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Lavoro, Formazione, Carriere, Risorse Umane, Management, Occupazione

HOW (UN)STABLE ARE LLM OCCUPATIONAL EXPOSURE SCORES?EVIDENCE FROM MULTI-MODEL REPLICATION

L’intelligenza artificiale che si valuta da sola sta deformando le previsioni sul lavoro, secondo uno studio della northwestern university

Il dibattito sulla sostituzione del lavoro umano da parte dell’intelligenza artificiale sta assumendo una forma sempre più autoreferenziale, quasi chiusa in un circuito epistemico che tende a consumare le proprie ipotesi senza validazione esterna. Una ricerca condotta presso la Northwestern University introduce una frattura metodologica significativa in questo ecosistema di previsioni, evidenziando come molte delle stime sull’automazione delle professioni derivino non da osservazioni empiriche indipendenti, ma da valutazioni espresse dagli stessi modelli linguistici chiamati a descrivere il proprio impatto futuro. Il risultato non è soltanto una distorsione statistica, ma un cortocircuito concettuale che mette in discussione la legittimità stessa di una parte consistente della letteratura contemporanea sul futuro del lavoro.

Quando il collo di bottiglia non è l’intelligenza artificiale ma il lavoro stesso

Apex-Agents

Nel 2024 molti dirigenti della Silicon Valley erano convinti che la sostituzione del lavoro intellettuale fosse ormai una questione di trimestri. Le dichiarazioni di Satya Nadella, secondo cui l’AI avrebbe trasformato radicalmente le professioni della conoscenza, sembravano coerenti con il ritmo di avanzamento dei modelli linguistici. Due anni dopo, però, il panorama appare molto più sfumato. I modelli sono diventati eccellenti nella ricerca documentale, nella sintesi, nella scrittura e persino nella pianificazione multi-step, ma avvocati, consulenti strategici, investment banker e professionisti della compliance continuano a presentarsi in ufficio ogni mattina.

La nuova ricerca pubblicata da Mercor attraverso il benchmark APEX-Agents offre una spiegazione interessante e, per certi versi, controintuitiva. Il problema non sembra essere l’intelligenza dei modelli. Il problema è il lavoro.

Mckinsey abbandona le ore fatturabili: l’intelligenza artificiale sta demolendo il modello economico della consulenza globale

La notizia non riguarda soltanto McKinsey & Company. Riguarda un intero sistema industriale che per oltre quarant’anni ha trasformato PowerPoint, benchmark e riunioni interminabili in una delle macchine finanziarie più redditizie del capitalismo contemporaneo. Quando la più influente società di consulenza strategica al mondo, con un fatturato stimato vicino ai 18 miliardi di dollari, inizia a mettere in discussione il principio stesso delle ore fatturabili, significa che l’intelligenza artificiale non sta più semplicemente “aumentando la produttività”. Sta alterando la struttura economica della conoscenza professionale.

La fine della carriera lineare: perché il primo gradino del lavoro sta scomparendo

La narrativa della carriera professionale come una scala ordinata, con il primo gradino dedicato a compiti semplici e ripetitivi e l’ultimo riservato a decisioni strategiche, sta mostrando crepe evidenti proprio nel punto più fragile del sistema, quello iniziale. L’adozione accelerata dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali sta infatti erodendo una fascia storicamente fondamentale del mercato del lavoro, quella degli entry-level jobs, trasformando non solo il modo in cui le aziende operano, ma anche la struttura stessa della formazione del capitale umano. Secondo l’analisi attribuita a Michael Hansen, amministratore delegato di Cengage, la funzione educativa implicita dei ruoli junior, quella che per decenni ha permesso ai giovani professionisti di apprendere sul campo, sta venendo progressivamente automatizzata da sistemi capaci di gestire customer service, coordinamento amministrativo, reportistica e analisi di base con una precisione sufficiente e soprattutto a costo marginale quasi nullo. Il risultato è un cortocircuito silenzioso tra università e impresa, dove il tradizionale ponte dell’esperienza intermedia rischia di non essere più attraversabile.

