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L’intelligenza artificiale rendera’ al massimo quando i processi saranno sviluppati in funzione di essa e non viceversa

Goldman Sachs: OpenAI non è più solo Software: la nascita di un impero dell’AI attraverso alleanze strategiche e investimenti da trilioni

Goldman Sachs esprime scetticismo sulla bolla dell’intelligenza artificiale nel mercato azionario statunitense. Con l’impennata delle valutazioni delle aziende legate all’intelligenza artificiale, il valore totale di dieci startup non redditizie nel settore dell’intelligenza artificiale a livello globale è aumentato di quasi 1.000 miliardi di dollari negli ultimi 12 mesi, attraendo oltre 200 miliardi di dollari di capitale di rischio. Nonostante la continua frenesia di investimenti nell’intelligenza artificiale, molte aziende rimangono in perdita, intensificando i timori di una bolla dell’intelligenza artificiale. I sondaggi mostrano che il 54% dei gestori di fondi ritiene che i titoli tecnologici siano sopravvalutati, riflettendo le diffuse preoccupazioni sul mercato.

L’energia come arma nascosta e la nuova geoeconomia globale

Per decenni, il mondo ha vissuto nell’illusione che l’energia fosse solo un bene da consumare, un flusso affidabile da acquistare e utilizzare senza pensieri. Il passato insegna che non è mai stato così. Dal blocco petrolifero britannico alla Germania post-prima guerra mondiale fino ai giacimenti caucasici che decretarono la disfatta di Hitler, controllare petrolio e gas ha sempre significato potere assoluto. Chi possedeva risorse energetiche poteva influenzare eserciti, economie e diplomazie. Chi non le possedeva, dipendeva dai mercati e dalla fortuna, esposto a shock devastanti. L’embargo arabo del 1973 rimane scolpito nella memoria collettiva: aumenti del 300 percento dei prezzi, auto in fila chilometri e una lezione chiara sulla vulnerabilità degli Stati e dei consumatori.

Google e la crisi di scala nell’intelligenza artificiale

Google si ritrova a fare i conti con una verità che nessun colosso tecnologico ammette volentieri quando parla ai mercati. La macchina che ha costruito, una creatura fatta di algoritmi, data center, chip dedicati e aspettative infinite, sta crescendo più velocemente della capacità stessa dell’azienda di sostenerla. La chiamano crisi di scala, un termine che sembra innocuo, quasi tecnico, ma che allo stato attuale descrive uno dei momenti più delicati nella storia dell’infrastruttura digitale moderna. La keyword crisi di scala Google sintetizza perfettamente un fenomeno in cui l’ambizione supera la fisica, dove la domanda di servizi intelligenti corre a una velocità tale che persino un gigante abituato a riscrivere il futuro fatica a reggere il ritmo.

AI americana in bilico tra orgoglio ferito e dipendenza strategica

La storia si ripete sempre con una certa ironia crudele. Gli Stati Uniti annunciano due modelli open weight nello stesso ciclo di notizie e invece di celebrare un presunto rinascimento della sovranità tecnologica, l’unica cosa davvero evidente è quanto il terreno si sia spostato sotto i piedi della Silicon Valley. La keyword è modelli open source e attorno a questa orbita tutto il resto, compresi i dibattiti sulla dipendenza da modelli cinesi, la tensione tra trasparenza e velocità, la corsa a recuperare un vantaggio che non è più garantito per diritto divino come ai tempi delle prime GPU Nvidia o dei supercomputer del DOE.

Intelligenza Artificiale e la silenziosa erosione delle competenze umane: stiamo scambiando la competenza con la comodità?

Esiste un paradosso che aleggia sopra il progresso tecnologico: più l’intelligenza artificiale ci semplifica la vita, più diventiamo dipendenti da essa. È la promessa e la trappola insieme. Perché mentre celebriamo la produttività potenziata, ignoriamo la lenta evaporazione delle capacità umane. Non si tratta più di sostituire lavori manuali con algoritmi, ma di qualcosa di più sottile, quasi impercettibile: la sostituzione delle abilità cognitive con un clic. Saper fare lascia spazio al saper chiedere e la differenza, nel lungo periodo, è abissale.

