A volte il mercato tecnologico statunitense somiglia più a un’arena che a un ecosistema innovativo. Amazon e Microsoft lo hanno ricordato sostenendo in modo sempre più esplicito il GAIN AI Act, la proposta di legge che impone ai produttori di chip di dare priorità agli ordini interni rispetto a quelli esteri. La cosa interessante non è tanto il patriottismo improvviso di due colossi globali, quanto il modo in cui si ridisegna l’intera catena del valore dell’intelligenza artificiale, come se la competizione non fosse più tra aziende ma tra sistemi politici. Chi si illudeva che la tecnologia fosse un linguaggio universale scopre ora che i transistor hanno passaporto.
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Amazon non vende più solo prodotti. Vende attenzione, dati e algoritmi. È diventata la più grande agenzia pubblicitaria mascherata da e-commerce. L’ironia è che la maggior parte dei brand ancora non se n’è accorta. Mentre i marketer inseguono le vanity metrics sui social, gli agenti AI di Amazon stanno riscrivendo le regole del gioco dell’advertising globale. La keyword centrale non è più “visibilità”, ma “intelligenza contestuale”. Amazon non ti mostra ciò che vuoi vedere, ma ciò che il suo modello prevede che comprerai, e questa differenza sta spostando miliardi di dollari dal search tradizionale verso un ecosistema chiuso e autopoietico.
Amazon contro Perplexity: quando l’intelligenza artificiale diventa una minaccia per il commercio digitale
Nel teatro sempre più surreale della tecnologia, la scena di oggi vede protagonisti due attori di peso: Amazon e Perplexity. Il primo è l’impero consolidato dell’e-commerce globale, il secondo una startup in ascesa che si nutre di intelligenza artificiale e di una certa abilità nella costruzione di narrazioni eroiche. Tutto inizia quando Amazon chiede a Perplexity di non consentire ai propri utenti di utilizzare agenti AI per fare acquisti sul suo marketplace. La risposta della startup è stata un colpo di teatro degno di Silicon Valley: un post dal titolo “Il bullismo non è innovazione”, che suona come un manifesto più che come un comunicato. In un’epoca in cui anche la moralità digitale è diventata brand identity, la lotta di Perplexity per la “libertà degli utenti” appare tanto idealista quanto strategica.
Third Quarter Results 2025
Per mesi, Wall Street aveva iniziato a parlare di Amazon come di un gigante un po’ stanco, seduto sulla sua stessa eredità. Un colosso dell’e-commerce che arrancava nel cloud, superato dalla narrativa entusiasta di Microsoft e Google sul futuro dell’intelligenza artificiale. Poi, all’improvviso, la nuvola si è diradata. Con un’accelerazione della crescita di AWS fino al 20% nel terzo trimestre, Amazon ha rimesso in discussione il racconto dominante: quello di una società che stava perdendo terreno proprio nel suo campo più redditizio.
Amazon ha acceso i motori del suo nuovo colosso dell’intelligenza artificiale. Project Rainier, annunciato per la prima volta nel dicembre 2024 e ora ufficialmente operativo in Indiana, è un data center da 11 miliardi di dollari che segna una svolta nella corsa ai modelli generativi. L’obiettivo è chiaro: fornire la potenza di calcolo necessaria ad Anthropic, la società di IA generativa dietro Claude, che molti analisti ormai considerano l’unico vero rivale strutturale di OpenAI.
Nella corsa ossessiva alla consegna gratuita e sempre più veloce, Amazon si gioca la carta più prevedibile e al tempo stesso più dirompente del suo arsenale: l’automazione totale. Mentre i rivali arrancano inseguendo l’illusione della “consegna in giornata”, la compagnia di Seattle decide di riscrivere le regole del gioco con una mossa che mescola intelligenza artificiale logistica, robotica avanzata e realtà aumentata. Il risultato non è solo un miglioramento operativo ma una vera ridefinizione del concetto stesso di efficienza. Amazon non vuole solo consegnare pacchi più in fretta, vuole costruire una macchina che impari da sé come farlo sempre meglio.
