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Musk torna al Pentagono. Questa volta per immaginare la guerra del futuro

Elon Musk torna a lavorare con l’amministrazione di Donald Trump, ma questa volta il terreno non è l’efficienza della macchina federale: è la guerra dei prossimi decenni.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha affidato a Musk, al fondatore di Anduril Palmer Luckey e all’ex speaker repubblicano della Camera Newt Gingrich la guida di Project Meridian, un progetto di 120 giorni con il quale il Pentagono vuole provare a identificare come potrebbero cambiare i campi di battaglia e quali capacità e tecnologie saranno necessarie alle forze armate statunitensi per mantenere il proprio vantaggio militare.

Palantir, Claude e la dipendenza digitale che l’Europa scopre troppo tardi

Quale presidente, quale primo ministro o quale comandante sarebbe disposto a contraddire una raccomandazione prodotta da un sistema che ha appena incrociato milioni di dati, immagini satellitari, segnali, intelligence e scenari operativi in pochi secondi? Quando Claude, Palantir e le infrastrutture militari entrano nella stessa catena decisionale, il problema non è più soltanto l’autonomia dell’intelligenza artificiale. È la crescente asimmetria cognitiva fra chi deve assumersi la responsabilità della decisione e la macchina che gli presenta le alternative.

Sovranità digitale, l’altra faccia della medaglia: se staccarsi dagli Stati Uniti diventa un rischio per la difesa europea

La sovranità tecnologica europea ha una caratteristica piuttosto particolare: è molto più semplice da sostenere in linea di principio che da applicare quando bisogna decidere quale cloud utilizzare per far funzionare un esercito. Ed è probabilmente proprio qui che comincia la parte più complicata della strategia lanciata a giugno dalla Commissione europea.

Il Pentagono mette ChatGPT e Grok nello stesso recinto: la guerra all’AI comincia dalla scrivania

Un soldato americano può oggi aprire GenAI.mil e scegliere tra Gemini, ChatGPT e Grok. Non è una battuta sull’ufficio IT del Pentagono, anche se la scena avrebbe qualcosa di irresistibilmente contemporaneo: tre dei sistemi di intelligenza artificiale più discussi della Silicon Valley seduti nello stesso ambiente digitale, sotto la supervisione del più grande apparato militare del pianeta. Il Department of War ha aggiunto ChatGPT Mil di OpenAI e Grok for Government di xAI alla propria piattaforma generativa, offrendo strumenti AI a una platea potenziale di oltre tre milioni di militari e dipendenti civili. Più di 1,7 milioni di persone hanno già utilizzato GenAI.mil.

Un drone Russo con AI avrebbe scelto da solo il bersaglio: il jetson orinin trasforma l’autonomia militare in una realtà a basso costo

Un drone russo ha ucciso tre civili a Zaporizhzhia il 6 luglio 2026 in un episodio che, secondo un’inchiesta pubblicata dal New York Times il 24 agosto, rappresenta uno dei casi più documentati finora di impiego dell’intelligenza artificiale per la selezione autonoma del bersaglio. La precisazione è importante: non siamo davanti a una macchina completamente indipendente che decide dove andare, perché il drone sarebbe stato indirizzato dagli operatori verso una determinata area, ma a un sistema nel quale la scelta dell’obiettivo finale sarebbe stata affidata al computer di bordo. È una differenza tecnica enorme, e proprio per questo il caso merita di essere raccontato senza l’isteria da “Terminator” che inevitabilmente accompagna ogni notizia sull’AI militare.

L’ONU avverte: i droni autonomi stanno portando l’intelligenza artificiale oltre la linea morale della guerra

Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e la presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa Mirjana Spoljaric hanno rilanciato il 25 agosto una richiesta che, nel lessico della diplomazia internazionale, ha un peso tutt’altro che simbolico: gli Stati devono adottare rapidamente regole giuridicamente vincolanti sui sistemi d’arma autonomi, vietando alcune categorie e sottoponendone altre a restrizioni severe. La formula utilizzata da Guterres è deliberatamente più forte rispetto alle abituali dichiarazioni diplomatiche: il mondo sarebbe pericolosamente vicino a oltrepassare una “linea morale” con il targeting autonomo degli esseri umani da parte delle macchine.

