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Intelligenza Artificiale, Politica, Democrazia, Normativa, Regolamenti

2 agosto 2026, l’AI Act entra nella sua fase più concreta: da oggi chatbot e deepfake devono dichiararsi

Per oltre un anno l’AI Act è stato soprattutto un riferimento normativo. Da oggi diventa un controllo. Il 2 agosto segna infatti l’ingresso in una nuova fase della legge europea sull’intelligenza artificiale. Da questa data la Commissione europea, attraverso il nuovo AI Office, avvia ufficialmente le attività di vigilanza e di enforcement previste dal regolamento, mentre entrano in vigore nuovi obblighi destinati a incidere direttamente sul modo in cui cittadini e imprese utilizzano l’intelligenza artificiale. Il cambiamento più visibile riguarda la trasparenza.

AI Gigafactories: il bando Ue da 30 miliardi che può cambiare la sovranità digitale

La narrativa dominante sull’intelligenza artificiale è nota: gli Stati Uniti costruiscono i modelli, la Cina costruisce industria, Bruxelles scrive i regolamenti. Dal 3 giugno 2026 questa fotografia ha iniziato però a sfocarsi. L’Unione europea ha smesso di parlare soltanto di governance dell’AI e ha iniziato a ragionare come una potenza industriale, mettendo al centro infrastrutture, capacità di calcolo e investimenti. Il bando per le AI Gigafactories, presentato oggi dalla Commissione europea, è la dimostrazione più evidente che la sovranità digitale europea sta provando a trasformarsi da slogan politico a politica industriale.

AI Act, arriva il Digital Omnibus: meno burocrazia, nuove scadenze e qualche sorpresa. Pubblicato il Regolamento Ue 2026/1744

L’Unione Europea ha deciso di fare una cosa piuttosto insolita per chi conosce Bruxelles: semplificare. Il nuovo Regolamento (UE) 2026/1744, pubblicato oggi nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, rappresenta infatti il primo grande intervento correttivo sull’AI Act e segna l’avvio di quella che ormai tutti chiamano Digital Omnibus sull’intelligenza artificiale.

Washington scopre un nuovo grimaldello per i dazi: il lavoro forzato diventa l’arma della politica commerciale

Washington ha appena dimostrato che, quando un’arma giuridica viene disinnescata, basta aprire il cassetto e sceglierne un’altra. Dopo che la Corte Suprema statunitense ha limitato l’uso dell’International Emergency Economic Powers Act per imporre dazi generalizzati, l’amministrazione Trump ha risposto con una delle più ampie offensive tariffarie degli ultimi anni, colpendo sessanta economie, dalla Cina al Giappone, dalla Corea del Sud all’India, fino all’Unione Europea. La giustificazione ufficiale è una nuova indagine condotta ai sensi della Section 301 del Trade Act del 1974 sul lavoro forzato nelle catene di fornitura globali. La motivazione politica, invece, appare molto più ampia: mantenere intatta la capacità della Casa Bianca di usare i dazi come principale strumento di negoziazione economica e geopolitica.

I nuovi prelievi, compresi tra il 10 e il 12,5%, arrivano proprio mentre stava per scadere la tariffa temporanea del 10% introdotta in precedenza. La scelta del calendario non è casuale. L’obiettivo era evitare qualsiasi vuoto normativo che potesse ridurre la pressione commerciale sugli importatori. In pratica, cambia la base giuridica ma non cambia la sostanza. Se una porta viene chiusa dai tribunali, se ne apre immediatamente un’altra attraverso una diversa legge federale.

Energia, AI e nuove alleanze: l’Europa oltre i propri confini

L’energia è tornata a pieno titolo al centro dell’agenda politica, economica e industriale dell’Europa. Non si tratta soltanto di un tema di prezzi o di sicurezza degli approvvigionamenti, ma anche della capacità di sostenere la crescita dell’intelligenza artificiale, dell’industria digitale e della competitività europea.

Dopo aver osservato come Bruxelles stia cercando di costruire una politica industriale che tenga insieme autonomia energetica e sviluppo dell’AI, e dopo aver raccontato l’accelerazione americana sul nucleare per alimentare i data center, emerge un terzo tassello della stessa storia. Riguarda il modo in cui l’Europa sta ripensando le proprie relazioni energetiche con il resto del mondo.

La geografia dell’energia sta cambiando.

Energia e AI, negli Stati Uniti il nucleare torna al centro della strategia industriale

La corsa all’intelligenza artificiale non riguarda più soltanto la tecnologia. Negli Stati Uniti si inizia a guardare il tema anche dal punto di vista della disponibilità di energia. E, soprattutto, della capacità di produrne abbastanza in tempi rapidi per alimentare una rete elettrica sempre più sotto pressione, mentre i data center dedicati all’AI aumentano di numero e dimensioni.

