Il messaggio di Papa Leone XIV per la 60ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali colpisce per la sua natura profondamente controcorrente. Mentre il mondo della tecnologia corre verso l’ennesima accelerazione, lui sceglie di fermarsi su due cose antichissime e fragilissime: il volto e la voce. Non come metafore poetiche, ma come architravi dell’umano. Come se dicesse: prima di discutere di modelli linguistici, algoritmi generativi e intelligenze artificiali, ricordiamoci che cosa stiamo cercando di imitare e, soprattutto, che cosa rischiamo di perdere.
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C’è un momento, durante ogni rivoluzione tecnologica, in cui l’umanità si ferma un istante, guarda la novità negli occhi e pronuncia le parole più antiche del mondo: “Sì, ma questa… è davvero arte?”. È successo con la fotografia, con il cinema e perfino con la stampa: l’invenzione di Gutenberg fu all’inizio avversata da tutti coloro che temevano l’apertura del sapere a un pubblico più vasto. Lo stesso succede oggi con l’intelligenza artificiale.
In un mondo dove l’AI genera testi più eloquenti di un discorso presidenziale e immagini capaci di ingannare persino i più esperti, molto probabilmente la domanda che dobbiamo porci non è più se regolare questa tecnologia, ma come. Viviamo, inutile nascondercelo, in un’arena geopolitica dove l’Europa brandisce il righello della compliance come un monito biblico, gli USA accelerano a tavoletta sul binario dell’innovazione “libera per tutti” (o quasi) e la Cina orchestra un balletto tra sorveglianza e supremazia tecnologica.