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Intelligenza Artificiale, Politica, Democrazia, Normativa, Regolamenti

The World Is No Longer Governable

Cristina Di Silvio

Antonio Dina

Davos is not a physical place. It is a high density simulation. A clearing room where power, capital, technology, and narrative collide to figure out who is still writing the code of the world. Every year, someone shows up convinced they are the protagonist.

This year, Donald Trump arrived convinced he was still the architect. The system responded immediately, with its usual cold irony: a plane that does not depart, a trip interrupted, a glitch. Not an accident, but a signal. Because when a leader enters an ecosystem they no longer control, the first friction is almost always symbolic.

Iran, Trump e la nuova partita nucleare: tra minacce, negoziati e geopolitica dei minerali critici

La geopolitica globale non ha mai avuto bisogno di tanto teatro quanto ora. Mentre l’Iran annuncia l’apertura dei negoziati nucleari con gli Stati Uniti, Donald Trump ribadisce minacce velate di “cose brutte” se non si raggiunge un accordo, evocando immagini di portaerei nel Golfo Persico e scenari bellici da film catastrofico. Masoud Pezeshkian, il presidente iraniano, ha ordinato l’avvio dei colloqui dopo un inverno di proteste sanguinose, repressioni interne e tensioni con Washington che rischiavano di trasformarsi in guerra aperta. L’incontro previsto in Turchia, mediato da Qatar, Oman ed Egitto, promette di essere un concentrato di diplomazia muscolare e cortesia mediorientale.

Draghi a Lovanio: l’Europa tra nostalgia e potere, ovvero perché il mercato non basta più

L’aula dell’Università di Lovanio, mentre Mario Draghi riceve la laurea honoris causa, non ascolta un discorso celebrativo ma una diagnosi piuttosto lucida, a tratti spietata, sullo stato dell’Europa. Il messaggio, semplificando senza tradirne il senso, suona più o meno così: il mondo è cambiato, le regole anche e l’Unione Europea rischia seriamente di restare con un manuale di istruzioni di un prodotto ormai fuori catalogo.

Trump piazza Kevin Warsh alla FED e trasforma la politica monetaria in un campo di battaglia elettorale

Donald Trump ha nominato Kevin Warsh come candidato per guidare la Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, sostituendo Jerome Powell quando il suo mandato terminerà a maggio 2026. L’annuncio formale è arrivato venerdì e rappresenta l’epilogo di settimane di speculazioni, conflitti istituzionali e tensioni aperte tra la Casa Bianca e l’istituzione che regola la politica monetaria più influente al mondo.

Warsh, 55 anni, è un ex governatore della Federal Reserve (dal 2006 al 2011) e figura nota nei circoli finanziari per la sua esperienza durante la crisi finanziaria del 2008, oltre che per i suoi legami con Wall Street e importanti istituzioni accademiche come la Stanford Graduate School of Business e il prestigioso Hoover Institution.

Accordo di libero scambio UE India: l’Europa scopre l’India mentre Washington minaccia e Pechino presenta il conto

Dopo quasi vent’anni di negoziati intermittenti, promesse rinviate e bozze finite nei cassetti di Bruxelles e New Delhi, l’Unione Europea e l’India hanno finalmente chiuso un accordo di libero scambio che non è solo commerciale, ma profondamente politico. Ursula von der Leyen lo ha definito senza mezzi termini “la madre di tutti gli accordi commerciali”, una formula enfatica che a Bruxelles usano quando vogliono far capire che la posta in gioco va oltre i dazi. E questa volta è vero.

Trump tenta il ritiro tattico a Minneapolis mentre la pressione politica cresce

La scena a Minneapolis sembra uscita da un manuale di crisi politica ibrida: agenti federali pesantemente armati per le strade, due cittadini americani morti per colpi sparati da forze dell’ordine e un presidente sotto assedio che improvvisamente decide di “cambiare tattica”. Il nuovo inviato speciale per l’immigrazione, Tom Homan, uomo di fiducia di Donald Trump e noto per il suo ruolo nei crackdowns nelle città democratiche, ha incontrato il sindaco Jacob Frey e il governatore Tim Walz in un gesto di distensione che, sulla carta, mira a evitare una escalation politica e mediatica che minaccia l’intera agenda sull’immigrazione del GOP.

