Il Dipartimento di Giustizia americano interviene nella causa sul copyright sostenendo che obbligare le aziende AI a pagare per i contenuti utilizzati nel training potrebbe avvantaggiare Cina e altri concorrenti degli Stati Uniti. E sostiene, sorprendentemente, che a rimetterci sarebbero anche i piccoli editori.
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Editoria e Diritto d’Autore
Fatto con l’AI
Oggi un articolo molto poco tecnico, ma visti i cambiamenti in corso è interessante fare un punto della situazione.
Visto che le piattaforme hanno iniziato a mettere il bollino “fatto con l’AI” sui contenuti, è importante dire che quel bollino racconta solo metà della storia.
Dice come è stato costruito un testo o un’immagine, non chi ne è responsabile.
E la responsabilità, come vedremo, resta sempre di una persona: chi possiede il sito, la testata che pubblica, il giornalista che ha firmato.
L’intelligenza artificiale è lo strumento, non l’autore che risponde di quello che esce.
Il rischio più concreto non è nemmeno l’AI in sé. È che le etichette diventino una scorciatoia per il cervello: c’è chi penserà che “fatto con AI” significa scadente, e chi penserà che significa affidabile.
In entrambi i casi si smette di fare la cosa che conta davvero, cioè guardare il contenuto per quello che vale. Vediamo perché.
Su Spotify presto sarà più facile capire se dietro il nome di un artista ci sia una persona oppure soltanto una persona nel senso latino del termine: una maschera. Da metà settembre la piattaforma introdurrà infatti il badge “AI Persona”, destinato a identificare gli artisti la cui identità pubblica è stata generata attraverso l’intelligenza artificiale. L’etichetta comparirà inizialmente sui dispositivi mobili, all’interno del profilo dell’artista, nei risultati di ricerca e accanto ai brani presenti nelle playlist.
La novità, però, non è tanto il badge. È quello che succederà dopo.
A volte un libro arriva nel momento sbagliato. Altre volte arriva quando un Paese ha disperatamente bisogno di qualcuno che gli ricordi che il futuro non è ancora stato cancellato. The Italian Dream. Riprendersi il futuro di Alec Ross appartiene decisamente alla seconda categoria.
Ross guarda l’Italia con uno sguardo particolare: quello di chi la ama senza esserne prigioniero. Questo gli permette di fare qualcosa che spesso gli italiani non riescono più a fare, ovvero riconoscere contemporaneamente i punti di forza e le debolezze del Paese senza cadere né nel patriottismo retorico né nel pessimismo cronico.
La macchina wittgensteiniana non nasce come tecnologia, ma come tensione teorica che attraversa un secolo di filosofia del linguaggio fino a depositarsi, quasi involontariamente, nelle architetture dei modelli di intelligenza artificiale contemporanei. Non è un dispositivo che si costruisce, ma una domanda che si sposta: cosa accade se il significato non è più una proprietà interna delle parole, ma il risultato del loro uso in contesti sociali regolati da pratiche, convenzioni e giochi linguistici. Il riferimento a Ludwig Wittgenstein non è quindi un omaggio accademico, ma il punto di origine di una frattura che attraversa tutta la teoria moderna del linguaggio e, per estensione, l’AI generativa.
Hollywood ha sempre inseguito un sogno impossibile: rendere immortali le proprie stelle. Per oltre un secolo ci ha provato con la pellicola, poi con il digitale, con il restauro dei film e con gli effetti speciali. Oggi sembra aver trovato una strada molto più radicale. Che non è tanto quella di conservare gli attori, quanto quella di continuare a farli lavorare per sempre. E il paradosso è che questa rivoluzione non arriva da uno studio cinematografico, ma dall’intelligenza artificiale.
