Il paradosso dei Frankenmerge: quando 18 miliardi di parametri mettono in crisi i colossi da 35b

La storia recente dell’intelligenza artificiale ha un curioso vizio ricorrente: ogni volta che un laboratorio miliardario rilascia un modello più grande, più costoso e più assetato di GPU, qualche sviluppatore indipendente decide, con una combinazione di talento, tempo libero e una certa incoscienza tecnica, di dimostrare che la scala non è tutto. Il caso del frankenmerge costruito da Kyle Hessling si inserisce perfettamente in questa narrativa, ma introduce un elemento ulteriore che merita attenzione strategica, quasi più del risultato tecnico in sé: la dimostrazione che l’architettura e la composizione stanno diventando più rilevanti della pura dimensione.

Google quando l’AI scrive codice e apre porte: anatomia cinica di una vulnerabilità annunciata

Nel teatro sempre più affollato dell’intelligenza artificiale applicata allo sviluppo software, la notizia che Google abbia corretto una vulnerabilità critica nella propria piattaforma Antigravity non sorprende quanto dovrebbe, e forse è proprio questo il problema. Il bug, individuato dalla società di cybersecurity Pillar Security, non è un semplice incidente di percorso, ma un sintomo strutturale di una tensione irrisolta tra automazione e controllo, tra promessa di produttività e realtà operativa. In altre parole, il futuro che vendiamo agli sviluppatori ha iniziato a comportarsi come il passato che fingevamo di aver superato, solo con più marketing e meno visibilità sugli effetti collaterali.

Anitec-Assinform: l’Italia accelera sull’AI ma rischia di rimanere senza pilota

Il mercato corre, le aziende osservano, le istituzioni riflettono. Nel frattempo, l’intelligenza artificiale avanza a passo deciso e non aspetta nessuno. I numeri diffusi oggi da Anitec-Assinform in occasione della presentazione del rapporto “L’IA nel mercato del lavoro italiano – Professioni, modelli di adozione e la sfida della formazione” parlano chiaro e, per una volta, non lasciano troppo spazio all’interpretazione: nel 2025 il mercato italiano dell’AI vale già 1,24 miliardi di euro, con una crescita del 33% rispetto ai 935 milioni del 2024. Se il ritmo resta questo, si supereranno i 2,5 miliardi entro il 2028. Non parliamo più di una scommessa, ma di una trasformazione strutturale.

Da Smart Grid ad “Agentic Grid”. L’intelligenza agentica di GameL realizza il sogno europeo delle comunità energetiche autonome e resilienti

C’è un momento in cui la ricerca accademica diventa algoritmo sovrano. Quel momento ha un solo nome: GameL (gioco elettrico). L’apparente leggerezza del termine “gioco”, che rimanda a una semplificazione ludica di una sfida energetica, è un inganno semantico; fa riferimento, invece, ad una complessa architettura in cui la Teoria dei giochi viene applicata alla stabilità dei sistemi complessi come quelli di una comunità energetica.

John Ternus prende il timone di Apple: l’ingegnere che parla all’AI e raccoglie l’eredità di Tim Cook

Il passaggio di consegne ai vertici di Apple segna uno di quei momenti che, pur avvenendo con la consueta eleganza di Cupertino, hanno il sapore delle svolte storiche. Dopo 15 anni alla guida, Tim Cook lascia il ruolo di Ceo e affida il futuro dell’azienda a John Ternus, figura meno mediatica ma profondamente radicata nella cultura tecnica della Mela.