Amazon ha fissato per il 30 settembre 2025 il suo evento hardware autunnale: stai puntando bene se pensi che sarà il portale verso una nuova generazione di Echo, Kindle e TV intelligenti.
Panos Panay non è uno che si limita a dirigere: è stato assunto da Amazon per imprimere una svolta ai dispositivi, dopo la sua esperienza in Microsoft con il lancio dei Surface.L’evento di settembre 2025 sarà il banco di prova del suo “brand new hardware”.
Amazon ha appena dichiarato guerra al multitasking umano nel mondo dell’e-commerce. Con l’introduzione dell’AI agent sempre attivo nel Seller Assistant, l’azienda non si limita a rispondere a domande: ora pianifica, agisce e ottimizza in tempo reale, tutto con il consenso del venditore. Un passo audace verso un futuro in cui l’intelligenza artificiale non è solo un supporto, ma un partner operativo.
Il Seller Assistant, evoluto dalla precedente Project Amelia, è ora dotato di capacità agentiche avanzate. Questo significa che può monitorare la salute dell’account, analizzare l’inventario, identificare prodotti a bassa rotazione e suggerire azioni come la riduzione del prezzo o la rimozione dell’articolo. Inoltre, è in grado di analizzare i modelli di domanda e preparare raccomandazioni per le spedizioni, aiutando a ridurre sia i costi di inventario in eccesso che le situazioni di esaurimento scorte.
Il settore tech è diventato un esercizio contabile di geometria variabile. Chi guarda solo i tassi di crescita delle divisioni cloud sta giocando a dama mentre Amazon gioca a scacchi. Mentre tutti si affannano ad applaudire l’inseguimento di Microsoft e Google nella corsa alla dominazione dell’intelligenza artificiale tramite il cloud, in pochi notano la vera rivoluzione: la trasformazione dei margini. E i margini, nel mondo reale, sono dove si decidono le guerre. Quelli operativi, non quelli di manovra.
Amazon, che per anni è stata bistrattata come una macchina da e-commerce con profitti da discount, è ora seduta su una miniera d’oro chiamata AWS. Margine operativo del 33% nel secondo trimestre, contro il misero 6,6% del commercio elettronico.
Amazon ha appena piazzato un’altra mossa da partita a scacchi nel grande tavolo dell’intrattenimento del futuro, investendo in Fable, una startup che sta cercando di diventare il “Netflix dell’intelligenza artificiale”. Un titolo pretenzioso? Forse. Ma anche profondamente rivelatore. Il prodotto di punta della compagnia si chiama Showrunner, una piattaforma che permette agli utenti di creare episodi di serie TV con l’AI, scrivendone la trama, scegliendo i personaggi e, in pratica, diventando i nuovi sceneggiatori e registi di se stessi. Una Hollywood tascabile, in cui lo script lo scrive il pubblico. Il dettaglio più interessante? Fable è in trattative con Disney per la licenza di IP. Tradotto: l’utopia (o distopia) di poter generare il tuo episodio personalizzato di Star Wars o di WandaVision non è poi così lontana.
L’accordo tra Amazon e il New York Times per l’addestramento di modelli di intelligenza artificiale non è solo una notizia. È un segnale d’allarme per l’intero ecosistema dell’informazione. E no, non è una novità che le big tech cerchino dati di qualità per nutrire i loro modelli. La novità è che adesso si stanno comprando direttamente le redazioni. Venticinque milioni di dollari l’anno non sono solo un prezzo. Sono un test, una prova muscolare. Una dichiarazione di intenti.