I modelli linguistici stanno imparando a distruggere i documenti che promettono di gestire

Ricirdate l’idea della “delegated work economy” come inevitabile evoluzione del lavoro cognitivo? Non più software che assiste gli esseri umani, ma sistemi AI che eseguono direttamente attività complete; il manager supervisiona, il modello opera. “Vibe coding”, agenti autonomi, copiloti universali. Lessico seducente, soprattutto per board aziendali ossessionati dalla riduzione del costo marginale della conoscenza. Poi arriva un paper di Microsoft e improvvisamente il sipario si abbassa: i Large Language Models, lasciati lavorare troppo a lungo sui documenti, iniziano lentamente a corromperli. Non in modo spettacolare, ma nel modo peggiore possibile per un’impresa: silenziosamente.

Il Bureau of Labor Statistics ha smesso di promettere il futuro e ha iniziato a licenziare il presente

Il dibattito sull’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro è rimasto intrappolato in una liturgia prevedibile. Da una parte gli evangelisti della Silicon Valley, convinti che ogni automazione avrebbe “liberato creatività”; dall’altra gli apocalittici del collasso occupazionale, spesso incapaci di distinguere un modello linguistico da una macro Excel con marketing aggressivo. Nel mezzo, le aziende hanno fatto ciò che fanno sempre quando emerge una tecnologia realmente trasformativa: hanno aspettato abbastanza a lungo da capire chi avrebbe pagato il conto.

I dipendenti di Meta protestano contro il tracciamento: quando il Grande Fratello si presenta in ufficio con la scusa della produttività

Mentre Mark Zuckerberg annuncia che il 2026 sarà l’anno in cui l’intelligenza artificiale cambierà radicalmente il modo di lavorare, i suoi dipendenti stanno rispondendo in modo decisamente meno entusiasta. In diverse sedi americane di Meta sono apparsi volantini di protesta contro il Model Capability Initiative, il programma che registra movimenti del mouse, click, battute di tastiera e, di tanto in tanto, persino istantanee dello schermo dei computer aziendali introdotto dall’azienda.

a16z l’illusione della “fine del lavoro” nell’era dell’intelligenza artificiale

Ogni ciclo tecnologico produce la stessa liturgia apocalittica. Prima arrivano gli evangelisti con slide color pastello e promesse di produttività “esponenziale”; subito dopo compaiono gli economisti televisivi che annunciano la fine del lavoro umano come se stessero recensendo l’ultima stagione di una serie Netflix. L’intelligenza artificiale non fa eccezione. Cambia soltanto il lessico: oggi il termine magico è “white-collar extinction”, un’espressione sufficientemente drammatica da generare click, investimenti e panel conferenze a Davos nello stesso pomeriggio.

Oltre l’algoritmo: il lavoro del futuro non chiede risposte, ma competenze

Primo maggio, festa del lavoro. E puntuale arriva anche la domanda rituale: quali lavori spariranno per colpa dell’intelligenza artificiale? Una domanda rassicurante nella sua semplicità, perché suggerisce che il problema sia capire “chi resta” e “chi no”. Peccato che, a leggere con attenzione le riflessioni del professor Gerardo Canfora, Ordinario di Ingegneria Informatica presso l’Università degli Studi del Sannio di Benevento, il punto sia esattamente un altro. E molto meno comodo.

Generazioni a confronto: cosa chiedono al lavoro Gen Z, Millennials, Gen X e Baby Boomer

Nei contributi precedenti abbiamo visto come il lavoro cambi per effetto della tecnologia. In questa riflessione proviamo invece a capire come il lavoro cambi perché cambiano le persone. E no, non è solo una questione anagrafica. È proprio un diverso modo di intendere cosa significhi lavorare, crescere, restare o andarsene. L’indagine condotta da Ipsos Doxa per Pluxee Italia offre una fotografia piuttosto nitida: il lavoro oggi è un equilibrio sempre più complesso tra retribuzione, benessere e prospettive. E se qualcuno si aspetta una rivoluzione totale, resterà deluso. Il cambiamento è più sottile, ma non per questo meno profondo.