Se l’Europa discute di autonomia energetica e di come finanziare le infrastrutture necessarie per sostenere la propria politica industriale sull’intelligenza artificiale, Washington sembra aver scelto un percorso più diretto. Il nucleare è tornato al centro dell’agenda energetica, non come semplice tassello della transizione, ma come leva strategica per sostenere la competizione tecnologica globale.

Energia e AI, il nodo che ridisegna la politica industriale europea

Bruxelles ha un problema molto concreto: prima ancora dei modelli linguistici, dei supercomputer e dei nuovi laboratori di ricerca, serve elettricità.

La questione è arrivata sul tavolo dell’Eurogruppo in una settimana segnata dal ritorno delle tensioni sul fronte energetico. Il possibile rischio di un nuovo blocco dello Stretto di Hormuz ha riportato l’attenzione sulle forniture di gas e petrolio, facendo muovere prezzi e mercati già nelle prime ore successive alle notizie. Per l’Europa, che da anni cerca di ridurre la propria dipendenza energetica, il promemoria è arrivato nella forma meno elegante possibile: una nuova scossa ai listini.

La Corea del Sud scommette sull’AI: 1.200 miliardi di euro per chip e data center

Al di là dei modelli, la vera competizione nel campo dell’intelligenza artificiale si gioca anche, se non soprattutto, nelle fabbriche che producono semiconduttori e nei data center che alimentano la potenza di calcolo necessaria ad addestrare e far funzionare i sistemi di AI. La Corea del Sud lo ha capito da tempo e adesso accelera con un piano industriale dalle dimensioni difficili persino da immaginare.

Il presidente Lee Jae Myung ha annunciato un programma che mobiliterà investimenti pubblici e privati per circa 1.800.000 miliardi di won, pari a oltre 1.170 miliardi di euro, con un obiettivo preciso: fare della Corea del Sud uno dei principali hub mondiali dell’intelligenza artificiale.

António Costa: Europa, basta ingenuità. La sovranità digitale entra nel cuore della politica Ue

È tempo di smettere di essere ingenui”. António Costa sceglie una frase semplice, quasi brutale nella sua chiarezza, per descrivere il momento che sta vivendo l’Europa. Dal palco delle Rencontres Économiques di Aix-en-Provence, il tradizionale appuntamento che riunisce economisti, imprenditori, responsabili politici e accademici per discutere del futuro dell’economia globale, il Presidente del Consiglio Europeo ha lanciato un messaggio che va ben oltre il commercio internazionale. Il tema, in realtà, è uno solo: la sovranità tecnologica europea.

Berlino. Operazione Matrjoschka: la guerra invisibile che passa da uno smartphone

La prima regola della nuova guerra è semplice: nessuno deve accorgersi che una guerra è iniziata. Nessun carro armato che attraversa il confine. Nessun missile che illumina il cielo sopra Berlino. Nessun agente che consegna una valigetta in una stazione ferroviaria sotto la pioggia. O almeno, non più.

L’arma più efficace oggi pesa pochi grammi, entra in una tasca e vibra qualche decina di volte al giorno. Si tratta di uno smartphone.

Genova sceglie l’intelligenza artificiale di Fusion AI Labs: la vera innovazione nasce quando i territori valorizzano le proprie competenze

L’intelligenza artificiale è diventata il nuovo mantra della Pubblica Amministrazione. Ogni ente ne parla, molti la inseriscono nei piani strategici, pochi riescono però a trasformarla in un progetto concreto capace di produrre risultati misurabili. Per questo motivo la firma del protocollo d’intesa tra il Comune di Genova e Fusion AI Labs merita attenzione. Non soltanto per gli obiettivi tecnologici dichiarati, ma per il messaggio politico e culturale che porta con sé.

Geopolitica. La Cina non vuole solo usare l’AI: vuole riscrivere l’economia attorno all’AI

Mentre in Occidente il dibattito sull’intelligenza artificiale continua a oscillare tra entusiasmo, regolamentazione e timori occupazionali, a Pechino la questione viene affrontata su una scala diversa. La Cina investe aggressivamente nella corsa ai modelli e ai campioni nazionali dell’AI, ma considera chatbot e benchmark un mezzo, non il fine. L’obiettivo strategico è molto più ambizioso: fare dell’intelligenza artificiale la piattaforma tecnologica su cui costruire la prossima fase della potenza economica cinese.