Amazon Web Services chiude i battenti a Shanghai e non è solo una questione di numeri. È il rumore sordo di una ritirata strategica mascherata da “decisione aziendale ponderata”. Il colosso americano ha spento la luce sul suo AI Shanghai Lablet, laboratorio nato sette anni fa per esplorare il deep learning sui grafi e incassare ricavi stellari grazie al Deep Graph Library. Una creatura che, secondo il suo chief scientist Wang Minjie, ha portato quasi un miliardo di dollari all’e-commerce di Amazon. Un dettaglio che brucia ancora di più, perché chiudere un laboratorio che genera quel tipo di valore non è un taglio, è un messaggio. E il messaggio è chiaro: l’America non gioca più la partita dell’AI in Cina, almeno non sul campo aperto della ricerca.

Il mercato applaude sempre quando Amazon annuncia un’acquisizione, ma questa volta il rumore è diverso. La mossa su Bee, la startup che ha fatto dell’intelligenza artificiale personale un’arte, non è solo un altro pezzo di scacchiera nel solito gioco di espansione. È un cambio di paradigma che molti analisti stanno sottovalutando, distratti dalle solite tabelle di price target e dai grafici rassicuranti che non raccontano mai il vero potenziale. Bee non è una delle solite società che sviluppano chatbot da servizio clienti o algoritmi per ottimizzare la supply chain. Qui parliamo di AI che impara, si adatta e si fonde con la vita dell’utente. Chi ha seguito la community di Bee lo sa: la vera differenza è che i loro modelli non sono progettati per restituire risposte, ma per costruire relazioni. Amazon l’ha capito prima di tutti, e non certo per un improvviso slancio filantropico.
Amazon sta ammassando emissioni come fossero pacchi sotto Natale, con un bel +6 % nel 2024 rispetto all’anno precedente, toccando 68,25 milioni di tonnellate di CO₂eq, secondo il report ufficiale pubblicato il 17 luglio 2025 . È un’inversione di tendenza, dopo due anni di cali, che dimostra quanto il boom dell’intelligenza artificiale sia stato finora un match vinto dal Pianeta ma perso dall’ambizione ambientale.
La crescita delle emissioni coinvolge tutto lo spettro Scope 1, 2 e 3. Le emissioni dirette (Scope 1) – principalmente dovute alla logistica – sono cresciute del 6 %, per via di forniture in ritardo di veicoli elettrici e carburanti a bassa emissione. Quelle indirette da elettricità acquistata (Scope 2) sono salite dell’1 %, causate dall’enorme richiesta energetica dei data center che alimentano le operazioni AI. Infine, le emissioni indirette da terze parti (Scope 3) sono aumentate anch’esse del 6 %, spinte dalla costruzione di data center e dai partner logistici.
Nel silenzio coreografico delle sue cattedrali logistiche, Amazon ha appena acceso il cervello distribuito della sua nuova macchina globale. Nessun fanfara. Nessun assistente vocale che saluta il consumatore con voce zuccherosa. Nessun chatbot addestrato a discutere le sfumature semantiche della pizza con l’ananas. Il nome del protagonista è DeepFleet, e il suo mestiere non è parlare: è pensare in movimento. È l’evoluzione silenziosa, brutale ed elegante dell’intelligenza artificiale. Non più parole. Solo controllo.
Mentre i riflettori dei media mainstream continuano a rincorrere i giochi linguistici di ChatGPT, Claude e Gemini, Amazon come sempre gioca una partita completamente diversa. DeepFleet è un foundation model, ma non è stato addestrato su Wikipedia, Reddit o articoli giornalistici scadenti. È stato alimentato da anni di dati operativi provenienti dai magazzini più sofisticati del pianeta, dove oltre un milione di robot si muovono su pavimenti a griglia in una danza logistica che sfida la fisica e il buon senso.
Nel panorama tecnologico odierno, dominato da Nvidia con la sua piattaforma CUDA, Amazon ha deciso di lanciare la sua sfida nel mercato dei chip per l’intelligenza artificiale (AI). Con l’introduzione dei chip personalizzati come Trainium e Inferentia, sviluppati dalla sua controllata Annapurna Labs, Amazon mira a ridurre la dipendenza da fornitori esterni e a offrire soluzioni più economiche e ottimizzate per i carichi di lavoro AI.