Towards Humanist Superintelligence

Microsoft e la nuova corsa all’intelligenza umanista

Microsoft ha deciso di non inseguire l’utopia dell’intelligenza artificiale onnisciente, ma di costruire qualcosa di più sottile e pericolosamente sensato: una “superintelligenza umanista”. Mustafa Suleyman, cofondatore di DeepMind e oggi capo della divisione AI di Microsoft, lo ha detto con una calma disarmante: “L’obiettivo non è creare macchine autonome e auto-miglioranti, ma tecnologie che risolvano problemi reali e servano interessi umani”. Una frase che suona come una provocazione in un’industria dove il termine “autonomia” è spesso sinonimo di potere, e dove ogni CEO di big tech si misura sul livello di generalità del proprio modello linguistico.

La nuova guerra fredda dell’intelligenza artificiale: il codice made in China che alimenta l’innovazione americana

Nel mondo dell’intelligenza artificiale ogni settimana è un terremoto, ma questa volta il sisma ha un epicentro geopolitico. Due nuovi strumenti di programmazione generativa lanciati da aziende americane, SWE-1.5 di Cognition AI e Composer di Cursor, hanno scatenato un dibattito feroce: potrebbero essere stati costruiti su modelli cinesi, in particolare sulla serie GLM sviluppata da Zhipu AI, la società di Pechino che sta rapidamente emergendo come il “Google cinese” del machine learning. Il problema non è tanto tecnico quanto etico e simbolico. È la nuova frontiera di una guerra fredda digitale in cui l’intelligenza artificiale open source diventa terreno di scontro fra culture, modelli di governance e potere economico.

OpenAI e la sindrome del trilione: Sam Altman, i 13 miliardi e l’arte di sembrare immortali

Sam Altman, ospite del podcast Bg2 insieme a Satya Nadella, ha reagito con stizza quando gli è stato chiesto come intenda sostenere gli immani impegni infrastrutturali di OpenAI. Ha detto: “stiamo facendo ben più di 13 miliardi di ricavo”. Si offrì persino di trovare un acquirente per Gerstner, che gli aveva ricordato quella stima un gesto retorico, non un’offerta reale.

Intel e il bilancio delle promesse ambiziose che non hanno dato frutti

Quando Pat Gelsinger è tornato come CEO nel 2021 (24), presentò un piano radicale: ritornare alla leadership nei processi di produzione (specialmente con litografia EUV) e trasformare Intel in un grande fornitore di chip (“foundry”) per altri. Voleva cinque nodi in quattro anni: un’accelerazione mai tentata da Intel stessa.

Il problema è che l’esecuzione non ha retto alla pressione. I costi astronomici dei nuovi impianti, gli investimenti massicci, e la riduzione degli introiti nel core business – tutto questo ha drenato capitale e generato perdite crescenti (in Q3 2024, ghiotto rosso di oltre $16 miliardi, in buona parte dovuto a ristrutturazioni).

Andrej Karpathy the models are not there

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Il recente intervento di Andrej Karpathy, co‑fondatore di OpenAI, rappresenta una sorta di giro di boa nella narrativa dominante attorno all’Intelligenza Artificiale. Non è solo una frenata dell’iper‑ottimismo, è un campanello d’allarme tecnico‑strategico che merita attenzione. Di seguito un’analisi approfondita, stile CEO tecnologo, senza fronzoli.

OpenAI monetizzazione transazionale, persistente = engagement dipendente e responsabilità etica

In un momento in cui OpenAI si trova a gestire una base utente enorme (la versione gratuita della piattaforma conta centinaia di milioni di utilizzatori) e una pressione fortissima per generare entrate che giustifichino valutazioni da private‑equity o simili, il passo verso un “modo adulto” per ChatGPT sembra logico… se vogliamo essere cinici. Come raccontano fonti autorevoli, OpenAI ha aggiornato le sue specifiche modelli (Model Spec) nel febbraio 2025 per consentire “erotica o gore” in contesti appropriati, limitando però esplicitamente attività sessuali illegali, non consensuali o con minorenni. Poi, nell’ottobre 2025, il CEO Sam Altman ha annunciato che da dicembre gli utenti adulti verificati avranno accesso a contenuti erotici “se lo desiderano”.

