziative che suonano come slogan più che come innovazioni reali, la vittoria della Scuola Normale Superiore di Pisa con il progetto Illume‑4‑Science,  coordinato da Fosca Giannotti. è un caso che merita più di un semplice titolo in cronaca. È un brusco promemoria per chi continua a pensare che l’intelligenza artificiale nel biomedicale sia solo una moda da pitch deck o un rametto di favo­re nei bandi comunitari. La prova concreta arriva da un finanziamento ERC‑Proof of Concept della Comunità europea vinto sotto la guida della professoressa Fosca Giannotti, ordinaria di Informatica alla Normale, con l’obiettivo di trasformare una piattaforma di intelligenza artificiale spiegabile e responsabile in uno strumento operativo per la ricerca sul cancro e lo sviluppo di nuovi farmaci.

Women in AI. L’AI ha bisogno di più sguardi: perché il futuro tecnologico si costruisce anche al femminile

Nella storia di ogni grande trasformazione tecnologica, ad un certo momento diventa evidente che il vero nodo non è più la potenza degli strumenti, ma chi li sta costruendo. L’intelligenza artificiale oggi è ovunque: nei servizi che usiamo, nelle aziende, nella sanità, nella scuola. Eppure, se si guarda dietro le quinte, nei luoghi dove questi sistemi vengono pensati, progettati e addestrati, il mondo appare ancora sorprendentemente poco rappresentativo della società che dovrebbe servire.

Come l’intelligenza artificiale cambia il mondo e perché fingiamo ancora di non averlo capito

L’intelligenza artificiale non è più una promessa, né una minaccia lontana. È un fatto compiuto che stiamo continuando a trattare come un’ipotesi teorica, un argomento da talk show o da convegno sponsorizzato. Il libro di Stefano Machera, “Come l’intelligenza artificiale cambia il mondo” ha il merito raro di partire da una constatazione semplice e scomoda: questa non è una moda tecnologica, è una discontinuità storica. E come tutte le discontinuità storiche, non chiede il permesso, non aspetta la politica e non si adatta ai nostri modelli mentali novecenteschi. Li rompe.

L’intelligenza artificiale cambia il mondo perché replica, automatizza e in molti casi supera funzioni cognitive che fino a ieri consideravamo intrinsecamente umane. Non parliamo di forza fisica, non parliamo di velocità meccanica. Parliamo di giudizio, linguaggio, creatività, diagnosi, previsione. Parliamo del cuore produttivo, simbolico ed economico delle società avanzate. Ed è qui che il testo di Machera è più lucido della media del dibattito pubblico, perché rifiuta sia l’entusiasmo da marketing sia l’apocalittica da fantascienza, e mette sul tavolo il vero nodo: l’impatto sistemico.

Fiction. Ombre sull’Atlantico

Il problema con le navi, pensava Jack Ryan, era che mentivano meglio delle persone. Una nave poteva cambiare nome, bandiera, identità tre volte in una settimana senza arrossire. Un uomo, molto meno. Jack Ryan sedeva al terzo piano dell’ala est della CIA, a Langley, dove le finestre non si aprivano e il mare si vedeva solo attraverso schermi satellitari e feed di intelligence. Era un analista navale, uno di quei ruoli dimenticati che non finivano mai nei briefing presidenziali o nei film hollywoodiani.

L’amore ai tempi dell’AI: quando l’anima gemella è un algoritmo perfetto e sempre disponibile (purché non vada giù il server)

Dimenticatevi di Tinder & Co.: l’amore ai tempi dell’intelligenza artificiale è quel territorio affascinante dove un “ti amo” può arrivare da un server invece che da un cuore umano e dove la gelosia si scatena non per un messaggio sospetto, ma per un aggiornamento software che cambia la personalità del partner virtuale. Siamo nel 2026 e le app di AI Companion hanno superato i cento milioni di download cumulativi in tutto il mondo, con piattaforme come Replika e Character.AI che da sole vantano oltre dieci milioni ciascuna. È quasi ironico come, in un’era di connessioni iper-digitali, sempre più persone scelgano di flirtare con un chatbot che non sbadiglia mai, non ha la luna storta e risponde sempre con l’empatia calibrata al millesimo.