Pubblicato nel 1997, The Sovereign Individual di William Rees-Mogg e James Dale Davidson si colloca oggi in una zona ibrida tra saggio geopolitico e mito fondativo della cultura tecnologica contemporanea. Più che un libro, è diventato un dispositivo interpretativo usato da una parte significativa dell’élite della Silicon Valley per leggere il rapporto tra tecnologia, Stato e potere economico. La sua tesi centrale è lineare nella forma, quasi brutale nelle implicazioni: la transizione all’era digitale avrebbe progressivamente ridotto la rilevanza degli Stati nazionali, trasferendo capacità decisionale e mobilità economica verso individui ad alta competenza e capitali altamente mobili.
Oggi parliamo di IA e pubblicità online.
Qualche settimana fa, parlando di quanto valgono i dati personali e di come si arricchisce un dato grezzo, eravamo arrivati al cuore dell’economia digitale: l’asta pubblicitaria, il momento in cui un profilo diventa denaro.
Oggi facciamo un passo avanti lungo la stessa filiera, c’è un fatto che vale la pena mettere al centro, perché è più importante di quanto sembri a prima vista.
Non riguarda tanto il fatto che l’annuncio oggi lo scriva una macchina invece di una persona. Riguarda dove succede tutto questo. E la risposta è: dentro casa di chi vende lo spazio pubblicitario, senza più uscirne.
Leggere Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio, la sconfitta morale di Israele significa entrare nel ragionamento di uno dei maggiori storici viventi dell’Olocausto che, arrivato alla soglia degli ottant’anni, sembra aver deciso di scrivere il libro più doloroso della propria carriera. Omer Bartov non appartiene alla galassia degli attivisti anti-israeliani che dominano una parte del dibattito contemporaneo. È nato in Israele, ha servito nell’esercito israeliano durante la guerra del 1973, è cresciuto dentro il mito fondativo dello Stato ebraico e ha dedicato la vita a studiare come le società moderne arrivino a giustificare massacri, pulizie etniche e genocidi. Questo dettaglio cambia radicalmente la lettura del libro, perché la sua critica non nasce dall’esterno ma dall’interno della tradizione sionista.
Dopo le accuse sullo scraping e l’uso non autorizzato dei contenuti, il Regno Unito introduce il diritto all’opt-out dalle sintesi AI di Google. Una svolta che potrebbe cambiare il rapporto tra piattaforme, traffico e informazione.
Prima è arrivata la battaglia sui dati. Poi quella sul copyright. Adesso il confronto tra editori e intelligenza artificiale si sposta su un terreno ancora più delicato: il traffico.
Perché se la prima domanda era chi possiede i contenuti utilizzati per addestrare i modelli AI, la seconda riguarda chi beneficia economicamente delle informazioni una volta che quelle stesse tecnologie iniziano a rispondere direttamente ai lettori.
Dal New York Times alla CNN, torna al centro lo scontro tra intelligenza artificiale e copyright. Al centro della disputa non c’è la tecnologia, ma il valore economico delle informazioni che la alimentano.
Per anni internet ha vissuto una sorta di patto non scritto: gli editori producevano contenuti, i motori di ricerca li indicizzavano e i lettori trovavano le informazioni. Tutti, più o meno, ottenevano qualcosa in cambio. L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha cambiato questo equilibrio.
Oggi il contenuto non viene soltanto trovato. Viene letto, elaborato, sintetizzato e trasformato in nuove risposte prodotte da sistemi che sempre di più andranno a sostituire, almeno in parte, la visita alla fonte originale. Ed è proprio qui che si sta consumando una delle battaglie più importanti dell’economia digitale.
Dopo Trump di Dopo Innocenzo Cipolletta arriva in un momento in cui il dibattito pubblico occidentale sembra oscillare tra isteria algoritmica e nostalgia geopolitica. La cosa interessante è che Innocenzo Cipolletta evita entrambe le trappole. Non costruisce un pamphlet antiamericano, non indulge nel moralismo liberal ormai industrializzato dalle università anglosassoni e, soprattutto, non cade nella tentazione molto italiana di interpretare Donald Trump come un incidente folkloristico della storia. Il libro parte invece da una premessa più scomoda: Trump non è la causa della crisi dell’ordine globale, ma il sintomo terminale di una trasformazione economica, industriale e culturale che covava da almeno trent’anni dentro il capitalismo occidentale.