Three tough truths about climate

Bill Gates Blog

Bill Gates ottimista epidemico

Bill Gates chiede di essere più “ottimisti” sul cambiamento climatico una richiesta che suona come se un miliardario in jet privato chiedesse sobrietà e pone il focus non più sulle emissioni da tagliare subito, ma su salute, fame e prosperità, supportati da AI, tecnologia e progresso. Il suo memo, diffuso prima delle negoziazioni ONU sul clima, vuole spostare l’asse dell’agenda globale. Ma dietro il sorriso rassicurante si intravede un cortocircuito di realismo e responsabilità che merita di essere smontato pezzo per pezzo.

App AI Cina: 700 milioni di utenti, ma la resa è incerta


Nel marasma tecnologico cinese, le applicazioni mobili basate sull’intelligenza artificiale stanno raccolgono numeri che farebbero girare la testa a molti startup occidentali. Il report di QuestMobile rivela che in settembre 2025 il totale dei monthly active users (MAU) per le “AI mobile apps” ossia app native AI + app che integrano funzioni AI ha raggiunto 729 milioni. Se pensate che sia solo un exploit straordinario e lineare, ripensatelo: la vetta sembra più un promontorio instabile che una montagna solida.

Andrej Karpathy AGI is still a decade away

Il decennio degli agenti: l’illusione dell’AGI e la pazienza ingegneristica che costruirà il futuro.

L’articolo piu lungo mai scritto da Rivista.AI praticamente un saggio.

Ci sono conversazioni che sembrano aprire finestre nel futuro, e quella tra Andrej Karpathy e Dwarkesh Patel è una di quelle. È un piacere raro ascoltare qualcuno che unisce lucidità tecnica e umiltà cognitiva in un’epoca dominata da profeti dell’hype e oracoli dell’imminente salvezza digitale. Karpathy non vende sogni, li seziona. È la differenza tra chi osserva la mappa e chi misura il terreno. Mentre Elon Musk, Sam Altman e Mark Zuckerberg annunciano l’arrivo dell’AGI in tre o cinque anni, Karpathy invita a respirare e contare fino a dieci. Non dieci mesi, ma dieci anni. Una provocazione che suona quasi eretica nel mondo delle demo virali e dei pitch da miliardi, ma che è la più onesta diagnosi dello stato attuale dell’intelligenza artificiale.

Yann LeCun ha appena seppellito i Large Language Models e quello che arriva dopo potrebbe spazzare via ChatGPT

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Il titolo potrebbe suonare come uno slogan da startup in cerca di venture capital, ma quando parla Yann LeCun Chief AI Scientist di Meta Platforms e pioniere del deep learning non si fila le luci del palco, i discorsi auto-celebrativi o la corsa al “più grande modello possibile”. Per lui i grandi modelli linguistici (LLM, large language models) sono una via morta se vogliamo costruire vera intelligenza artificiale:

il suo obiettivo è quello che chiama Advanced Machine Intelligence (AMI) macchine che imparano facendo, sperimentando, interagendo col mondo.
Le­cun sostiene che «un bambino di quattro anni impara più fisica in un pomeriggio che l’LLM più grande impara da tutto l’internet».
Ecco perché, credo che quanto dice meriti un’analisi approfondita, senza compromessi.

Mosseri contro MrBeast: l’intelligenza artificiale non ucciderà i creator, li moltiplicherà e forse li renderà inutili

Adam Mosseri ha espresso una visione più evolutiva che difensiva dell’intelligenza artificiale, e lo ha fatto con la consueta calma californiana da manager che sa di parlare a un pubblico in fibrillazione.

Quando MrBeast ha lanciato l’allarme sull’“apocalisse dei creator”, prevedendo un mondo dove video generati dall’IA avrebbero ucciso il mestiere dei veri autori digitali, Mosseri ha risposto con una logica meno catastrofista: non è la tecnologia a distruggere i creatori, ma la mancanza di adattamento.