Hays: +40% di domanda per professionisti AI, il lavoro accelera e chiede competenze nuove

1°, festa del lavoro. Un giorno in cui tradizionalmente si riflette su diritti, salari e futuro. Quest’anno, però, ognuno di noi dovrebbe porsi una domanda piuttosto concreta: so usare l’intelligenza artificiale o sto ancora pensando di farlo? Su questo tema, i dati della Hays Italia offrono una risposta che non lascia molto spazio all’interpretazione. Nei primi quattro mesi del 2026 la domanda di professionisti con competenze in intelligenza artificiale è cresciuta del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Non si tratta più di un trend emergente, ma di una trasformazione già in corso, con le aziende che hanno smesso di sperimentare e hanno iniziato ad assumere.

L’algoritmo non è il capo: perché il lavoro del futuro si negozia, prima che sia troppo tardi

Primo maggio, otto ore di lavoro, otto di riposo, otto per vivere. Una formula semplice, quasi elegante nella sua aritmetica sociale, conquistata quando le macchine erano rumorose, visibili e, tutto sommato, più facili da contestare. Oggi le macchine sono silenziose, invisibili, incorporate nel software che assegna turni, valuta performance e decide chi lavora e chi resta fuori. Eppure la domanda è rimasta identica: chi guadagna e chi paga? Nell’articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore, Renato Brunetta affronta il nodo senza giri di parole: l’intelligenza artificiale non è solo una tecnologia, è un nuovo terreno di conflitto e, soprattutto, di contrattazione. Non un destino inevitabile, ma una scelta collettiva da governare.

Epifani: il lavoro non sparisce, cambia indirizzo e dobbiamo smettere di inseguirlo con la paura

1° maggio, festa del lavoro. Occasione perfetta per fare una cosa che in Italia riesce sempre benissimo: discutere di lavoro come se fosse già scomparso. L’intelligenza artificiale, nel frattempo, osserva in silenzio e continua a fare il suo mestiere, che non è quello di sostituire gli esseri umani ma, molto più banalmente e molto più scomodamente, quello di costringerli a ripensarsi.

Secondo Stefano Epifani, Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, la parola chiave, se si vuole capire davvero cosa sta accadendo, non è “sostituzione”, ma “redistribuzione”. E già qui si capisce perché il dibattito si inceppa: la prima parola fa paura ma è semplice, la seconda è più precisa ma implica responsabilità.

META licenzia per investire nell’AI: il nuovo capitalismo ama i chip più delle persone

Meta ha comunicato un’ondata di licenziamenti che colpisce circa 8.000 dipendenti, pari a circa il 10% della forza lavoro globale, oltre alla cancellazione di 6.000 posizioni aperte ma non ancora coperte. Tradotto dal linguaggio aziendale al linguaggio umano: meno stipendi, più server. È il copione ormai classico della nuova economia tecnologica, dove la crescita dei ricavi non protegge l’occupazione e i bilanci sani non impediscono i tagli. Anzi, spesso li finanziano.

AI Assistance Reduces Persistence and Hurts Independent Performance

L’intelligenza artificiale sta rendendo le persone meno intelligenti o semplicemente più efficienti?

La promessa era seducente, quasi irresistibile nella sua semplicità industriale. Premere invio, attendere tre secondi, ottenere una risposta elegante, coerente, spesso brillante. Una catena di montaggio cognitiva che Henry Ford avrebbe probabilmente invidiato. L’intelligenza artificiale generativa, incarnata da piattaforme come ChatGPT, Claude e GitHub Copilot, ha ridefinito il concetto stesso di produttività intellettuale. Ma come spesso accade nella storia delle tecnologie trasformative, ciò che si guadagna in velocità si paga in profondità.