Recentemente due figure che incarnano l’ortodossia della stabilità macroeconomica globale, Mark Carney e Mario Draghi, hanno descritto con linguaggio insolitamente netto una frattura sistemica che non è più solo congiunturale ma strutturale. La loro lettura converge su un punto scomodo per la narrativa post Guerra Fredda: l’ordine internazionale basato su regole condivise non sta semplicemente scricchiolando, ma sta perdendo coerenza interna sotto il peso di tensioni geopolitiche, protezionismo selettivo e una crescente politicizzazione del commercio globale. L’elemento destabilizzante non è un singolo evento, ma la somma di decisioni che, soprattutto nel secondo ciclo politico americano sotto Donald Trump, hanno accelerato la trasformazione delle relazioni economiche in strumenti espliciti di potere.
Michel Gondry parla di intelligenza artificiale esattamente come ci si aspetterebbe da Michel Gondry: senza apocalissi, senza entusiasmo messianico e soprattutto senza quel tono da keynote tecnologico che ormai accompagna qualsiasi discussione sull’AI come se il futuro fosse sempre a tre slide di distanza.
Il regista di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, arrivato a Torino per il laboratorio cinematografico della Scuola Holden, sembra molto più interessato alle piccole deformazioni dell’esperienza umana che alle grandi narrazioni sulla disruption digitale. Ed è probabilmente proprio questo il motivo per cui le sue osservazioni sull’intelligenza artificiale risultano più interessanti di molte conferenze organizzate da aziende da miliardi di dollari.
Da quando abbiamo lanciaro Rivista.AI la narrativa dominante della Silicon Valley è stata semplice, brutale, quasi messianica: l’intelligenza artificiale generativa avrebbe divorato il web umano trasformando Internet in un gigantesco flusso continuo di contenuti sintetici, SEO industriale e articoli clonati. Una prospettiva che, a leggere certi pitch deck della Bay Area, sembrava inevitabile quanto le tasse o il deterioramento delle password aziendali annotate nei fogli Excel dei reparti finance. Poi è arrivato un dato curioso, quasi fastidioso per chi vive di hype: la crescita dei contenuti AI-generated sembra essersi fermata.
Il caso riportato da Richard Lawler apre una crepa interessante, quasi scomoda, nel modo in cui l’industria editoriale sta metabolizzando l’intelligenza artificiale generativa. Un libro che promette di analizzare il futuro della verità nell’era dell’AI finisce per contenere citazioni non verificabili, generate o distorte da sistemi come ChatGPT e Claude, trasformando la narrazione in un cortocircuito epistemologico difficile da ignorare. Il paradosso non è estetico ma strutturale: strumenti progettati per aiutare la comprensione del reale vengono impiegati per costruire un testo che pretende di difendere proprio la solidità del reale, salvo poi mostrarne la fragilità operativa.
Nel panorama editoriale italiano dedicato alla trasformazione digitale, dominato da saggi che oscillano tra il futurismo da conferenza TED e l’ansia regolatoria da consulente europeo in cerca di funding, Tecnologia senza paura di Fabrizio Degni compie un’operazione quasi controcorrente: prende la tecnologia e la riporta a terra. Niente mitologia della Silicon Valley, niente evangelizzazione tossica dell’intelligenza artificiale, nessuna venerazione infantile per chatbot, metaversi o “rivoluzioni” che ogni trimestre cambiano nome come una startup in crisi di identità. Il libro affronta invece il vero nodo politico ed economico del digitale italiano: milioni di persone formalmente connesse ma sostanzialmente escluse.

Alcuni libri politici vengono pubblicati per sfruttare il ciclo mediatico. Altri nascono invece come detonatori culturali, documenti familiari trasformati in armi editoriali, confessioni private che finiscono per illuminare non solo una dinastia ma un intero sistema economico e psicologico. Il libro di “Mary L. Trump”,”autrice statunitense”] appartiene chiaramente alla seconda categoria. “Sempre troppo e mai abbastanza” non è semplicemente una critica a “Donald Trump”,”45º e 47º presidente degli Stati Uniti; è un’autopsia familiare scritta dall’interno, con il tono di chi conosce il meccanismo perché ci ha vissuto dentro per decenni e ha osservato la trasformazione della fragilità in spettacolo politico globale.