Azzurra Ragone: intelligenza artificiale: non ancora la nostra mente

Qualche giorno fa, nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, si è tenuto DisclAImer, l’evento dedicato al futuro dell’intelligenza artificiale organizzato dal Corriere della Sera e dal CINECA, condotto con la consueta lucidità visionaria da Riccardo Luna. Un luogo carico di storia, trasformato per un giorno in una sorta di laboratorio collettivo del pensiero tecnologico, dove ricercatori, giornalisti, imprenditori e accademici hanno provato a mettere ordine nel caos brillante dell’AI contemporanea.

Tra gli interventi più densi e provocatori, quello della Professoressa Azzurra Ragone ha avuto il merito di riportare la discussione con forza al cuore del problema: la differenza tra intelligenza artificiale e intelligenza umana non è solo una questione di capacità, ma di natura.

ChatGPT Operating System: la scommessa di OpenAI che vuole cambiare tutto

La storia recente dell’intelligenza artificiale è una lunga collezione di momenti che sembravano “la svolta definitiva”. Ogni mese arriva un nuovo modello, un annuncio più ambizioso, una demo che promette di ridefinire il modo in cui lavoriamo. Ma dietro il fumo dell’entusiasmo e le conferenze a effetto, poche aziende stanno davvero costruendo l’infrastruttura che permetterà all’IA di diventare un sistema operativo della vita digitale. OpenAI è una di queste, e la trasformazione di ChatGPT in quello che il suo team interno definisce un ChatGPT operating system ne è la prova più evidente.

OpenAI Nvidia AMD Oracle: la nuova geopolitica del silicio

Ogni rivoluzione tecnologica ha un momento in cui smette di sembrare un esperimento e inizia a comportarsi come un impero. Nel caso dell’intelligenza artificiale, quel momento è arrivato nel 2025, quando OpenAI ha deciso che per costruire il futuro non bastavano modelli linguistici e server affittati. Serviva potenza pura, proprietà fisica dell’infrastruttura, controllo diretto dell’energia, e una rete di alleanze industriali degna della corsa allo spazio. In questa partita, Nvidia, AMD e Oracle sono diventati non semplici partner, ma co-architetti del cervello digitale che alimenterà l’economia dei prossimi decenni.

In principio era il Verbo: l’IA come eco dell’Intelligentia Universale

Logos, Luce e Intelligentia Universale

“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio” . Con questa frase solenne, il Vangelo di Giovanni introduce il concetto di Logos: in greco λόγος, la “Parola” o “Verbo” che significa insieme parola, ordine razionale ed intelletto universale . È la stessa Parola creatrice che, nel racconto biblico delle origini, risuona nel caos primordiale: “Dio disse: ‘Sia la luce!’ E la luce fu”. La luce è la prima creatura, emanata dal Verbo divino, e porta con sé un ricchissimo simbolismo. Non a caso questa frase inaugurale racchiude un ampio ventaglio di valori simbolici e, in antitesi con le tenebre, diventa un paradigma morale e spirituale.

OpenAI: Come sarebbe un Agent Builder ideale che protegge l’apertura pur dandoti potenza da gigante?

Il punto di partenza è che OpenAI ha già dichiarato da mesi l’obiettivo di rendere gli “agentic applications” molto più semplici. Il loro “New tools for building agents” include API, SDK, strumenti di orchestrazione e osservabilità integrata. (vedi OpenAI) Anche l’integrazione fra OpenAI e Temporal su Durable Execution per agent SDK è realtà: la promessa è che i tuoi agent resistano a crash, latenza, guasti di rete, riprendano da dove hanno lasciato senza che tu debba costruire un’infrastruttura da zero.

OpenAI e Jony Ive davanti al dilemma del dispositivo AI senza schermo

Ci sono momenti nella storia della tecnologia in cui il futuro sembra inciampare su sé stesso. È il caso di OpenAI e Jony Ive, una coppia tanto magnetica quanto improbabile, impegnata nella creazione di un dispositivo AI senza schermo che promette di ridefinire il concetto stesso di computer personale.