L’America e la transizione silenziosa verso l’autoritarismo costituzionale: la verità oltre le narrazioni improvvisate

L’idea stessa di autoritarismo costituzionale risuona come un ossimoro sofisticato, stranamente affascinante per chi ama etichette nette, ma pericolosamente impreciso se applicato al caso statunitense nel 2026. Il concetto principale da dominare è erosione democratica, non collasso democratico. Questa distinzione semantica è cruciale per capire non solo quanto stia cambiando il governo americano sotto Donald Trump, ma anche perché molti osservatori internazionali, pur intelligenti, continuano a confondere percezione emotiva e geografia dei fatti. Se cerchi erosione democratica negli Stati Uniti come keyword principale per Google Search Generative Experience (SGE), è qui che bisogna radicare l’analisi. Le keyword semantiche correlate che alimentano la conversazione sono centralizzazione del potere esecutivo, securitizzazione della politica interna, e reinterpretazione costituzionale, tutte integrate nella narrativa sottostante con l’aggressività di un’analisi da CTO esperto del sistema politico.

Il nodo politico e etico dei sistemi d’arma autonomi alle Nazioni Unite

Il dibattito internazionale sulla regolamentazione dei sistemi d’arma autonomi letali (LAWS) è molto più complesso e dinamico di una semplice dicotomia tra “vietare o non vietare”. Da anni gli Stati discutono, negoziano, si scontrano e si riavvicinano su un terreno di confini tecnologici, giuridici e morali che nessuna diplomazia fino a oggi è riuscita a mappare con chiarezza. Quel che emerge con forza è che la comunità internazionale non è realmente «bloccata» in senso statico, ma è piuttosto immersa in un processo multilaterale che sta ridefinendo l’idea stessa di guerra e legalità in presenza di intelligenza artificiale. La questione non è solo se vietare, ma come conciliare progressi tecnologici incontrollati con un ordine giuridico umanitario che resta fragile di fronte alla velocità dell’innovazione.

X, Grok e il punto di rottura europeo sull’AI generativa

L’indagine formale avviata dalla Commissione Europea contro X per l’integrazione del chatbot Grok segna esattamente quel momento. Non è una schermaglia regolatoria né l’ennesimo capitolo della saga Musk contro Bruxelles. È un caso di scuola su come l’intelligenza artificiale generativa, quando viene spinta in produzione senza adeguati freni, possa trasformarsi da prodotto virale a rischio sistemico.

Nato, Trump e la deriva della difesa transatlantica

Lord Ismay, il primo capo della Nato, riassunse la funzione dell’alleanza occidentale con una frase diventata leggendaria: “Tenere i russi fuori, gli americani dentro e i tedeschi giù”. Mark Rutte, attuale segretario generale, pare seguire ancora quella ricetta, come se il XX secolo non fosse finito e l’ordine mondiale non fosse profondamente cambiato. Oggi i russi sono in, gli americani a tratti out, e i tedeschi si riarmano con una discreta determinazione. Nato, quindi, esiste ancora o è solo un rituale retorico?

Europa tra dipendenza e ricatto: come Trump ha insegnato a Bruxelles a non contare nulla

L’episodio della Groenlandia non è un incidente geografico, ma una lezione di potere politico che l’europa ha ignorato per decenni. Trump ha definito l’isola “imperativa” per la sicurezza nazionale statunitense e, senza mezzi termini, ha chiarito che l’europa “ha bisogno degli Stati Uniti per averla”. La formula è cinica, efficace e terribilmente chiara: chi detiene il controllo territoriale e commerciale ha la leva, chi non la esercita resta subalterno.

Negli ultimi anni, la strategia americana ha seguito una sequenza coerente: prima le umiliazioni pubbliche al munich security conference, poi la richiesta che i paesi della nato portassero la spesa militare al 5 per cento del pil, quindi minacce tariffarie ripetute e controlli tecnologici verso la cina. L’europa ha reagito come sempre: accondiscendenza, esitazione e retorica. Le risposte di Bruxelles non hanno mai prodotto costi concreti a washington, alimentando un circolo vizioso di coercizione. L’arthashastra parlava chiaro: il nemico del mio nemico è un amico. L’europa ha scelto di non avere amici alternativi.

