Paper. Competitività digitale dell’Unione Europea

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Per anni, quando Bruxelles parlava di tecnologia, il verbo preferito era regolare. GDPR, AI Act, Digital Markets Act, Digital Services Act: strumenti necessari, alcuni molto efficaci nel costringere le piattaforme globali a rispettare standard più elevati. Ma tutti fondamentalmente reattivi, costruiti attorno alla domanda di come limitare o disciplinare ciò che altri avevano costruito.

Il 3 giugno 2026 qualcosa è cambiato. La Commissione europea ha presentato il Pacchetto sulla Sovranità Tecnologica COM(2026) 503: due proposte legislative, una strategia sull’open source, una roadmap per l’energia e l’idea, ancora embrionale, di un fondo sovrano europeo. Per la prima volta il verbo dominante non è regolare, ma costruire.

È da questo cambio di paradigma che parte il nuovo paper di Rivista.AI, realizzato in collaborazione con TechVisory, con la prefazione di Franco Bernabè, Presidente di TechVisory, uno dei più autorevoli osservatori della trasformazione digitale europea.

Karpathy a Sequoia AI Ascent 2026 e il passaggio al software 3.0 tra agenti e verità verificabili

Nel corso dell’evento Sequoia AI Ascent 2026, la presenza di Andrej Karpathy ha avuto un effetto che va oltre la consueta apertura ispirazionale tipica delle conferenze tecnologiche della Silicon Valley. Il suo intervento ha funzionato piuttosto come un aggiornamento implicito del sistema operativo concettuale con cui l’industria interpreta il software stesso, introducendo una tesi che, se presa sul serio, ridisegna la catena del valore digitale: il passaggio dal software come codice al software come orchestrazione di agenti, contesto e verifica continua. Non è un cambio estetico, ma un cambio di grammatica economica.

Mondiale 2026

Il Mondiale 2026 è la prima grande fabbrica di dati della storia del calcio (e non solo)

Ci sono momenti nella storia della tecnologia in cui qualcosa smette di essere fantascienza e diventa realtà. La rete elettrica, il controllo del traffico aereo, internet mobile: tecnologie che a un certo punto hanno smesso di essere “novità” per diventare parte integrante del funzionamento del mondo.

Il Campionato Mondiale di Calcio FIFA 2026, che si svolge tra Stati Uniti, Canada e Messico per la prima volta su tre nazioni (che possiamo dire che non vanno d’amore e d’accordo), rappresenta uno di questi momenti di transizione, per l’intelligenza artificiale e per la gestione industriale dei dati.

E non si tratta di un torneo con qualche gadget tecnologico al seguito. Ma di un incredibile sforzo tecnologico.
Mettiamo giù un po’ di numeri: 104 partite, 48 nazionali, 16 stadi, oltre 17.000 dispositivi connessi, 6 miliardi di spettatori potenziali e 7 milioni di persone da gestire fisicamente sugli spalti.

Policy on the AI Exponential: Anthropic, la regolazione dell’AI e il ritorno del paradigma faa nel governo degli algoritmi di frontiera

L’intervento di Dario Amodei, CEO di Dario Amodei, segna un cambio di tono che nel settore dell’intelligenza artificiale suona meno come una dichiarazione accademica e più come un tentativo di riscrivere le regole del gioco mentre il gioco è già in corso. La richiesta di una regolamentazione vincolante per i modelli di frontiera non è più confinata alla retorica della “AI safety community”, ma entra esplicitamente nel dominio della politica industriale, con un lessico che richiama istituzioni come la Federal Aviation Administration e la logica delle certificazioni obbligatorie. Il punto centrale dell’argomentazione è semplice quanto destabilizzante per la Silicon Valley: la trasparenza non basta più, perché la velocità di miglioramento dei modelli ha superato la capacità delle istituzioni di interpretarne i comportamenti.

Google sfida l’architettura dei LLM: DiffusionGemma apre l’era dell’intelligenza artificiale a 1.000 token al secondo

Il settore dell’intelligenza artificiale generativa ha costruito la propria fortuna attorno a una premessa apparentemente inevitabile: il testo deve essere generato una parola dopo l’altra. Ogni token dipende da quello precedente, ogni frase nasce come una lunga catena causale. È il principio che governa i transformer autoregressivi, la tecnologia alla base di modelli come OpenAI GPT, Anthropic Claude, Meta Llama e la famiglia Google Gemma.