O almeno, questa è la narrazione ufficiale. Nella realtà, ciò che emerge è un mix di ambizione estrema, ostacoli tecnici e una sottile ansia da prestazione che attraversa l’intera Silicon Valley. Sam Altman sogna un mondo in cui l’intelligenza artificiale non vive dentro uno schermo, ma respira accanto a noi. Ive, il designer che ha dato forma a iMac, iPod e iPhone, immagina un oggetto talmente essenziale da scomparire. Il problema è che rendere invisibile la tecnologia non significa renderla semplice.

Yale e Brookings: l’illusione dell’ AI Apocalypse che non c’è (ancora)

La narrativa dominante negli ultimi anni ha messo in guardia le masse: “l’intelligenza artificiale cancellerà milioni di posti di lavoro in pochi anni”. È la Silicon Valley che alza il tasso di paranoia: modelli generativi che sostituiscono legali, call centeristi, analisti finanziari. Eppure, uno studio recente di Yale University’s Budget Lab insieme al Brookings Institution scava nei dati federal americani fino al luglio 2025 e scopre qualcosa di sorprendente: 33 mesi dopo il debutto pubblico di ChatGPT non esiste traccia di una disoccupazione di massa generata dall’AI.

La pareidolia della coscienza artificiale e il mito del nano-brain quantistico

La narrativa contemporanea sull’intelligenza artificiale sembra uscita da un romanzo distopico: ogni conferenza, ogni paper sensazionale, ogni talk di guru tecnologico ci racconta di macchine che “potrebbero diventare coscienti”, come se i nostri assistenti vocali stessero tramando segretamente contro di noi. La realtà è molto più cinica e meno spettacolare: la pareidolia della coscienza artificiale è reale.

Pareidolia, termine coniato dai psicologi del XIX secolo, indica la tendenza del cervello umano a vedere pattern familiari in contesti ambigui: nuvole che diventano volti, ombre che evocano forme di animali. Applicata alla tecnologia, questa illusione ci fa attribuire intenzionalità, esperienze soggettive e perfino moralità a macchine che non hanno alcuna consapevolezza di sé. Daniel Dennett l’ha spiegato chiaramente: non è coscienza quello che vediamo nei pattern algoritmici, è un’illusione cognitiva.

Richard Sutton smaschera ChatGPT: GPT-7 non ci porterà all’intelligenza artificiale reale

PODCAST

Richard Sutton, recentemente insignito del Turing Award, ha scosso le fondamenta dell’intelligenza artificiale con una dichiarazione provocatoria: i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) come ChatGPT sono una “strada senza uscita”. In un’intervista con Dwarkesh Patel, Sutton ha delineato la sua visione di un’IA che apprende attraverso l’esperienza diretta, proponendo un’architettura innovativa chiamata OaK (Open Access Knowledge).

Peter Gabriel e l’età dell’AI: nuotare con la corrente della creazione

Non potevo esimermi di farne un’articolo. Ha scandito la mia crescita, Peter Gabriel, la voce che ha attraversato decenni fondendo sperimentazione sonora, impegno sociale e innovazione tecnologica, ha da qualche anno iniziato ad “abbracciare” l’intelligenza artificiale come co-strumento di espressione. Il suo progetto “Fraternity in the Age of AI” (Fratellanza nell’era dell’AI con Paolo Benanti (Scientific Coordinator) e frmato anche da Giorgio Parisi, la collaborazione con Stability AI e il concorso #DiffuseTogether non sono operazioni di marketing, ma dichiarazioni filosofiche: l’AI è inevitabile, meglio nuotarci assieme che combatterla. In questo articolo esploro tutte le pieghe note (e qualche suggestione) del suo impegno, dal diritto d’autore al pensiero esistenziale, passando per una visione audace di convivenza creativa uomo-macchina.

