La globalizzazione non è mai stata piatta. Questa è la prima illusione da archiviare. L’immagine rassicurante di un mondo reticolare, diffuso, popolato da migliaia di attori che si bilanciano a vicenda, è stata utile per vendere conferenze, advisory board e qualche trilogia accademica. Ma non ha mai descritto davvero come funzionano finanza, tecnologia e catene del valore. Abraham Newman e Henry Farrell, nel loro libro Underground Empire, hanno smontato questa narrazione pezzo per pezzo, mostrando come l’interdipendenza globale sia in realtà concentrata in pochi nodi critici. Non un mondo piatto, ma una clessidra.
Prendiamo l’iPhone. Il cuore dei chip più avanzati è prodotto da TSMC o da Samsung Electronics. Il sistema operativo è controllato da Apple o Google. Non esattamente una folla indistinta di produttori intercambiabili. Se allarghiamo lo sguardo ai pagamenti internazionali, il messaggio Swift, formalmente gestito dalla cooperativa belga SWIFT, è diventato l’infrastruttura nervosa della finanza globale. Un’infrastruttura che, come si è visto con l’Iran e poi con la Russia, può trasformarsi da canale neutrale a leva geopolitica.
Il concetto di weaponised interdependence nasce proprio qui. Stati che scoprono, quasi per tentativi, che quei nodi centrali possono essere monitorati, manipolati, chiusi. Dopo l’11 settembre 2001, Washington capisce che i terroristi hanno usato le stesse reti della globalizzazione per coordinarsi e finanziarsi. La risposta non è solo militare. È infrastrutturale. Accesso ai dati Swift per tracciare flussi sospetti. Poi l’esclusione delle banche iraniane dal sistema nel pieno del dibattito sulla proliferazione nucleare. Il mercato diventa strumento di sicurezza nazionale.
Questa evoluzione non è partita con Donald Trump. Ma con Trump ha cambiato natura. Durante la prima amministrazione, l’uso dei controlli all’export contro Huawei o le restrizioni sui semiconduttori verso la Cina si inserivano in una logica di competizione strategica tra grandi potenze. Con l’amministrazione Biden la linea sulla tecnologia dual use, soprattutto sull’intelligenza artificiale e sui chip avanzati di Nvidia, è stata in larga parte confermata, con controlli sempre più sofisticati sull’export di GPU di fascia alta.
Il secondo ciclo trumpiano, invece, secondo Newman segna una torsione più personale e meno sistemica. Minacce di sanzioni alla Colombia per questioni migratorie, pressioni contro la International Criminal Court, attacchi verbali a corti straniere per divergenze sulla regolazione dei contenuti digitali. L’arma economica si sposta da obiettivi multilaterali riconosciuti, come il contrasto alla proliferazione o la difesa della sovranità ucraina, a finalità più parrocchiali. È un cambiamento di legittimità prima ancora che di intensità.
Il punto, però, non è solo politico. È strutturale. Le reti globali non sono commodity. Sono network effects. Il dollaro non è semplicemente una valuta, è un ecosistema di clearing, regolamento, compliance, camere di compensazione, banche corrispondenti. Sostituire il sistema in dollari significa convincere simultaneamente migliaia di attori a migrare. È il classico problema di Facebook: nessuno entra se dentro ci sono solo due amici.
La Cina lo ha capito. Ha provato a costruire alternative. Il CIPS, Cross Border Interbank Payment System, doveva essere una risposta domestica a Swift. Funziona per transazioni legate alla Cina, ma non è diventato un hub globale. Non gestisce flussi tra terze parti in modo sistemico. È un circuito parallelo, non un sostituto. Anche l’esperimento di Ant Financial, poi ridenominata Ant Group, poteva diventare una piattaforma finanziaria globale alternativa a Visa e PayPal. L’IPO bloccata nel 2020 dal governo cinese, per timori di instabilità finanziaria e concentrazione di potere, ha dimostrato che costruire un’alternativa al dominio statunitense comporta costi politici interni non banali.
Il caso delle terre rare è diverso. Qui la Cina ha avuto più successo. Non tanto per la rarità geologica, quanto per il controllo sulla raffinazione e sulle tecnologie di processamento. Quando Pechino ha limitato le esportazioni verso il Giappone nel 2010, Tokyo ha reagito con stockpiling, diversificazione e investimenti alternativi. Le terre rare sono sostituibili nel medio periodo, se si accetta un costo ambientale e finanziario più alto. Il dollaro, al momento, no.