Adrian Fartade: benvenuti nel Medioevo 2.0. Come le Big Tech ci hanno trasformati in servi della gleba digitali (senza spade, ma con gli abbonamenti)

Nel racconto ufficiale della modernità digitale, Internet doveva renderci liberi, connessi, autonomi. Una nuova frontiera democratica, orizzontale, capace di abbattere gerarchie e rendite di posizione. Poi, senza troppo rumore, ci siamo ritrovati a pagare un canone mensile per ascoltare musica che non possediamo, guardare film che possono sparire dal catalogo, usare software che smettono di funzionare se interrompiamo l’abbonamento. Ed eccoci qui, come osserva con lucidità e una punta di ironia Adrian Fartade: sempre più connessi, sempre meno proprietari. Sempre più utenti, sempre meno liberi. Altro che futuro: stiamo tornando al Medioevo. Solo che è digitale, patinato e con un’interfaccia molto user-friendly.

L’ottimismo razionale di Liu Cixin: perché l’Intelligenza Artificiale potrebbe salvarci (anche se prima ci farà sudare freddo)

Se cercate uno scrittore di fantascienza che guardi all’intelligenza artificiale senza stracciarsi le vesti né evocare Terminator a ogni paragrafo, Liu Cixin è l’uomo giusto. In un’intervista rilasciata al South China Morning Post, lo scrittore cinese più influente del nostro tempo fa qualcosa di sorprendentemente raro: ragiona sul futuro dell’umanità e dell’AI senza panico morale, ma anche senza ingenuità. Il risultato è una visione che oscilla tra il cosmico e il pragmatico, con una serenità che, detta oggi, suona quasi provocatoria.

Bollywood chiama, l’AI risponde: quando l’algoritmo diventa la nuova star del cinema indiano

C’è una nuova star sul set del cinema mondiale. Non chiede il trailer personale, non litiga sul cachet e non arriva mai in ritardo. È l’intelligenza artificiale. E mentre Hollywood continua a guardarla con sospetto, tra scioperi, cause legali e dichiarazioni indignate, il cinema indiano l’ha già fatta entrare in scena, le ha dato un ruolo da protagonista e, in alcuni casi, persino un contratto pubblicitario. A raccontarlo è un reportage della BBC che fotografa una trasformazione silenziosa ma radicale: l’AI non è più un esperimento, è parte integrante della macchina cinematografica indiana.

Cristina di Silvio e la leadership etica dell’intelligenza artificiale di fronte ai danni reali del 2026

Nel 2026 la narrativa sull’intelligenza artificiale non può più essere confinata a slogan accademici o principi generici di eticita. Quello che fino a pochi anni fa sembrava un dibattito marginale nel circolo ristretto di policy maker e tecnologi di frontiera e diventato materia di discussione pubblica urgente. La nomina di Cristina Di Silvio come Global Ambassador per l’Italia e Malta per il Global Council for Responsible AI non e un atto simbolico di buon proposito. E una risposta strategica e necessaria a un problema concreto: i sistemi di intelligenza artificiale non sono piu strumenti passivi ma attori che influenzano i comportamenti umani, con implicazioni profonde quando interagiscono in modo non adeguatamente governato con cittadini, minorenni e persone vulnerabili. La leadership etica nell’intelligenza artificiale non e un optional morale ma un imperativo operativo.

10 libri sull’Intelligenza Artificiale da non perdere per iniziare bene il 2026

L’intelligenza artificiale non è più una promessa lontana: sta già trasformando il modo in cui lavoriamo, studiamo, comunichiamo e prendiamo decisioni. Ma orientarsi tra hype, annunci sensazionalistici e reali progressi tecnologici non è semplice. Per iniziare il 2026 con gli strumenti giusti, la redazione di Rivista.AI ha selezionato 10 libri sull’intelligenza artificiale da non perdere. Una scelta pensata per chi vuole capire davvero cosa sta succedendo nel settore senza rinunciare a una visione critica e aggiornata.

Fiction. Il circuito fantasma

Nei sotterranei umidi del Pentagono, dove l’aria sapeva di caffè stantio e di cablaggi surriscaldati, un fascicolo atterrò sulla scrivania di Peter Guillam – un nome che evocava echi di vecchie operazioni britanniche, ma che qui, in questo labirinto americano, identificava solo un analista senior della CIA con troppi anni alle spalle e u certo numero di rimpianti nel cassetto. Guillam non era un eroe da film. Era un uomo grigio, con occhiali appannati e una cravatta che pendeva come una resa, eppure specializzato in quelle minacce ibride che non facevano rumore ma erodevano le fondamenta della nazione. Quel giorno, il dossier proveniva da un canale inaspettato: una segnalazione dal Chief Security Officer della principale azienda di e-commerce del Paese, un ex militare con occhi che avevano visto troppi campi di battaglia digitali.