L’annuncio di DiffusionGemma introduce invece una deviazione concettuale che potrebbe rivelarsi molto più importante della semplice corsa ai parametri. Google ha rilasciato un modello open-weight sotto licenza Apache 2.0 che applica al linguaggio una logica nata nel mondo della generazione di immagini. Invece di scrivere token in sequenza, il sistema parte da una sorta di rumore casuale e raffina progressivamente il risultato fino a produrre testo coerente. È lo stesso principio che ha reso celebri modelli come Stable Diffusion, adattato però al dominio linguistico.

Oracle cresce grazie all’intelligenza artificiale ma il software inizia a diventare il suo problema strategico

Esiste una curiosa inversione di ruoli nei conti di Oracle. Per quasi quarant’anni il software è stato il cuore pulsante dell’azienda fondata da Larry Ellison, il motore che ha generato margini straordinari e una delle più redditizie macchine da cassa della storia della tecnologia. Oggi, invece, il protagonista della crescita è l’infrastruttura AI, mentre il software, tradizionalmente considerato il gioiello della corona, rischia di trasformarsi nel segmento che frena l’accelerazione complessiva del gruppo.

Google perde in Germania: la sentenza che potrebbe cambiare il futuro legale dell’intelligenza artificiale

Per anni le grandi piattaforme digitali hanno prosperato dietro una distinzione giuridica apparentemente semplice: ospitare contenuti prodotti da altri non equivale a crearli. È il principio che ha sostenuto gran parte dell’economia di Internet, dai social network ai motori di ricerca. Una recente decisione di un tribunale tedesco, tuttavia, introduce una frattura potenzialmente storica in questa logica e potrebbe avere conseguenze che vanno ben oltre Google, arrivando fino al cuore dell’intera industria dell’intelligenza artificiale generativa.

Nell’abisso: Omer Bartov accusa Israele di aver tradito il progetto sionista

Leggere Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio, la sconfitta morale di Israele significa entrare nel ragionamento di uno dei maggiori storici viventi dell’Olocausto che, arrivato alla soglia degli ottant’anni, sembra aver deciso di scrivere il libro più doloroso della propria carriera. Omer Bartov non appartiene alla galassia degli attivisti anti-israeliani che dominano una parte del dibattito contemporaneo. È nato in Israele, ha servito nell’esercito israeliano durante la guerra del 1973, è cresciuto dentro il mito fondativo dello Stato ebraico e ha dedicato la vita a studiare come le società moderne arrivino a giustificare massacri, pulizie etniche e genocidi. Questo dettaglio cambia radicalmente la lettura del libro, perché la sua critica non nasce dall’esterno ma dall’interno della tradizione sionista.

Anthropic accende Fable 5 e scopre il prezzo della fiducia perduta

Nel settore dell’intelligenza artificiale esiste una regola non scritta: gli utenti possono accettare quasi qualsiasi limite tecnico, ma reagiscono con estrema durezza quando percepiscono una violazione della fiducia. È esattamente ciò che sta accadendo attorno a Fable 5, il primo modello pubblico della famiglia Mythos sviluppata da Anthropic. Quello che avrebbe dovuto rappresentare un trionfo tecnologico si sta trasformando in un dibattito molto più ampio sul controllo dell’AI, sulla trasparenza e sul futuro della ricerca aperta.

L’effetto collaterale nascosto dei chatbot: il MIT scopre che l’AI migliora le risposte ma indebolisce il giudizio

Una delle promesse più seducenti dell’intelligenza artificiale generativa è sempre stata quella di trasformare ogni cittadino in una sorta di fact-checker potenziato. Se una notizia appare sospetta, basta chiedere a ChatGPT, Claude o Grok. Se un’immagine sembra falsa, l’AI può analizzarla. Se un rumor politico o una presunta scoperta medica diventa virale, l’assistente digitale promette una verifica quasi immediata. Il problema, come spesso accade nella storia della tecnologia, emerge quando si confonde l’aumento della performance con l’aumento della competenza.

