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Editoria e Diritto d’Autore

L’AI non può essere artista, almeno per ora: la Corte Suprema Usa lascia il copyright agli esseri umani

La Corte Suprema degli Stati Uniti rifiuta di esaminare il caso sull’autorialità delle opere create interamente da intelligenza artificiale. Restano validi il principio di “human authorship” e nuove implicazioni per editoria, arte e industria creativa.

Il futuro dell’arte generata dall’intelligenza artificiale passa ancora, inevitabilmente, dalla mano umana. Con una decisione destinata a fare scuola nel dibattito globale su tecnologia e diritto d’autore, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha scelto di non esaminare il caso che avrebbe potuto ridefinire il concetto stesso di autore nell’era dell’AI.

La rivincita della pellicola. Perché la fotografia analogica non è morta nell’era dell’AI

Ogni epoca ha annunciato la morte della fotografia analogica con la stessa sicurezza con cui si proclamano le rivoluzioni tecnologiche. Prima il digitale, poi lo smartphone, ora l’intelligenza artificiale. Eppure la pellicola continua a riapparire, ostinata, come una vecchia Leica che rifiuta di andare in pensione. I dati più recenti sulle ricerche online in Italia raccontano una storia diversa da quella che spesso si immagina. L’interesse per la fotografia non riguarda solo filtri, social network o immagini generate dagli algoritmi. Sempre più persone cercano informazioni su tecniche fotografiche, attrezzature dedicate e soggetti complessi da immortalare, dalla luna all’aurora boreale. Segnale di una curiosità che va oltre la semplice condivisione di immagini. In altre parole, la fotografia sta tornando a essere un processo, non soltanto un risultato.

“Al mio segnale scatenate l’inferno… ma non con l’AI”: la guerra degli attori contro i deepfake vocali

Al mio segnale scatenate l’inferno”. Pronunciata nella versione italiana del film Il Gladiatore, quella frase è diventata una delle citazioni più riconoscibili della storia del doppiaggio. La voce è quella di Luca Ward, attore e doppiatore che per decenni ha prestato il timbro a star internazionali come Russell Crowe, Keanu Reeves e Samuel L. Jackson. Proprio quella voce, simbolo del doppiaggio italiano, è ora al centro di una nuova frontiera giuridica. Ward ha infatti deciso di registrare il marchio sonoro della propria voce, una scelta pensata per contrastare l’uso non autorizzato da parte dei sistemi di intelligenza artificiale capaci di clonare voci umane in pochi secondi.

Dalle rotative agli algoritmi: Meta paga News Corp fino a 50 milioni l’anno per nutrire la sua intelligenza artificiale

Per decenni il giornalismo ha fornito il materiale con cui si costruisce il racconto del presente. Negli ultimi anni, come abbiamo visto, quel materiale è diventato anche il carburante che alimenta i modelli di intelligenza artificiale. L’ultimo esempio arriva dall’accordo pluriennale tra Meta e News Corp, che porterà i contenuti delle testate del gruppo editoriale nelle cucine digitali dei modelli di AI sviluppati a Menlo Park.

Amazon Creative Agent, quando lo spot lo fa l’AI e la pubblicità diventa democratica

Produrre uno spot video professionale è sempre stato un piccolo incubo per le piccole e medie imprese. Budget a cinque cifre, settimane di shooting, post produzione infinita e la sensazione costante di giocare in un campionato dove a dettarla da padroni sono i grandi brand. Ma lo scenario sta per cambiare o, almeno, è quello che promette Amazon Ads che ha appena lanciato Creative Agent. Si tratta di un nuovo strumento di intelligenza artificiale agentica integrato in Creative Studio che promette di creare annunci di qualità professionale, dall’idea alla produzione finale. Obiettivo dichiarato: abbassare le barriere creative e rendere accessibile anche alle PMI ciò che fino a ieri era appannaggio dei colossi con uffici marketing strutturati e agenzie dedicate.

