È un dato.
Cosa dicono davvero le ricerche su Generative Engine Optimization e retrieval poisoning, quali casi sono già stati documentati – e perché l’ipotesi di un avvelenamento semantico della reputazione personale merita attenzione, senza per questo indicarla ancora come certezza.
«Specchio, specchio delle mie brame…» Ci hanno raccontato per generazioni che il vero potere, nella fiaba di Biancaneve, risiedesse in quella frase, in quell’oggetto che rispondeva. Ci hanno insegnato a temere lo specchio. Ma questo oggetto, lo specchio, non decideva nulla nella fiaba: si limitava a restituire ciò che gli veniva chiesto di restituire. Il potere autentico stava altrove, in un oggetto molto più dimesso e molto più efficace: una mela. Bella, desiderabile, apparentemente innocua, con il veleno nascosto non nella scorza ma nella promessa che portava con sé. Oggi quella mela non è più un frutto. È un dato. E se un veleno esiste ancora, non è una sostanza chimica: è una relazione semantica, un legame tra parole che nessuno dichiara mai apertamente e che, ripetuto un numero sufficiente di volte, comincia a somigliare pericolosamente ad un fatto. Scrivo di intelligenza artificiale da tempo sufficiente per aver imparato a diffidare delle storie troppo perfette. Quella che sto per raccontare rischia di esserlo. Per questo la tratterò con l’attenzione che merita, separando con cura quel poco che la ricerca ha già dimostrato da quel molto che, per adesso, resta soltanto un’ipotesi. Fondata, credo. Ma pur sempre un’ipotesi.
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