Google porta la traduzione simultanea universale sullo smartphone e abbatte una delle ultime barriere linguistiche

La traduzione automatica ha promesso per quasi vent’anni di trasformare ogni smartphone in un interprete personale. Finora, però, il risulato era spesso più vicino a un walkie-talkie digitale che a una conversazione naturale. Si parlava, si attendeva la fine della frase, il sistema elaborava, traduceva e infine restituiva la voce sintetizzata. Una tecnologia utile, ma lontana dalla fluidità di una vera interazione umana.

Luca Parmitano pilota di Artemis III: l’Europa conquista il posto di comando nel ritorno alla Luna

La decisione della NASA di assegnare a Luca Parmitano il ruolo di pilota della missione Artemis III rappresenta molto più di una semplice nomina individuale. È un segnale politico, industriale e tecnologico che ridefinisce il peso dell’Europa nel programma lunare più ambizioso degli ultimi cinquant’anni. In un settore dominato storicamente dagli Stati Uniti e, più recentemente, dall’ascesa della Cina, vedere un astronauta europeo sedere nel posto di pilotaggio di una missione chiave del programma Artemis equivale a una certificazione di maturità per l’intero ecosistema spaziale europeo.

Profitti record nel Fortune 500 e l’ascesa dell’AI ridisegna il capitalismo corporate americano

I dati più recenti sul Fortune 500 raccontano un anno che, nella superficie dei numeri, sembra quasi lineare, ma che nella sostanza descrive una mutazione strutturale del capitalismo americano. Profitti complessivi intorno a 2,1 trilioni di dollari, in crescita di circa il 12 percento rispetto all’anno precedente, e una capitalizzazione aggregata che si avvicina ai 55 trilioni di dollari, non sono soltanto indicatori di forza ciclica, ma segnali di una riallocazione profonda del valore economico verso infrastrutture digitali e piattaforme computazionali. La narrativa ufficiale parla di resilienza, ma il dato più interessante è la composizione di questa resilienza, sempre più dipendente da sistemi di intelligenza artificiale che non si limitano a supportare il business, ma lo riscrivono in tempo reale.

Audit dell’AI autorevisiva al MIT apre il problema delle logiche mutanti nei sistemi agentici

Self-Revising Discovery Systems for Science: A Categorical Framework for Agentic Artificial Intelligence

L’idea che un sistema di intelligenza artificiale possa essere sottoposto ad audit mentre modifica autonomamente le proprie regole interne non è più una provocazione teorica, ma un problema ingegneristico concreto che si sta affacciando nei laboratori di ricerca più avanzati. La crescente diffusione di agenti AI capaci di ristrutturare schemi di inferenza, vocabolari scientifici e criteri di valutazione dei dati mette in crisi l’impianto classico della governance algoritmica, costruito su modelli statici, versionati e sostanzialmente congelati nel tempo. In questo contesto, il lavoro sviluppato dal Massachusetts Institute of Technology su sistemi di scoperta autorevisivi per la scienza introduce una frattura concettuale che non riguarda soltanto la performance dei modelli, ma la natura stessa dell’auditabilità.

Anthropic lancia Claude Mythos 5 e apre l’era delle AI classificate per la cybersicurezza

La notizia più importante non è che Anthropic abbia annunciato Claude Mythos 5. La vera notizia è che per la prima volta una delle principali aziende dell’intelligenza artificiale ammette apertamente che alcune capacità dei modelli stanno diventando troppo potenti per essere distribuite liberamente al mercato.

Anthropic si trova così a inaugurare una categoria che fino a pochi anni fa apparteneva esclusivamente alla fantascienza e ai programmi governativi classificati: modelli AI con accesso controllato, destinati a operatori della sicurezza nazionale, infrastrutture critiche e organizzazioni selezionate. Claude Mythos 5 non sarà disponibile al pubblico. Sarà accessibile soltanto a enti approvati, partner governativi, organizzazioni di cybersicurezza e alcuni ricercatori nel settore delle scienze della vita. Contestualmente, l’azienda ha lanciato Claude Fable 5, una variante pubblica costruita sulla stessa architettura ma dotata di limitazioni aggiuntive per ridurre i rischi di abuso.