Lo studio congiunto tra Massachusetts Institute of Technology, University of Oxford e Carnegie Mellon University introduce una crepa in questa narrazione trionfalistica. Non una crepa superficiale, ma una faglia strutturale che attraversa il modo in cui apprendiamo, persistiamo e, in ultima analisi, pensiamo. Il dato più inquietante non è che l’AI migliori le performance nel breve termine. Questo era prevedibile, quasi banale. Il punto è che, dopo appena dieci minuti di assistenza, gli individui mostrano un calo significativo nella capacità di risolvere problemi in autonomia. Più lenti, meno precisi, più inclini ad abbandonare.

Il lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale: perché il vero rischio non è l’automazione ma la ridefinizione silenziosa del valore

La narrativa dominante sull’intelligenza artificiale applicata al lavoro è diventata, nel giro di pochi trimestri, una caricatura di sé stessa; da un lato gli apocalittici che evocano una disoccupazione di massa imminente, dall’altro gli ottimisti seriali che promettono una nuova età dell’oro produttiva, come se bastasse aggiungere un layer di modelli linguistici per riscrivere due secoli di economia politica. Il recente framework sull’impatto dell’AI sul lavoro introduce, quasi con pudore accademico, un elemento di realtà che disturba entrambi gli schieramenti: l’automazione non è il punto. Non lo è mai stata davvero. Il punto è la riallocazione del valore lungo la catena delle competenze.

L’illusione dell’augment: perché gli economisti stanno iniziando a temere davvero l’intelligenza artificiale

Per anni, quasi per riflesso pavloviano, gli economisti hanno svolto il ruolo di anestesisti del progresso tecnologico. Ogni volta che una nuova ondata di innovazione minacciava di destabilizzare il mercato del lavoro, la risposta era invariabilmente la stessa: calma, la storia insegna che la tecnologia crea più posti di lavoro di quanti ne distrugga. Gli sportelli bancomat non hanno eliminato i cassieri, Microsoft Excel non ha cancellato i contabili, e i robot aspirapolvere non hanno mandato in pensione il personale domestico. Il mantra era rassicurante, quasi consolatorio: “augment, not replace”.

Dalla lavagna al machine learning: la Cina porta l’AI in classe

Mentre in Italia ancora discutiamo su come limitare l’uso degli smartphone, togliamo i cellulari in classe ai ragazzi e il massimo che ci concediamo è l’uso delle LIM, in Cina si pianifica come trasformare quegli stessi studenti nei protagonisti dell’economia dell’intelligenza artificiale. Due approcci, due visioni del futuro e, soprattutto, due velocità che iniziano a divergere in modo sempre più evidente.

L’illusione produttiva: perché l’intelligenza artificiale cambierà le banche prima di cambiare il mondo

La lettera annuale di Jamie Dimon ha il tono tipico dei leader che hanno già visto troppe rivoluzioni per credere davvero all’ennesima promessa, ma non abbastanza per ignorarla. Quando il CEO di JPMorgan Chase scrive che l’intelligenza artificiale è “trasformativa”, dopo aver esitato a usare proprio quella parola, non sta semplicemente facendo comunicazione agli investitori. Sta implicitamente ammettendo che il sistema bancario globale, uno dei più lenti e regolati della storia economica, è entrato in una fase di mutazione accelerata. E quando una banca cambia velocità, di solito il resto dell’economia segue, anche se con qualche trimestre di ritardo e parecchie illusioni nel mezzo.

Lavoro: 10,5 milioni di italiani nel mirino dell’AI. Il report Randstad è realista, ma rischia di essere solo mezza verità

Il rapporto Randstad appena presentato fotografa una realtà che fa riflettere: sarebbero 10,5 milioni i lavoratori italiani esposti alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale. La cifra è imponente e, a prima vista, preoccupante. Eppure, proprio mentre si parla di milioni di professionisti potenzialmente vulnerabili, lo stesso documento offre una lettura più articolata che merita di essere approfondita, perché l’AI non è solo una forza distruttiva di posti di lavoro, ma anche una formidabile creatrice di nuove opportunità.

