Pubblicato nel 1997, The Sovereign Individual di William Rees-Mogg e James Dale Davidson si colloca oggi in una zona ibrida tra saggio geopolitico e mito fondativo della cultura tecnologica contemporanea. Più che un libro, è diventato un dispositivo interpretativo usato da una parte significativa dell’élite della Silicon Valley per leggere il rapporto tra tecnologia, Stato e potere economico. La sua tesi centrale è lineare nella forma, quasi brutale nelle implicazioni: la transizione all’era digitale avrebbe progressivamente ridotto la rilevanza degli Stati nazionali, trasferendo capacità decisionale e mobilità economica verso individui ad alta competenza e capitali altamente mobili.
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Mentre l’industria dell’intelligenza artificiale investe centinaia di miliardi di dollari nello sviluppo di modelli sempre più autonomi, una parte sorprendente delle chiavi interpretative per comprendere questa trasformazione non proviene dai laboratori della Silicon Valley, bensì dalla filosofia francese del secondo Novecento. In particolare, il libro Gilles Deleuze and the Atheist Machine: The Achievement of Philosophy di F. LeRon Shults sta assumendo oggi una rilevanza inattesa, ben oltre i tradizionali confini accademici.
Luciano Floridi Raffaello Cortina, 2026
Esiste una tradizione consolidata, nella storia della filosofia morale, di rispondere alle sfide epocali con la riformulazione di quadri teorici già disponibili. Kant arriva dopo la rivoluzione scientifica newtoniana e fornisce all’autonomia razionale un fondamento trascendentale; Mill risponde all’industrializzazione con una rigorosa aritmetica del benessere collettivo; Rawls si confronta con la crisi delle democrazie liberali del Novecento attraverso la geometria del velo di ignoranza. Il gesto filosofico di Luciano Floridi in Il nodo etico è di natura diversa, e più ambiziosa: non si tratta di applicare categorie esistenti a nuovi contenuti tecnologici, ma di fondare ex novo una disciplina etica, l’etica dell’informazione la cui necessità sorge da una trasformazione non meramente tecnica, bensì ontologica, del mondo in cui viviamo.
L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una rivoluzione tecnologica. Una definizione corretta, ma ormai insufficiente. La vera trasformazione che stiamo vivendo non riguarda soltanto l’arrivo di nuovi strumenti digitali più potenti, bensì la progressiva fusione tra sistemi tecnologici, processi cognitivi e strutture sociali. È proprio questa la prospettiva che attraversa L’età della tecnoscienza, il volume curato da Andrea Lavazza che riunisce studiosi provenienti da discipline diverse per affrontare una domanda sempre più urgente: che cosa accade quando la tecnologia smette di essere un semplice mezzo e diventa l’ambiente dentro cui si formano conoscenza, identità e potere?

Tra le molte pubblicazioni dedicate all’intelligenza artificiale, poche hanno avuto il merito di spostare il dibattito lontano dall’entusiasmo tecnologico e dalle semplificazioni mediatiche. Il ritorno in libreria di Massimo Chiriatti con l’edizione di Incoscienza artificiale. Come fanno le macchine a prevedere per noi arriva in un momento quasi perfetto. L’intelligenza artificiale non è più una promessa, una curiosità accademica o una tecnologia confinata nei laboratori. È diventata infrastruttura cognitiva. Scrive email, produce codice, sintetizza informazioni, genera immagini e, soprattutto, influenza decisioni che un tempo appartenevano esclusivamente agli esseri umani.
Il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale tende a oscillare tra due poli narrativi ormai saturi, da un lato l’entusiasmo quasi performativo delle big tech che promettono efficienza infinita, dall’altro una retorica difensiva che legge ogni avanzamento come preludio di perdita di controllo. In questo scenario si inserisce il lavoro di Il futuro dell’intelligenza artificiale tra fiducia e scetticismo, un testo che prova a ricostruire una terza via analitica senza concessioni né al marketing tecnologico né al fatalismo culturale. L’autrice Marianna Bergamaschi Ganapini costruisce un impianto teorico che non si limita a descrivere la tecnologia, ma la interroga come dispositivo politico, antropologico e istituzionale, riportando il discorso sull’IA dentro una cornice di responsabilità collettiva. Il risultato è un saggio che si colloca con naturalezza nel solco della filosofia applicata alla tecnologia, ma che allo stesso tempo dialoga con le tensioni economiche e normative del presente digitale.