Apple scommette su Siri e l’era post-Cook tra AI, privacy e marketing della discontinuità

Apple arriva alla WWDC 2026 con una mossa che, più che un aggiornamento di prodotto, somiglia a un riallineamento strategico sotto pressione. L’azienda presenta una Siri “rifatta”, l’integrazione di Google Gemini nel backend, nuove funzionalità di Apple Intelligence e una serie di miglioramenti trasversali a iOS 27, ma il contesto è più interessante delle feature. Il keynote non parla solo di software; parla di leadership in transizione, di un modello di AI che arriva tardi rispetto ai competitor e della necessità, quasi chirurgica, di trasformare un assistente vocale percepito come statico in un’interfaccia conversazionale credibile nell’era di ChatGPT e Gemini. La cornice è quella di Apple Park, ma la dinamica è da mercato finanziario: difesa della posizione dominante attraverso un’accelerazione narrativa sull’intelligenza artificiale.

Coscienza oltre il comportamento: AI, api e la crisi delle definizioni tradizionali della mente

Il dibattito scientifico sulla coscienza sta attraversando una fase di riconfigurazione strutturale, in cui l’asse storico che collegava l’esperienza soggettiva al comportamento osservabile appare sempre meno sufficiente a sostenere una teoria coerente della mente. Le nuove ipotesi emergenti nella neuroscienza cognitiva e nella filosofia della mente convergono su un punto scomodo per molte discipline consolidate, ossia che l’intelligenza esterna, misurabile attraverso interazioni, linguaggio o capacità di problem solving, potrebbe non essere un indicatore affidabile della presenza di coscienza. La conseguenza è un progressivo spostamento del baricentro teorico verso l’analisi dei meccanismi interni che generano esperienza, riducendo il valore esplicativo del solo comportamento. In questo quadro, la coscienza diventa una variabile meno osservabile e più inferita, con implicazioni che travalicano la biologia e si estendono all’intelligenza artificiale e alla robotica cognitiva.

Amazon trasforma il print on demand in un motore di design generativo con Alexa e ridisegna l’economia del merch personalizzato

Amazon sta spingendo un’accelerazione che, più che un aggiornamento di prodotto, somiglia a una riconfigurazione silenziosa di un intero segmento dell’e-commerce. L’integrazione tra funzionalità di print-on-demand e generazione di immagini tramite Alexa for Shopping introduce una dinamica nuova: la possibilità per un utente di descrivere un’idea, trasformarla in un asset visivo tramite intelligenza artificiale e vederla immediatamente applicata a prodotti fisici come T-shirt, felpe e borracce. In termini industriali, si tratta di una compressione radicale della filiera creativa, dove brief, design, validazione e produzione vengono assorbiti in un’unica interfaccia conversazionale.

Il sovereign cloud framework della Commissione Europea ridisegna la sovranità digitale e introduce il punteggio SEAL per i fornitori

La pubblicazione del nuovo chiarimento della Commissione Europea sul Cloud Sovereignty Framework segna un passaggio meno rumoroso di quanto meriterebbe, ma strutturalmente decisivo per la traiettoria del mercato cloud europeo. La scelta della Commissione Europea, attraverso la Direzione Generale per i Servizi Digitali, di esplicitare in modo più trasparente la logica di valutazione adottata nel tender da 180 milioni di euro per servizi cloud sovrani destinati alle istituzioni dell’Unione Europea, non è un atto burocratico, bensì un tentativo di ingegnerizzare la sovranità digitale come variabile misurabile e non più come slogan politico. Il programma Cloud III Dynamic Purchasing System introduce infatti un impianto di valutazione che prova a tradurre concetti tradizionalmente sfuggenti come autonomia tecnologica, giurisdizione dei dati e resilienza operativa in un sistema di scoring comparabile tra fornitori, con l’obiettivo implicito di ridurre la dipendenza strutturale da hyperscaler extraeuropei senza dichiararlo apertamente in termini conflittuali.