Se pensavate che il colosso di Seattle si limitasse a comprare prodotti e spedirli al cliente con un click, vi siete persi la rivoluzione silenziosa che sta dietro a ogni clic: la strategia in due parti del suo agente di acquisto, un meccanismo tanto sofisticato quanto spietato, disegnato per dominare il mercato globale con l’efficienza di un algoritmo senza scrupoli. Non è solo una questione di logistica o di vastità dell’inventario: è un gioco di potere che sfrutta la psicologia del consumatore, le dinamiche di prezzo e un’intelligenza artificiale che conosce ogni mossa prima ancora che venga fatta.
Ai ridisegna la catena del valore: meno PowerPoint, più Prompt
Marc Benioff ha fatto il primo passo con nonchalance, lanciando la bomba in un podcast: forse quest’anno non assumeremo nuovi ingegneri, grazie ai guadagni incredibili di produttività ottenuti con l’AI. L’ha detto quasi tra una risata e un sorso d’acqua minerale, come se fosse un dettaglio da nulla. Poi è arrivato Andy Jassy, CEO di Amazon, e ha fatto quello che da tempo tutti nel settore sapevano sarebbe successo, ma nessuno voleva essere il primo a dire ad alta voce: l’intelligenza artificiale non è solo una rivoluzione tecnologica, è anche e soprattutto una rivoluzione occupazionale. E inizia dentro casa.
Non si tratta più di pacchi che arrivano a destinazione. È il tempo che viene domato. È il desiderio del cliente che viene previsto prima ancora che sia espresso. È Amazon che, con tre mosse di scacchi algoritmici, si prepara a mettere le mani sul vero potere dell’e-commerce globale: la predizione esatta. Non dei bisogni, ma delle condizioni affinché i bisogni si manifestino. Come un oracolo vestito da fattorino.
La chiamano “real-world value”, ma la posta in gioco è molto più sofisticata: chi controlla la mappa, controlla il territorio. E adesso, la mappa la disegna Amazon, pixel dopo pixel, con Wellspring, la sua nuova tecnologia di generative AI per la logistica, capace di trasformare un condominio labirintico o un quartiere appena nato in un sistema comprensibile, leggibile, prevedibile. Un algoritmo che osserva satellite, impronte degli edifici, foto di strada e persino le istruzioni del cliente, combinandoli in una rete neurale che “vede” meglio del corriere, “pensa” prima del cliente e “decide” come un architetto del delivery.
Non serve più Spielberg, né un’agenzia pubblicitaria da sei zeri: basta un clic. Amazon ha aperto le gabbie e lanciato ufficialmente la sua Video Generator, l’arma definitiva per trasformare ogni venditore da garage in un creativo hollywoodiano — o almeno così sembra. La nuova versione del tool, disponibile per tutti i seller USA, promette risultati fotorealistici in meno di cinque minuti. Ma è nella promessa nascosta che si cela l’inquietudine: pubblicità così convincenti che potresti non accorgerti che sono generate da un algoritmo.
Questa non è l’ennesima funzione accessoria, è una svolta strutturale nella monetizzazione emozionale. I nuovi “trucchi” dell’IA includono dinamiche di movimento, scene concatenate con attori umani o animali, overlay testuali e soundtrack da spot TV. Il prodotto non è più statico: adesso si muove, vive, ti guarda, ti parla. Soprattutto, ti persuade.
Mentre ci beviamo l’ultima birra artigianale a Brooklyn o ci lamentiamo della ZTL a Milano, Amazon ha iniziato a costruire silenziosamente un “parco umanoide” in un ufficio di San Francisco. No, non è un’attrazione turistica per nostalgici di Westworld, ma una palestra hi-tech dove androidi addestrati da intelligenze artificiali stanno imparando a saltar fuori dai furgoni Rivian per consegnare i nostri pacchi. Letteralmente.