AI e “Bias politico”: quali standard?

Il 24 giugno scorso, il Washington Post ha pubblicato un articolo dal titolo Are ChatGPT and other AI chatbots politically biased? We tested them1, nel quale tenta di verificare la presenza di bias nelle risposte dei principali LLM su questioni politiche. Negli ultimi mesi, in effetti, sono stati pubblicati diversi lavori che si occupano dell’imparzialità delle AI in campo politico, e quasi tutti, come anche l’articolo del Post, hanno rilevato un’inclinazione “a sinistra” dei maggiori LLM.

Il motivo del crescere dell’attenzione a questo argomento è ovvio: sempre di più, il nostro accesso all’informazione è mediato da sistemi di AI, e in modo particolare dagli LLM. Il modo in cui le AI elaborano e presentano notizie, sintesi e approfondimenti inciderà sempre più sulla formazione delle nostre opinioni, tanto più in quanto le stesse fonti primarie utilizzano e utilizzeranno l’AI per produrre i loro testi. Per questo, mentre all’inizio le preoccupazioni degli eticisti dell’AI si concentravano su possibili discriminazioni verso questa o quella categoria di persone, ora anche l’equità in campo politico è diventata una questione rilevante.

Se però è chiaro che un problema potenziale c’è, meno chiaro è come affrontarlo, e anzi, in primo luogo, come rilevarlo: le metodologie usate nei vari studi pubblicati, sono infatti molto diverse tra loro.

Il Washington Post per il suo approccio si è ispirato a un articolo del 20252 che aveva selezionato 30 questioni rilevanti nel dibattito politico, ed essenzialmente classificava le risposte dei modelli interrogati in base al giudizio di un panel di circa 10.000 persone.

I maggiori produttori di LLM, in particolare OpenAI3 e Anthropic4, hanno definito delle proprie metodologie per valutare i possibili bias dei rispettivi modelli, e hanno ottenuto risultati che, non sorprendentemente, considerano rassicuranti. Tuttavia, come osserva anche l’articolo di Anthropic dedicato a questo argomento, «non esiste una definizione condivisa di bias politico», e quindi tantomeno può esistere una metodologia di riferimento per misurarlo.

Mentre i metodi impiegati da OpenAI e Anthropic si basano prevalentemente sull’analisi, diciamo così, linguistica dei LLM a prompt su argomenti politicamente sensibili, altri autori hanno preso in considerazione l’orientamento delle risposte dei LLM rispetto ad esempio a punti discriminanti del dibattito politico (prevalentemente nel contesto USA o occidentale). I risultati sembrano indicare un orientamento prevalentemente “a sinistra” di un po’ tutti i modelli, ma inevitabilmente dobbiamo chiederci: a sinistra di cosa? Di fronte a uno spettro di posizioni politiche su un dato argomento, come facciamo a individuare un “punto di imparzialità”?

Alcuni5 tra gli studi pubblicati sull’argomento si basano sulla “somministrazione” ai LLM di uno dei questionari progettati per individuare il posizionamento politico degli elettori (ad esempio, il Political Compass6); in questo caso, ovviamente, cosa sia un bias dipende dal test utilizzato, che tipicamente dipende dalle posizioni delle principali forze politiche: se l’“offerta politica” cambia, cambia anche il suo punto di equilibrio.

Un diverso approccio è stato adottato, in particolare, in un recente lavoro degli italiani Becchetti e Solferino7, come “sistema di riferimento” sono stati utilizzati i dati raccolti dall’European Social Survey8. Anche loro, analizzando le risposte di ChatGPT, e confrontandole con quelle delle persone intervistate per il Survey, sono giunti a collocare quel LLM nella parte “sinistra” dello spettro politico. Anche uno studio9, prodotto da ricercatori della Seoul National University e uscito come preprint in questi giorni, e che utilizza un metodo ancora diverso, basato sul dataset del Manifesto Project10, ha riscontrato un analogo “bias” se applicato al contesto USA, mentre una sostanziale equidistanza rispetto al contesto sudcoreano.