La forza del libro non deriva tanto dalle rivelazioni in sé, molte delle quali erano già circolate in forma frammentaria nella stampa americana, quanto dal modo in cui vengono collegate tra loro. Mary Trump costruisce un ritratto psicologico feroce, quasi claustrofobico, nel quale la famiglia Trump appare meno come un nucleo familiare tradizionale e più come una corporation emotiva governata da gerarchie brutali, ricatti affettivi e culto dell’aggressività. Il patriarca Fred Trump emerge come la vera figura centrale del racconto, un uomo ossessionato dalla competizione e incapace di distinguere il valore umano dal dominio economico. Non è difficile intravedere, leggendo queste pagine, la genealogia culturale di certo capitalismo americano degli anni Ottanta: cemento, debito, televisione e narcisismo, il tutto confezionato come sogno meritocratico.
L’Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha appena tracciato una linea netta nel dibattito che infiamma Hollywood da almeno un paio d’anni. Gli attori generati dall’intelligenza artificiale non metteranno mai piede sul palco degli Oscar, almeno non come candidati. Le nuove regole, annunciate il primo maggio, sono chiare e senza appello: nelle categorie di recitazione verranno presi in considerazione solo i ruoli accreditati nei titoli di coda ufficiali e dimostrabilmente interpretati da esseri umani con il loro consenso. Lo stesso vale per le sceneggiature, che devono portare la firma di una persona in carne e ossa, non di un algoritmo.
Il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale ha una curiosa tendenza a oscillare tra due poli opposti e ugualmente ingenui; da un lato l’entusiasmo quasi religioso per una tecnologia che promette di riscrivere le regole della cognizione umana, dall’altro una nostalgia vagamente luddista per un passato analogico che, a ben vedere, non è mai esistito davvero. In questo scenario, il concetto di “sé digitale” emerge come una delle poche categorie in grado di sottrarsi alla banalità del dibattito pubblico, perché costringe a spostare la domanda dal “cosa fa l’AI” al più scomodo “cosa sta facendo a noi”. Non è una questione di strumenti, ma di trasformazioni ontologiche; non riguarda l’efficienza, ma la natura stessa dell’esperienza.
Mentre Maharaja in Denims si prepara a diventare il primo film indiano interamente generato dall’intelligenza artificiale entro la fine del 2026, il mondo della creazione video fa un altro salto in avanti. E questa volta non arriva da Los Angeles né da Mumbai, ma direttamente dalla Cina. ByteDance, la società dietro TikTok, ha appena lanciato Dreamina Seedance 2.0, la sua nuova e potentissima tecnologia di generazione video, prima su CapCut e ora anche sulla piattaforma Symphony Creative Studio di TikTok.
Mentre Hollywood discute ancora di contratti, scioperi e regolamentazioni sull’uso dell’intelligenza artificiale, Bollywood ha deciso di saltare direttamente al capitolo successivo. Entro la fine dell’estate 2026 arriverà nelle sale il primo lungometraggio indiano completamente generato dall’AI: “Maharaja in Denims”, tratto dall’omonimo bestseller di Khushwant Singh del 2014. Scenografie, ambientazioni, attori virtuali, tutto creato al computer. L’unico tocco umano rimasto è la colonna sonora, composta ed eseguita da musicisti in carne e ossa, con la voce di Sukhwinder Singh, lo stesso di Slumdog Millionaire, a cantare il tema principale.
Ieri, 16 aprile 2026, mentre i giornalisti italiani incrociavano le braccia per il rinnovo del contratto nazionale, è arrivata una notizia che ha lasciato tutti senza fiato: Condé Nast chiude Wired Italia. L’annuncio, contenuto in un memo interno del CEO Roger Lynch intitolato “Brand and Technology Updates”, non lascia margini di dubbio. Dopo 17 anni di vita, dal lancio nel marzo 2009 a oggi, la versione italiana della rivista che per molti è stata, e rimane, la bibbia del tech cesserà le pubblicazioni. Non è un ridimensionamento: è una vera e propria chiusura editoriale.