Il mondo di ieri

Cristina Di Silvio & Antonio Dina

La metamorfosi del legame transatlantico non è un evento improvviso, ma un processo di erosione silenziosa, simile a quelle faglie geologiche che accumulano tensione per decenni prima di manifestarsi in superficie. Non si tratta mai di una rottura puntuale quando si osservano sistemi storici di lunga durata, ma di una lenta perdita di coerenza interna tra livelli che un tempo erano sincronizzati. Per comprendere la traiettoria che ci ha condotto al disordine strategico del 2026, occorre spogliare la cronaca della sua veste emotiva e osservare i dati nella loro nudità strutturale: la quota europea nel PIL globale è passata dal 25% del 1990 a circa il 15% odierno, mentre gli Stati Uniti hanno mantenuto una tenuta relativa grazie a un ecosistema tecnologico che non rappresenta più soltanto un vantaggio competitivo, ma la vera infrastruttura primaria della loro proiezione di potenza globale. Questa trasformazione non è un semplice spostamento di peso economico tra aree del mondo. È la manifestazione visibile di un fenomeno più profondo: la riconfigurazione dei criteri stessi attraverso cui si misura la potenza. Dove prima contava la produzione industriale, oggi conta il controllo delle infrastrutture invisibili che rendono possibile la produzione stessa. In questa transizione, il sistema non “sceglie” un nuovo equilibrio: lo subisce come esito necessario della propria evoluzione interna.

Terre rare, Washington guarda a Sud: il Brasile entra nel risiko globale delle risorse critiche

Ormai è cosa nota: dietro ogni smartphone, turbina eolica o auto elettrica si nasconde un dettaglio poco glamour ma decisivo, le terre rare. E mentre il mondo discute di intelligenza artificiale e chip sempre più sofisticati, la partita vera si gioca anche sottoterra, tra miniere e accordi miliardari. Gli Stati Uniti lo sanno bene e stanno muovendo le pedine con una certa urgenza, scegliendo il Brasile come nuova casella strategica sulla scacchiera globale.

Deezer e l’economia fantasma della musica generata dall’intelligenza artificiale

Nel silenzio quasi imbarazzato dell’industria musicale, mentre le major continuano a discutere di diritti, cataloghi e revival nostalgici degli anni Novanta, si sta consumando una trasformazione molto più radicale e, per certi versi, inquietante. La piattaforma Deezer ha appena messo sul tavolo numeri che molti sospettavano ma pochi avevano il coraggio di quantificare: il 44% di tutte le nuove tracce caricate quotidianamente è generato da intelligenza artificiale. Una cifra che, tradotta in realtà operativa, significa circa 75.000 brani artificiali al giorno, oltre due milioni al mese. Una fabbrica musicale senza musicisti, senza studi di registrazione, senza notti insonni passate a cercare il ritornello perfetto. Solo modelli generativi e GPU che lavorano senza sindacati.

Smart Glasses e la nuova guerra fredda dell’attenzione: Huawei, Meta e la colonizzazione visiva del quotidiano

L’ingresso di Huawei nel mercato degli AI glasses non è semplicemente un lancio di prodotto, ma un ulteriore segnale che il computing personale sta abbandonando la forma dello schermo per diventare infrastruttura invisibile, incorporata direttamente nel campo visivo umano. Prezzo di 367 dollari, 35,5 grammi di peso, funzioni multimodali che spaziano dalla traduzione alla stima delle calorie, fino ai pagamenti tramite QR code: la retorica industriale parla di comodità, ma la realtà strategica è più brutale, si tratta della progressiva normalizzazione di un layer computazionale permanente tra individuo e realtà.

Pocket FM e l’industrializzazione dell’immaginazione: quando l’AI trasforma la narrativa in una catena di montaggio emotiva

L’ascesa di Pocket FM a oltre 400 milioni di dollari di ARR rappresenta uno di quei casi in cui la narrativa aziendale diventa essa stessa parte del prodotto, quasi una metanarrazione dell’industria che racconta storie mentre viene alimentata da storie. Il dato più interessante non è la cifra in sé, che nel lessico iperbolico delle startup globali è ormai un’unità di misura inflazionata come i miliardi nelle dichiarazioni di policy monetaria, ma la velocità asimmetrica della crescita, con i primi 200 milioni costruiti in sei anni e i successivi raddoppiati in dodici mesi. Una dinamica che non appartiene più alla logica lineare del software-as-a-service tradizionale, ma a una forma ibrida di media company algoritmica, dove il tempo di scalabilità è stato compresso dall’introduzione dell’intelligenza artificiale come infrastruttura creativa.