World Monitor, il “Palantir open source” che porta una sala operativa geopolitica sul desktop di chiunque

Le grandi sale operative geopolitiche sono un privilegio riservato a governi, intelligence e grandi corporation. Ambienti pieni di schermi, mappe satellitari, flussi finanziari, dati militari e analisti umani incaricati di trasformare il rumore del mondo in decisioni strategiche. Il modello simbolo di questa categoria è quello di Palantir, azienda che ha costruito un impero vendendo piattaforme di analisi dati a governi e organizzazioni complesse, con contratti spesso da milioni di dollari. Ora però qualcosa sta cambiando: una parte di questa capacità sta iniziando a uscire dai palazzi istituzionali e arrivare nella comunità open source.

Il progetto si chiama World Monitor ed è un esempio interessante di come l’intelligenza artificiale stia comprimendo il divario tra strumenti enterprise e strumenti accessibili a sviluppatori, ricercatori, giornalisti e analisti indipendenti. La piattaforma propone un globo tridimensionale interattivo capace di raccogliere informazioni da centinaia di fonti, organizzarle per categorie e utilizzare modelli di intelligenza artificiale per sintetizzare gli eventi quasi in tempo reale. La promessa non è semplicemente mostrare notizie su una mappa, ma costruire un sistema di consapevolezza situazionale, un concetto che fino a pochi anni fa apparteneva quasi esclusivamente al mondo militare.

La Nato affida a Leonardo e Accenture il cloud militare europeo da 200 milioni di euro per la guerra digitale del futuro

La notizia secondo cui NATO avrebbe assegnato ad Accenture e Leonardo un contratto da circa 200 milioni di euro per costruire una nuova infrastruttura cloud sicura rappresenta uno dei segnali più evidenti della trasformazione digitale della difesa occidentale. La prima verifica dei fatti richiede però alcune precisazioni: il programma indicato come “Protected Business Network” rientra nelle iniziative di modernizzazione digitale dell’Alleanza Atlantica, ma i dettagli pubblici disponibili su valore esatto, struttura contrattuale e tempistiche operative sono ancora limitati. La cifra di circa 200 milioni di euro e la durata settennale sono state riportate da comunicazioni aziendali e fonti di settore, mentre NATO non ha diffuso pubblicamente tutti gli elementi tecnici del contratto. La sostanza strategica, tuttavia, appare coerente con la direzione intrapresa dall’Alleanza negli ultimi anni: trasformare la capacità digitale in una componente primaria della deterrenza militare.

Il Giappone guarda a Palantir per la difesa. Ma la vera partita di Tokyo è la sovranità nell’AI militare

La decisione del Giappone di valutare l’adozione del Maven Smart System di Palantir Technologies per supportare il comando e il controllo delle Forze di Autodifesa rappresenta molto più di una scelta tecnologica. È il simbolo di un dilemma che accomuna ormai gran parte delle democrazie occidentali: affidarsi alle piattaforme americane per rafforzare la sicurezza nazionale oppure investire nella costruzione di una propria autonomia strategica.

La vera domanda su Palantir, NATO e Maven non è l’interoperabilità ma la sovranità dei dati militari

La discussione che sta emergendo attorno a Maven Smart System di Palantir Technologies è interessante perché mette in luce una delle grandi contraddizioni dell’era dell’intelligenza artificiale militare. Da una parte troviamo l’argomento ufficiale: interoperabilità, apertura dell’ecosistema, integrazione con decine di sistemi esistenti, accelerazione delle decisioni operative. Dall’altra compare una domanda molto più semplice e molto più scomoda: chi controlla davvero i dati?

Il recente dibattito è nato dopo che il senior counselor di Palantir, Pete Andrysiak, ha sostenuto che il sistema Maven adottato dalla NATO sia aperto, che oltre ottanta fornitori abbiano partecipato a iniziative di integrazione e che la NATO mantenga la piena proprietà dei propri dati. Effettivamente, la stessa NATO ha descritto MSS NATO come una piattaforma destinata a integrare molteplici sistemi e capacità AI sviluppate all’interno dell’Alleanza.