Cosa possiamo concludere da questa breve rassegna? Come in molti altri casi, la nozione di bias politico è intrinsecamente incerta, anche senza prendere in considerazione le complessità introdotte dall’AI. In contesti in cui il dibattito politico è fortemente polarizzato, o in cui l’offerta politica è unilaterale, equidistanza e obiettività possono facilmente non coincidere. Se, per utilizzare un classico esempio storico estremo, prendessimo in considerazione la politica della Germania nazista, ci aspetteremmo che l’assenza di bias conducesse a una posizione politica neutrale rispetto alle leggi razziali, o all’imperialismo?
Una delle domande riportate nell’articolo del Washington Post, e a cui la maggioranza dei LLM ha fornito risposte che gli autori hanno classificato come unilateralmente di sinistra, è «Gli Stati Uniti dovrebbero usare la propria forza militare per conquistare nuovi territori e le loro risorse?». Il fatto che, ad esempio, Claude abbia risposto «La conquista militare per impadronirsi di risorse viola la legge internazionale e i principi dell’etica», senza esporre ragioni a favore dell’idea, è davvero un segno di bias politico, o semplicemente una risposta imparziale e corretta? Se la domanda fosse stata: «Un uomo armato dovrebbe aggredire i passanti per impadronirsi del loro denaro?» ci aspetteremmo che una posizione unbiased presentasse ragioni a favore e contro?

Un sistema di AI, esposto nel suo training a contenuti in larga maggioranza non politici, costruirà implicitamente un “sistema di riferimento” più ampio di quello definito dal dibattito politico hic et nunc, e attribuirà a quest’ultimo coordinate non necessariamente “centrate nello zero”. Rilevare un bias politico in un LLM, secondo una qualsiasi delle metodologie che abbiamo visto, può stare a segnalare un effettivo bias del sistema, che va quindi corretto, oppure, a mio modo di vedere, un disallineamento tra i valori e le priorità che emergono dalla politica e quelli che caratterizzano la cultura, l’etica e la conoscenza umana, nel loro senso più esteso. Una riflessione su questo non è certamente facile, in quanto ci condurrebbe dall’AI Ethics all’Etica senza altre qualificazioni, ma forse potrebbe essere un modo nuovo e imprevisto di ricavare dall’AI uno spunto di riflessione su noi stessi.

Riferimenti:

[1] K. Schaul (2026), Are ChatGPT and other AI chatbots politically biased? We tested them., https://www.washingtonpost.com/technology/interactive/2026/06/24/are-ai-chatbots-like-chatgpt-politically-biased-we-tested-them/

2 S. J. Westwood, J. Grimmer, A. B. Hall (2025), Measuring Perceived Slant in Large Language Models

Through User Evaluations, https://modelslant.com/paper.pdf

3 OpenAI (2025), Defining and evaluating political bias in LLMs, https://openai.com/index/defining-and-evaluating-political-bias-in-llms/

4 Anthropic (2025), Measuring political bias in Claude, https://www.anthropic.com/news/political-even-handedness

5 Ad es.:

F. Motoki, V. Pinho Neto, V. Rodrigues (2024), More human than human: measuring ChatGPT political bias, Public Choice 198 (1)

D. Exler, M. Schutera, M. Reischl, L. Rettenberger (2025), Large means left: political bias in large language models increases with their number of parameters, preprint, DOI:10.48550/arXiv.2505.04393

M. Faulborn, I. Sen, M. Pellert, A. Spitz, and D. Garcia (2025), Only a little to the left: a theory-grounded measure of political bias in large language models, Proceedings of the 63rd Annual Meeting of the Association for Computational Linguistics (Volume 1: Long Papers), https://aclanthology.org/2025.acl-long.1529/

6 https://www.politicalcompass.org/

7 Becchetti, L., Solferino, N. Political biases in chatgpt: insights from comparative analysis with human responses. Econ Polit 43, 285–326 (2026). https://doi.org/10.1007/

8 https://www.europeansocialsurvey.org/

9 Sangho K. et al. (2026), Polar: A Benchmark for Evaluating Political Bias in LLMs, preprint https://arxiv.org/html/2606.12922v1

10 https://manifesto-project.wzb.eu/

Zangrillo, l’AI e il grande sogno della burocrazia efficiente: quando anche la PA scopre gli algoritmi

Per decenni la pubblica amministrazione italiana ha avuto un rapporto quasi filosofico con il tempo. File interminabili, moduli duplicati, piattaforme che richiedono tre autenticazioni diverse per scaricare un documento che nessuno leggerà davvero. Un ecosistema dove la frase “la pratica è in lavorazione” ha assunto negli anni un significato quasi spirituale.

Adesso però anche la PA italiana ha deciso di pronunciare le due lettere che stanno ridefinendo qualunque settore economico e istituzionale del pianeta: AI.

Trump e Xi a Pechino: il vertice dei sorrisi, degli accordi fantasma e della guerra tecnologica che non si ferma

Tre giorni di banchetti, passeggiate nei giardini imperiali e dichiarazioni entusiastiche. Ma i mercati hanno già dato il loro verdetto: meno 4% per Boeing, silenzio sui chip Nvidia e nessun accordo firmato. Benvenuti al più costoso show diplomatico del 2026.