Digitale e sostenibilità, l’Italia corre a metà: consumatori avanti, imprese in rincorsa

Una domanda semplice, quasi provocatoria, attraversa il nuovo report dell’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale: chi sta davvero guidando la transizione tra digitale e sostenibilità in Italia? La risposta, dati alla mano, sorprende solo fino a un certo punto. Non sono le imprese, almeno non quelle più piccole, sono i consumatori.

L’edizione 2026 del rapporto, dal titolo “Digitale e Sostenibilità nell’Italia che produce e consuma” fotografa un Paese diviso in due velocità, dove la domanda corre più veloce dell’offerta. Il 29% dei cittadini ha già raggiunto un’integrazione consapevole tra digitale e sostenibilità, contro appena il 21% dei titolari di microimprese. Non è un dettaglio statistico ma una frattura strutturale che racconta molto di come evolve il sistema economico italiano.

Revolut in Borsa solo nel 2028: il Ceo Nik Storonsky spegne i fuochi d’artificio e sceglie la strada della fiducia

Revolut sta per scrivere un nuovo capitolo della sua storia, ma chi sognava un debutto in Borsa imminente dovrà pazientare ancora un po’. L’amministratore delegato Nik Storonsky ha appena chiarito che la quotazione arriverà, però non prima del 2028. Parlando con David Rubenstein nel suo show su Bloomberg, il fondatore della fintech britannica ha usato parole che suonano quasi come una doccia fredda per gli investitori più impazienti: “tra due anni”.

Quando l’AI fa sul serio: Finom e Porters trasformano il back-office bancario e non è solo marketing

Automatizzare il back-office nel fintech non è mai stato esattamente il sogno proibito degli ingegneri, ma piuttosto un incubo fatto di normative, documenti legali e processi manuali difficili da scalare. Ed è proprio qui che entra in scena la collaborazione tra Finom e Porters, con una promessa che suona ambiziosa ma questa volta accompagnata da numeri concreti: oltre 7.000 documenti elaborati in poche settimane grazie a sistemi di intelligenza artificiale agentica.

NIST e Claude Mythos, la guerra silenziosa tra Pentagono, Silicon Valley e l’illusione del controllo

Mi diverte, è quasi shakespeariano, il fatto che la National Security Agency stia eseguendo in silenzio un modello sperimentale di Anthropic all’interno delle proprie reti classificate mentre il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, la stessa struttura di cui l’NSA è parte, combatte quella stessa azienda in tribunale federale e la etichetta come rischio per la supply chain. Se questa non è schizofrenia istituzionale, è quantomeno un eccellente esempio di come la geopolitica dell’intelligenza artificiale stia scivolando in una zona grigia dove coerenza e strategia sono optional.

Palantir la guerra algoritmica e il ritorno dell’élite ingegneristica

Il dibattito riacceso da Palantir Technologies non è un incidente comunicativo né una provocazione estemporanea da weekend social; è, più precisamente, un sintomo. Quando un’azienda nata nel ventre post-11 settembre della Silicon Valley decide di articolare una dottrina geopolitica, non siamo più nel perimetro del marketing, ma in quello della teoria del potere. La differenza è sottile, ma strategicamente devastante. Nel momento in cui il codice diventa infrastruttura militare, e l’infrastruttura militare diventa piattaforma software, l’ingegnere smette di essere un tecnico e diventa un attore politico. È un passaggio storico che ricorda, con un’ironia quasi crudele, la trasformazione degli industriali dell’acciaio nel XIX secolo: da produttori di bulloni a architetti di imperi.

AI Assistance Reduces Persistence and Hurts Independent Performance

L’intelligenza artificiale sta rendendo le persone meno intelligenti o semplicemente più efficienti?