Agenti, RAG e il costo invisibile dell’intelligenza distribuita: perché la corsa ai multi-agent system rischia di diventare un’illusione economica e governativa

Unlocking dependable responses with Gemini Enterprise Agent Platform’s Agentic RAG

Il dibattito sull’agentic RAG si sta rapidamente trasformando in una delle narrazioni più sovradeterminate dell’industria dell’intelligenza artificiale contemporanea, con una traiettoria che ricorda da vicino le precedenti ondate di entusiasmo per sistemi “end-to-end”, “self-improving” o “autonomous workflows”, tutte promesse che, una volta portate nel mondo della produzione, hanno dovuto fare i conti con la fisica molto poco poetica della latenza, dei costi e della governance. Google Research ha recentemente presentato un framework multi-agent orientato al miglioramento iterativo delle risposte, evidenziando incrementi di accuratezza su benchmark selezionati, ma come spesso accade nei paper industriali di nuova generazione, la metrica di successo è compressa in un perimetro controllato, mentre il sistema reale rimane fuori campo, soprattutto quando si passa dal laboratorio alla scala enterprise.

AI Agentica e la fine dello Sprint software: la compressione dei team e il nuovo modello operativo delle aziende tech

La trasformazione indotta dall’intelligenza artificiale agentica nei processi di sviluppo software non assomiglia alle classiche ondate di automazione che l’industria tecnologica ha già metabolizzato con una certa disinvoltura retorica. Qui non si tratta di velocizzare una pipeline esistente, ma di riscrivere la grammatica stessa con cui le organizzazioni producono software, allocano responsabilità e misurano la produttività. L’idea che il ciclo di sprint bisettimanale possa diventare un residuo archeologico non è più una provocazione da keynote, ma una conseguenza logica di sistemi che operano su base continuativa, in cui agenti AI eseguono, verificano e ottimizzano durante finestre notturne che somigliano sempre meno a batch process e sempre più a una forma di intelligence distribuita.

HOW (UN)STABLE ARE LLM OCCUPATIONAL EXPOSURE SCORES?EVIDENCE FROM MULTI-MODEL REPLICATION

L’intelligenza artificiale che si valuta da sola sta deformando le previsioni sul lavoro, secondo uno studio della northwestern university

Il dibattito sulla sostituzione del lavoro umano da parte dell’intelligenza artificiale sta assumendo una forma sempre più autoreferenziale, quasi chiusa in un circuito epistemico che tende a consumare le proprie ipotesi senza validazione esterna. Una ricerca condotta presso la Northwestern University introduce una frattura metodologica significativa in questo ecosistema di previsioni, evidenziando come molte delle stime sull’automazione delle professioni derivino non da osservazioni empiriche indipendenti, ma da valutazioni espresse dagli stessi modelli linguistici chiamati a descrivere il proprio impatto futuro. Il risultato non è soltanto una distorsione statistica, ma un cortocircuito concettuale che mette in discussione la legittimità stessa di una parte consistente della letteratura contemporanea sul futuro del lavoro.

ChipotlAI

L’incredibile vicenda di “ChipotlAI” segna un punto di svolta nel modo in cui percepiamo la sicurezza delle infrastrutture digitali aziendali e solleva interrogativi urgenti sulla gestione delle risorse di calcolo nel mondo dell’intelligenza artificiale generativa. Qualcuno ha recentemente creato un fork di OpenCode capace di instradare le richieste verso gli endpoint di intelligenza artificiale di Chipotle, trasformando di fatto un bot di supporto per i clienti in un serbatoio di potenza di calcolo gratuita, disponibile per chiunque voglia evitare i costi degli abbonamenti ai modelli LLM tradizionali.

L’alchimia digitale di Bending Spoons: trasformare l’obsolescenza in oro

Nel panorama tecnologico contemporaneo, dove l’attenzione degli investitori è solitamente catturata dalle frenetiche corse all’intelligenza artificiale generativa o dai colossi dell’hardware, una strategia controintuitiva sta attirando l’attenzione dei mercati globali. Il gruppo italiano Bending Spoons, in vista della sua imminente quotazione in borsa, ha svelato un modello di business che somiglia più a un’operazione di “archeologia redditizia” che a una classica startup software: l’acquisizione e il rilancio di icone del web date per spacciate.