Il progetto è tutto fuorché una boutade fantascientifica. Secondo The Information, il colosso di Seattle sta mettendo a punto software agentici avanzati sistemi capaci non solo di rispondere a comandi, ma di agire in modo autonomo e adattivo. Niente più macchine rigide a compiere task singoli come in una catena di montaggio fordista: Amazon vuole trasformare i suoi robot in creature quasi conversazionali, capaci di interpretare ordini in linguaggio naturale. Sì, tipo: “porta questo pacco al tizio col bulldog al terzo piano, ma attento a non calpestare il basilico della signora Rosina”.
Benvenuti nel nuovo Rinascimento digitale, dove i regni non sono più di pietra ma di silicio, e i feudatari si chiamano Amazon, Google, Microsoft. Con una mossa da 10 miliardi di dollari, Amazon ha piazzato la sua bandiera nel cuore della North Carolina, trasformando Richmond County in un futuro snodo neurale dell’intelligenza artificiale globale. Non si tratta di una semplice espansione di data center: è la costruzione fisica dell’infrastruttura su cui poggerà il prossimo secolo di innovazione tecnologica.
Quando anche i programmatori cominciano a sentire il fiato sul collo degli algoritmi, capisci che siamo entrati nella fase due della trasformazione digitale: la disumanizzazione della creatività tecnica. Amazon, sempre un passo avanti nel testare i limiti del possibile (e dell’umano), ha appena applicato ai suoi sviluppatori la stessa logica spietata con cui gestisce i magazzinieri: più output, meno persone, più automazione, meno empatia.
Gli ingegneri intervistati dal New York Times hanno descritto un contesto dove la produttività è diventata l’unico KPI che conta, spinta da una sferzata di intelligenza artificiale inserita come steroide nel flusso di lavoro. “Il mio team è la metà rispetto all’anno scorso, ma dobbiamo scrivere la stessa quantità di codice”, racconta uno di loro. Non è una battuta da bar, è la nuova normalità sotto il regime di produttività algoritimica.
Benvenuti nel nuovo reality dell’e-commerce, dove gli oggetti non solo ti parlano, ma lo fanno con voce sintetica e coscienza da salotto tech. Amazon ha appena tirato fuori dal cilindro una nuova “magia” algoritmica: audio generati da intelligenza artificiale, due host digitali che discutono di un prodotto come se stessero registrando una puntata di un podcast indie su Spotify. Ma invece di intervistare startup founder o musicisti depressi, parlano di frullatori, cuffie a conduzione ossea e oli per il corpo. Perché no.
Siamo nel 2025, e l’esperienza utente non basta più: ora serve anche il teatro. Basta leggere recensioni, ora si può ascoltare un duetto AI che ti racconta le “highlights” del prodotto. Più che shopping, è una seduta spiritica. Due voci digitali evocano il valore percepito di un oggetto mentre scorri lo smartphone. E tutto questo ha un nome nobile: audio generato da AI con estrazione semantica da recensioni utenti e fonti web. In pratica, un digest sonoro del delirio collettivo da 5 stelle.
Immagina di essere incollato alla TV, completamente immerso in una serie che ti sta tenendo col fiato sospeso. L’inseguimento in auto è al culmine, e proprio mentre l’auto dei protagonisti sterza per evitare un precipizio, l’inquadratura si ferma per fare spazio a una pubblicità. Ma non una pubblicità qualsiasi: no, questa è un’opera d’arte dell’intelligenza artificiale. La macchina riconosce il contesto e, come per magia, ti propone un’auto sportiva che scivola sulle curve con la stessa grazia del tuo protagonista preferito. Amazon, ovviamente, è all’avanguardia in questa follia.