Greg Bovino e la normalizzazione della violenza nelle operazioni di immigrazione

Guardando le immagini di Gregory Bovino in azione, casco in testa e lanciando lacrimogeni contro manifestanti, diventa evidente quanto la spettacolarizzazione della forza sia centrale nella politica migratoria americana sotto l’amministrazione Trump. Bovino non è solo un funzionario: è un simbolo, il volto visibile di una strategia che trasforma la retorica aggressiva in pratica quotidiana, dalla “turn and burn” alle incursioni nei quartieri urbani. L’episodio più recente a Minneapolis, dove un infermiere di terapia intensiva è stato ucciso dagli agenti federali, ha mostrato al pubblico la micidiale combinazione di impunità e teatralità che caratterizza questo approccio. La narrazione ufficiale ha subito dipinto Pretti come una minaccia armata, ma i filmati suggeriscono che non abbia mai impugnato la pistola, mentre gli agenti sparavano dopo averlo atterrato. Bovino ha difeso la sua squadra sostenendo che fossero loro le vittime, trasformando l’omicidio in una giustificazione operativa e creando una narrativa di pericolo permanente per gli agenti.

Singapore, 1 miliardo di dollari per diventare hub dell’AI

Se nel mondo dell’intelligenza artificiale tutti stanno correndo per costruire il modello più grande, il data center più affamato di energia e il chatbot più loquace, Singapore ha deciso di fare una cosa molto più sottile: non vuole solo partecipare alla corsa, vuole ridisegnare il circuito. E possibilmente anche scriverne il regolamento. La ministra per lo Sviluppo Digitale e l’Informazione, Josephine Teo, ha annunciato uno stanziamento che supera il miliardo di dollari per il periodo 2025–2030 con un obiettivo che, detto in modo semplice, suona così: trasformare la città-stato nel posto dove l’AI non solo si costruisce, ma si governa, si educa, si rende affidabile e, dettaglio non trascurabile, si fa funzionare davvero nel mondo reale. Non è un piano per fare rumore, è un piano per fare sistema. Ed è proprio questo che, nel 2026, dovrebbe far drizzare le antenne a più di una capitale.

Abu Dhabi, Donbas e la diplomazia del limite: perché i primi veri colloqui USA Russia Ucraina non promettono pace ma rivelano il nuovo ordine globale

Abu Dhabi non è un luogo neutro. È un luogo scelto. Nel deserto iperclimatizzato degli Emirati Arabi Uniti, lontano dalle capitali emotivamente coinvolte e dalle platee morali europee, Stati Uniti, Russia e Ucraina si sono seduti allo stesso tavolo per la prima vera trattativa trilaterale dall’inizio della guerra. Non un dettaglio protocollare, ma un segnale geopolitico. Quando la diplomazia torna a contare, lo fa sempre in territori che non chiedono di scegliere da che parte stare.

Chip, dazi e geopolitica: perché l’accordo Usa-Taiwan è molto più di un’intesa commerciale e perché a Pechino non piace

A prima vista potrebbe sembrare solo l’ennesimo accordo sui dazi, una di quelle storie che fanno sbadigliare i mercati finché non si guardano le cifre in gioco. Ma l’intesa firmata qualche giorno fa tra Stati Uniti e Taiwan è tutto fuorché ordinaria. Qui non si parla solo di tariffe che scendono dal 20 al 15 per cento o di qualche esenzione per farmaci e componenti aeronautici. Si sta ridisegnando un pezzo della mappa globale dei semiconduttori e quando si toccano i chip, si tocca il nervo scoperto della geopolitica del XXI secolo.