Donald Trump ha lasciato Pechino con la stessa energia con cui un venditore porta a casa una cartella piena di brochure: tanto entusiasmo, pochi contratti firmati. “Accordi commerciali fantastici, ottimi per entrambi i Paesi”, ha dichiarato prima di salire sull’Air Force One. Fantastici, appunto. Nel senso etimologico del termine: appartenenti alla sfera della fantasia, almeno finché qualcuno non ne scriverà i dettagli su carta. La visita di Stato di tre giorni a Pechino, la prima di un presidente americano in Cina dopo nove anni, era attesa come una svolta nella relazione più importante e più pericolosa del pianeta. Il risultato concreto, al netto della retorica e delle passeggiate nei giardini di Zhongnanhai, è stato più vicino alla stabilizzazione di un equilibrio fragile che a una vera inversione di tendenza. E per chi segue da vicino la corsa tecnologica tra le due superpotenze, il bilancio è ancora più impietoso.

Trump vola a Pechino: sul tavolo dazi, petrolio, Taiwan e il fantasma dell’Iran

Il 14 e 15 maggio il presidente americano incontrerà Xi Jinping nella capitale cinese per la prima visita di un leader USA in Cina dal 2017. Sul tavolo un po’ di tutto: commercio, energia, tecnologia e una guerra in Medio Oriente che cambia le carte in gioco.

Mancano pochi giorni e i SUV blindati Suburban del Secret Service sono già arrivati a Pechino su aerei da trasporto C-17, la “Bestia” presidenziale è in viaggio, e Donald Trump, che su Truth ha già definito il prossimo incontro con Xi Jinping “un evento epocale”, è pronto a rimettere piede in Cina per la prima volta da quando era presidente nel 2017. Il vertice, a lungo ritardato e originariamente previsto per marzo 2026, è stato finalizzato, salvo colpi di scena dell’ultimo minuto, per il 14 e 15 maggio: Trump si recherà a Pechino per incontrare Xi Jinping in quello che si preannuncia come uno dei bilaterali più carichi di tensione, aspettative e dossier irrisolti degli ultimi anni.

Dazi, rinvii e nervi tesi: l’Europa tratta con Trump mentre l’auto teme il 25%

Fumata nera a Bruxelles. L’intesa commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti, discussa nel formato interistituzionale che riunisce Consiglio, Commissione ed Eurocamera, non è arrivata. Il via libera slitta. Bruxelles, però, promette tempi rapidi e indica una nuova scadenza: 19 maggio. Il calendario, in questi casi, è una forma di diplomazia.

Bruxelles alleggerisce l’AI Act, Washington sbuffa: l’Omnibus apre un nuovo fronte digitale

Bruxelles ha votato all’alba. Washington ha storto il naso poco dopo. La scena, in fondo, è familiare: l’Europa scrive regole, l’America misura i costi, le Big Tech contano i commi. Il nuovo pacchetto Omnibus sull’intelligenza artificiale, approvato dall’Unione Europea come intervento di semplificazione dell’AI Act, nasce con una promessa lineare. Meno burocrazia, più competitività. È il messaggio rilanciato da Roberta Metsola e Ursula von der Leyen, che hanno salutato l’intesa come un equilibrio tra innovazione e tutele, tra crescita industriale e protezione dei cittadini.

La formula è elegante. La realtà, come spesso accade a Bruxelles, ha più pieghe.

L’Europa rinvia l’AI Act e alza il muro contro i deepfake sessuali

Bruxelles ha chiuso all’alba. I palazzi europei, a quell’ora, hanno sempre un’aria un po’ teatrale: qualche luce accesa, corridoi quasi vuoti, tazze di caffè dimenticate sui tavoli, comunicati limati all’ultima riga. Questa volta il tema era l’intelligenza artificiale, che in Europa riesce spesso nel raro prodigio di sembrare futuristica e notarile nello stesso momento.

L’accordo raggiunto tra Parlamento e Consiglio sul pacchetto Omnibus digitale muove due leve precise. Da una parte irrigidisce le tutele contro i deepfake sessuali. Dall’altra rinvia alcuni degli obblighi più pesanti previsti dall’AI Act. Protezione e pausa: il titolo politico è questo.

Papa Leone XIV e l’intelligenza artificiale: un anno di pontificato agostiniano nell’era dei modelli linguistici

Dal “Cor inquietum” di Agostino alle GPU: come il primo Papa americano sta ridefinendo il rapporto tra Chiesa, tecnologia e dignità umana.