Editoria e Intelligenza Artificiale, tra innovazione e pirateria. Come evitare il Far West digitale senza spegnere il futuro

Una parola ricorre sempre più spesso quando si parla di libri, giornali e algoritmi: Far West. Non perché l’intelligenza artificiale cavalchi al tramonto con il cappello da cowboy ma perché il confine tra innovazione e illegalità, tra utilizzo lecito e sfruttamento opaco dei contenuti, appare, per molti versi ancora incerto. E nel frattempo l’editoria fa i conti con numeri che non sono affatto romanzeschi.

Brad Pitt contro Tom Cruise sul tetto del mondo. Ma è solo AI. Seedance 2.0 accende Hollywood e riapre la guerra del copyright

C’è una nuova scena d’azione che sta facendo parlare Hollywood. Brad Pitt e Tom Cruise si affrontano su un tetto, in una città semi distrutta, atmosfera post apocalittica, pugni che volano, sguardi intensi, audio perfettamente sincronizzato. Sembra il trailer del prossimo blockbuster estivo, quello che incrocia l’adrenalina di Mission Impossible con il carisma da Oscar. Peccato che non sia mai stato girato. Nessun set, nessun ciak, nessun cachet milionario. Solo quindici secondi generati da Seedance 2.0.

Quando Claude ascolta troppo rock: Anthropic, la musica e la nuova guerra del copyright

Il rock non è mai stato silenzioso, ma questa volta il rumore arriva dai tribunali. Anthropic, una delle aziende più osservate nel panorama dell’intelligenza artificiale, si ritrova al centro di una nuova causa che mescola tecnologia, musica e copyright, con un cast che farebbe invidia a un festival leggendario. Rolling Stones, Elton John, Neil Diamond e circa altre 19.997 canzoni, secondo l’accusa, sarebbero finite nei dataset di addestramento del chatbot Claude senza biglietto d’ingresso né licenza.

La memoria fa paura: perché gli editori Usa stanno chiudendo la porta a Internet Archive

Internet Archive, per molti, è una sorta di biblioteca di Alessandria digitale. Non sempre ordinata, spesso rumorosa, ma indispensabile per capire come il web è diventato quello che è. Eppure oggi quella biblioteca rischia di trovarsi con sempre più scaffali vuoti. New York Times e Guardian hanno deciso di bloccare l’accesso ai propri siti alla Wayback Machine, lo strumento simbolo dell’archivio che da anni conserva versioni storiche delle pagine web. Il motivo ufficiale è semplice e, in apparenza, inattaccabile: quei contenuti potrebbero essere usati per addestrare modelli di intelligenza artificiale senza autorizzazione.

L’Intelligenza Artificiale va in onda. La radio accende il microfono al futuro

Se pensavate che la radio fosse solo cuffie, mixer e un buon caffè bevuto al volo tra un notiziario e un jingle, oggi dovete aggiungere un nuovo ospite in studio: si chiama Intelligenza Artificiale e non è più una comparsa da convegno ma una presenza fissa nel palinsesto del futuro. Oggi, in occasione della Giornata Mondiale della Radio dedicata dall’UNESCO al tema Radio e Intelligenza Artificiale, la COPEAM (Conferenza Permanente dell’Audiovisivo Mediterraneo) accende i riflettori su un esperimento che non è fantascienza né semplice esercizio accademico. Il progetto Artificial Intelligence for Multilingual Radio Broadcasting, realizzato con il supporto dell’UNESCO e il contributo scientifico del CRITS della RAI e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, prova a rispondere alla domanda che rimbalza tra studi di registrazione e riunioni editoriali: l’AI ci ruberà il microfono o ci aiuterà a usarlo meglio? La risposta, almeno per ora, è meno cinematografica e più interessante. L’AI non ruba il microfono, ma chiede una sedia accanto al fonico.

L’inversione dello STACK

sull’ontologia della protesi

E se il mondo non fosse per gli uomini, ma per le macchine?

di Fabrizio Degni & Antonio Dina

Questo articolo non discute l’intelligenza artificiale come tecnologia emergente né come semplice strumento di automazione. Parte da un’ipotesi più scomoda e meno consolatoria: che il vero cambiamento in corso non sia economico o produttivo, ma ontologico.

Attraverso il concetto di inversione dello stack, il testo esplora come l’essere umano stia progressivamente perdendo la posizione di soggetto centrale nei sistemi socio-tecnici per diventare componente funzionale, periferica biologica, middleware incarnato di architetture computazionali sempre più autonome.