Zelensky a Davos e la crisi di volontà dell’Europa

Davos ama raccontarsi come il luogo dove il mondo si guarda allo specchio e decide cosa diventare. Quest’anno, davanti a quel solito specchio appannato da prosecco e dichiarazioni solenni, Volodymyr Zelensky ha fatto una cosa scomoda ma necessaria: ha detto all’Europa che non sa più chi è. Non con il linguaggio ovattato della diplomazia multilaterale, ma con la frustrazione di chi combatte una guerra reale mentre gli alleati discutono di procedure, equilibri interni e sensibilità politiche. Il risultato è stato un discorso che ha incrinato l’immagine di unità europea, mettendo a nudo una crisi che va ben oltre la guerra in Ucraina.

La pace come esercizio di cartografia politica nell’era dell’intelligenza artificiale

La pace, quando arriva, non lo fa mai in silenzio. Arriva di notte, dopo riunioni che finiscono alle tre del mattino, con comunicati calibrati al millimetro e fotografie ufficiali che sembrano più prove documentali che ricordi storici. L’incontro notturno al Cremlino tra Vladimir Putin e gli emissari di Donald Trump, descritto come franco, costruttivo e perfino fruttuoso, è uno di quegli eventi che pretendono di essere interpretati non per quello che dicono, ma per quello che ostinatamente evitano di dire. La keyword è territorio, parola antica, quasi pre digitale, che torna a dominare il lessico della geopolitica globale proprio mentre tutti fingono di parlare d’altro.

Le gigafactory dell’intelligenza (e dei quanti): perché l’Europa ha deciso di costruire il suo futuro a colpi di supercalcolo

Per anni l’Europa ha parlato di sovranità tecnologica con la stessa convinzione con cui si parla di dieta a gennaio: molta buona volontà, pochi fatti concreti. Ora, però, qualcosa si muove davvero. Il Consiglio dell’Unione Europea ha appena aperto la strada alla creazione delle cosiddette gigafactory per l’intelligenza artificiale, infrastrutture di calcolo pensate per addestrare i modelli di nuova generazione e, soprattutto, per ridare all’industria europea un po’ di peso specifico nella partita globale dell’AI. E come se non bastasse, dentro questo nuovo disegno c’è anche un pilastro dedicato alle tecnologie quantistiche, cioè a quella che potrebbe essere la prossima rivoluzione dopo l’AI.

Trump a Davos tra Groenlandia, Canada e follia transatlantica

Davos non è mai stato un luogo per chi cerca moderazione. L’arrivo di Trump ha trasformato le montagne svizzere in un’arena di rivendicazioni unilaterali, tweet anticipati e nostalgie imperiali. In un discorso di 72 minuti, il presidente americano ha rivendicato il diritto degli Stati Uniti su Groenlandia, preso di mira il Canada e deriso alleati europei, il tutto mentre prometteva di non usare la forza. La narrazione era chiara: l’America deve dominare, proteggere e sviluppare territori che altri – Danimarca, Canada, Francia – non sanno gestire.

Da Roma a Tokyo passando dallo spazio: Meloni e Takaichi disegnano l’asse tecnologico del futuro

Se qualcuno pensa ancora che la geopolitica sia fatta solo di foto di rito (che pure non sono mancate) e comunicati pieni di buone intenzioni, il vertice di Tokyo tra Giorgia Meloni e la prima ministra giapponese Sanae Takaichi offre un utile aggiornamento. Qui il lessico è quello del futuro prossimo e nemmeno troppo astratto: intelligenza artificiale, semiconduttori, spazio, alta tecnologia. In altre parole, tutto ciò che oggi decide non solo la competitività economica, ma anche il peso strategico di un Paese nel mondo.

L’Algeria guarda a Est: perché il satellite lanciato con la Cina è molto più di una scelta tecnologica

In geopolitica vale una regola semplice: quando uno Stato sceglie da dove lanciare un satellite, sta dicendo molto più di quanto sembri. E quando l’Algeria decide di mettere in orbita il suo nuovo satellite militare Alsat-3A partendo da una base nel deserto cinese di Jiuquan, il messaggio diventa piuttosto chiaro anche senza bisogno di decodifica satellitare. Da questo punto di vista, il lancio del 15 gennaio scorso non è stato solo un successo tecnico. È stato soprattutto un segnale politico. Un segnale rivolto a Parigi, a Bruxelles, a Washington e, soprattutto, al resto dell’Africa e del Mediterraneo.