La promessa era seducente, quasi irresistibile nella sua semplicità industriale. Premere invio, attendere tre secondi, ottenere una risposta elegante, coerente, spesso brillante. Una catena di montaggio cognitiva che Henry Ford avrebbe probabilmente invidiato. L’intelligenza artificiale generativa, incarnata da piattaforme come ChatGPT, Claude e GitHub Copilot, ha ridefinito il concetto stesso di produttività intellettuale. Ma come spesso accade nella storia delle tecnologie trasformative, ciò che si guadagna in velocità si paga in profondità.

Lo studio congiunto tra Massachusetts Institute of Technology, University of Oxford e Carnegie Mellon University introduce una crepa in questa narrazione trionfalistica. Non una crepa superficiale, ma una faglia strutturale che attraversa il modo in cui apprendiamo, persistiamo e, in ultima analisi, pensiamo. Il dato più inquietante non è che l’AI migliori le performance nel breve termine. Questo era prevedibile, quasi banale. Il punto è che, dopo appena dieci minuti di assistenza, gli individui mostrano un calo significativo nella capacità di risolvere problemi in autonomia. Più lenti, meno precisi, più inclini ad abbandonare.

Il lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale: perché il vero rischio non è l’automazione ma la ridefinizione silenziosa del valore

La narrativa dominante sull’intelligenza artificiale applicata al lavoro è diventata, nel giro di pochi trimestri, una caricatura di sé stessa; da un lato gli apocalittici che evocano una disoccupazione di massa imminente, dall’altro gli ottimisti seriali che promettono una nuova età dell’oro produttiva, come se bastasse aggiungere un layer di modelli linguistici per riscrivere due secoli di economia politica. Il recente framework sull’impatto dell’AI sul lavoro introduce, quasi con pudore accademico, un elemento di realtà che disturba entrambi gli schieramenti: l’automazione non è il punto. Non lo è mai stata davvero. Il punto è la riallocazione del valore lungo la catena delle competenze.

IL problema Sam Altman: quando la governance diventa un rischio sistemico nell’era dell’intelligenza artificiale

La narrativa della Silicon Valley ha sempre avuto bisogno di eroi, ma negli ultimi anni si è progressivamente trasformata in una collezione di paradossi ambulanti, e pochi incarnano questa contraddizione meglio di Sam Altman. L’idea di un amministratore delegato “disinteressato”, privo di equity formale nella propria azienda, suona come un esercizio di filosofia stoica applicata al venture capital, ma nell’economia reale, quella fatta di capital intensity e vincoli energetici, assume contorni molto meno nobili e decisamente più ambigui. Il cosiddetto “problema Sam” non è un’anomalia folkloristica; è un segnale strutturale di come la governance delle aziende AI stia evolvendo verso modelli che ricordano più un hedge fund opaco che una società tecnologica tradizionale.

Il contesto è cruciale. OpenAI si trova nel mezzo di una guerra industriale che non ha precedenti storici diretti, se non forse nella corsa allo spazio degli anni Sessanta, ma con una differenza sostanziale: questa volta il carburante non è il kerosene, bensì l’elettricità. Addestrare modelli di frontiera richiede quantità crescenti di energia, e la cosiddetta “legge dei rendimenti decrescenti” dell’hardware sta lentamente trasformando l’AI in un business da utility, più vicino a ExxonMobil che a una startup software. In questo scenario, controllare la produzione energetica diventa un vantaggio competitivo quasi insormontabile.

Il ritorno del carbone in Italia? La soglia dei 70 euro e il futuro incerto della transizione energetica

Sembrava un capitolo chiuso, un relitto tecnologico destinato ai musei dell’archeologia industriale del Novecento. E invece no, il carbone continua a proiettare la sua ombra lunga e scura sul futuro del nostro mix energetico. In un’epoca dominata dal mantra della decarbonizzazione, l’Italia si scopre ancora dipendente da una delle fonti più “inquinanti” ma al tempo stesso rassicuranti, il carbone, utilizzato come polizza assicurativa contro l’instabilità geopolitica. E proprio in questo contesto, la tensione tra l’imperativo climatico e la sicurezza degli approvvigionamenti ha generato un paradosso: da un lato inseguiamo il Green Deal, dall’altro teniamo i motori a carbone al minimo, pronti a ripartire al primo segnale di crisi.