OpenAI verso la borsa mentre Apple rallenta sull’intelligenza artificiale: due strategie opposte raccontano il futuro della Silicon Valley

La notizia più interessante della settimana tecnologica non è tanto che OpenAI abbia presentato in modo riservato la documentazione per una futura quotazione in borsa, quanto il modo in cui ha scelto di comunicarlo. L’azienda guidata da Sam Altman ha infatti accompagnato l’annuncio con una dose di prudenza quasi insolita per gli standard della Silicon Valley, precisando di non aver ancora deciso i tempi dell’operazione e ammettendo apertamente che alcune iniziative potrebbero risultare più semplici da realizzare restando una società privata. Una dichiarazione che raffredda immediatamente l’entusiasmo degli investitori e degli osservatori che già immaginavano una delle IPO più importanti della storia del settore tecnologico.

Private AI, cloud sovrano e open source: la sfida europea per proteggere il patrimonio digitale delle imprese

La corsa all’Intelligenza Artificiale ha prodotto un curioso paradosso. Mai come oggi le aziende investono miliardi per valorizzare i propri dati e, contemporaneamente, mai come oggi rischiano di trasferire una parte significativa del proprio patrimonio informativo all’esterno dei confini aziendali. Nel dibattito pubblico si parla molto delle capacità dei modelli, della produttività e dell’automazione, mentre si dedica ancora poca attenzione a una domanda molto più strategica: chi controlla realmente le informazioni che alimentano questi sistemi?

La questione va ben oltre la semplice sicurezza informatica. Riguarda la proprietà della conoscenza, la tutela del know-how e la capacità di mantenere un vantaggio competitivo in un’economia sempre più guidata dai dati. Ogni documento aziendale, ogni procedura operativa, ogni progetto di ricerca, ogni codice sorgente e ogni interazione con i clienti costituiscono infatti una componente del capitale intellettuale dell’organizzazione. Nell’era dell’AI, questi elementi non sono più semplici archivi digitali; rappresentano il carburante che alimenta i modelli intelligenti e genera nuovo valore economico.

L’intelligenza artificiale sta demolendo la piramide degli studi legali e nessuno ha ancora trovato il nuovo modello

Fino a pochi anni fa il dibattito sull’intelligenza artificiale nel settore legale sembrava confinato alle conferenze accademiche, ai laboratori di ricerca e alle slide dei consulenti. Oggi la situazione è radicalmente diversa. Negli Stati Uniti la percentuale di studi legali che utilizzano l’IA generativa nelle attività quotidiane è passata dal 3% al 26% in appena tre anni. Non si tratta più di sperimentazione ma di trasformazione operativa. La questione non è se l’intelligenza artificiale entrerà negli studi legali, ma cosa resterà degli studi legali una volta che l’intelligenza artificiale sarà diventata infrastruttura invisibile del lavoro quotidiano.

La vera domanda su Palantir, NATO e Maven non è l’interoperabilità ma la sovranità dei dati militari

La discussione che sta emergendo attorno a Maven Smart System di Palantir Technologies è interessante perché mette in luce una delle grandi contraddizioni dell’era dell’intelligenza artificiale militare. Da una parte troviamo l’argomento ufficiale: interoperabilità, apertura dell’ecosistema, integrazione con decine di sistemi esistenti, accelerazione delle decisioni operative. Dall’altra compare una domanda molto più semplice e molto più scomoda: chi controlla davvero i dati?

Il recente dibattito è nato dopo che il senior counselor di Palantir, Pete Andrysiak, ha sostenuto che il sistema Maven adottato dalla NATO sia aperto, che oltre ottanta fornitori abbiano partecipato a iniziative di integrazione e che la NATO mantenga la piena proprietà dei propri dati. Effettivamente, la stessa NATO ha descritto MSS NATO come una piattaforma destinata a integrare molteplici sistemi e capacità AI sviluppate all’interno dell’Alleanza.