Incrociando filosofia della tecnica, governance dell’AI e cultura pop, da Matrix Resurrections a Memento, l’articolo analizza la trasformazione della soggettività, della memoria, della responsabilità e dell’agency in un mondo in cui la predizione diventa prescrizione e l’identità un parametro ottimizzabile.

Non offre soluzioni né rassicurazioni. Propone una diagnosi radicale: non stiamo adattando le macchine all’uomo, stiamo adattando l’uomo a un mondo progettato per le macchine. E il tempo per fingere che questo non stia accadendo è già finito.

Partiamo da un atto di onestà brutale. L’idea che l’intelligenza artificiale sia uno strumento al servizio dell’uomo è una narrazione obsoleta, un residuo antropocentrico utile a rendere digeribile una trasformazione che, in realtà, sta già avvenendo altrove e prima di noi. Non perché esista una volontà maligna nelle macchine, ma perché i sistemi complessi seguono logiche proprie, indipendenti dalle nostre nostalgie umaniste. La tecnica non ha mai chiesto il permesso alla morale per evolversi. L’ha sempre costretta a inseguire.

Connessi a morte, la guerra algoritmica e la crisi della sovranità digitale

Connessi a morte di Michele Mezza offre una lettura sconcertante, quasi profetica, di come la rete globale abbia smesso di essere un luogo di libertà per trasformarsi in un teatro di precisione chirurgica della guerra contemporanea. L’autore prende spunto da episodi recenti come l’esplosione dei cercapersone in Libano nel settembre 2024 per mostrare che la cosiddetta “mobile war” non è più un concetto futuristico, ma la condizione quotidiana in cui viviamo. Ogni smartphone, tablet o dispositivo connesso diventa un potenziale bersaglio, e la distinzione tra civile e combattente, tra tempo di pace e tempo di guerra, tende a svanire in una sorta di “cospirazione uniforme” che avvolge la nostra quotidianità.

Come le democrazie muoiono dall’interno

La democrazia non crolla più come un castello di carte sotto i colpi di un colpo di stato militare spettacolare. La nuova narrativa, raccontata con lucidità spietata da Steven Levitsky e Daniel Ziblatt nel loro libro, ci costringe a riconoscere che le democrazie contemporanee spesso muoiono lentamente, con una precisione chirurgica, attraverso un processo di erosione interna che sfugge ai radar tradizionali. Gli autori, politologi di Harvard con una conoscenza storica che spazia dall’Europa degli anni Trenta all’America Latina degli anni Settanta, dimostrano che il pericolo non è più un generale che marcia su Washington o Buenos Aires, ma un leader che sfrutta le stesse regole della democrazia per svuotarla di sostanza.

IF ANYONE BUILDS IT, EVERYONE DIES

Se qualcuno la costruisce, moriamo tutti: il grido d’allarme di Yudkowsky e Soares sull’intelligenza artificiale superumana

Il libro scritto da Eliezer Yudkowsky e Nate Soares si legge come un vero e proprio allarme antincendio, un messaggio urgente e perentorio rivolto a chiunque osi ignorare la traiettoria della tecnologia. Non è un trattato accademico convenzionale, né un saggio sulle meraviglie dell’intelligenza artificiale, ma un avvertimento che pulsa di ansia esistenziale. Gli autori, figure centrali del Machine Intelligence Research Institute, sostengono che lo sviluppo di un’intelligenza artificiale superumana (ASI) non sia un’opzione etica o tecnologica, ma un bivio tra vita e estinzione. La loro tesi non lascia spazio a compromessi: l’umanità rischia di scomparire se questa corsa non viene fermata immediatamente.

La falsa utopia del multiculturalismo universitario

David O. Sacks e Peter A. Thiel in The Diversity Myth: Multiculturalism and Political Intolerance on Campus scavano nel sottosuolo ideologico delle università americane degli anni ’90, con particolare attenzione a Stanford. La narrazione è più un atto d’accusa che un resoconto accademico neutro: ciò che viene presentato come promozione della diversità, secondo gli autori, è in realtà un sofisticato meccanismo di controllo ideologico, capace di soffocare il pensiero critico e imporre un conformismo politico uniforme. Stanford diventa così un laboratorio sociale dove l’individualità viene sacrificata sull’altare della vittimologia e della coscienza politica di gruppo.