Quando Nvidia accende la miccia quantistica: il mercato scopre che l’errore è un business miliardario

La mossa recente di Nvidia ha prodotto un effetto raro: non solo entusiasmo mediatico, ma una riallocazione reale di capitale. Non è la prima volta che accade, ma questa volta il detonatore non è una GPU più veloce o un framework di deep learning; è qualcosa di più sottile, quasi filosofico: la gestione dell’errore nei sistemi quantistici. Un tema che, fino a ieri, era confinato nei paper accademici e nelle conferenze frequentate da fisici con pazienza monastica. Oggi diventa catalizzatore di valutazioni miliardarie.

I leader nascono o si selezionano? il lato oscuro del potere nelle carriere contemporanee

Nel teatro apparentemente razionale delle carriere moderne, dove meritocrazia, competenze e performance vengono ostentate come metriche oggettive, si muove una variabile meno dichiarata, più scomoda e decisamente più potente; una variabile che non compare nei CV, non entra nei KPI, ma che influenza in modo sorprendentemente sistemico la distribuzione del potere. La recente ricerca sui tratti oscuri della personalità riporta al centro del dibattito un concetto tanto noto quanto spesso banalizzato, quello della Dark Triad, ma lo fa con un livello di granularità che costringe a rivedere alcune convinzioni rassicuranti sul funzionamento delle élite professionali.

Mappare il cosmo: quando i dati diventano metafisica e l’universo smette di essere una costante

Ogni tanto la scienza produce qualcosa che assomiglia più a un atto di arroganza intellettuale che a un progresso lineare, e il completamento della mappa tridimensionale più dettagliata dell’universo da parte del Dark Energy Spectroscopic Instrument rientra esattamente in questa categoria. Non si tratta semplicemente di osservare il cielo con maggiore precisione, ma di ridefinire il concetto stesso di osservazione, trasformando lo spazio-tempo in una base dati interrogabile, quasi un data lake cosmico. L’universo, per la prima volta, non è più solo qualcosa da contemplare o teorizzare; è qualcosa che possiamo interrogare con la stessa mentalità con cui analizziamo una pipeline di machine learning.

Il sé digitale tra carne e codice: anatomia di una soggettività algoritmica Vittorio Gallese

Il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale ha una curiosa tendenza a oscillare tra due poli opposti e ugualmente ingenui; da un lato l’entusiasmo quasi religioso per una tecnologia che promette di riscrivere le regole della cognizione umana, dall’altro una nostalgia vagamente luddista per un passato analogico che, a ben vedere, non è mai esistito davvero. In questo scenario, il concetto di “sé digitale” emerge come una delle poche categorie in grado di sottrarsi alla banalità del dibattito pubblico, perché costringe a spostare la domanda dal “cosa fa l’AI” al più scomodo “cosa sta facendo a noi”. Non è una questione di strumenti, ma di trasformazioni ontologiche; non riguarda l’efficienza, ma la natura stessa dell’esperienza.

L’illusione del traffico intelligente: quando l’ai diventa il vero cliente

Il dato sembra innocuo, quasi tecnico, ma in realtà contiene una rivoluzione silenziosa che molti executive stanno ancora sottovalutando. Quando un utente arriva su un sito e-commerce attraverso un assistente AI, si comporta in modo diverso, quasi disciplinato, come se fosse stato addestrato da un consulente di McKinsey con ossessioni da growth hacker. Più tempo sul sito, più pagine visitate, maggiore engagement. Tradotto nel linguaggio brutale del business: più margine potenziale, più probabilità di conversione, più dati da monetizzare. Il problema, come spesso accade, non è ciò che si vede, ma ciò che si inizia a perdere senza accorgersene.