Questo introduce un concetto scomodo per chi ama le formule semplici: non tutte le leve di coercizione si logorano allo stesso modo. Alcune, come le restrizioni su commodity fisiche, stimolano rapidamente sostituzione e resilienza. Altre, come i network finanziari ad alta interconnessione, sono più resistenti nel tempo. Ma l’abuso può comunque generare incentivi a lungo termine per creare alternative, anche inefficienti.

Nicholas Mulder, nel suo libro The Economic Weapon: The Rise of Sanctions as a Tool of Modern War, ricorda come le sanzioni contro il Giappone prima della Seconda guerra mondiale abbiano contribuito a una percezione di accerchiamento che accelerò la militarizzazione. La coercizione economica non resta confinata all’economia. Può diventare politica. Può diventare cinetica.
Oggi vediamo una normalizzazione dell’uso di sanzioni, controlli all’export, restrizioni su investimenti e tecnologie critiche. L’Unione Europea ha congelato centinaia di miliardi di euro di riserve della banca centrale russa, una misura ben più incisiva dell’esclusione parziale da Swift. L’Olanda, con ASML, controlla macchine litografiche essenziali per i chip avanzati e ha limitato l’export verso la Cina sotto pressione statunitense. L’Europa dispone di choke point rilevanti ma soffre, come nota Newman, di un deficit di autostima strategica.
Il rischio è la frammentazione. Supply chain tra partner fidati. Ridondanze costose. Miniere di terre rare riaperte in Australia o negli Stati Uniti. Produzione di semiconduttori rilocalizzata con sussidi pubblici massicci. Il CHIPS Act americano e analoghe iniziative europee vanno letti in questa chiave. Efficienza sacrificata per resilienza.
Non tutto deve essere securitizzato. Scarpe, detersivi, abbigliamento non sono tecnologie dual use. Ma la percezione di vulnerabilità può allargarsi oltre il ragionevole. Se ogni interazione commerciale è vista come potenziale minaccia, la globalizzazione si inceppa. Sabbia negli ingranaggi. Crescita più lenta. Consumatori più poveri.
La competizione tra Stati Uniti e Cina sull’intelligenza artificiale è emblematica. Durante le amministrazioni Trump e Biden, il consenso bipartisan sulla natura dual use dell’AI ha giustificato restrizioni severe sui chip avanzati. Più recentemente, alcune aperture sulle esportazioni di Nvidia verso mercati selezionati hanno creato ambiguità sugli obiettivi. Diffondere tecnologia per creare dipendenza o limitarla per contenere un rivale? La strategia non è cristallina.
Per le imprese globali, il messaggio è brutale nella sua semplicità. Accettare che l’era dell’iper globalizzazione lineare è finita. La weaponised interdependence non è un’anomalia temporanea. È una caratteristica strutturale del sistema. Significa integrare l’analisi geopolitica nel consiglio di amministrazione. Mappare vulnerabilità su pagamenti, proprietà intellettuale, fornitori critici. Costruire opzioni, non solo ottimizzare costi.
Le medie potenze non sono condannate all’irrilevanza. Coordinamento tra Giappone, Australia, Corea del Sud e membri del G7 per rispondere collettivamente a coercizioni economiche è un esempio di deterrenza condivisa. Non solo minaccia di ritorsione, ma capacità di reindirizzare flussi commerciali per neutralizzare la pressione. Se l’attore coercitivo non ottiene benefici tangibili, l’incentivo all’uso dell’arma diminuisce.
Siamo in una fase di transizione sistemica. Come con le armi nucleari negli anni Quaranta e Cinquanta, il problema non è riportare il genio nella bottiglia. È definire regole, linguaggio e soglie di legittimità. Senza un quadro condiviso, ogni uso dell’interdipendenza come arma rischia di essere interpretato come abuso.
Gli Stati Uniti restano strutturalmente forti. Leadership in AI, mercati finanziari profondi, dollaro dominante. La vulnerabilità maggiore non è esterna ma interna. Istituzioni tecniche e competenze necessarie per maneggiare strumenti complessi possono essere erose da polarizzazione e personalizzazione del potere. La stessa dinamica vale per la Cina, dove il controllo politico può limitare la flessibilità di piattaforme potenzialmente globali.
La domanda finale non è se l’interdipendenza sia armata. Lo è già. La questione è se verrà usata come bisturi o come clava. Nel primo caso, il sistema globale si adatterà con qualche cicatrice. Nel secondo, la frammentazione diventerà la nuova normalità. E in quel mondo, l’efficienza che abbiamo dato per scontata negli ultimi trent’anni sarà ricordata come un lusso storico, non come una costante economica.