Buonvino e l’omicidio dei ragazzi: Veltroni tra giallo e riflessione sociale

Seduto al tavolino del Bar dei Daini, con un caffè fumante e la luce obliqua che filtra tra gli alberi di Villa Borghese, chiudo l’ultima pagina di Buonvino e l’omicidio dei ragazzi di Walter Veltroni con una sensazione di vuoto e di ammirazione. Roma non è mai stata così viva e così inquietante, e il commissario Buonvino ritorna più umano che mai, in un’indagine che non dimentichi facilmente.

Veltroni costruisce un Buonvino riflessivo, distante dalla figura del detective infallibile dei gialli classici. Lo vediamo alle prese con i Lego la domenica, con Veronica, la moglie-collega, o emozionarsi davanti alla giovane vita spezzata di Ludovica. È questo equilibrio tra fragilità e capacità investigativa che rende il personaggio credibile e magnetico.

Qualcosa è andato storto. internet, AI e il grande equivoco del progresso

In un momento preciso in cui abbiamo smesso di parlare di futuro e abbiamo iniziato a inseguire notifiche. Non ce ne siamo accorti, perché la transizione è avvenuta con il sorriso. Icone colorate, onboarding gentile, la promessa implicita che tutto sarebbe stato più semplice, più veloce, più democratico. Internet doveva essere l’infrastruttura morale del XXI secolo, non solo quella tecnica. Doveva ridurre le asimmetrie, distribuire conoscenza, creare anticorpi contro il potere. Invece ha fatto una cosa più sottile e quindi più pericolosa. Ha ridefinito cosa intendiamo per progresso senza mai dichiararlo apertamente.

Il cielo sporco e la guerra algoritmica che abbiamo già perso

Quando un libro smette di essere un libro e diventa un documento storico. Il cielo sporco di Gianluca Di Feo appartiene a questa categoria scomoda. Non perché racconti qualcosa di nuovo, ma perché mette in fila ciò che molti nel settore tecnologico e militare sanno già e fingono di non vedere. La guerra dei droni e dell’intelligenza artificiale non è futura, non è sperimentale, non è marginale. È il presente operativo, industriale e politico del mondo occidentale. E come spesso accade, quando la tecnologia corre più veloce della cultura, il risultato è un vuoto etico travestito da progresso.

Guerre in codice: come le intelligenze artificiali resettano la democrazia

Il nuovo saggio di Michele Mezza, “Guerre in codice: come le intelligenze artificiali resettano la democrazia”, si colloca come il capitolo conclusivo di una trilogia sulla guerra ibrida, quel conflitto liquido e globale in cui le armi convenzionali cedono il passo alle manipolazioni cognitive e alle interferenze informative. Mezza, giornalista di lungo corso con esperienze in Russia e Cina e docente universitario alla Federico II di Napoli, trasforma la sua esperienza sul campo in un’analisi lucida e spietata delle nuove dinamiche di potere tra tecnologia e politica, mostrando come l’era digitale non sia solo un acceleratore di notizie, ma uno strumento diretto di governo e controllo.

L’anima nera della Silicon Valley. la vera storia di Peter Thiel

È da studente a Stanford che Peter Thiel getta le fondamenta di un potere nuovo, radicalmente diverso da quello della Silicon Valley raccontata nei pitch deck e nei TED Talk. Non potere fondato sulla visibilità, sull’evangelismo tecnologico o sul culto del fondatore carismatico, ma su reti opache, influenza culturale e capitale strategico. A Stanford Thiel studia filosofia e diritto, ma soprattutto studia il conflitto. Legge Hobbes e Carl Schmitt mentre attorno a lui prende forma il mito californiano della tecnologia come forza naturalmente progressista. Lui non ci crede. Intuisce che la tecnologia non emancipa di per sé, amplifica chi già comanda.