L’algoritmo preme il grilletto: la guerra anti-drone entra nell’era della velocità artificiale

La trasformazione più importante della guerra moderna non riguarda i caccia stealth da centinaia di milioni di dollari né le portaerei nucleari che i politici adorano fotografare durante le campagne elettorali. Riguarda piccoli oggetti di plastica, spesso costruiti con componenti commerciali acquistabili online, capaci di distruggere carri armati, bloccare aeroporti, saturare difese aeree e trasformare qualsiasi soldato in un bersaglio tracciabile dall’alto. Il drone economico ha fatto alla guerra quello che il container fece alla logistica globale: ha abbattuto il costo marginale dell’asimmetria.

Guerra modulare: come l’esercito americano sta smontando il monopolio del software militare

Esiste una regola non scritta nella difesa globale che per decenni ha funzionato come una tassa invisibile sull’innovazione: chi controlla il software, controlla il sistema. Non importa quanto sofisticato sia un caccia o quanto avanzato un sistema radar; se l’architettura digitale è chiusa, ogni aggiornamento diventa una negoziazione, ogni integrazione una guerra, ogni progresso un favore concesso. L’iniziativa dell’esercito statunitense di forzare l’apertura del software e spingere sull’integrazione dell’intelligenza artificiale rappresenta, in questo senso, meno una modernizzazione tecnologica e più una rottura ideologica. Una di quelle che, se funziona, cambia gli equilibri industriali prima ancora di quelli militari.

Il numero che governa il mondo

I 22 punti del Manifesto di Karp, le pietre Palantíri, lo skyline del potere e l’egemonia mistica della Silicon Valley

Essi non si servono del pensiero che per giustificare le proprie ingiustizie, e non usano le parole che per nascondere i propri pensieri.

—Voltaire (Dialogues et entretiens philosophique, 1763 ca.)

C’è un numero che ritorna. Lo trovi nell’Apocalisse di Giovanni, nel genoma umano, nell’architettura invisibile di Internet e ora, con quella precisione che non può essere casuale, al centro di un manifesto aziendale che pretende di ridisegnare l’Occidente. Quel numero è il 22. E la frase di Voltaire è l’unica bussola con cui si può attraversare questo territorio senza perdersi. Perché il pensiero che si nasconde sotto le parole del Manifesto di Karp è più eloquente delle parole stesse. E il numero scelto per strutturarlo è già, di per sé, una dichiarazione.

L’algoritmo senza diritto di veto: quando l’intelligenza artificiale entra nel complesso militare industriale del Pentagono

La storia della tecnologia è sempre stata, sotto una patina di innovazione, una storia di potere. Chi controlla l’infrastruttura controlla il gioco; chi controlla gli algoritmi controlla la narrativa. Il recente accordo tra Google e il Department of Defense non è semplicemente un contratto commerciale, ma un passaggio di stato. Una mutazione strutturale. La concessione di utilizzare modelli AI per “qualsiasi scopo governativo legale” è una formula giuridica che sembra neutra, quasi burocratica, ma che in realtà apre una porta che, storicamente, non si richiude mai del tutto.

CEO Alex Karp al New York Times Deal Book Summit

Palantir 2026: il mercante di algoritmi che vende ordine al caos

Cristina Di Silvio & Antonio Dina

Nel 2026 Palantir Technologies non è più soltanto una società software quotata in borsa. È diventata qualcosa di più ambiguo, redditizio e geopoliticamente rilevante: un’infrastruttura strategica travestita da vendor enterprise. Molti investitori la leggono come titolo tech, alcuni governi la trattano come asset critico, diversi concorrenti fingono di ignorarla mentre cercano disperatamente di copiarne il modello.

È un classico della storia industriale: quando il mercato non sa classificarti, spesso hai già vinto. Quando questo accade, non sei più valutato per ciò che vendi, ma per il ruolo che occupi nei sistemi decisionali complessi. Palantir nasce in un’America post-Attacchi dell’11 settembre ossessionata da intelligence, dati frammentati e incapacità di collegare segnali dispersi.