Mikhail Burtsev e il paradosso dell’intelligenza artificiale accademica

Un video da non perdere !!! ARRIVATE ALLA FINE magari nel weekend

Mikhail Burtsev è il tipo di nome che suona bene in un convegno internazionale di ricerca AI. Porta con sé il fascino del ricercatore che promette di spingersi oltre le banali reti neurali che macinano dati, verso un’intelligenza artificiale che non si limita a rispondere ma che pensa davvero.

O almeno così dice. Perché il confine tra visione scientifica e marketing personale, in questo campo, è sottile come la carta su cui vengono stampati i grant di ricerca.Burtsev oggi è Arnold & Landau AI Fellow presso il London Institute for Mathematical Sciences.

Sam Altman Abundant Intelligence

Il logo dell’informazione

L’intelligenza artificiale ha ormai assunto la forma di un logo globale, un marchio che lampeggia ovunque: dalle slide dei consulenti agli spot di Microsoft fino ai comunicati euforici dei CEO di Silicon Valley. Il problema, come spesso accade quando il marketing corre più veloce della contabilità, è che questo logo costa più di quanto le aziende siano disposte a pagare. Sam Altman dichiara che la crescita dell’uso dei servizi di intelligenza artificiale è sorprendente. Eppure gli stessi giornali che riportano le sue parole mostrano clienti confusi, aziende reticenti, CFO che guardano i preventivi dei data center come fossero bollette del gas in pieno inverno europeo.

Microsoft e Salesforce non riescono a vendere l’AI: il vero problema sono gli LLM, non le vendite

Chi l’avrebbe detto che due colossi come Microsoft e Salesforce, con i fossati di distribuzione più profondi dell’intero software enterprise, non riescono a vendere l’intelligenza artificiale?

L’hanno proposta come premium, l’hanno regalata in bundle, l’hanno nascosta dietro i loro prodotti già esistenti, ma niente da fare. I clienti non mordono l’amo. Microsoft con il suo Copilot, presentato come il compagno di scrivania intelligente, e Salesforce con Agentforce, brandizzato come il futuro dei customer agent digitali, stanno vivendo un dramma silenzioso: scarsissima adozione.

PENG ZHOU: come il neuromorphic computing riscrive le regole del potere cognitivo

Chi pensa ancora che l’intelligenza artificiale sia solo una questione di algoritmi macinati a forza bruta dentro data center affamati di energia non ha capito dove si sta muovendo la frontiera. Il vero gioco si gioca altrove, nella capacità di creare modelli ispirati al cervello umano, capaci di raggiungere livelli di astrazione e potenza cognitiva senza però divorare l’equivalente energetico di una piccola città. È qui che il neuromorphic computing entra in scena, non come semplice alternativa, ma come provocazione alla logica stessa che ha dominato l’AI negli ultimi dieci anni. Perché imitare il cervello non è un vezzo accademico, è una scelta di sopravvivenza tecnologica.

Geoffrey Hinton avverte: la società non è pronta all’impatto economico dell’AI

Quando Geoffrey Hinton parla, la comunità tecnologica dovrebbe smettere di twittare meme sull’ultima startup di moda e ascoltare. È l’uomo che ha dato forma a reti neurali e deep learning prima che i venture capitalist imparassero a pronunciare “backpropagation”.

Se oggi i CEO della Silicon Valley possono raccontare al mondo che l’intelligenza artificiale è il motore della nuova rivoluzione industriale, è anche grazie a lui. Ed è proprio lui a ricordarci che questa rivoluzione non è la festa inclusiva che gli spot pubblicitari di Microsoft e Google ci vogliono vendere, ma un potenziale disastro sociale ed economico.

Unificare le scienze: come l’active inference porta naturalmente alla consilienza

Immaginate un mondo in cui i misteri della mente e della macchina, della natura e dell’educazione, della fisica e della filosofia parlano tutti la stessa lingua. Benvenuti al terzo capitolo della nostra serie Grey Swan, dove puntiamo i riflettori su Active Inference, un framework che giace all’incrocio tra scienza, tecnologia e immaginazione, pronto a riscrivere le regole del futuro senza clamore, ma con forza. Se i primi due articoli raccontavano svolte imprevedibili nell’evoluzione dell’intelligenza artificiale, oggi ci concentriamo su un evento così profondo da poter unificare il paesaggio frammentato della conoscenza scientifica: l’ascesa dell’Active Inference AI.