Cervelli in fuga? No, in corsa: la guerra dei talenti AI accende la Cina tech

La competizione globale sull’intelligenza artificiale non si misura più soltanto in modelli linguistici o potenza di calcolo, ma in qualcosa di molto più difficile da replicare: le persone. E in questa corsa, la Cina ha deciso di accelerare con decisione, trasformando il reclutamento di talenti in una vera e propria disciplina strategica. I protagonisti? Giganti come Xiaomi e Alibaba Group, impegnati in una sfida che ha tutto il sapore di una guerra fredda… ma tra algoritmi.

Sopra Steria scommette su AI e cybersecurity: la guerra dei talenti è appena iniziata

Assumere migliaia di persone in un momento di cautela generale del settore non è un gesto impulsivo, ma una chiara dichiarazione strategica. Sopra Steria ha deciso di giocare d’anticipo sulla trasformazione tecnologica, puntando con decisione su intelligenza artificiale e cybersecurity. Il risultato è una delle più grandi campagne di reclutamento nel panorama europeo dei servizi digitali, con oltre 3.400 assunzioni previste solo in Francia e più di 8.500 a livello globale.

Sono numeri che a leggerli bene hanno un significato ben preciso. Dietro di essi si intravede una realtà meno spettacolare ma decisamente più concreta: le aziende clienti stanno affrontando una complessità tecnologica che non riescono più a gestire internamente. E quando le competenze scarseggiano, qualcuno deve pur costruirle.

Alex Karp, l’eresia della neurodivergenza e la fine del lavoro come lo conoscevamo

Alex Karp non è mai stato un CEO rassicurante, e probabilmente è proprio questo il punto. In un’epoca in cui i leader tecnologici sembrano usciti da un manuale di comunicazione patinata, lui continua a parlare come se fosse ancora in un seminario di filosofia politica a Francoforte, con una punta di provocazione che sfiora l’irritazione. Quando afferma che il futuro appartiene a due categorie di persone, chi possiede competenze tecniche concrete e chi è neurodivergente, non sta solo descrivendo una tendenza del mercato del lavoro, ma sta implicitamente dichiarando fallito un intero modello educativo e professionale costruito negli ultimi settant’anni.

Meta, dai visori agli algoritmi: tagli all’interno dei Rality Labs e accelerazione sull’AI

Nel laboratorio del futuro di Meta, l’intelligenza artificiale non è solo una priorità tecnologica, ma una leva di riorganizzazione industriale. L’annuncio di circa 700 licenziamenti, concentrati in larga parte nella divisione Reality Labs, racconta molto più di una semplice operazione di contenimento dei costi. Racconta un cambio di paradigma.

Intelligenza artificiale e lavoro: l’ottimismo operativo di Jensen Huang e il realismo selettivo di Bill Gates

Nel dibattito sull’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro, le certezze sono indubbiamente poche e le opinioni espresse sul tema spesso divergono. Jensen Huang, il patron di Nvidia, ad esempio, guarda all’AI come a un acceleratore della produttività destinato a rendere tutti più occupati. Di tutt’altra idea Bill Gates che, invece, intravede una selezione naturale del lavoro umano, destinato a sopravvivere solo in alcuni ambiti chiave. In mezzo, milioni di lavoratori che cercano di capire se l’AI sarà un alleato o un concorrente particolarmente efficiente destinato a ingrossare le file di disoccupati agli uffici di collocamento.