La Nato compra Maven: quando la guerra diventa una dashboard con abbonamento enterprise

La notizia è semplice, quasi banale nella sua forma amministrativa: la NATO ha assegnato a Palantir Technologies un contratto per adottare il Maven Smart System, versione NATO, destinato al comando strategico Allied Command Operations. Dietro il lessico anodino dei comunicati stampa, però, si nasconde un passaggio storico molto più interessante. L’alleanza militare più importante del pianeta sta comprando non soltanto software, ma un nuovo modo di fare guerra: data-driven, accelerato, interoperabile, algoritmico. In sintesi, la guerra entra definitivamente nell’era SaaS. Software as a Service, con qualche missile a corredo.

Sovranità digitale o dipendenza strategica? Il Regno Unito scopre il lato oscuro della Silicon Valley

Qualcuno a Westminster ha iniziato a farsi una domanda piuttosto scomoda: quanto è davvero autonoma la difesa britannica se i dati, il vero carburante delle operazioni moderne, passano sempre più spesso per piattaforme americane? Non è un dibattito accademico, ma una questione che tocca nervi scoperti tra sicurezza nazionale, tecnologia e geopolitica.

Trump riapre ad Anthropic: l’AI tra difesa, potere e nuovi equilibri del venture capital

Washington scopre che con l’intelligenza artificiale le posizioni nette durano meno di un ciclo di aggiornamento software. La vicenda che coinvolge Anthropic e l’amministrazione guidata da Donald Trump è l’esempio perfetto di come la geopolitica dell’AI possa cambiare direzione nel giro di poche settimane, passando da minaccia per la sicurezza nazionale a possibile partner strategico.

Palantir la guerra algoritmica e il ritorno dell’élite ingegneristica

Il dibattito riacceso da Palantir Technologies non è un incidente comunicativo né una provocazione estemporanea da weekend social; è, più precisamente, un sintomo. Quando un’azienda nata nel ventre post-11 settembre della Silicon Valley decide di articolare una dottrina geopolitica, non siamo più nel perimetro del marketing, ma in quello della teoria del potere. La differenza è sottile, ma strategicamente devastante. Nel momento in cui il codice diventa infrastruttura militare, e l’infrastruttura militare diventa piattaforma software, l’ingegnere smette di essere un tecnico e diventa un attore politico. È un passaggio storico che ricorda, con un’ironia quasi crudele, la trasformazione degli industriali dell’acciaio nel XIX secolo: da produttori di bulloni a architetti di imperi.

La Russia lancia il suo “Starlink” e i primi 16 satelliti orbitano già accanto a quelli di Elon Musk

Mentre il mondo si abitua all’idea che le costellazioni satellitari siano diventate armi strategiche oltre che infrastrutture, la Russia ha deciso di non restare più a guardare. L’azienda aerospaziale Bureau 1440 ha messo in orbita terrestre bassa i primi 16 satelliti del progetto Rassvet, segnando il passaggio ufficiale dalla fase sperimentale alla costruzione di un servizio di comunicazioni globale a banda larga. È ancora lontanissima dai quasi 10.000 satelliti di Starlink, ma il segnale è chiaro: Mosca vuole la sua rete sovrana, indipendente e soprattutto non controllabile da Elon Musk.

Mythos, potere e paranoia: la Casa Bianca corteggia Anthropic mentre il Pentagono storce il naso

La scena sembra uscita da un thriller tecnologico scritto a quattro mani tra Silicon Valley e Washington. Da una parte la Casa Bianca che valuta con crescente interesse l’adozione di Mythos Preview, il nuovo e potente modello di AI sviluppato da Anthropic. Dall’altra il Pentagono, impegnato in una disputa legale con la stessa azienda e pronto a etichettarla come rischio per la supply chain. Nel mezzo, un governo federale che si muove con cautela tra opportunità strategiche e timori, in una partita dove la posta in gioco è la sicurezza nazionale.