USA e la corsa di mezzo termine 2026 dell’intelligenza artificiale

Once upon a time, in cui le elezioni di medio termine decidevano il destino delle tasse, della sanità o di qualche guerra lontana. Quel tempo è finito. Oggi le midterm americane sono diventate un referendum implicito sull’intelligenza artificiale, una tecnologia che non chiede più il permesso e non aspetta il consenso. L’AI non è più una promessa da slide deck o un white paper da conferenza a Davos. È potere puro, capitale concentrato e attenzione pubblica continua. In politica, questa combinazione non è solo esplosiva. È radioattiva.

Ogni distretto elettorale citato sembra una scacchiera dove i pezzi non sono più candidati, ma data center, PAC multimilionari, narrative sulla sicurezza e paure molto concrete di blackout, consumo idrico e immagini nude generate da un algoritmo con il senso etico di un tostapane.

Turchia, Pakistan e Arabia Saudita verso un patto di difesa trilaterale nel caos mediorientale

Il Medio Oriente sembra sull’orlo di un déjà vu bellico, con tensioni tra Stati Uniti e Iran che minacciano di trasformarsi in un nuovo teatro di instabilità. In questo contesto, Turchia e Pakistan hanno sollevato il sipario su un’intesa trilaterale di difesa con l’Arabia Saudita, un’operazione diplomatica che profuma di realpolitik e di un’insofferenza crescente verso Washington.

Già da giovedì scorso, Raza Hayat Harraj, ministro pakistano per la produzione della difesa, ha confermato a Reuters che il progetto è “già in cantiere”, precisando che non si tratta di un’estensione dell’accordo di mutua difesa già firmato tra Islamabad e Riyadh. Tradotto: niente garanzie automatiche di intervento militare in caso di conflitto, ma una piattaforma collaborativa per costruire capacità comuni, allenare le forze e condividere strategie, quanto basta per rafforzare la deterrenza regionale.

Groenlandia torna a segnare la mappa geopolitica globale. L’Europa schiera truppe simboliche a Nuuk per dire no alle pretese Usa

Non è solo esercitazione, è deterrenza politica pura. L’Artico non è bottino negoziabile e la sovranità conta

Un passo simbolico può dire più di mille dichiarazioni pubbliche, soprattutto quando a parlare sono truppe e navi schierate nel freddo estremo dell’Artico. I recenti movimenti militari coordinati dei Paesi europei a Nuuk non rappresentano una semplice esercitazione: rivelano una tensione latente all’interno della NATO e un’Europa intenzionata a sfidare apertamente le pretese statunitensi su territori strategici. Francia, Germania, Svezia, Norvegia, Paesi Bassi e Regno Unito hanno inviato contingenti limitati ma altamente simbolici per partecipare a Operation Arctic Endurance, guidata dalla Danimarca. Il numero esatto di truppe importa poco: il messaggio politico è chiarissimo, e Macron non si è fatto scrupoli a ribadirlo, sottolineando la responsabilità europea su Groenlandia come territorio legato all’UE e come alleato NATO.

Greenland, Nato e Trump: quando la sicurezza nazionale diventa una trattativa immobiliare

SCMP

Donald Trump non negozia. Compra. O almeno ci prova. La differenza è sottile solo per chi non ha mai guardato una mappa dell’Artico con gli occhi di un immobiliarista geopolitico. Greenland è tornata al centro del mondo non per i suoi ghiacci o per la cultura inuit, ma perché nella testa del presidente americano rappresenta un asset strategico che non può restare in affitto. O è nostro, o è un problema. Questo è il messaggio. Netto. Brutale. In perfetto stile Trump.

Greenland sicurezza nazionale. Il resto è rumore. Nato, Cina, Russia, missili, rotte commerciali, minerali critici. Tutto ruota intorno a questo concetto martellante, ripetuto come un mantra su Truth Social. Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia. Non di una partnership. Non di una cooperazione rafforzata. Di possederla. E se non lo fanno loro, lo faranno altri. Fine del ragionamento. Semplificazione estrema, degna di una slide da board meeting fatta male, ma tremendamente efficace sul piano comunicativo.