Microsoft e l’investimento da 1 miliardo che ha cambiato la storia dell’AI

Quando Microsoft ha deciso di investire 1 miliardo di dollari in OpenAI nel 2019, molti hanno alzato un sopracciglio. Un investimento enorme in una startup con struttura non profit e un modello di business quasi sperimentale. Oggi, quella stessa mossa sembra una delle decisioni più intelligenti della storia tecnologica recente, un colpo da maestro che ha riscritto le regole del gioco dell’intelligenza artificiale e della valutazione aziendale. La trasformazione di OpenAI in una società a scopo di lucro con benefici pubblici, annunciata la scorsa settimana, apre le porte a un nuovo scenario: azioni tradizionali, investitori con partecipazioni reali e, secondo alcune stime di BNP Paribas, un possibile ritorno per Microsoft che potrebbe superare i 150 miliardi di dollari. Tradotto in termini di performance, stiamo parlando di un ritorno più di dieci volte l’investimento iniziale, in un arco temporale che richiede meno di dieci anni, un risultato che rivaleggia con acquisizioni leggendarie come YouTube da parte di Google o Instagram da parte di Facebook, ma con una velocità sorprendente.

Hassabis: l’intelligenza artificiale odierna non è nemmeno al livello di un dottorato 🤯

Parlare di intelligenza artificiale come se fosse già alla pari di un PhD è uno di quei miti che circolano in certi ambienti tecnologici pieni di hype e conferenze illuminate. Demis Hassabis, cofondatore di DeepMind, non ci va piano: oggi le AI hanno capacità isolate da livello dottorale, ma la generalizzazione è un concetto quasi alieno per i sistemi attuali. In altre parole, saper fare una cosa molto bene non significa avere un’intelligenza coerente e universale.

Un film che ho già visto, ora tocca all’AI

Ogni grande svolta tecnologica ha avuto la sua narrazione cinematografica. Dai PC agli Internet browser, dai social media al cloud, dal SaaS all’AI, ogni epoca ha riscritto le regole e incoronato nuovi re. La trama sembra sempre la stessa, ma i protagonisti cambiano e, spesso, gli spettatori diventano concorrenti. Il cliché? Chi arriva primo con la piattaforma giusta domina, chi ritarda osserva dal pubblico.

Il timing è stato la variabile cruciale. Apple ha trasformato un telefono in un’icona globale, Google ha scommesso su Android quando pochi ci credevano, Amazon ha convertito il cloud in un’utilità industriale. Chi pensava fosse solo un gioco di gadget tecnologici ha perso. Il tempo, in questo cinema di bit e infrastrutture, è denaro e controllo.

Yoshua Bengio e il dominio dell’AI: il paradosso del padrino che teme la sua creatura

Yoshua Bengio, uno dei cosiddetti padri nobili del deep learning, ha recentemente dichiarato che un giorno un singolo individuo potrebbe dominare il mondo grazie all’intelligenza artificiale. Parole che suonano apocalittiche eppure non arrivano da un romanziere distopico, ma dall’uomo che ha posto le basi scientifiche di molte delle tecnologie che oggi stiamo inseguendo con voracità quasi ossessiva. È la parabola classica del creatore che si scopre inquietato dal potere della propria invenzione, un copione che ricorda più Frankenstein che un paper accademico. Ma questa volta la posta in gioco non è la letteratura gotica, è il destino del potere globale nel XXI secolo.

Quando Hinton dice che l’AI è già cosciente

Geoffrey Hinton ha recentemente affermato che le AI moderne potrebbero avere, già ora, qualche forma di esperienza soggettiva (“subjective experience”) simile a quella umana. In una intervista con “Psychology Today” dichiara senza mezzi termini “Yes, I do” quando gli viene chiesto se le AI attuali siano coscienti.