AI, Cina e Iran: come l’intelligence artificiale privata sta riscrivendo le regole della guerra, mentre Trump annuncia la tregua

88 minuti. Tanto mancava a un possibile punto di non ritorno, prima che Donald Trump annunciasse, a sorpresa, una tregua di due settimane con l’Iran. Una pausa che ha evitato bombardamenti su infrastrutture strategiche e che ha restituito al mondo una sensazione quasi dimenticata: sollievo. Ma mentre la diplomazia rallenta, un’altra dinamica continua a muoversi a velocità molto diversa. Silenziosa, distribuita, difficilmente tracciabile. E soprattutto privata. Perché dietro le quinte del conflitto tra Stati Uniti e Iran si sta delineando un nuovo fronte: quello dell’intelligence generata dall’intelligenza artificiale e venduta sul mercato.

Difesa europea, il cloud si fa sovrano: la mossa strategica di OVHcloud tra AI e nuovi talenti

La trasformazione digitale delle forze armate europee non è più una prospettiva futuristica buona per i convegni, ma una realtà concreta che si gioca tra server, algoritmi e una parola sempre più ricorrente: sovranità. In questo scenario si inserisce l’annuncio di OVHcloud, che all’InCyber Forum 2026 ha deciso di accelerare le proprie attività nel settore della difesa, con un approccio che mescola infrastrutture cloud, intelligenza artificiale e un pizzico di pragmatismo europeo.

Guerra algoritmica: Shield AI raccoglie 2 miliardi e accelera la corsa globale all’autonomia militare

Due miliardi di dollari non sono solo un investimento: sono una dichiarazione strategica. Shield AI ha chiuso un round che porta la sua valutazione a 12,7 miliardi, più del doppio in un anno. Un dato che racconta meglio di qualsiasi analisi dove si sta dirigendo l’equilibrio tra tecnologia, difesa e potere.

Non si tratta semplicemente di droni più sofisticati. Il vero prodotto di Shield AI è l’autonomia. Sistemi capaci di operare senza pilota umano, prendere decisioni in ambienti complessi e adattarsi in tempo reale. In altre parole, software che trasforma macchine in attori operativi.

Difesa europea in versione startup: con AGILE Bruxelles accelera su AI e innovazione

L’Europa scopre il fascino della velocità. Non quella delle auto sportive, ma quella dei cicli di innovazione tecnologica, che nel mondo contemporaneo fanno la differenza tra chi guida il cambiamento e chi lo rincorre. Con il lancio del programma AGILE da 115 milioni di euro, la Commissione europea prova a trasformare il modo in cui il continente sviluppa e adotta tecnologie per la difesa, con un approccio che strizza l’occhio più alle startup che ai tradizionali iter burocratici.

Il golden dome e l’illusione elegante del controllo totale

Nel lessico strategico americano, ogni generazione ha il suo progetto salvifico; negli anni Ottanta era lo scudo spaziale di Ronald Reagan, oggi è il “Golden Dome”, un’iniziativa da 185 miliardi di dollari che promette di neutralizzare minacce balistiche, cruise e ipersoniche con la stessa disinvoltura con cui un algoritmo filtra lo spam. Cambia la tecnologia, non cambia l’ambizione: costruire una cupola invisibile sopra l’incertezza geopolitica. Solo che questa volta la cupola non è fatta di satelliti e laser, ma di software. E soprattutto, è progettata da aziende che parlano più fluentemente Python che geopolitica.

Il cuore del progetto non è un missile, né un radar, né un satellite. È una “glue layer”, come l’ha definita Michael Guetlein. Una frase apparentemente innocua, quasi burocratica, ma che in realtà racconta molto più di quanto sembri. Il vero campo di battaglia si è spostato dal dominio fisico a quello informazionale. Coordinare sensori, radar, piattaforme di lancio e sistemi di intercettazione non è più un problema di hardware; è un problema di orchestrazione. In altre parole, di software. E quando la guerra diventa un problema software, inevitabilmente entrano in scena aziende come Palantir Technologies e Anduril Industries.