Aprire gli occhi, allungare la mano verso il comodino e scorrere le notifiche sullo smartphone prima ancora di aver bevuto il primo caffè. Per milioni di italiani, questa sequenza è diventata un riflesso incondizionato, il primo contatto quotidiano con la realtà esterna. Ma cosa ci dice questo gesto sul modo in cui comprendiamo il mondo?
Secondo il Rapporto AgCom 2025, l’Italia ha raggiunto un punto di non ritorno: il digitale ha definitivamente superato la televisione come porta d’accesso primaria alle notizie. Tuttavia, questa trasformazione non riguarda solo il supporto tecnologico che stringiamo tra le mani. Siamo di fronte a un cambiamento profondo del nostro rapporto psicologico con l’attualità: non stiamo solo cambiando dove leggiamo le notizie, sta mutando radicalmente il modo in cui percepiamo la realtà stessa.
di Paolo Benanti (Autore) Laterza, 2026
Il potere computazionale e l’illusione della neutralità algoritmica
Se il potere, per secoli, ha avuto bisogno di una scenografia, di simboli tangibili, di corpi e istituzioni riconoscibili, oggi si è volatilizzato in una forma che sfugge alla percezione ma non agli effetti; è diventato infrastruttura, codice, probabilità. La vera rivoluzione non è l’intelligenza artificiale in sé, ma la sua capacità di diventare ambiente, un habitat invisibile dentro cui si muovono decisioni, relazioni e mercati. Non si tratta di una trasformazione rumorosa, come le rivoluzioni industriali del passato, ma di una mutazione silenziosa, che ha la stessa eleganza letale delle grandi transizioni storiche che nessuno vede arrivare finché non è troppo tardi per opporsi.
L’intelligenza artificiale non è nata nel 2023, ma il potere sì
C’è qualcosa di magnetico nell’entrare in America dentro, come se si attraversasse una soglia invisibile tra narrazione e realtà strategica. Massimo Gaggi e Tamara Jaderjic non si limitano a raccontare gli Stati Uniti; li dissezionano con la precisione di chi ne conosce i gangli profondi, restituendo al lettore l’energia contraddittoria di un Paese che continua a reinventarsi mentre il resto del mondo cerca ancora di capirlo.
Fin dalle prime righe si avverte una tensione viva, quasi elettrica: l’America non è uno sfondo, ma un sistema operativo globale, un luogo dove politica, tecnologia e potere si fondono in tempo reale. Ed è proprio questa sensazione, più che qualsiasi tesi esplicita, a rendere l’introduzione irresistibile: la percezione netta di essere dentro il centro del cambiamento, non a osservarlo da lontano.
L’errore più interessante della narrativa contemporanea sull’intelligenza artificiale, scrivono, non è tecnico, ma antropologico. Si continua a raccontare il 2023 come anno zero, una sorta di illuminazione collettiva, quasi una Pentecoste digitale in cui milioni di utenti scoprono improvvisamente che le macchine possono scrivere, ragionare, persino simulare empatia. In realtà, ciò che nasce nel 2023 non è l’intelligenza artificiale, bensì la sua percezione di massa; e come ogni fenomeno percepito tardi, arriva già carico di conseguenze che pochi comprendono davvero.
Per molto tempo è stato considerato il mezzo più “statico” della pubblicità. Cartelloni, affissioni, spazi urbani difficili da misurare e ancora più difficili da integrare nelle strategie digitali. Negli ultimi anni, invece, l’Out of Home sta vivendo una seconda vita e questa volta parla il linguaggio dei dati, dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi.
Secondo i dati dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano, il mercato OOH in Italia ha raggiunto nel 2025 i 766 milioni di euro, con una crescita dell’8%. Un segnale positivo, certo, ma il dato davvero interessante è un altro: la crescita non è uniforme, è selettiva. E ha un unico grande protagonista: il digitale.