Dalla forza del diritto al diritto della forza. Come cambiano i rapporti tra gli Stati nel XXI secolo

Negli ultimi decenni abbiamo raccontato a noi stessi una storia rassicurante: quella di un ordine internazionale fondato sulla forza del diritto, sulle regole condivise, sul multilateralismo come argine razionale al ritorno dei fantasmi del Novecento. Una storia imperfetta, certo, ma sufficientemente credibile da reggere guerre periferiche, crisi finanziarie, allargamenti geopolitici e persino l’illusione, durata poco, di una “fine della storia” [1]. Oggi quella narrazione scricchiola vistosamente. Non siamo ancora precipitati nel caos globale, ma il mondo del XXI secolo assomiglia sempre meno a una comunità regolata e sempre più a un sistema di rapporti di forza, dove il diritto sopravvive solo se compatibile con la potenza. In breve: dalla forza del diritto stiamo scivolando verso il diritto della forza.

Dal Mato Grosso all’orbita bassa: il Brasile accende internet cinese e sfida l’equilibrio geopolitico dei satelliti

Quando si parla di internet satellitare di solito l’immaginario corre a razzi riutilizzabili, imprenditori visionari e tweet notturni. Il Brasile invece ha scelto una traiettoria diversa, più silenziosa ma non meno carica di significati geopolitici. Dal 2026 la connessione satellitare nelle aree più remote del Paese arriverà grazie a una società cinese, SpaceSail, in partnership con la compagnia statale Telebras. Una decisione che tecnicamente punta a ridurre il digital divide, politicamente apre un nuovo capitolo nei rapporti tra America Latina, Cina e Stati Uniti e strategicamente manda un messaggio piuttosto chiaro anche a Washington.

L’Europa mette il bollino sull’AI: quando anche i deepfake devono dichiararsi

C’era una volta il tempo in cui il problema delle notizie false si risolveva con un buon controllo delle fonti e un pizzico di sano scetticismo. Oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale generativa, non basta più. Un volto può parlare senza aver mai mosso le labbra, una voce può dire cose mai pronunciate e un testo può sembrare autorevole senza che dietro ci sia una mente umana. Così l’Unione europea ha deciso di fare una cosa molto europea, cioè provare a mettere ordine. Questa volta con un’etichetta.

Ordine esecutivo sull’intelligenza artificiale di Trump. centralizzazione del potere, Silicon Valley e il rischio costituzionale

C’è un’immagine che vale più di mille slide di policy. Donald Trump che firma un ordine esecutivo sull’intelligenza artificiale, mentre David Sacks, zar dell’AI e delle criptovalute della Casa Bianca, osserva da vicino come un venture capitalist davanti a un term sheet particolarmente favorevole. Non è una scena neutra, né solo simbolica. È la fotografia di una strategia di potere che usa l’AI come leva geopolitica, industriale e costituzionale. La keyword qui è una sola, inevitabile e già tossica: ordine esecutivo intelligenza artificiale Trump. Tutto il resto ruota attorno a questo asse.

Influenza politica dell’ intelligenza artificiale

La politica scopre di avere un nuovo interlocutore che non vota, non paga le tasse e non dorme, ma che potrebbe spostare più preferenze di un dibattito televisivo in prima serata. Questo interlocutore è l’intelligenza artificiale generativa. Chi pensava che i chatbot fossero giocattoli digitali buoni solo per scrivere poesie storte deve ricredersi, perché gli studi pubblicati su Nature e Science hanno messo in luce un potenziale di persuasione che farebbe impallidire qualunque spin doctor. Si parla di spostamenti fino al quindici per cento nelle intenzioni di voto, un dato che in qualsiasi campagna elettorale rappresenta la differenza tra un trionfo e una disfatta. La parola chiave che domina questa discussione è influenza politica dell intelligenza artificiale, accompagnata da due concetti che si rincorrono come ombre: persuasione elettorale AI e bias dei modelli linguistici.