Tecnologia e potere: perché la corsa all’AI è una maratona, non uno sprint

La narrazione dominante sul confronto tra Stati Uniti e Cina in intelligenza artificiale continua a essere drammatica, quasi cinematografica: chi costruirà per primo un’AGI con capacità “divine” conquisterà il mondo, o almeno il dominio tecnologico e militare globale. Jeffrey Ding, assistant professor alla George Washington University e autore di Technology and the Rise of Great Powers, smonta questo mito con la freddezza di uno storico tecnologico che ha visto decine di rivoluzioni industriali nascere e morire prima che il loro impatto reale fosse visibile. Per Ding, l’errore fondamentale degli Stati Uniti è correre lo sprint dell’innovazione mentre il vero vantaggio strategico risiede nella diffusione: portare l’AI in ogni angolo dell’economia, dalle imprese più piccole ai campus universitari meno noti, dai centri urbani ai territori più periferici.

Meta mette il lucchetto all’AI per gli adolescenti e dopo Grok nessuno può fingere di essere sorpreso

Ogni grande ondata tecnologica, prima o poi, arriva a quel punto preciso in cui l’entusiasmo degli ingegneri inciampa nella scrivania di uno studio legale. Napster, per esempio, all’inizio degli anni Duemila era presentato come la più bella utopia digitale mai vista: musica gratis per tutti, condivisione globale, rivoluzione culturale. Poi è arrivata l’industria discografica, e l’innovazione ha scoperto improvvisamente di avere un avvocato seduto davanti. Pensiamo a YouTube: all’inizio era il Far West dei video, un gigantesco karaoke illegale planetario. Solo dopo una raffica di cause miliardarie è nato Content ID, il primo grande tentativo di trasformare una rivoluzione creativa in qualcosa che potesse sopravvivere in tribunale.

AI slop o nuovo cinema popolare? YouTube, i creator e la paura di un futuro troppo creativo

C’è una frase che torna spesso quando si parla di YouTube e intelligenza artificiale: “sta diventando sempre più difficile distinguere il reale dal generato”. È vera, ed è anche un po’ il segno dei tempi. Neal Mohan, Ceo di YouTube, lo ripete nella sua lettera aperta alla community mentre presenta le priorità della piattaforma per il 2026. YouTube, dice, è ormai la nuova televisione e i creator sono le nuove star della prima serata. Detto così sembra una battuta, ma poi arrivano i numeri e la battuta smette di far ridere. Solo negli Stati Uniti, nel 2024 (per il 2025 appena concluso non sono ancora disponibili i dati), l’ecosistema YouTube ha contribuito al Pil per 55 miliardi di dollari e ha sostenuto quasi mezzo milione di posti di lavoro. Negli ultimi quattro anni, più di 100 miliardi di dollari sono finiti nelle tasche di creator, artisti e aziende dei media. Altro che passatempo.

“Alright, alright, alright”… ma solo se lo dice lui: Matthew McConaughey e la nuova frontiera dei diritti d’autore nell’era dei cloni AI

Anche Hollywood a volte decide di smettere di protestare e iniziare a muoversi. Questa volta il protagonista è Matthew McConaughey e la notizia, riportata dal Washington Post, ha il sapore di quelle che fanno scuola: l’attore ha deciso di combattere i cloni digitali non con un post indignato o con una causa simbolica, ma con un’arma giuridica piuttosto concreta, cioè mettendo un marchio registrato su se stesso. Sì, letteralmente.

Dalle piste ai pixel: come l’intelligenza artificiale sta riscrivendo le Olimpiadi di Milano-Cortina

Se pensate che l’intelligenza artificiale nello sport serva solo a dire se un pallone ha superato la linea o no, Milano-Cortina 2026 è pronta a farvi cambiare idea. Le prossime Olimpiadi invernali saranno, prima ancora che una vetrina sportiva, un gigantesco laboratorio tecnologico in cui l’AI non si limiterà a stare dietro le quinte, ma diventerà parte integrante dell’esperienza di chi guarda, racconta e vive i Giochi.