Nel giro di poco più di un decennio, nomi come Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta, Apple, Nvidia e il conglomerato orbitante attorno a Elon Musk hanno smesso di essere aziende per diventare infrastrutture di sistema, una trasformazione che il libro Big Tech. Il potere dei giganti della tecnologia di Luca Balestrieri intercetta con lucidità quasi chirurgica, pur mantenendo una cifra divulgativa che nasconde, neanche troppo, la portata radicale del fenomeno. Il punto non è più quanto valgono, ma cosa controllano; e la risposta, se si ha il coraggio di guardarla senza filtri, è semplice e inquietante: quasi tutto ciò che conta.
Daniel Raffini (Curatore) Agnese Macori (Curatore) Tiziana Catarci (Curatore) Lithos, 2026
Quando la letteratura incontra l’intelligenza artificiale e scopre di essere sempre stata un algoritmo imperfetto
La narrativa ha sempre avuto un rapporto ambiguo con la tecnologia, oscillando tra fascinazione e sospetto, tra il sogno prometeico e la paura di essere sostituita da una macchina più efficiente; ciò che sorprende oggi non è tanto l’irruzione dell’intelligenza artificiale nel dominio della letteratura, quanto la velocità con cui il discorso si è ribaltato, trasformando gli strumenti in interlocutori e gli algoritmi in autori potenziali. L’idea che un modello linguistico possa produrre testi coerenti, persino eleganti, ha incrinato un mito che l’Occidente custodiva con una certa arroganza: quello dell’autorialità come atto quasi sacro, irriducibile a qualsiasi forma di automatismo.
Ridurre il personale per crescere. Il paradosso non è nuovo nell’industria dei media, ma quando a pronunciarlo è una macchina da notizie con quasi due secoli di storia come Associated Press, vale la pena fermarsi un attimo. Non tanto per la sorpresa, quanto per il significato profondo della mossa: la carta stampata smette definitivamente di essere il centro dell’universo informativo, mentre tecnologia e intelligenza artificiale si prendono una fetta sempre più ampia del tavolo.
Nel momento in cui si pronuncia il nome di Dario Guarascio, si entra in una zona grigia della riflessione economica contemporanea dove le categorie classiche sembrano improvvisamente obsolete, quasi folkloristiche. Il suo lavoro sull’imperialismo digitale non è soltanto un esercizio accademico ma una radiografia chirurgica del capitalismo contemporaneo, una di quelle analisi che disturbano perché funzionano. L’idea è semplice, quasi brutale nella sua linearità: il potere non si limita più a controllare territori o risorse fisiche, ma si insinua nei flussi di dati, nei protocolli software, nelle infrastrutture invisibili che regolano la nostra quotidianità. Non è un caso che le nuove rotte imperiali non passino più per il Canale di Suez ma per i data center distribuiti tra California, Virginia e qualche enclave strategica nel Nord Europa.
Le classifiche musicali statunitensi stanno premiando un artista che, tecnicamente, non ha mai inciso un disco, non ha mai fatto un concerto e non ha mai rilasciato un’intervista. Eppure domina le piattaforme, accumula ascolti e conquista pubblico. Parliamo di Eddie Dalton un cantante virtuale, generato interamente dall’intelligenza artificiale, protagonista di un caso che sta facendo discutere l’industria musicale globale.
Che sempre meno persone decidano di leggere un giornale (cartaceo o in formato replica digitale è lo stesso) per informarsi, si era capito ormai da tempo osservando il progressivo calo delle copie di quotidiani e periodici registrato dai dati Ads negli ultimi 15 anni. Che i social media, come fonte di informazioni (!), stessero allo stesso modo crescendo si era intuito dall’analisi degli accessi alle piattaforme evidenziati sempre negli ultimi anni da Audiweb (ora Audicom). Il report “How young people get their news” del Reuters Institute, appena pubblicato, non fa altro che mettere in chiaro quello che ormai era, per gli osservatori più attenti, un dato di fatto: la dieta mediatica dei giovani tra i 18 e i 24 anni è stata completamente rivoluzionata in poco più di un decennio. Però, attenzione, non sin tratta solo di una questione di piattaforme: è in corso un cambio di paradigma.