Quando l’intelligenza artificiale incontra il mercato del lavoro: tra promesse teoriche e realtà statistica

Anthropic: Labor market impacts of AI: A new measure and early evidence

Osservare l’intelligenza artificiale attraverso il prisma del mercato del lavoro è un esercizio sorprendentemente rivelatore, quasi antropologico. Da una parte c’è la teoria, lucida e rassicurante, costruita con modelli computazionali e benchmark sempre più sofisticati; dall’altra la realtà operativa, fatta di organizzazioni lente, processi aziendali stratificati e, soprattutto, di esseri umani che tendono a cambiare tecnologia molto più lentamente di quanto la Silicon Valley immagini. Il recente rapporto pubblicato da Anthropic, intitolato Labor market impacts of AI: A new measure and early evidence, fotografa proprio questa frizione tra potenziale e pratica. Il risultato è quasi ironico: l’intelligenza artificiale potrebbe fare molto di più di quanto stia effettivamente facendo. Una constatazione che ridimensiona molte narrazioni apocalittiche sulla sostituzione imminente del lavoro umano.

La grande recessione dei colletti bianchi potrebbe nascere dall’intelligenza artificiale

Quando un’azienda di intelligenza artificiale pubblica uno studio sul destino del lavoro, conviene sempre leggere tra le righe. Non per cinismo, ma per igiene intellettuale. Le società che costruiscono le tecnologie che promettono di rivoluzionare l’economia hanno spesso un incentivo narrativo molto chiaro: raccontare un futuro gigantesco, possibilmente inevitabile. In questo senso la recente ricerca pubblicata da Anthropic, la società che sviluppa il modello Claude, è un documento curioso, quasi schizofrenico. Da un lato rassicurante, dall’altro sottilmente inquietante.

Licenziamenti e la vera economia dell’intelligenza artificiale

Il mito è seducente, quasi cinematografico. Arriva l’intelligenza artificiale, gli uffici si svuotano, i robot occupano le scrivanie e i CEO brindano davanti a grafici che mostrano costi del lavoro in caduta libera. Silicon Valley adora questa narrativa. Fa vendere conferenze, podcast e qualche miliardo di dollari in capitalizzazione. Il problema è che, come spesso accade nelle grandi rivoluzioni tecnologiche, la realtà è più complessa, meno spettacolare e decisamente più interessante. Il sondaggio di KPMG su cento grandi amministratori delegati racconta una storia molto diversa dalla fantasia distopica che domina i social network. Solo il nove per cento prevede di ridurre la forza lavoro a causa dell’intelligenza artificiale nel 2026, mentre il cinquantacinque per cento sta aumentando le assunzioni proprio per sostenere la propria strategia AI. Non è una contraddizione. È l’economia dell’innovazione.

RomeCup 2026: la Fondazione Mondo Digitale lancia il premio che valorizza i nuovi talenti della robotica e dell’intelligenza artificiale

La sfida per il futuro dell’innovazione italiana passa dalla valorizzazione dei giovani ricercatori. Con la 4^ edizione del premio “Most promising researcher in robotics and artificial intelligence”, la Fondazione Mondo Digitale ETS consolida il proprio ruolo di motore strategico nello sviluppo delle competenze avanzate e nella promozione della ricerca scientifica di frontiera.

AI e occupazione: Jack Dorsey taglia il 40% della forza lavoro di Block

Block, la fintech guidata dal cofondatore di Twitter Jack Dorsey, ha annunciato un taglio di oltre 4.000 posti su una forza lavoro di circa 10.000 dipendenti. Una riduzione di quasi la metà dell’organico che rappresenta uno dei segnali più espliciti finora del legame diretto tra AI e occupazione. I mercati hanno applaudito. Il titolo della società fintech è balzato di oltre il 25% nelle contrattazioni after hours, dimostrando che a Wall Street l’efficienza operativa resta un argomento molto convincente. I lavoratori, prevedibilmente, hanno accolto la notizia con molto meno entusiasmo.