AI AGENTS ENABLE ADAPTIVE COMPUTER WORMS

I worm intelligenti non aspettano più i criminali: la ricerca che mostra l’arrivo del malware autonomo

La storia della cybersicurezza è sempre stata una corsa tra automazione e difesa. Ogni generazione di malware ha cercato di ridurre il ruolo dell’operatore umano, trasformando attacchi complessi in processi automatici capaci di diffondersi a velocità superiori rispetto alla capacità di risposta delle organizzazioni. Oggi una nuova ricerca firmata da studiosi della University of Toronto, del Vector Institute, della University of Cambridge e di ServiceNow suggerisce che questa traiettoria potrebbe entrare in una fase radicalmente diversa: quella dei worm adattivi basati su intelligenza artificiale.

L’America costruisce intelligenze artificiali per hacking difensivo mentre la corsa con la Cina si trasforma in arma a doppio taglio tra Mythos e GPT-5.5 Cyber

Il racconto che emerge dalle ultime indiscrezioni rilanciate da circuiti vicini a Politico descrive un’evoluzione ormai inevitabile della sicurezza informatica contemporanea, dove modelli avanzati sviluppati negli Stati Uniti, associati ad attori come Anthropic e OpenAI, avrebbero raggiunto una capacità di analisi delle vulnerabilità tale da essere considerati non più semplici strumenti di difesa, ma vere e proprie infrastrutture offensive potenziali. L’idea di sistemi come Mythos di Anthropic e GPT-5.5 Cyber di OpenAI, capaci di individuare migliaia di falle non note nei software bancari e nei sistemi operativi di uso quotidiano, introduce una distorsione strategica che ricorda le fasi iniziali della corsa nucleare, quando la distinzione tra deterrenza e capacità di primo colpo era ancora semanticamente instabile prima che tecnicamente regolata.

OpenAI e la trasformazione di ChatGPT in super-app tra agenti, piattaforme integrate e modello WeChat

La traiettoria di OpenAI con ChatGPT sembra entrare in una fase di mutazione strutturale che va oltre l’evoluzione incrementale dei modelli linguistici. Secondo quanto riportato dal Financial Times, l’azienda starebbe ridisegnando l’intera architettura del prodotto per trasformarlo in una super-app capace non solo di rispondere a domande o generare contenuti, ma di eseguire azioni concrete attraverso agenti autonomi e integrazioni con software di terze parti. Il punto non è più la conversazione, ma l’esecuzione delegata, una transizione che sposta il baricentro dall’interfaccia testuale a una piattaforma operativa continua, in cui l’utente non interagisce più con strumenti, ma delega flussi di lavoro.

Nvidia non vende più chip: sta vendendo il cervello delle fabbriche autonome

La notizia che arriva dalla Corea del Sud è molto più importante di quanto sembri a prima vista. La maggior parte degli osservatori vede Jensen Huang stringere accordi con Doosan, Samsung, SK e Hyundai e conclude che Nvidia stia semplicemente espandendo il proprio business nell’intelligenza artificiale. In realtà sta accadendo qualcosa di diverso: Nvidia sta cercando di diventare il sistema operativo dell’industria fisica globale.

La Casa Bianca cambia rotta sull’AI mentre esce di scena il suo principale architetto

L’uscita di scena di Sriram Krishnan arriva proprio mentre la Casa Bianca si allontana dalla linea libertaria che lui e David Sacks avevano contribuito a costruire.

Trump sta iniziando a parlare apertamente di partecipazioni pubbliche nelle aziende AI, un tema che fino a pochi mesi fa sarebbe stato considerato quasi eretico nell’ortodossia repubblicana.

Towards a Science of AI Agent Reliability

L’illusione dell’affidabilità dell’AI: i benchmark migliorano, la prevedibilità resta indietro

I numeri continuano a salire. I benchmark vengono superati con percentuali sempre più impressionanti. I comunicati stampa delle aziende di intelligenza artificiale mostrano grafici che puntano verso l’alto come fossero titoli tecnologici durante una fase di euforia finanziaria. Il messaggio implicito è semplice: modelli più accurati equivalgono a sistemi più affidabili. Una recente ricerca dell’Princeton University suggerisce invece che questa equivalenza potrebbe essere profondamente sbagliata.