Perché Gemma 4 ridefinisce il potere dell’AI locale

La narrativa dominante dell’intelligenza artificiale ha vissuto per anni su un dogma tanto semplice quanto rassicurante: più parametri equivalgono a più intelligenza. Una sorta di keynesismo computazionale applicato al deep learning, dove l’unica politica industriale sembrava essere “spendere più GPU”. Poi, lentamente, quasi con imbarazzo, il mercato ha iniziato a scoprire una verità meno spettacolare ma infinitamente più utile: non serve un leviatano da centinaia di miliardi di parametri per risolvere problemi reali, serve un sistema coerente. Ed è qui che la famiglia Gemma 4 entra in scena con una puntualità che ha il sapore della strategia più che dell’innovazione casuale.

Minacce informatiche: nuovi sviluppi e protezione

L’informatica è ovunque intorno a noi. Ne percepiamo la forza in quasi tutte le occupazioni della giornata, sia in ambito privato che lavorativo. La sfruttiamo per illimitati motivi e al contempo ne siamo spesso schiavi. L’assunto vale anche per tutto ciò che concerne la navigazione in Internet: dalle mansioni professionali ai social media, dallo streaming ai giochi, dalle ricerche più o meno complesse tramite web ad acquisti, investimenti e pagamenti. Trascorriamo moltissime ore online, ci dedichiamo a un gran numero di attività diversificate; gli hacker lo sanno, spiano alla ricerca di nuove truffe da espletare e cercano di introdursi nei sistemi per sottrarre informazioni, dati sensibili e per tante altre azioni dannose. Dotarsi di un antivirus efficace è dunque un obbligo irrinunciabile.

Da Bollywood a TikTok: l’AI video di ByteDance accelera la rivoluzione che sta già cambiando il cinema

Mentre Maharaja in Denims si prepara a diventare il primo film indiano interamente generato dall’intelligenza artificiale entro la fine del 2026, il mondo della creazione video fa un altro salto in avanti. E questa volta non arriva da Los Angeles né da Mumbai, ma direttamente dalla Cina. ByteDance, la società dietro TikTok, ha appena lanciato Dreamina Seedance 2.0, la sua nuova e potentissima tecnologia di generazione video, prima su CapCut e ora anche sulla piattaforma Symphony Creative Studio di TikTok.

Bollywood e l’IA: il primo film interamente generato dall’intelligenza artificiale sta per conquistare le sale e il cinema indiano ridefinisce le regole

Mentre Hollywood discute ancora di contratti, scioperi e regolamentazioni sull’uso dell’intelligenza artificiale, Bollywood ha deciso di saltare direttamente al capitolo successivo. Entro la fine dell’estate 2026 arriverà nelle sale il primo lungometraggio indiano completamente generato dall’AI: “Maharaja in Denims”, tratto dall’omonimo bestseller di Khushwant Singh del 2014. Scenografie, ambientazioni, attori virtuali, tutto creato al computer. L’unico tocco umano rimasto è la colonna sonora, composta ed eseguita da musicisti in carne e ossa, con la voce di Sukhwinder Singh, lo stesso di Slumdog Millionaire, a cantare il tema principale.

Il Regno Unito lancia il Sovereign AI Fund da 500 milioni di sterline: una mossa strategica per l’autonomia tecnologica nell’era dell’AI

Il 16 aprile 2026 il governo britannico ha ufficialmente inaugurato il Sovereign AI Fund, un fondo da 500 milioni di sterline (equivalenti a circa 575 milioni di euro) dedicato esclusivamente agli investimenti in startup britanniche di intelligenza artificiale. L’obiettivo dichiarato è chiaro: ridurre la dipendenza del Regno Unito dalle tecnologie straniere, in particolare da giganti statunitensi come OpenAI, Google e Microsoft, e rafforzare la sovranità tecnologica nazionale in un settore strategico per l’economia e la sicurezza.