Il lavoro ai più caldo del 2026 potrebbe non essere nell’Hi Tech ma in un cantiere

La tecnologia più sofisticata mai concepita dall’uomo, addestrata su trilioni di token e alimentata da data center grandi come città, non sa fare una cosa elementare. Non può costruirsi la casa in cui vive. Nessun large language model posa un cavo ad alta tensione. Nessun agente autonomo getta le fondamenta di una centrale di raffreddamento. Nessun modello multimodale attraversa un capannone con un fascio di tubazioni sotto il braccio e rispetta le norme antincendio. L’AI pensa, calcola, simula. Ma senza cemento, rame e acciaio resta un’idea brillante sospesa nel vuoto.

Qui entra in scena il lavoro AI più sottovalutato del momento. Non è il prompt engineer che fa impazzire LinkedIn, non è il ricercatore che ottimizza l’ultimo layer di un transformer, non è nemmeno il product manager che reinventa PowerPoint con un copilota. È l’elettricista industriale. È il capocantiere. È il supervisore che sa leggere un progetto di un data center da 100 megawatt senza farsi venire un attacco di panico. Se il lavoro AI 2026 ha un odore preciso, non è quello dell’open space ma della polvere di cantiere.

Pinterest, l’AI che licenzia e la nuova liturgia del lavoro digitale

Pinterest taglia quasi il quindici per cento della forza lavoro e lo fa con il linguaggio morbido delle Form 8-K, quello che trasforma i licenziamenti in riallocazioni strategiche e i costi umani in voci di bilancio. Tradotto dal legalese al mondo reale significa una cosa semplice. Meno persone, più modelli, più silicio, più promessa di margini futuri. L’intelligenza artificiale non è più una roadmap, è una scusa operativa. E Pinterest non è un’eccezione, è solo l’ultimo nome leggibile in una lista che cresce ogni trimestre.

Talent turmoil e guerra di nervi: perché Thinking Machines Lab scopre che l’AI non è fatta di modelli ma di persone

C’è un mito che l’industria dell’intelligenza artificiale ama raccontarsi nei corridoi dei campus californiani e nei pitch deck lucidissimi: se hai capitale, compute e una manciata di paper rivoluzionari, il resto è rumore di fondo. Thinking Machines Lab, valutata dodici miliardi di dollari dopo uno dei seed round più opulenti della storia della Silicon Valley, ha appena dimostrato quanto questo mito sia fragile. Dietro l’estetica del laboratorio visionario e la narrativa da “post OpenAI”, si è aperta una crepa molto umana fatta di leadership, fiducia e dinamiche personali. La parola chiave, quella che Google capisce benissimo e che gli investitori fingono di ignorare, è talent war.

L’era post-cognizione umana secondo Deepmind: perché Shane Legg sta riscrivendo il bilancio del lavoro globale

Shane Legg, co-fondatore di DeepMind e oggi Chief AGI Scientist di Google DeepMind, sostiene che l’era della cognizione esclusivamente umana stia terminando. Non in senso metaforico, non come provocazione da conferenza. In senso operativo. Misurabile. Databile. Con una probabilità del 50 per cento di arrivarci entro il 2028. Chiunque lavori seriamente nel settore sa che quando uno come Legg assegna una percentuale a una previsione non sta giocando a fare l’oracolo. Sta facendo contabilità epistemica.

Il codice non è più sacro e il lavoro lo ha appena scoperto

Working with AI: Measuring the Applicability of Generative AI to Occupations

Il 21 gennaio 2026 non passerà alla storia per una legge, una crisi o un fallimento clamoroso, ma per qualcosa di più destabilizzante: l’idea, ormai pronunciabile a voce alta, che l’ingegneria del software stia diventando un problema di supervisione e non più di produzione. L’intelligenza artificiale generativa non sta bussando alla porta del lavoro cognitivo. È già entrata, ha acceso la luce e sta guardando l’orologio.

LINEE GUIDA PER L’IMPLEMENTAZIONE DELL’IA NEL MONDO DEL LAVORO

Tra utopia regolatoria e realtà aziendale

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha finalmente deciso di uscire dall’ombra, pubblicando un documento che, sulla carta, promette di guidare imprese e lavoratori nell’adozione dell’intelligenza artificiale. Non parliamo di un semplice vademecum di buone intenzioni: è un tentativo di dettare regole chiare in un territorio che fino a ieri sembrava territorio di startup, lobby tecnologiche e consulenti futuristi.