Pechino e il conto da pagare: perché il surplus cinese è diventato il vero nodo del futuro europeo

Il viaggio di Emmanuel Macron in Cina, conclusosi venerdì scorso tra sorrisi diplomatici e promesse rinviate, ha avuto il merito di funzionare come un’inesorabile risveglio per l’Europa. Non che dalle parti di Bruxelles mancassero gli avvertimenti, ma sentir pronunciare da un presidente francese un ultimatum così esplicito a Xi Jinping ha avuto un effetto quasi terapeutico: ha sgombrato il campo da ogni alibi. Se fino a ieri il tema del surplus commerciale cinese sembrava appartenere alla narrativa assertiva dell’America di Donald Trump, oggi la Francia e la stessa Germania di fatto ammettono che non si tratta di paranoie MAGA. Si tratta di un problema reale, enorme e, soprattutto, europeo.

La National Security Strategy di Trump: il pragmatismo “America First” che non è una dichiarazione di guerra all’Europa

Quando la nuova National Security Strategy di Donald Trump è arrivata sulle scrivanie delle redazioni, molti commentatori hanno reagito come se fosse stata diffusa una dichiarazione di guerra all’Europa. Le prime pagine hanno parlato di una Washington decisa a “strangolare Bruxelles”, a “umiliare la NATO”, a “chiudere il secolo atlantico”. In realtà, basta leggere il documento con calma e con un minimo di ironica diffidenza giornalistica per accorgersi che l’Europa non è affatto il nodo centrale di questa strategia. È citata, sì, ma quasi di passaggio (2 pagine verso la fine del documento). Il vero obiettivo del testo, scritto con tono muscolare e con una certa teatralità tipica del trumpismo, si trova altrove.

120 milioni di euro e un account cancellato: così è scoppiata la guerra fredda tra Bruxelles e l’America MAGA

Immaginate di entrare in un’arena digitale dove da un lato c’è un continente intero che cerca di domare il caos online con regole ferree e dall’altro un miliardario che brandisce la libertà di espressione come uno scudo a stelle e strisce. È lo spettacolo che si è consumato questa settimana, con la Commissione Europea che ha calato la mannaia su X, la piattaforma di proprietà di Elon Musk, comminando una multa da 120 milioni di euro per violazioni del Digital Services Act (DSA), la normativa europea che mira a creare un ambiente online più sicuro e trasparente, contrastando i contenuti illegali e la disinformazione e proteggendo i diritti fondamentali degli utenti, con l’obiettivo, tra le altre cose, di regolare il Far West dei social. Non è solo una questione di soldi perché, diciamolo francamente, 120 milioni di euro per il patrimonio di Musk sono poco più di una mancia. Qui stiamo parlando di visioni del mondo opposte: da un lato l’Europa che scommette sulla responsabilità condivisa, dall’altro l’America di Trump, con il suo spirito MAGA, che difende l'”anarchia digitale” come baluardo contro ogni tipo di interferenza. E mentre Bruxelles celebra un primo passo, colpendo il mancato rispetto delle disposizioni stabilite nel DSA, la ritorsione arriva sotto forma di un account pubblicitario chiuso: un gesto che sa di ripicca, ma che illumina le crepe di un Atlantico sempre più diviso.

Europa: BEI e Commissione puntano a cinque gigafactory per la sovranità tecnologica

La Commissione europea e la Banca europea per gli investimenti (BEI) hanno deciso di fare sul serio. Non più progetti pilota, roadmap o strategie in PDF: ora il passo è concreto, operativo, persino industriale. Con la firma di un nuovo memorandum d’intesa, Bruxelles e la BEI mettono formalmente in comune risorse, competenze e, soprattutto, capacità finanziarie per accelerare la costruzione delle prime gigafactory europee dedicate all’intelligenza artificiale.

Sovranità tecnologica: l’indipendenza che nessuno può più permettersi di rimandare

La chiamano “sovranità tecnologica”, ma suona sempre di più come una questione di sopravvivenza industriale. Non è un vezzo da geopolitici né una moda da convegno, ma una sfida concreta che riguarda server, energia, dati, competenze e, soprattutto, potere economico. Agli Stati Generali della Sostenibilità Digitale 2025 i manager italiani scoprono che l’innovazione non è neutrale (e l’AI nemmeno).

È stato questo uno dei temi centrali emersi durante la quarta edizione degli Stati Generali della Sostenibilità Digitale, promossi dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale, che a Varignana, alle porte di Bologna, ha riunito oltre cento C-level delle principali aziende pubbliche e private italiane.