C’erano una volta i libri. Non nel senso nostalgico da bibliofilo con il monocolo, ma nel senso sostanziale: oggetti carichi di tempo, fatica, dubbio, riscrittura. Monumenti miniaturizzati del pensiero umano, faticosamente scolpiti uno per uno da menti reali, con mani tremanti e notti insonni. Oggi? Oggi il libro è un file .mobi assemblato da un modello generativo in mezz’ora, taggato con parole chiave furbe, impacchettato in una copertina accattivante e sparato su Amazon come un detersivo in offerta.
Mentre i riflettori del mondo tech restano incollati alle battaglie tra OpenAI, Google e Meta, Amazon gioca la sua partita in silenzio, con un’agenda molto più ambiziosa di quanto sembri. La nuova mossa? Si chiama Nova Premier, e non è un giocattolo da demo. È un’AI con la missione chirurgica di affrontare compiti complessi e, cosa più interessante, addestrare altre intelligenze artificiali. In gergo, distillazione. In pratica, una professoressa di AI. Con le palle.
Il progetto Nova non è nuovo. Amazon lo aveva già presentato con un teaser vagamente arrogante qualche tempo fa, promettendo una linea di modelli capaci di generare video, audio e di fare da shopping agent. Ma Premier è il pezzo grosso, il capostipite. Non punta al cuore dei modelli di ragionamento, non è un GPT-4 wannabe. La sua forza sta nel workflow: esegue task multi-step, mantiene lo stato tra le fasi, coordina azioni. Non pensa, agisce. E lo fa con un’efficienza che punta dritto al sistema nervoso delle operazioni digitali complesse.
C’era una volta il rally tecnologico. Mercoledì, Meta e Microsoft avevano fatto brillare gli occhi a Wall Street come un bambino davanti alla vetrina di una pasticceria. Giovedì, invece, Apple e Amazon hanno spento la festa come uno zio ubriaco a un matrimonio: le trimestrali sono arrivate puntuali, ma l’effetto è stato un atterraggio morbido, quasi anestetico. La crescita? Un timido +5% per Apple e un più frizzante +9% per Amazon. Numeri dignitosi, ma assolutamente “normali”. Parola maledetta per chi vive e muore di storytelling iper-crescita.
Però qui la contabilità è solo la superficie. La vera frustrazione degli investitori si nasconde dietro una sigla antica e velenosa: dazi. Trump, che non ha ancora smesso di flirtare con le leve protezionistiche come fossero il telecomando del caos globale, ha rimesso sul tavolo le tariffe sull’import dalla Cina. E l’intero comparto tech americano è improvvisamente diventato un castello di vetro.
L’America è il paese dove la verità è facoltativa, soprattutto se minaccia gli interessi economici o l’ego politico di un ex presidente in campagna permanente. Martedì scorso, una notizia firmata Punchbowl News ha fatto tremare l’asse Amazon-Trump: il colosso dell’e-commerce avrebbe voluto mostrare ai consumatori quanto del prezzo finale di un prodotto deriva dalle tariffe imposte dagli Stati Uniti sulla Cina. Un’iniziativa di trasparenza che, in teoria, dovrebbe essere applaudita. In pratica? È stata subito bollata come “atto ostile e politico” dalla portavoce dell’ex presidente Donald Trump. La reazione isterica non sorprende: dire ai cittadini quanto realmente pagano in più per effetto di decisioni politiche non è mai stato uno sport popolare in tempo di elezioni.
L’idea attribuita ad Amazon — poi smentita con affanno dal portavoce Tim Doyle era di indicare sui prodotti venduti attraverso Amazon Haul (la sezione discount lanciata nel 2023 per rincorrere Temu e Shein) l’incidenza delle tariffe, in particolare il nuovo balzello del 145% su molti beni d’importazione dalla Cina.
Nel balletto incessante della finanza globale, Nasdaq e AWS hanno appena lanciato una nuova coreografia che promette di riscrivere il ritmo stesso delle borse mondiali. Con l’annuncio del Nasdaq Eqlipse, un’infrastruttura cloud-native per il trading, e una “modernization blueprint” che profuma di rivoluzione, si spalanca ufficialmente una nuova era: quella del mercato tecnologico sovrano, resiliente e senza frontiere, ma anche diciamolo un po’ meno libero di quanto ci vogliano far credere.
