sull’ontologia della protesi
E se il mondo non fosse per gli uomini, ma per le macchine?
di Fabrizio Degni & Antonio Dina
Questo articolo non discute l’intelligenza artificiale come tecnologia emergente né come semplice strumento di automazione. Parte da un’ipotesi più scomoda e meno consolatoria: che il vero cambiamento in corso non sia economico o produttivo, ma ontologico.
Attraverso il concetto di inversione dello stack, il testo esplora come l’essere umano stia progressivamente perdendo la posizione di soggetto centrale nei sistemi socio-tecnici per diventare componente funzionale, periferica biologica, middleware incarnato di architetture computazionali sempre più autonome.
Incrociando filosofia della tecnica, governance dell’AI e cultura pop, da Matrix Resurrections a Memento, l’articolo analizza la trasformazione della soggettività, della memoria, della responsabilità e dell’agency in un mondo in cui la predizione diventa prescrizione e l’identità un parametro ottimizzabile.
Non offre soluzioni né rassicurazioni. Propone una diagnosi radicale: non stiamo adattando le macchine all’uomo, stiamo adattando l’uomo a un mondo progettato per le macchine. E il tempo per fingere che questo non stia accadendo è già finito.
Partiamo da un atto di onestà brutale. L’idea che l’intelligenza artificiale sia uno strumento al servizio dell’uomo è una narrazione obsoleta, un residuo antropocentrico utile a rendere digeribile una trasformazione che, in realtà, sta già avvenendo altrove e prima di noi. Non perché esista una volontà maligna nelle macchine, ma perché i sistemi complessi seguono logiche proprie, indipendenti dalle nostre nostalgie umaniste. La tecnica non ha mai chiesto il permesso alla morale per evolversi. L’ha sempre costretta a inseguire.
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