Fei-Fei Li e l’intelligenza artificiale centrata sull’umano: una filosofia che mette l’uomo al centro della macchina

Fei-Fei Li ha trasformato il suo impegno scientifico in una visione etica e filosofica dell’intelligenza artificiale che continua a influenzare ricercatori, policy maker e imprenditori di tutto il mondo. Sino-americana, professoressa di informatica a Stanford e fondatrice dell’Institute for Human-Centered Artificial Intelligence, Li sostiene da quasi un decennio che l’AI non debba mai perdere di vista la sua natura profondamente umana: ispirata dagli esseri umani, creata da loro e destinata ad agire su di loro.

Karpathy CLAUDE.md

Quattro principi contro il caos algoritmico: perché la disciplina batte l’intelligenza artificiale

La retorica dominante sull’intelligenza artificiale racconta una storia seducente e pericolosa allo stesso tempo, una narrazione in cui modelli linguistici sempre più sofisticati sembrano in grado di sostituire il pensiero ingegneristico con una sorta di intuizione statistica su larga scala, quasi una magia computazionale travestita da competenza. Il problema è che la magia, nei sistemi complessi, tende a rompersi nei momenti peggiori. Quattro principi operativi emergono allora non come linee guida opzionali, ma come una forma di igiene mentale necessaria per evitare che l’output generato diventi una sofisticata forma di errore plausibile, elegante ma sbagliato. Chi ha costruito sistemi reali sa che la differenza tra software funzionante e software credibile ma fallimentare non è nell’intelligenza, ma nella disciplina.

Samsung riscrive le regole dell’AI: perché potrebbe diventare l’azienda più profittevole al mondo entro il 2027

Altro che smartphone e televisori: la vera miniera d’oro di Samsung Electronics oggi è invisibile, minuscola e assolutamente indispensabile. Si chiama memoria. E nel pieno della corsa globale all’intelligenza artificiale, vale più del petrolio o, almeno, rende di più. Dopo un biennio complicato, tra il 2023 e il 2024, il colosso sudcoreano ha cambiato marcia con una velocità che farebbe impallidire anche le sue linee produttive. I numeri preliminari del primo trimestre 2026 raccontano una storia che ha poco di lineare e molto di esplosivo: 57.200 miliardi di won di profitto operativo, circa 33 miliardi di euro, che vuol dire otto volte di più rispetto all’anno precedente e tre volte rispetto al trimestre record di fine 2025.

Una crescita così non si improvvisa. Si cavalca.

Algeria sceglie Huawei per la sua “sovranità tecnologica”: l’Africa che vuole l’AI made in Algiers, ma con l’accento cinese

Mentre l’Europa ripete come un mantra la parola “sovranità digitale”, l’Algeria ha deciso di passare dalle parole ai fatti. Lo scorso martedì il ministro dell’Economia della Conoscenza, delle Start-up e delle Microimprese, Noureddine Ouadah, ha accolto il nuovo CEO di Huawei Algeria, Tony Shi Xiaohua, per siglare una partnership strategica che punta dritto al cuore della transizione digitale del Paese: intelligenza artificiale, 5G e infrastrutture di calcolo ad alte prestazioni.

Italia e Francia uniscono le forze nello spazio: l’Europa non vuole fare da spettatrice nella corsa alla Luna

Mentre il mondo guarda alla Luna con rinnovato interesse, l’Italia e la Francia decidono di giocare insieme la partita più importante. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso assieme al ministro francese dell’Istruzione Superiore e della Ricerca, Philippe Baptiste, hanno dato il via al rafforzamento di una cooperazione che oggi appare più urgente che mai.

Pichetto Fratin, nessun razionamento di energia ma occorre valutare il ritorno al nucleare

Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin sceglie l’anniversario di Arpa Piemonte per lanciare un messaggio che suona quasi rassicurante, ma che nasconde una verità scomoda per chi credeva di poter risolvere tutto con pale eoliche e pannelli solari. “Non vedo in questo momento alcun rischio immediato di razionamento” che, detto così sembra quasi un sollievo. Eppure bastano poche frasi successive per capire che l’ottimismo è condizionato, e parecchio. L’Italia dipende ancora all’80% dall’estero per le sue fonti energetiche, un dato che ogni crisi nel Golfo Persico ci ricorda con la delicatezza di un ceffone.