L’IA nel mondo del lavoro non è più un’idea astratta da conferenze high-tech: sta entrando nei processi aziendali con la violenza silenziosa di un algoritmo che decide chi viene promosso, chi licenziato e, più spesso, chi resta invisibile ai radar della produttività digitale. Trasformare questa realtà in una gestione equa e inclusiva non è banale, ma il Ministero ci prova. La parola chiave sembra essere trasparenza, almeno sulla carta. Sistemi comprensibili, supervisione umana obbligatoria, tracciabilità. In pratica: niente scatole nere che decidono il destino di un dipendente senza spiegazioni plausibili.

I lavori che l intelligenza artificiale non puo sostituire ma che rischiano di scomparire per mancanza di esseri umani

Non tutti i lavori sono destinati a essere divorati da algoritmi, reti neurali e automazione cognitiva. Alcuni mestieri resistono non per nostalgia o romanticismo analogico, ma perché incorporano un livello di giudizio umano, sensibilità fisica e controllo artistico che oggi nessun modello generativo, per quanto addestrato, è in grado di replicare. Il paradosso è che proprio questi lavori artigianali insostituibili dall intelligenza artificiale sono oggi più a rischio di qualunque professione d ufficio automatizzabile. Non per colpa delle macchine, ma per l assenza crescente di persone disposte a impararli.

La job singularity secondo Vlad Tenev e l’illusione della fine del lavoro

C’è una parola che terrorizza i mercati più dei tassi di interesse e delle guerre commerciali. Disoccupazione. Appena si pronuncia insieme a intelligenza artificiale, la reazione è pavloviana. Panico, editoriali apocalittici, thread su X che annunciano la fine della classe media e corsi accelerati di falegnameria come piano B. Poi arriva Vlad Tenev, CEO di Robinhood, sale su un palco TED e decide di rovinare la festa ai catastrofisti parlando di job singularity. Non la singolarità delle macchine che ci dominano, ma quella dei lavori che esplodono. Un’esplosione cambriana, per usare la sua espressione, di nuove professioni, nuovi mestieri, nuove combinazioni uomo macchina che oggi nemmeno abbiamo il vocabolario per descrivere.

Sostituire i junior con l’AI è un’idea stupida e finalmente qualcuno lo dice ad alta voce

“Replacing junior employees with AI is the dumbest idea I’ve ever heard”, firmata Matt Garman, CEO di AWS. Non un luddista, non un sindacalista nostalgico, non un filosofo da salotto. Uno che vive di cloud, modelli, automazione e marginalità. Se persino da Seattle arriva un messaggio del genere, forse è il caso di smettere di giocare con le slide e iniziare a ragionare come aziende adulte.

Il punto non è morale, né emotivo. È strutturale. Il dibattito pubblico sull’AI continua a girare attorno alla velocità con cui le macchine sostituiranno le persone, come se fosse una gara di atletica. Quasi nessuno si chiede cosa si rompe se togli i junior. Eppure è esattamente lì che il sistema inizia a scricchiolare. Non subito, non nel trimestre corrente, ma nel modo più pericoloso possibile: in silenzio.

Il 2026 come anno zero del lavoro cognitivo: perché l’AI smette di promettere e inizia a sostituire

La paura cresce. Non è isteria collettiva, non è luddismo digitale, non è nostalgia per il posto fisso. È una reazione razionale a una traiettoria tecnologica che per la prima volta non si limita ad assistere il lavoro umano ma lo osserva, lo misura, lo replica e infine lo rende opzionale. L’intelligenza artificiale non sta più bussando alla porta del mercato del lavoro. È già seduta alla scrivania, con accesso ai sistemi interni e una curva di apprendimento che non chiede aumenti salariali.

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