Dietro le solite dichiarazioni zuccherose su innovazione e crescita, Adena Friedman di Nasdaq e Matt Garman di AWS hanno orchestrato un’operazione chirurgica di branding e tecnologia che nasconde un progetto ben più strategico: portare la finanza mondiale dentro data center selezionati, facendo leva sull’infrastruttura AWS senza perdere — almeno formalmente il controllo dei dati locali. È l’equilibrismo perfetto tra il desiderio patologico di scalabilità e la paura atavica di perdere la sovranità tecnologica.
Andy Jassy, il successore designato di Jeff Bezos e oggi CEO di Amazon, ha incassato solo 40,1 milioni di dollari nel 2024. La cifra, rivelata nel proxy statement di Amazon pubblicato giovedì, rappresenta un aumento del 37% rispetto ai 29,2 milioni del 2023. Un bel balzo, considerando che non ha ricevuto nuove azioni da quando ha preso il timone nel 2021. Ma si sa, a Wall Street anche l’immobilismo può essere una strategia, se il mercato fa il lavoro al posto tuo.
Il grosso del compenso deriva da stock option che si sono “vestite” Vested termine che nel gergo finanziario fa sembrare la cosa più sexy di quanto non sia grazie alla fiammata del titolo Amazon in Borsa. La società ha sottolineato come Jassy abbia in realtà avuto il 6% in meno di azioni rispetto all’anno precedente. Ma quando il prezzo delle azioni vola, anche il paracadute d’oro si gonfia da solo.
Nel teatro sempre più affollato dell’internet satellitare, Amazon accende i motori e si prepara a lanciare il suo guanto di sfida contro SpaceX. Mercoledì sera, dal pad di Cape Canaveral, 27 satelliti della costellazione Kuiper prenderanno il volo a bordo di un razzo Atlas V della United Launch Alliance, la joint venture tra Boeing e Lockheed Martin. Non si tratta più di test o prove tecniche di trasmissione: questa è la prima vera infornata operativa, quella che segna il passaggio dal laboratorio all’arena commerciale.
Il battesimo del fuoco segue il volo di due prototipi messi in orbita lo scorso anno, piccoli precursori lanciati per testare le fondamenta della rete Kuiper. Adesso si fa sul serio. I satelliti sono destinati a diventare le prime pedine concrete nella gigantesca scacchiera cosmica dove Amazon ambisce a posizionare oltre 3.200 unità. Obiettivo? Copertura internet globale, low-latency e a banda larga, in una guerra fredda dello spazio che si combatte a colpi di gigabit, orbite basse e frequenze radio.
Nel teatrino delle disruption tecnologiche, ogni tanto si alza il sipario su un numero che ruba la scena. E oggi, quel numero si chiama “agente AI”. No, non è un film di spionaggio, ma la vera trama thriller che rischia di far sparire silenziosamente un’intera generazione di app mobili. Mentre tutti guardano ai dazi di Trump come al grande antagonista dell’hi-tech, la vera minaccia sta nei bot che comprano sushi al posto tuo, prenotano voli low-cost e ti leggono l’estratto conto con tono rassicurante.
In questo quadro da fine impero, Amazon lo zar del commercio online — non solo ha capito il pericolo, ma ha anche deciso di diventarlo. Mentre i concorrenti dormono sonni tranquilli e si aggrappano alle metriche vanity delle loro app, Bezos & Co. (o chi per lui ora) introducono in sordina Acquista per me, il primo tentativo di trasformare Alexa in una personal shopper operativa su scala planetaria. L’utente non cerca più, l’utente chiede. E questo, per chi campa di interfacce carine e user journey finti-zen, è un colpo al cuore.