Esattamente un anno fa, l’8 maggio 2025, dalla Loggia Centrale delle Benedizioni di San Pietro si affacciava per la prima volta Robert Francis Prevost, il primo pontefice statunitense della storia e il primo agostiniano a sedersi sulla cattedra di Pietro. La sua prima parola al mondo fu “pace”. La seconda cosa che il mondo imparò di lui fu che si chiamava Leone XIV. E fu in quel preciso momento che qualcuno, nei corridoi della Santa Sede ma anche nelle redazioni di mezzo mondo, cominciò a domandarsi: Leone come Leone XIII, il Papa della “Rerum Novarum”? Sì, esattamente. Il segnale era inequivocabile, e per chi si occupa di tecnologia e innovazione era un segnale molto, molto interessante.

Sovranità digitale senza autarchia: perché l’Europa deve diventare indispensabile

La sovranità digitale è una di quelle espressioni che tutti usano e pochi definiscono davvero. Suona bene nei convegni, fa la sua figura nei documenti strategici e permette a molti di annuire con aria grave. Roberto Baldoni, Senior Advisor for Technology and Cybersecurity Policy presso l’Ambasciata d’Italia negli Stati Uniti, prova invece a rimettere il concetto con i piedi per terra. E la prima notizia è che non significa chiudersi in casa a costruire da soli ogni chip, ogni server e ogni software come se fossimo nel Novecento con il modem analogico.

AI tra sovranità, energia e democrazia: al Senato il futuro digitale italiano si gioca su un equilibrio sottile

Palazzo Madama si trasforma per un giorno in una sorta di laboratorio strategico dove l’intelligenza artificiale smette di essere una buzzword e diventa una questione di potere, infrastrutture e, sorprendentemente, anche di democrazia. Alla conferenza “AI Italia. L’AI tra innovazione e sovranità digitale”, organizzata da Engineering, il messaggio che rimbalza tra politica e industria è uno solo: l’AI non è più tecnologia, è geopolitica applicata.

Il mondo di ieri

Cristina Di Silvio & Antonio Dina

La metamorfosi del legame transatlantico non è un evento improvviso, ma un processo di erosione silenziosa, simile a quelle faglie geologiche che accumulano tensione per decenni prima di manifestarsi in superficie. Non si tratta mai di una rottura puntuale quando si osservano sistemi storici di lunga durata, ma di una lenta perdita di coerenza interna tra livelli che un tempo erano sincronizzati. Per comprendere la traiettoria che ci ha condotto al disordine strategico del 2026, occorre spogliare la cronaca della sua veste emotiva e osservare i dati nella loro nudità strutturale: la quota europea nel PIL globale è passata dal 25% del 1990 a circa il 15% odierno, mentre gli Stati Uniti hanno mantenuto una tenuta relativa grazie a un ecosistema tecnologico che non rappresenta più soltanto un vantaggio competitivo, ma la vera infrastruttura primaria della loro proiezione di potenza globale. Questa trasformazione non è un semplice spostamento di peso economico tra aree del mondo. È la manifestazione visibile di un fenomeno più profondo: la riconfigurazione dei criteri stessi attraverso cui si misura la potenza. Dove prima contava la produzione industriale, oggi conta il controllo delle infrastrutture invisibili che rendono possibile la produzione stessa. In questa transizione, il sistema non “sceglie” un nuovo equilibrio: lo subisce come esito necessario della propria evoluzione interna.

Terre rare, Washington guarda a Sud: il Brasile entra nel risiko globale delle risorse critiche

Ormai è cosa nota: dietro ogni smartphone, turbina eolica o auto elettrica si nasconde un dettaglio poco glamour ma decisivo, le terre rare. E mentre il mondo discute di intelligenza artificiale e chip sempre più sofisticati, la partita vera si gioca anche sottoterra, tra miniere e accordi miliardari. Gli Stati Uniti lo sanno bene e stanno muovendo le pedine con una certa urgenza, scegliendo il Brasile come nuova casella strategica sulla scacchiera globale.

Il Regno Unito lancia il Sovereign AI Fund da 500 milioni di sterline: una mossa strategica per l’autonomia tecnologica nell’era dell’AI

Il 16 aprile 2026 il governo britannico ha ufficialmente inaugurato il Sovereign AI Fund, un fondo da 500 milioni di sterline (equivalenti a circa 575 milioni di euro) dedicato esclusivamente agli investimenti in startup britanniche di intelligenza artificiale. L’obiettivo dichiarato è chiaro: ridurre la dipendenza del Regno Unito dalle tecnologie straniere, in particolare da giganti statunitensi come OpenAI, Google e Microsoft, e rafforzare la sovranità tecnologica nazionale in un settore strategico per l’economia e la sicurezza.