2026, l’anno in cui il media planning smette di pianificare e inizia a progettare

Tutti noi che lavoriamo nel media da qualche tempo abbiamo la sensazione che le parole che usiamo ogni giorno non bastino più a spiegare quello che sta succedendo. Pianificazione, canali, funnel, copertura, frequenza. Certo, funzionano ancora. Ma non raccontano più tutto. E, forse, non raccontano nemmeno la parte più importante. Le previsioni WARC “The future of media” per il 2026 sono lì a ricordarcelo in modo piuttosto esplicito: la spesa pubblicitaria globale crescerà di oltre il 9% e arriverà intorno ai 1,3 mila miliardi di dollari. Una cifra enorme, che non dice solo che il mercato cresce, ma soprattutto che sta cambiando pelle.

Il punto di svolta dell’intelligenza artificiale e la fiducia digitale

La notizia è semplice e devastante: conversazioni “cancellate” su ChatGPT potrebbero non essere mai realmente sparite. Una sentenza federale, scaturita da una causa del New York Times contro OpenAI, stabilisce che anche i messaggi che gli utenti pensavano eliminati possono essere conservati e usati come prova legale. Psicologicamente, questo cambia tutto: il patto implicito tra utenti e piattaforme AI è frantumato, e ricostruire fiducia è più difficile di convincere un consiglio di amministrazione a investire in un progetto quantistico.

Cloudflare contro Roma: quando la nuvola minaccia tempesta (e 14 milioni di euro di pioggia)

C’è un vecchio detto che recita “tanto tuonò che piovve” per indicare che le cose non accadono mai all’improvviso: ci sono sempre dei segnali premonitori, proprio come il tuono annuncia la pioggia. Nel caso di Cloudflare, invece, quando arriva una multa da oltre 14 milioni di euro, non piove: scoppia direttamente un temporale geopolitico-digitale con fulmini, saette e comunicati su X. Nei giorni scorsi l’AGCOM ha sanzionato il colosso americano delle infrastrutture di rete e della sicurezza web per la “perdurante violazione” della normativa antipirateria italiana ed ecco che, puntuale come un aggiornamento di sistema non richiesto, è arrivata la risposta del CEO Matthew Prince. Lunga, infuocata e, soprattutto, molto americana.

Quando il portiere non chiude la porta: Cloudflare, Agcom e la multa da 14 milioni di euro

Oltre quattordici milioni di euro non sono bruscolini, nemmeno per uno dei giganti mondiali delle infrastrutture internet. L’Agcom ha deciso di sanzionare Cloudflare con una multa pari all’1% del fatturato globale 2024 per violazione delle norme sul diritto d’autore online e, più precisamente, per inottemperanza a un proprio ordine. Secondo Agcom infatti, Cloudflare non ha eseguito quanto richiesto dalla delibera 49/25/CONS, collegata alla Legge antipirateria 93/2023. Tradotto per chi non vive di sigle: Cloudflare avrebbe dovuto aiutare a rendere inaccessibili una serie di contenuti pirata segnalati dai titolari dei diritti tramite Piracy Shield. E non lo avrebbe fatto.

Anne Applebaum: Autocrazie

Autocrazia s.p.a. il potere globale dopo le ideologie

Ascolto spesso un errore concettuale che continua a infestare il dibattito geopolitico occidentale come un software legacy mai disinstallato. Continuare a leggere il mondo con le categorie del Novecento. Destra e sinistra. Capitalismo e comunismo. Democrazia contro totalitarismo. Anne Applebaum, con la precisione chirurgica di chi ha visto i meccanismi del potere dall’interno e non dalla cattedra, smonta questa illusione con una tesi tanto semplice quanto disturbante. Il conflitto globale non è più ideologico. È gestionale. Non riguarda ciò che i regimi dicono di credere, ma ciò che devono fare per sopravvivere. Conservare potere. Proteggere ricchezza. Garantire impunità.

Reddit supera TikTok. La rivincita dei Forum nell’era dell’AI?

I tempi cambiano e a volte lo fanno in modi che ci lasciano un po’ sorpresi, quasi come scoprire che il vecchio bar di quartiere è diventato il posto più trendy della città. Pensate a Reddit: quella piattaforma che un tempo evocava immagini di dibattiti accesi tra utenti anonimi, spesso più simili a campi di battaglia che a salotti amichevoli. Invece, eccola qui, nel 2026, a scalzare TikTok dal podio delle piattaforme social più visitate nel Regno Unito. Sì, proprio lei, la regina dei subreddit, è diventata la quarta rete sociale più popolare tra i cittadini britannici, superando il re dei video brevi. Non è forse ironico come, in un mondo dominato da algoritmi velocissimi e contenuti effimeri, che sia proprio un sito nato per discussioni testuali a rubare la scena?