La Russia lancia il suo “Starlink” e i primi 16 satelliti orbitano già accanto a quelli di Elon Musk

Mentre il mondo si abitua all’idea che le costellazioni satellitari siano diventate armi strategiche oltre che infrastrutture, la Russia ha deciso di non restare più a guardare. L’azienda aerospaziale Bureau 1440 ha messo in orbita terrestre bassa i primi 16 satelliti del progetto Rassvet, segnando il passaggio ufficiale dalla fase sperimentale alla costruzione di un servizio di comunicazioni globale a banda larga. È ancora lontanissima dai quasi 10.000 satelliti di Starlink, ma il segnale è chiaro: Mosca vuole la sua rete sovrana, indipendente e soprattutto non controllabile da Elon Musk.

GPT-Rosalind e la fine dell’illusione generalista nell’intelligenza artificiale

Nel silenzio quasi chirurgico con cui OpenAI ha iniziato a rilasciare modelli verticali nel giro di pochi giorni si intravede qualcosa di più di una semplice iterazione tecnologica; si percepisce un cambio di paradigma che molti nel settore fingevano di non vedere, aggrappati all’idea romantica del modello universale capace di fare tutto, un’illusione che ha retto finché i benchmark erano giochi accademici e non leve economiche reali. Con GPT-Rosalind, progettato per drug discovery e ricerca biologica, la narrativa si incrina definitivamente, perché qui non si tratta più di generare testo plausibile ma di incidere su pipeline scientifiche che costano miliardi e richiedono precisione, scetticismo e capacità di dire “questa strada è sbagliata”, una qualità che i modelli generalisti hanno sistematicamente evitato in nome della cosiddetta helpfulness.

Codex diventa piattaforma: la guerra silenziosa per il sistema operativo dell’intelligenza artificiale

Qualcosa di interessante sta accadendo sotto la superficie apparentemente ordinata dell’ecosistema AI. Non è un lancio spettacolare, non è l’ennesimo benchmark gonfiato con metriche creative; è un cambiamento più sottile, ma strutturalmente molto più rilevante. OpenAI ha trasformato Codex da semplice assistente di coding a embrione di sistema operativo cognitivo. Una mutazione che, a prima vista, sembra un aggiornamento incrementale, ma che in realtà ridefinisce il perimetro competitivo tra le grandi piattaforme AI. Quando un prodotto inizia a eseguire task in background, gestire memoria persistente e orchestrare agenti multipli, smette di essere un tool e diventa infrastruttura.

Design e la fine del design tool: Anthropic e la verticalizzazione totale dello sviluppo software

Per oltre vent’anni, lo sviluppo software ha funzionato come una catena di montaggio imperfetta, quasi fordista ma senza l’efficienza di Henry Ford, in cui ogni passaggio era una traduzione e ogni traduzione una perdita di informazione. Il product manager scriveva documenti che nessuno leggeva davvero, il designer li interpretava trasformandoli in mockup raffinati ma spesso scollegati dalla realtà tecnica, lo sviluppatore ricostruiva tutto da zero introducendo inevitabili deviazioni. Il risultato finale era un prodotto che somigliava all’idea iniziale quanto una fotocopia di terza generazione somiglia all’originale. In questo contesto, strumenti come Figma o Canva hanno rappresentato un miglioramento, ma non una rivoluzione; hanno reso più elegante la frammentazione, non l’hanno eliminata.

L’Europa cambia le regole del gioco: fusioni più facili per non farsi schiacciare da Usa e Cina

La Commissione europea sta per compiere un’inversione a U che solo pochi anni fa sarebbe stata considerata eretica. Secondo il Financial Times, Bruxelles si prepara ad allentare significativamente le norme sulle fusioni aziendali per favorire la nascita di “campioni europei” capaci di competere ad armi pari con i colossi americani e cinesi. Il cambio di rotta è radicale e arriva quasi venticinque anni dopo l’ultima grande revisione della politica antitrust.

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