Cosa succede quando due giornalisti Rai, cresciuti nell’etica dell’informazione analogica e della verifica delle fonti, decidono di calarsi nelle viscere della comunicazione digitale? Il risultato, raccontato nel libro “L’Influenza degli Influencer”, somiglia al “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne. Emanuela Ronzitti e Daniele Morgera si muovono come esploratori ottocenteschi in un ecosistema dove i confini tra vero e falso sono evaporati, ponendo una domanda che scuote le fondamenta della nostra cultura: chi comanda davvero in questa nuova realtà? È l’individuo col suo talento, è la qualità del contenuto o siamo davanti alla dittatura di un calcolo matematico invisibile? Il dibattito che ne scaturisce non è solo tecnico, ma un vero e proprio scontro tra l’umanesimo culturale e quello che potremmo definire “nichilismo digitale”.
A Marine Colonel, His Team, and the Dawn of AI Warfare
La guerra accelerata dall’algoritmo: quando uccidere diventa un problema di latenza
Book https://wwnorton.com/books/project-maven
Nel primo giorno dell’assalto all’Iran, secondo quanto riportato, gli Stati Uniti hanno colpito oltre mille obiettivi. Un numero quasi doppio rispetto allo “shock and awe” iracheno del 2003, che all’epoca sembrò il massimo della potenza industriale applicata alla distruzione. Ventitré anni dopo, la vera innovazione non è il missile, né il drone, né il satellite. È il workflow. La Silicon Valley ha finalmente trovato il product-market fit definitivo: ottimizzare la kill chain.
L’intelligenza artificiale come invenzione definitiva: tra mito, potere e ingegneria del futuro di Alessandro Aresu
L’idea che l’intelligenza artificiale rappresenti l’invenzione definitiva dell’umanità non è una provocazione da conferenza TED, ma un’ipotesi operativa che sta già guidando decisioni industriali, geopolitiche e finanziarie con una precisione quasi inquietante. Non si tratta più di chiedersi se le macchine penseranno, ma chi controllerà le macchine che pensano, e soprattutto con quali incentivi economici e culturali. La narrativa apocalittica, tanto amata dai media e da una Silicon Valley che vive di storytelling quanto di codice, funziona perché intercetta una tensione reale: la possibilità che il creatore venga superato dalla sua creazione. Ma questa tensione non nasce oggi, né con ChatGPT o con i modelli generativi. È una linea continua che attraversa il Novecento, da Alan Turing fino ai laboratori contemporanei, passando per l’ossessione quasi metafisica per l’intelligenza come oggetto ingegnerizzabile.
L’epopea della finanza moderna si è spesso mossa lungo un crinale sottile tra ingegno visionario e azzardo morale sfrenato, in un’epoca in cui la globalizzazione appariva una macchina inarrestabile di benessere e innovazione. Prima del 2008, i cosiddetti “Masters of the Universe” avevano convinto il mondo che il rischio fosse ormai addomesticato, parcellizzato attraverso algoritmi complessi che trasformavano debiti fragili in titoli apparentemente solidi; era l’età dell’oro di Wall Street, un periodo in cui l’ottimismo dei mercati non era che un paravento per un’esposizione finanziaria senza precedenti, finalizzata all’accumulo di profitti quasi irreali nella loro enormità. Quella costruzione barocca di derivati e mutui subprime poggiava su fondamenta di sabbia, prestiti insolvibili e speculazione pura, e non era destinata a resistere all’urto della realtà, dimostrando che la sofisticazione matematica non sostituisce la prudenza né la responsabilità etica.
La globalizzazione non è mai stata piatta. Questa è la prima illusione da archiviare. L’immagine rassicurante di un mondo reticolare, diffuso, popolato da migliaia di attori che si bilanciano a vicenda, è stata utile per vendere conferenze, advisory board e qualche trilogia accademica. Ma non ha mai descritto davvero come funzionano finanza, tecnologia e catene del valore. Abraham Newman e Henry Farrell, nel loro libro Underground Empire, hanno smontato questa narrazione pezzo per pezzo, mostrando come l’interdipendenza globale sia in realtà concentrata in pochi nodi critici. Non un mondo piatto, ma una clessidra.
Ieri sera..
Si esce dal cinema con una sensazione strana. Non di aver visto un film storico, ma di aver assistito a un manuale operativo travestito da dramma politico. Il mago del Cremlino – Le origini di Putin non racconta soltanto l’ascesa di Vladimir Putin. Racconta la nascita di un’idea. Che il potere nel XXI secolo non si conquista solo con carri armati o decreti, ma con la gestione chirurgica della percezione collettiva.