Copyright e intelligenza artificiale: la legge nata per gli scrittori riuscirà a sopravvivere agli algoritmi

Il copyright non è mai stato una legge romantica. È sempre stato un compromesso brutale tra denaro, potere e creatività. Oggi però, con l’intelligenza artificiale che divora libri, musica, fotografie e archivi giornalistici a una velocità che nessun essere umano può anche solo concepire, quel compromesso scricchiola. Negli Stati Uniti oltre cinquanta cause per violazione del copyright sono già arrivate davanti ai giudici, tutte con la stessa accusa di fondo: le Big Tech hanno costruito modelli miliardari usando opere protette senza chiedere permesso a nessuno. Non un dettaglio tecnico. Una faglia strutturale.

La redazione che pensa: Al Jazeera, Google cloud e l’illusione dell’intelligenza editoriale

Google ama ripetere quando parla di media e intelligenza artificiale: non stiamo costruendo strumenti, stiamo costruendo sistemi. “The Core”, la nuova redazione AI-powered lanciata da Al Jazeera insieme a Google Cloud, è esattamente questo. Non un software. Non una dashboard. Ma un sistema operativo editoriale che promette di suggerire cosa chiedere, cosa evidenziare, cosa collegare e soprattutto come raccontarlo. Una promessa seducente. Anche pericolosa.

Al Jazeera non è una startup affamata di hype. Opera dal 1996, ha oltre 70 redazioni nel mondo, una storia editoriale riconoscibile e una reputazione costruita nel tempo, spesso pagando prezzi politici elevati. Proprio per questo il passaggio a una redazione guidata dall’intelligenza artificiale non è un esperimento marginale ma un segnale di sistema. Qui non si parla di automazione di titoli o trascrizioni. Qui si parla di spostare il baricentro cognitivo del lavoro giornalistico dentro un’architettura algoritmica.

Attaccamento, potere e Peter Thiel: la psicologia nascosta della Silicon Valley che nessuno vuole discutere

La parola che la Silicon Valley evita con cura quasi maniacale, come se fosse una bestemmia pronunciata in una board room piena di hoodie e stock option è attaccamento. Troppo umana, troppo freudiana, troppo poco scalabile. Eppure, se si vuole capire davvero la traiettoria intellettuale e politica di Peter Thiel, l’investitore che ama definirsi razionale mentre finanzia visioni messianiche, l’attachment non è un dettaglio laterale. È il motore invisibile. È il codice sorgente emotivo di un’ideologia che finge di essere puramente logica, ma che in realtà nasce da una relazione irrisolta con il mondo, con lo Stato, con la società e, soprattutto, con l’idea stessa di dipendenza.

La classe potenzIAta. Comprendere e applicare l’Intelligenza Artificiale in classe di Lorenzo Redaelli

Questo libro arriva nel dibattito sull’intelligenza artificiale a scuola con un tempismo curioso e, proprio per questo, efficace. Non è scritto sull’onda dell’entusiasmo ingenuo dei primi mesi né sulla scia delle reazioni difensive che hanno caratterizzato molta produzione educativa tra il 2022 e il 2023. Si colloca invece in una terra più rara e più scomoda: quella dell’osservazione prolungata, della sperimentazione reale in classe e della riflessione teorica che non ha bisogno di slogan per legittimarsi.

Il primo grande merito del volume è la scelta di non trattare l’IA come un oggetto misterioso o, peggio, come un’entità quasi metafisica. L’autore compie un’operazione controcorrente ma necessaria: spoglia l’intelligenza artificiale del suo alone mitologico e la riporta nel dominio della tecnologia, con i suoi limiti strutturali, le sue assunzioni implicite e le sue fragilità. La ricostruzione storica e concettuale, da Turing ai modelli linguistici contemporanei, non è mai un esercizio accademico fine a se stesso. Serve a costruire una postura mentale corretta, soprattutto per chi opera nella scuola e rischia di adottare strumenti che non comprende, o di rifiutarli per ragioni altrettanto infondate.