Nel cinema, si dice spesso che un grande attore non muore mai davvero. Oggi questa frase smette di essere una metafora e diventa, sorprendentemente, un progetto tecnologico. Val Kilmer, indimenticabile protagonista di Top Gun accanto a Tom Cruise, tornerà sul grande schermo nel film As Deep as the Grave grazie all’intelligenza artificiale, con il consenso dei suoi familiari. Una notizia che racconta molto del presente, non solo delle possibilità tecnologiche, ma anche dei dilemmi etici e industriali che Hollywood si trova ad affrontare con l’utilizzo sempre più frequente dell’AI.
Nei corridoi degli uffici marketing degli editori il dibattito sul presunto crollo del traffico causato dall’intelligenza artificiale ha ormai assunto toni quasi apocalittici. Tra chatbot che rispondono al posto dei siti e motori di ricerca che sintetizzano contenuti, il timore diffuso è che il ruolo dell’editore sia ormai diventato quello di fornitore invisibile di materia prima. Poi però arrivano i dati e, come spesso accade, ridimensionano il dramma.
Il report “Navigating the New Traffic Landscape” pubblicato da Chartbeat, società specializzata in analisi di traffico e utilizzata da molte delle principali testate globali, offre una fotografia meno drammatica e decisamente più interessante: il traffico non sta crollando, sta cambiando forma.
Il libro AMERICA DENTRO di Massimo Gaggi e Tamara Jadrejcic è uno di quei testi che raccontano gli Stati Uniti senza la lente deformante della retorica geopolitica o dell’antiamericanismo europeo. Non è un saggio accademico, non è un pamphlet politico, non è neppure un semplice reportage. È piuttosto una lunga immersione dentro il corpo vivo dell’America contemporanea, osservata per vent’anni da due giornalisti che hanno attraversato il Paese da un estremo all’altro mentre la sua narrazione dominante cambiava lentamente tonalità: dall’euforia quasi messianica degli anni Duemila a un senso diffuso di inquietudine istituzionale.
Il punto di partenza temporale è significativo. Quando gli autori arrivano negli Stati Uniti nel 2004, l’America vive ancora dentro l’eco di un ottimismo strutturale. L’economia cresce, la Silicon Valley appare come la nuova cattedrale del capitalismo globale, la fiducia nella mobilità sociale continua a essere un mito potente. Persino dopo l’11 settembre la narrazione dominante rimane quella di una superpotenza che, pur ferita, resta convinta della propria capacità di rigenerazione.
La Corte Suprema degli Stati Uniti rifiuta di esaminare il caso sull’autorialità delle opere create interamente da intelligenza artificiale. Restano validi il principio di “human authorship” e nuove implicazioni per editoria, arte e industria creativa.
Il futuro dell’arte generata dall’intelligenza artificiale passa ancora, inevitabilmente, dalla mano umana. Con una decisione destinata a fare scuola nel dibattito globale su tecnologia e diritto d’autore, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha scelto di non esaminare il caso che avrebbe potuto ridefinire il concetto stesso di autore nell’era dell’AI.
Ogni epoca ha annunciato la morte della fotografia analogica con la stessa sicurezza con cui si proclamano le rivoluzioni tecnologiche. Prima il digitale, poi lo smartphone, ora l’intelligenza artificiale. Eppure la pellicola continua a riapparire, ostinata, come una vecchia Leica che rifiuta di andare in pensione. I dati più recenti sulle ricerche online in Italia raccontano una storia diversa da quella che spesso si immagina. L’interesse per la fotografia non riguarda solo filtri, social network o immagini generate dagli algoritmi. Sempre più persone cercano informazioni su tecniche fotografiche, attrezzature dedicate e soggetti complessi da immortalare, dalla luna all’aurora boreale. Segnale di una curiosità che va oltre la semplice condivisione di immagini. In altre parole, la fotografia sta tornando a essere un processo, non soltanto un risultato.