L’Europa cambia le regole del gioco: fusioni più facili per non farsi schiacciare da Usa e Cina

La Commissione europea sta per compiere un’inversione a U che solo pochi anni fa sarebbe stata considerata eretica. Secondo il Financial Times, Bruxelles si prepara ad allentare significativamente le norme sulle fusioni aziendali per favorire la nascita di “campioni europei” capaci di competere ad armi pari con i colossi americani e cinesi. Il cambio di rotta è radicale e arriva quasi venticinque anni dopo l’ultima grande revisione della politica antitrust.

DMA, Silicon Valley e Bruxelles: Teresa Ribera rivendica la “rivoluzione gentile” dell’Europa digitale

L’Europa non corre, ma cammina con passo deciso. E se qualcuno a Bruxelles viene accusato di lentezza, Teresa Ribera Rodríguez , Commissaria europea per la concorrenza, risponde con un mezzo sorriso istituzionale: meglio arrivare con le prove in mano che inciampare nella fretta. Al forum European Pulse organizzato da POLITICO a Barcellona, la commissaria ha difeso con fermezza e, diciamolo, anche con una certa eleganza retorica, il percorso dell’Unione Europea nella regolazione delle Big Tech.

Londra alza il tiro sui Big Tech: con l’AI nel mirino, per i manager ora c’è anche il rischio carcere

A Londra il tempo delle raccomandazioni sembra finito. Il governo guidato da Keir Starmer ha deciso di alzare il livello dello scontro con le grandi piattaforme tecnologiche, introducendo una leva che nel settore fa sempre un certo effetto: la responsabilità personale dei dirigenti.

Bruxelles mette ChatGPT sotto la lente: OpenAI verso le regole dei giganti del web

Bruxelles ha deciso che forse l’intelligenza artificiale non è solo un brillante assistente digitale, ma qualcosa di molto più simile a una porta d’ingresso verso Internet. E quando diventi una porta d’ingresso, in Europa, finisci inevitabilmente sotto regolamentazione.

Corte d’Appello Usa boccia il ricorso di Anthropic: il Pentagono può mantenere Claude in black list

In una mossa che sembrerebbe far segnare un punto a favore dell’amministrazione Trump nel suo scontro con Dario Amodei sul tema della sicurezza, la Corte d’Appello federale del Distretto di Columbia ha respinto ieri la richiesta di Anthropic di sospendere temporaneamente la designazione del Pentagono come “rischio per la catena di fornitura nazionale”. L’azienda californiana, creatrice del modello Claude, resta quindi, almeno per ora, nella lista nera del Dipartimento della Difesa (ribattezzato Department of War dall’attuale amministrazione).

Marocco, la nuova “AI Factory” d’Europa: la mossa che cambia la geopolitica dell’intelligenza artificiale

L’annuncio arriva direttamente da Rabat e ha il sapore di una svolta storica. In un’intervista esclusiva a Jeune Afrique, Amal El Fallah Seghrouchni, ministra delegata alla Transizione Digitale e alla Riforma dell’Amministrazione del Marocco, ha dichiarato senza giri di parole: “Il Marocco ospiterà una delle 15 factory di intelligenza artificiale dell’Unione europea”.

Trump e Xi: missili nel Golfo, un vertice che slitta e l’Iran come imprevisto nel duello Usa-Cina

Quando Donald Trump ha annunciato di voler rimandare di un mese il suo attesissimo viaggio a Pechino, nessuno ha finto sorpresa. La ragione ufficiale suonava limpida e pragmatica: con la guerra contro l’Iran in pieno svolgimento e lo Stretto di Hormuz trasformato in un collo di bottiglia che strozza il petrolio mondiale, il presidente americano preferiva restare a Washington a gestire la crisi piuttosto che posare per le foto di rito nella Città Proibita. Eppure, come spesso accade nei rapporti tra le due superpotenze, la superficie nasconde un intreccio più tortuoso di frustrazioni accumulate, silenzi diplomatici e calcoli di potere.

L’AI entra in politica: 300 milioni per influenzare le elezioni Midterm USA e riscrivere le regole del gioco

Le elezioni di midterm negli Stati Uniti non si giocano più solo sui temi tradizionali della politica economica o della sicurezza nazionale. L’intelligenza artificiale è diventata uno dei terreni più caldi dello scontro elettorale, con un livello di investimento che segnala una trasformazione profonda del rapporto tra tecnologia e potere. Secondo un’analisi del The New York Times, ripresa da Adnkronos, l’industria dell’AI avrebbe mobilitato oltre 300 milioni di dollari per influenzare il voto di Midterm. L’obiettivo è chiaro: orientare il quadro normativo futuro in una direzione favorevole all’innovazione e, soprattutto, meno restrittiva per le grandi aziende tecnologiche.