Coalizione Trump e la frattura nascosta che anticipa il 2028

La coalizione che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca per il suo secondo mandato appare oggi come un organismo complesso, pulsante e sorprendentemente fragile, un gigante politico che continua a camminare con passo deciso pur avendo le caviglie legate con spago e orgoglio identitario. L’illusione di un blocco monolitico in stile anni ottanta ha retto per mesi, forse per inerzia, forse per quella singolare alchimia che Trump riesce ancora a creare tra fedeltà emotiva e narrazione economica personalizzata. Ma i numeri più recenti mostrano una crepa. Prima sottile, poi più visibile. E ora talmente rumorosa da essere diventata un messaggio politico per chiunque voglia raccogliere il testimone della destra trumpiana nel 2028. La keyword che attraversa tutto è coalizione Trump, con repubblicani non MAGA e identità conservatrice come satelliti semantici che orbitano attorno a una domanda fin troppo semplice. Quanto può durare un movimento costruito più sulla magnetica personalità di un leader che sulla coerenza interna dei suoi sostenitori.

Donald Trump annuncia il blocco permanente dell’immigrazione da paesi del terzo mondo

Donald Trump ha scosso ancora una volta il dibattito sull’immigrazione, dichiarando giovedì di voler “mettere in pausa permanentemente” l’immigrazione dagli “Third World Countries” per permettere al sistema statunitense di “guarire”. Il suo messaggio, condiviso sulla piattaforma Truth Social, è vagamente formulato ma carico di implicazioni politiche e legali di enorme portata.

Non ha nominato esplicitamente tutti i paesi coinvolti, ma ha parlato di terminare “i milioni” di ammissioni irregolari approvate sotto l’amministrazione Biden — comprese secondo lui quelle firmate con l’autopen — e di rimuovere chiunque non sia “un asset netto per gli Stati Uniti” o chi, secondo lui, “non sappia amare il nostro Paese”.

Ordine esecutivo sull’intelligenza artificiale e la nuova geografia del potere a Washington

Il battito irregolare di Washington a volte anticipa tempeste che non si vedono sui radar. Mercoledì, nei corridoi dove si muovono funzionari insonni e avvocati pronti a impugnare qualsiasi comma, era comparsa una voce così ingombrante da diventare immediatamente protagonista: un presunto ordine esecutivo che avrebbe ridisegnato la mappa del potere sull’intelligenza artificiale negli Stati Uniti, sottraendo alle leggi statali ogni margine di manovra. Una mossa che avrebbe accentrato tutto a livello federale, con un tempismo che aveva il sapore di un colpo di scena in un thriller politico. La bozza trapelata era stata letta con la stessa attenzione con cui i mercati decifrano le note criptiche della Federal Reserve. Ogni riga sembrava disegnata per scatenare una guerra di competenze e di ideologie, mentre ciò che non compariva, forse, pesava ancora di più di ciò che era scritto.

Sovranità digitale europea? A Berlino vince ancora l’asse franco-tedesco

Ieri il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron hanno riunito i ministri digitali dell’Ue per parlare di “sovranità digitale europea”. Peccato che, come al solito, la voce che conta sia stata soprattutto una: quella franco-tedesca.

House Republicans rilanciano il blitz sull’intelligenza artificiale

Staccate i freni. I parlamentari repubblicani della United States House of Representatives stanno per rimettere in pista un piano che sembrava sepolto: impedire agli Stati federali americani di legiferare sull’intelligenza artificiale (IA). Il braccio lungo della strategia chiamato National Defense Authorization Act (NDAA) quel mostro legislativo che ogni anno approva la spesa per la difesa e contiene spesso cose che nulla c’entrano con i militari — è stato scelto come veicolo.

Il ragionamento è lineare: se si bloccano le leggi statali che regolano l’IA, si “protegge” l’industria dal mosaico normativo dei 50 Stati e si crea un mercato unico nazionale, “meno caos”, “più innovazione”, “non lasciamo che la Cina ci sorpassi”. Questa la narrazione ufficiale.

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