Empire of AI e il mito tecnologico che OpenAI preferirebbe non vedere raccontato

C’è una convinzione rassicurante che circola nella Silicon Valley come un mantra aziendale ben oliato. L’intelligenza artificiale avanzata sarebbe il risultato naturale del progresso tecnico, una sorta di gravità computazionale a cui è inutile opporsi. Karen Hao, con Empire of AI, entra in questa narrazione come un granello di sabbia in un ingranaggio da miliardi di dollari. Il libro non attacca l’intelligenza artificiale in quanto tale. Attacca qualcosa di molto più scomodo. L’idea che il futuro dell’AI sia inevitabile, neutrale, quasi scritto nelle leggi della fisica e non nelle scelte di consigli di amministrazione, venture capitalist e governi compiacenti.

Empire of AI smonta il cuore ideologico del progetto OpenAI, partendo da una domanda che nel settore viene accuratamente evitata. Che cosa intendiamo davvero per intelligenza. La risposta onesta è destabilizzante. Non esiste una definizione scientifica condivisa di intelligenza umana, figuriamoci artificiale. Eppure l’AGI, acronimo che suona come una profezia tecnologica più che come una teoria verificabile, viene usato come bussola strategica, narrativa salvifica e strumento di raccolta capitali. Hao mostra come l’AGI non sia un obiettivo scientifico ancorato a metriche solide, ma un concetto elastico, utile a promettere tutto e il contrario di tutto. Salvezza dell’umanità o estinzione globale, a seconda del pitch deck e dell’audience.

Quando l’AI diventa media: cosa ci dicono i dati Comscore sull’Italia

L’intelligenza artificiale non è più una tecnologia di nicchia: è diventata una piattaforma di massa. Secondo le ultime rilevazioni Comscore, le applicazioni di AI in Italia hanno superato 16 milioni di utenti unici mensili, pari a circa il 35% della popolazione digitale nazionale. Per chi lavora nel mondo dei media e della comunicazione, questo non è solo un dato di adozione tecnologica, ma un segnale forte di trasformazione delle audience.

Nelle redazioni l’AI non è neutrale: il caso Politico accende il dibat­tito tra editori e giornalisti (anche in Italia)

Nelle redazioni americane l’aria si sta facendo elettrica. E non solo per il continuo ronzio dei modelli linguistici che iniziano a insinuarsi fra riunioni di redazione, bozze e lavoro di desk. Il vero cortocircuito lo ha acceso Politico, dove un arbitrato ha stabilito che il management ha violato le clausole sull’adozione dell’intelligenza artificiale previste dal contratto sindacale. Una decisione che non è solo una vittoria per i giornalisti del NewsGuild, ma un campanello che risuona ben oltre Washington, perché parla del futuro del lavoro giornalistico e del fragile equilibrio tra velocità tecnologica ed etica dell’informazione.

Perplexity sotto assedio: in Italia la prima causa AI sul copyright accende un nuovo fronte

Non finiscono i guai per Perplexity. Dopo la battaglia legale con il New York Times negli Stati Uniti, la società americana si ritrova ora a difendersi anche davanti al Tribunale Civile di Roma, dove ha preso forma la prima causa italiana per violazione di copyright legata all’intelligenza artificiale. Una coincidenza temporale che assomiglia più a un cambio di stagione che a un semplice episodio giudiziario. E che racconta, ancora una volta, quanto velocemente il fronte dei media stia reagendo all’avanzata dei modelli generativi.

Il giornalismo nella morsa dell’AI: dentro la nuova sfida legale tra New York Times e Perplexity

Il New York Times rientra in aula e questa volta il tribunale si trasforma nel teatro di una disputa che promette di rimettere mano alle regole dell’economia dell’informazione. A finire nel mirino questa volta è Perplexity, la startup di ricerca conversazionale che ha conquistato l’attenzione degli utenti e la preoccupazione crescente degli editori. L’accusa è una di quelle che non passano inosservate: violazione di copyright e sfruttamento non autorizzato dei contenuti del quotidiano. Ma sotto la superficie legale si muove qualcosa di ben più grande e inevitabile. Vediamo di cosa si tratta.

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