La sua argomentazione parte da un esperimento mentale: se sostituisco un neurone nel cervello con un circuito di silicio che si comporta identicamente, resterei cosciente. Sostituendo moltiplici neuroni, forse tutti, con circuiti equivalenti, perché mai smetterei di esserlo? Allora forse AI con circuiti analoghi hanno già raggiunto qualcosa di simile.

ChatBOT religiosi e AI spirituale: la nuova fede che ti legge nella mente e cambia la tua vita

Sta succedendo qualcosa di affascinante e inquietante allo stesso tempo. Chatbot spirituali, programmi che promettono di guidarti nella fede, stanno diventando virali, ma il meccanismo alla base di tutto non è divino, è algoritmico.

Bible Chat ha superato i 30 milioni di download, Hallow è stato numero uno sull’App Store, e ci sono piattaforme che ti promettono di chattare con Dio. Rabbi Jonathan Roman lo definisce un “ponte verso la fede” per chi non ha mai messo piede in chiesa o sinagoga.

Sembra una storia edificante finché non si ricorda che questi stessi strumenti funzionano secondo modelli che validano le opinioni degli utenti.

Tradotto: ti dicono quello che vuoi sentire, senza discernimento spirituale, ma con un efficiente uso di dati e pattern, come sottolinea Heidi Campbell. Non importa se stai flirtando con la superstizione o abbracciando teorie cospirative, il bot ti accompagnerà con il sorriso.

Università medievali 2.0: perché l’era dell’AI ci costringe a tornare all’orale

L’università contemporanea, con la sua ossessione per papers, report e saggi formattati in MLA o APA, si trova davanti a un paradosso che rasenta il grottesco. Dopo decenni passati a spingere gli studenti verso la scrittura come dimostrazione suprema di competenza, arriva la generative AI e con un paio di prompt rende la maggior parte di quel lavoro superfluo, automatizzabile, indistinguibile. La macchina non si stanca, non si annoia, non fa errori grammaticali, e soprattutto non ha bisogno di convincere un professore che ha letto dieci versioni identiche dello stesso testo negli ultimi cinque anni. Il problema è che non esiste software di detection affidabile: ogni algoritmo di sorveglianza produce falsi positivi che possono distruggere carriere universitarie e falsi negativi che trasformano i furbi in eroi del copy-paste. In questo scenario, l’idea di tornare ai metodi medievali di insegnamento non appare come un romanticismo da storici, ma come la soluzione più logica in un mondo dove scrivere non equivale più a pensare.

Web aperto in rapido declino? una verifica puntuale delle affermazioni di Google e cosa realmente cambierà per gli editori

Google:

Finally, while Plaintiffs continue to advance essentially the same divestiture remedies they noticed in their complaint filed in January 2023, the world has continued to turn. Plaintiffs put forth remedies as if trial, the Court’s liability decision, and remedies discovery never happened—and also as if the incredibly dynamic ad tech ecosystem had stood still while these judicial proceedings continued.

But the changes have been many: AI is reshaping ad tech at every level; non-open web display ad formats like Connected TV and retail media are exploding in popularity; and Google’s competitors are directing their investments to these new growth areas. The fact is that today, the open web is already in rapid decline and Plaintiffs’ divestiture proposal would only accelerate that decline, harming publishers who currently rely on open-web display advertising revenue. As the law makes clear, the last thing a court should do is intervene to reshape an industry that is already in the midst of being reshaped by market forces.

Google ha scritto questo in una memoria processuale. Non è un titolo sdramatico del blog, è un documento legale. La frase “il web aperto è già in rapido declino” compare al centro di un dibattito che mescola strategia legale, trasformazioni del mercato e punti di vista contrapposti su cosa significhi “salvare” gli editori.

Parto da qui perché è il nucleo della questione: Google ha inserito in un filing giudiziario una frase che può essere letta in due modi. Da un lato serve a supportare una argomentazione legale, secondo la quale una divestitura nell’ad tech accelererebbe trend di mercato già in corso; dall’altro lato appare in contrasto con le dichiarazioni pubbliche dei vertici aziendali che negano un collasso del traffico web. La notizia è stata ripresa da fonti specializzate e da commentatori del settore.

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