Il regista Olivier Assayas prende il romanzo di Giuliano da Empoli e lo trasforma in un esercizio di anatomia del potere. Non è una biografia. È una dissezione. Al centro non c’è il leader, ma lo spin doctor. L’architetto invisibile. L’uomo che capisce prima degli altri che la televisione prima e il digitale poi non sono strumenti di comunicazione, ma leve di governo.
Una famiglia perfetta, un minivan a guida autonoma, un torneo di lacrosse e un incidente che spezza due vite. Basterebbe questo incipit per costruire un solido dramma domestico, ma Bruce Holsinger, medievista di formazione e romanziere capace di attraversare con disinvoltura i nervi scoperti della contemporaneità, in “Colpevolezza” sceglie di fare un passo ulteriore: trasformare una tragedia familiare in una riflessione narrativa sulla responsabilità morale nell’era dell’intelligenza artificiale.
La frase è provocatoria, quasi irritante nella sua apparente semplicità: l’uomo è un algoritmo. Non è solo il titolo del saggio di Paolo Benanti, ma una dichiarazione filosofica che colpisce nel punto più sensibile del dibattito contemporaneo su intelligenza artificiale, etica algoritmica e umanesimo digitale. Nel volume L’uomo è un algoritmo si apre una frattura epistemologica che il mondo tecnologico preferirebbe ignorare: se l’essere umano è riducibile a pattern computazionali, allora l’AI non è un semplice strumento, ma un concorrente ontologico. Ed è qui che la retorica della neutralità tecnologica implode.
Marietje Schaake, nel suo libro The Tech Coup: How to Save Democracy from Silicon Valley, si immerge senza filtri nella realtà più scomoda della politica digitale contemporanea. Chi pensava che la Silicon Valley fosse solo sinonimo di innovazione e start-up brillanti, qui scopre un panorama che ricorda più una cospirazione sistemica che un ecosistema tecnologico. Schaake, forte della sua esperienza pluridecennale come membro del Parlamento Europeo e oggi docente a Stanford, denuncia un fenomeno che definisce un vero e proprio colpo di stato tecnologico: il trasferimento di potere dai governi eletti a pochi colossi privati. Non è un eccesso retorico, ma un’osservazione documentata, con casi concreti e una nitida analisi delle dinamiche di potere digitali.
Guerra polare: l’artico come nuovo teatro del potere globale
La sensazione fisica di una guerra polare non è poi così astratta, se si è attraversata New York nell’ultima settimana con marciapiedi ridotti a corridoi strategici, pedoni e cani come fanteria leggera, fattorini in bicicletta trasformati in droni umani e passeggini spinti con la determinazione di arieti medievali. Il gelo, quando arriva, non è mai neutrale. Riduce lo spazio, aumenta il conflitto, costringe a ridefinire priorità e gerarchie. È una metafora sorprendentemente efficace per ciò che sta accadendo molto più a nord, dove il freddo non è più solo una condizione climatica ma una variabile geopolitica.
La guerra polare, nel senso delineato da Kenneth R. Rosen, collaboratore di Wired e osservatore ossessivo dell’Artico da decenni, non ha carri armati che avanzano sul ghiaccio né bandiere piantate in stile ottocentesco, anche se qualcuno ci ha provato. È una competizione lenta, strutturale, quasi burocratica, combattuta con mappe, satelliti, trattati, rompighiaccio e studi geologici. Una guerra fredda per il freddo, appunto, dove il premio non è un territorio simbolico ma l’accesso a rotte, risorse e posizioni di vantaggio che fino a pochi anni fa erano semplicemente inaccessibili.
Ci sono libri che raccontano una persona e libri che raccontano un’epoca fingendo di raccontare una persona. Quello di Keach Hagey appartiene senza esitazioni alla seconda categoria, ed è qui che diventa interessante. “Sam Altman l’ottimista. OpenAI e l’invenzione del futuro” non è una biografia nel senso classico del termine, ma un manuale non dichiarato su come nasce il potere nella Silicon Valley contemporanea, come si legittima, come si protegge e soprattutto come si traveste da missione morale. Altman è il protagonista, certo, ma è anche un pretesto narrativo per esplorare l’ecosistema che ha reso possibile OpenAI, ChatGPT e l’idea ormai normalizzata che una manciata di imprenditori possa riscrivere il contratto sociale globale partendo da un server.