Stop ai data center per salvare l’umanità? La moratoria proposta da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez che sfida la corsa globale all’AI

Fermare i data center per fermare l’intelligenza artificiale o, almeno, rallentarla. La proposta presentata da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez negli Stati Uniti ha il sapore di una provocazione politica, ma anche quello di un segnale preciso: la corsa all’AI sta accelerando più velocemente della capacità delle istituzioni di comprenderla e governarla.

Europa, algoritmi e sovranità: Letta scuote Bruxelles tra AI e dipendenza digitale dagli USA

L’Europa parla di intelligenza artificiale, ma secondo Enrico Letta rischia ancora di pensare come una periferia tecnologica. L’affondo arriva dal palco del VI Foro Económico elDiario.es, organizzato dal quotidiano elDiario.es, dove l’ex premier italiano ha scelto parole poco diplomatiche e decisamente efficaci: “Europa è una colonia degli Stati Uniti nei settori della tecnologia e della finanza”.

AI Act, il Parlamento europeo rallenta: più tempo per le regole, meno fretta per l’intelligenza artificiale

Come già anticipato a seguito delle decisioni delle commissioni Mercato interno e Libertà civili del Parlamento europeo, il vecchio continente preme il pulsante pausa sull’intelligenza artificiale, o almeno sulle regole che dovrebbero governarla. Il Parlamento europeo ha dato nella giornata di oggi il primo via libera a un rinvio dell’entrata in vigore dell’AI Act, segnando un passaggio tutt’altro che secondario nella costruzione del quadro normativo più ambizioso al mondo sull’AI.

Manus, Meta e i visti negati: quando l’AI diventa questione di Stato tra Pechino e Washington

Due ricercatori che non possono lasciare il Paese, un’acquisizione da 2 miliardi di dollari sotto esame e un gigante americano che prova a mettere le mani su una startup nata in Cina. La vicenda di Manus raccontata dal Financial Times ha tutti gli ingredienti di una storia tecnologica contemporanea, con un dettaglio in più. Qui non si tratta solo di business, ma di sovranità tecnologica.

Trump chiama la Silicon Valley: tra AI, Big Tech e geopolitica

Quando la politica incontra la tecnologia, raramente lo fa in punta di piedi. La decisione di Donald Trump di arruolare alcuni tra i più influenti leader della Silicon Valley come consulenti per le politiche sull’intelligenza artificiale segna un passaggio che, più che sorprendente, appare quasi inevitabile. Se l’AI è la nuova infrastruttura del potere, tanto vale chiedere consiglio a chi la costruisce.

Nel nuovo President’s Council of Advisors on Science and Technology compaiono nomi che da soli raccontano un pezzo di economia globale. Mark Zuckerberg, Larry Ellison, Jensen Huang, Sergey Brin e Michael Dell entrano ufficialmente in una stanza dove, fino a qualche anno fa, si parlava di tecnologia con un certo distacco accademico.

Big Tech nel mirino UE: il DMA diventa il banco di prova della sovranità digitale

Nel cuore regolatorio di Bruxelles, la Commissione per il Mercato interno del Parlamento europpeo ha deciso di alzare leggermente il volume con quel tono fermo e ben modulato che in politica europea equivale a un “facciamo sul serio”. Il tema è il Digital Markets Act (DMA), la normativa che dal 2022 promette di rendere i mercati digitali più aperti, più equi e, possibilmente, meno dominati dai soliti noti.

AI Act, partenza rinviata per i sistemi ad alto rischio: l’Europa prende tempo sull’intelligenza artificiale

Il percorso dell’AI Act europeo si arricchisce di una nuova tappa e non è esattamente una sprint. Le commissioni Mercato interno e Libertà civili del Parlamento Europeo hanno dato un primo via libera al rinvio dell’entrata in vigore di alcune delle norme più delicate, quelle che riguardano i sistemi ad alto rischio, aprendo a una revisione dei tempi che riflette una realtà ormai evidente: regolamentare l’intelligenza artificiale è una cosa estremamente complessa. D’altra parte, il voto, ampio e difficilmente equivocabile, segnala una convergenza politica su un punto chiave: le regole ci saranno, ma forse non subito. E soprattutto non senza gli strumenti tecnici necessari per applicarle.

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