Quando Bertrand Russell incontra ChatGPT: il problema della conoscenza nell’era delle macchine che parlano

Nel 1912 Bertrand Russell pubblicò The Problems of Philosophy, un testo destinato a diventare uno dei pilastri della riflessione epistemologica moderna. Più di un secolo dopo, mentre il dibattito pubblico è dominato da Large Language Models, agenti autonomi e promesse di intelligenza artificiale generale, molte delle domande formulate dal filosofo britannico appaiono sorprendentemente attuali. La vera novità non è che le macchine stiano diventando più intelligenti; la novità è che stanno costringendo l’umanità a riesaminare cosa significhi realmente conoscere.

OpenAI, Trump e il fondo sovrano dell’intelligenza artificiale: quando Washington vuole una quota del futuro

Una delle notizie più significative, e potenzialmente più sottovalutate, dell’ecosistema tecnologico globale non riguarda un nuovo modello linguistico, una scoperta scientifica o un record di raccolta fondi. Riguarda invece il rapporto sempre più stretto tra OpenAI e il governo degli Stati Uniti, un rapporto che sembra evolversi rapidamente da semplice collaborazione strategica a possibile compartecipazione economica.

Quando il collo di bottiglia non è l’intelligenza artificiale ma il lavoro stesso

Apex-Agents

Nel 2024 molti dirigenti della Silicon Valley erano convinti che la sostituzione del lavoro intellettuale fosse ormai una questione di trimestri. Le dichiarazioni di Satya Nadella, secondo cui l’AI avrebbe trasformato radicalmente le professioni della conoscenza, sembravano coerenti con il ritmo di avanzamento dei modelli linguistici. Due anni dopo, però, il panorama appare molto più sfumato. I modelli sono diventati eccellenti nella ricerca documentale, nella sintesi, nella scrittura e persino nella pianificazione multi-step, ma avvocati, consulenti strategici, investment banker e professionisti della compliance continuano a presentarsi in ufficio ogni mattina.

La nuova ricerca pubblicata da Mercor attraverso il benchmark APEX-Agents offre una spiegazione interessante e, per certi versi, controintuitiva. Il problema non sembra essere l’intelligenza dei modelli. Il problema è il lavoro.

Quando l’AI scrive tre volte più codice ma il software non cresce: lo studio MIT e Wharton che ridimensiona la rivoluzione degli agenti

Il recente dibattito sull’intelligenza artificiale applicata alla programmazione è dominato da una convinzione semplice: se gli sviluppatori producono più codice, il software aumenterà nella stessa proporzione. Un nuovo studio firmato da ricercatori del MIT e della Wharton School mette però in discussione questa equazione apparentemente ovvia e introduce una conclusione molto più scomoda per l’industria tecnologica. L’AI sta effettivamente moltiplicando la produttività dei programmatori, ma gran parte di questo vantaggio si perde lungo la catena produttiva prima di trasformarsi in prodotti reali utilizzati dagli utenti.

Claude Code violato da un commento: il vero problema non è il bug, ma l’illusione dell’automazione sicura

Microsoft ha appena pubblicato una ricerca che dovrebbe attirare l’attenzione di chiunque stia integrando agenti AI nei processi di sviluppo software. La vulnerabilità, nel frattempo corretta da Anthropic, riguardava Claude Code e il suo utilizzo all’interno delle pipeline GitHub Actions. In termini semplici, un attaccante poteva inserire istruzioni malevole all’interno di issue, pull request o commenti GitHub e convincere l’agente AI a recuperare credenziali sensibili presenti nell’ambiente di build, aggirando alcuni meccanismi di protezione e persino gli strumenti di secret scanning.

Claude Code di Anthropic e i loop che scrivono prompt, il lavoro del developer si sposta verso l’orchestrazione autonoma

La dichiarazione di Boris Cherny, responsabile di Anthropic e del progetto Claude Code, ha il tono secco delle frasi che non cercano consenso ma descrivono un cambio di stato. “Non prompto più Claude. Ho loop che promptano Claude e decidono cosa fare. Il mio lavoro è scrivere loop.” In una singola frase si condensa uno spostamento che molti nel settore stanno già vivendo ma che pochi ammettono esplicitamente: la transizione dal prompting umano alla costruzione di sistemi agentici che generano, valutano e correggono i propri input. Non si tratta più di dialogare con un modello, ma di progettare ambienti in cui il modello dialoga con sé stesso.

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