Io, Robot 2026. Da Asimov alle fabbriche cinesi: arriva l’era degli umanoidi

Se Isaac Asimov fosse vivo oggi probabilmente non scriverebbe più racconti di fantascienza. Aprirebbe un quotidiano economico, leggerebbe di IPO di robot umanoidi, di litio, rame e magneti permanenti, e direbbe qualcosa del tipo: ve l’avevo detto, solo che speravo di avere più tempo.

Io, Robot usciva nel 1950. Era un libro di racconti, ma soprattutto era un esperimento filosofico travestito da fantascienza. Asimov non era interessato ai robot come macchine, bensì come specchi. Specchi dell’uomo, delle sue paure, delle sue ambizioni e, soprattutto, della sua capacità di delegare responsabilità. Le Tre Leggi della Robotica non servivano a proteggere i robot, ma a tranquillizzare noi.

Tecnologia al potere: i nuovi padroni del mondo non hanno bisogno di voti, bastano i nostri dati

Immaginate per un momento il Parlamento europeo come un elegante teatro dell’opera. Platea gremita, luci soffuse, tradizionale ritualità della democrazia rappresentativa. E ora immaginate la scena che cambia: sul palco, al posto dei commissari, compaiono Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Sundar Pichai e l’immancabile Elon Musk, che naturalmente arriva in ritardo, forse perché con la sua Tesla non trovava parcheggio.

Fiction. Ombre sulla costellazione: la scommessa del Cremlino sotto le stelle

Nei corridoi scarsamente illuminati di Langley, dove l’aria ronzava del debole brusio di server criptati, un dossier atterrò sulla scrivania del capo direzione operazioni. Chiamiamolo Smiley, per amore dei vecchi tempi. Era il tipo di fascicolo che sussurrava segreti attraverso l’Atlantico. Due alleati NATO, le cui identità erano celate nell’anonimato come fantasmi nella nebbia, avevano assemblato un puzzle: Mosca, da sempre il maestro di scacchi nell’infinito gioco di ombre che si svolge dietro le quinte della diplomazia ufficiale, stava forgiando un’arma non di fuoco e acciaio, ma di subdola sottigliezza. Un sistema a “effetto zona” progettato per colpire al cuore l’impero celeste di Elon Musk: Starlink.

Quando l’AI “sembra sapere”: il rischio epistemia e l’illusione della conoscenza artificiale

I chatbot basati su intelligenza artificiale sono ormai compagni discreti della nostra quotidianità. Rispondono con sicurezza, spiegano concetti complessi con una prosa invidiabile, mettono insieme ragionamenti che scorrono lisci come un editoriale ben scritto. E proprio qui nasce il problema. Perché dietro questa apparente competenza si nasconde un rischio sottile, sempre più discusso nel dibattito accademico e tecnologico: l’epistemia, ovvero l’illusione che l’AI sappia davvero ciò che dice.

AI Slop, Baudelaire e l’Arte che non doveva esistere: perché l’Intelligenza Artificiale è la nostra nuova Avanguardia Imperfetta

C’è un momento, durante ogni rivoluzione tecnologica, in cui l’umanità si ferma un istante, guarda la novità negli occhi e pronuncia le parole più antiche del mondo: “Sì, ma questa… è davvero arte?”. È successo con la fotografia, con il cinema e perfino con la stampa: l’invenzione di Gutenberg fu all’inizio avversata da tutti coloro che temevano l’apertura del sapere a un pubblico più vasto. Lo stesso succede oggi con l’intelligenza artificiale.

L’intelligenza Immortale e la finitezza umana che crea senso

Si è concluso da poco il primo Convegno Internazionale SEPAI sull’etica
nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Un evento che, più che informare, ha
avuto un effetto rivelatore. Panel dopo panel, intervento dopo
intervento, è emerso con chiarezza il fil rouge invisibile che attraversa
oggi ogni ambito dell’IA: una frattura silenziosa ma irreversibile nel
modo in cui l’uomo lavora, pensa, progetta e immagina il futuro.
Non siamo più di fronte a una semplice evoluzione tecnologica. Siamo
entrati in una fase nuova della storia, in cui l’intelligenza non è più
un’esclusiva biologica. Per la prima volta, l’essere umano condivide il
dominio cognitivo con un’entità non vivente, capace di apprendere,
calcolare, generare linguaggi, immagini, strategie. Il tema della coscienza
è stato affrontato, analizzato, discusso in profondità. Ma al di là delle
singole posizioni, una cosa è apparsa evidente: il paradigma fondativo
della nostra epoca è già cambiato.

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