Mentre il mondo tech è distratto dai duelli OpenAI-Google, Amazon alza il dito quello con l’anello di Jeff Bezos, probabilmente e dice: “ci siamo anche noi”. Questa settimana ha messo in vetrina un paio di nuove chicche AI: un modello vocale conversazionale chiamato Nova Sonic e una versione aggiornata del suo generatore video, Nova Reel 1.1. Due nomi che sembrano usciti da un catalogo di oggetti per viaggi interstellari, ma che hanno dietro un chiaro messaggio: Amazon non vuole più giocare in difesa.
Amazon ha deciso di lanciare un’offerta last-minute per acquisire TikTok, proprio quando il tempo sta per scadere. Il 5 aprile è il termine ultimo imposto dall’amministrazione USA affinché il social network di ByteDance trovi un acquirente non cinese o affronti il ban definitivo nel paese.
Secondo Reuters, la proposta di Amazon è stata inviata direttamente al vicepresidente J.D. Vance e al Segretario del Commercio Howard Lutnick, ma molti degli attori coinvolti nei negoziati non la stanno prendendo seriamente. Sembra quasi un colpo di scena alla Jeff Bezos, uno di quei movimenti inattesi che potrebbero ribaltare la partita all’ultimo secondo.
Amazon ha ufficialmente lanciato Alexa Plus, la nuova versione potenziata dall’intelligenza artificiale del suo assistente vocale, ma solo per un numero ristretto di utenti. Secondo quanto confermato dalla portavoce Kristy Schmidt a The Verge, il rollout è stato limitato e, soprattutto, privo di molte delle funzionalità che Amazon aveva promesso durante il suo recente evento dedicato ai dispositivi smart.
Gli utenti che hanno accesso anticipato a Alexa Plus possono utilizzare alcune funzioni come ordinare un Uber, identificare oggetti, scrivere email e cercare prodotti online. Tuttavia, molte delle feature più attese come il brainstorming di idee regalo, l’ordine vocale della spesa e l’integrazione con il browser sono state escluse dal lancio iniziale. Amazon giustifica queste assenze dicendo che alcune funzioni “non soddisfano ancora gli standard per il rilascio pubblico”, secondo quanto riportato dal Washington Post.
Amazon ha appena lanciato Nova Act, un nuovo modello di intelligenza artificiale progettato per eseguire compiti direttamente nel browser, tra cui navigare sul web, fare acquisti e persino rispondere a domande su ciò che appare sullo schermo. Per ora, è accessibile solo agli sviluppatori in una “anteprima di ricerca”, ma il colosso dell’e-commerce sta anche ampliando l’accesso agli altri modelli della famiglia Nova attraverso un portale web dedicato, semplificandone l’uso.
Il concetto di Nova Act richiama quello di Operator Agent di OpenAI, ma con un focus più pratico: può cercare prodotti, acquistarli e persino eseguire istruzioni dettagliate come “non accettare l’assicurazione aggiuntiva” durante un pagamento. Amazon afferma che il modello è già integrato in Alexa Plus, la nuova versione avanzata del suo assistente vocale, per gestire attività online con maggiore autonomia.
Amazon voleva solo mostrare l’integrazione di Alexa Plus con Suno, una piattaforma di generazione musicale basata sull’intelligenza artificiale. Un piccolo dettaglio tra i tanti annunci della presentazione. Ma invece ha inavvertitamente scatenato un enorme problema di copyright che potrebbe costarle caro.
Suno è un generatore di canzoni basato su IA: si inserisce un prompt testuale, come “un brano jazz, reggae, EDM pop sulla mia immaginazione”, e il sistema sforna una canzone. Niente di troppo nuovo nel mondo dell’AI generativa, ma Suno ha un problema non da poco: è sotto accusa per aver utilizzato materiale protetto da copyright per addestrare i suoi modelli.
Le grandi etichette discografiche e la RIAA (Recording Industry Association of America) lo hanno citato in giudizio, anche se non possono dimostrare con certezza che Suno abbia direttamente copiato brani esistenti.