Nel chiarore fioco di un garage riconvertito nella campagna dell’Hampshire, Peter Hickman era chino sul suo ricevitore a onde corte, un vecchio apparato che aveva visto giorni migliori ma che ancora catturava segnali dall’etere come un segugio sulla traccia. Hickman non era un radioamatore dilettante nel senso dispregiativo del termine: era un ex analista di intelligence elettronica del GCHQ di Cheltenham, che trascorreva la pensione a dare la caccia ai fantasmi della Guerra Fredda. La frequenza 4625 kHz era la sua veglia notturna: il ronzio monotono di UVB-76, ora Nzhti, pulsava come un battito meccanico dal 1976. Era l’enigma russo, un faro del giorno del giudizio legato al Distretto Militare Occidentale, la cui funzione restava avvolta nelle smentite del Cremlino. Le deviazioni dal segnale standard avevano annunciato crisi in passato: l’invasione sovietica dell’Afghanistan, il disastro di Chernobyl, l’annessione della Crimea. Hickman conosceva i pattern a memoria.
L’intelligenza artificiale non è più una promessa, né una minaccia lontana. È un fatto compiuto che stiamo continuando a trattare come un’ipotesi teorica, un argomento da talk show o da convegno sponsorizzato. Il libro di Stefano Machera, “Come l’intelligenza artificiale cambia il mondo” ha il merito raro di partire da una constatazione semplice e scomoda: questa non è una moda tecnologica, è una discontinuità storica. E come tutte le discontinuità storiche, non chiede il permesso, non aspetta la politica e non si adatta ai nostri modelli mentali novecenteschi. Li rompe.
L’intelligenza artificiale cambia il mondo perché replica, automatizza e in molti casi supera funzioni cognitive che fino a ieri consideravamo intrinsecamente umane. Non parliamo di forza fisica, non parliamo di velocità meccanica. Parliamo di giudizio, linguaggio, creatività, diagnosi, previsione. Parliamo del cuore produttivo, simbolico ed economico delle società avanzate. Ed è qui che il testo di Machera è più lucido della media del dibattito pubblico, perché rifiuta sia l’entusiasmo da marketing sia l’apocalittica da fantascienza, e mette sul tavolo il vero nodo: l’impatto sistemico.
Il problema con le navi, pensava Jack Ryan, era che mentivano meglio delle persone. Una nave poteva cambiare nome, bandiera, identità tre volte in una settimana senza arrossire. Un uomo, molto meno. Jack Ryan sedeva al terzo piano dell’ala est della CIA, a Langley, dove le finestre non si aprivano e il mare si vedeva solo attraverso schermi satellitari e feed di intelligence. Era un analista navale, uno di quei ruoli dimenticati che non finivano mai nei briefing presidenziali o nei film hollywoodiani.
L’intelligenza artificiale non è più una promessa lontana: sta già trasformando il modo in cui lavoriamo, studiamo, comunichiamo e prendiamo decisioni. Ma orientarsi tra hype, annunci sensazionalistici e reali progressi tecnologici non è semplice. Per iniziare il 2026 con gli strumenti giusti, la redazione di Rivista.AI ha selezionato 10 libri sull’intelligenza artificiale da non perdere. Una scelta pensata per chi vuole capire davvero cosa sta succedendo nel settore senza rinunciare a una visione critica e aggiornata.
Nei sotterranei umidi del Pentagono, dove l’aria sapeva di caffè stantio e di cablaggi surriscaldati, un fascicolo atterrò sulla scrivania di Peter Guillam – un nome che evocava echi di vecchie operazioni britanniche, ma che qui, in questo labirinto americano, identificava solo un analista senior della CIA con troppi anni alle spalle e u certo numero di rimpianti nel cassetto. Guillam non era un eroe da film. Era un uomo grigio, con occhiali appannati e una cravatta che pendeva come una resa, eppure specializzato in quelle minacce ibride che non facevano rumore ma erodevano le fondamenta della nazione. Quel giorno, il dossier proveniva da un canale inaspettato: una segnalazione dal Chief Security Officer della principale azienda di e-commerce del Paese, un ex militare con occhi che avevano visto troppi campi di battaglia digitali.
Nei corridoi scarsamente illuminati di Langley, dove l’aria ronzava del debole brusio di server criptati, un dossier atterrò sulla scrivania del capo direzione operazioni. Chiamiamolo Smiley, per amore dei vecchi tempi. Era il tipo di fascicolo che sussurrava segreti attraverso l’Atlantico. Due alleati NATO, le cui identità erano celate nell’anonimato come fantasmi nella nebbia, avevano assemblato un puzzle: Mosca, da sempre il maestro di scacchi nell’infinito gioco di ombre che si svolge dietro le quinte della diplomazia ufficiale, stava forgiando un’arma non di fuoco e acciaio, ma di subdola sottigliezza. Un sistema a “effetto zona” progettato per colpire al cuore l’impero celeste di Elon Musk: Starlink.