Leonardo-Iveco, nasce il gigante terrestre della difesa: l’Italia scopre la scala industriale

Il riassetto della difesa europea passa sempre più da operazioni industriali concrete. L’acquisizione del business Defence di Iveco Group da parte di Leonardo per 1,6 miliardi di euro segna uno di quei momenti in cui la strategia smette di essere un documento e diventa una linea di produzione. Non è solo un’operazione finanziaria. È un passaggio che racconta come sta cambiando la geopolitica industriale europea, dove la difesa torna ad essere un settore centrale e, soprattutto, integrato.

L’intelligenza artificiale nella kill chain: quando il linguaggio diventa un’arma

La guerra contemporanea ha sempre avuto un’ossessione: ridurre il tempo tra informazione e azione. Dal telegrafo militare alla sorveglianza satellitare, ogni innovazione ha avuto lo stesso obiettivo, comprimere il ciclo decisionale fino a renderlo quasi istantaneo. Oggi quel ciclo, che nei manuali strategici viene chiamato “kill chain”, subisce una mutazione più sottile e più pericolosa; non è più soltanto una questione di sensori, dati e algoritmi deterministici, ma di linguaggio. Quando un sistema simile a ChatGPT o Claude entra nel processo decisionale militare, non stiamo semplicemente accelerando l’analisi, stiamo ridefinendo il modo stesso in cui il comando interpreta la realtà.

Il Pentagono non è nuovo a questo tipo di sperimentazioni. Il precedente più noto resta Project Maven, un’iniziativa che ha utilizzato la visione artificiale per identificare obiettivi attraverso immagini e video. Maven era, per così dire, un sistema silenzioso, capace di riconoscere pattern ma incapace di spiegarli. La nuova generazione di AI, invece, parla. Risponde. Argomenta. E soprattutto persuade. È qui che la trasformazione diventa strategica, perché la guerra non è mai stata solo una questione di dati, ma di interpretazione dei dati.

Cyberattacchi in Italia: lo Stato nel mirino. Perché il settore governativo è diventato il bersaglio principale

L’immagine cinematografica dell’hacker solitario che tenta di violare qualche database aziendale appartiene ormai a un’altra epoca. Il cybercrime contemporaneo assomiglia molto di più a un ecosistema organizzato che osserva attentamente le infrastrutture digitali di governi, istituzioni e industrie strategiche.

I numeri più recenti relativi all’Italia raccontano una storia piuttosto chiara. Il Rapporto 2026 di Clusit, l’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica che riunisce oltre 700 organizzazioni del sistema Paese, indica un incremento significativo degli attacchi informatici nel nostro Paese: un aumento del 290% degli attacchi cyber contro il settore governativo e militare italiano. AI, attivismo digitale e tensioni geopolitiche amplificano i rischi per il sistema Paese.

La guerra come piattaforma: il contratto da 20 miliardi che ridefinisce il potere algoritmico sul campo di battaglia

Nel teatro sempre più digitalizzato della difesa globale, il recente contratto da 20 miliardi di dollari assegnato dall’U.S. Army a Anduril Industries non rappresenta semplicemente una commessa, ma un cambio di paradigma che merita di essere letto con la stessa attenzione con cui, negli anni Novanta, si osservava l’ascesa di Internet. All’epoca si parlava di reti, protocolli e connettività; oggi si parla di sensori, droni e modelli di machine learning, ma la sostanza è sorprendentemente simile: chi controlla l’infrastruttura, controlla il flusso informativo, e chi controlla il flusso informativo, controlla il potere decisionale.

Il paradosso Grok: quando l’intelligenza artificiale entra nel Pentagono senza bussare

Nel teatro sempre più affollato della geopolitica tecnologica, dove ogni chip è una dichiarazione di sovranità e ogni modello linguistico un’arma a doppio uso, la vicenda che coinvolge Elizabeth Warren, Elon Musk e il Dipartimento della Difesa statunitense sembra scritta da uno sceneggiatore con un debole per l’ironia tragica. Una senatrice progressista che si erge a custode della sicurezza nazionale contro un chatbot noto per produrre contenuti discutibili; un Pentagono che, dopo anni di retorica sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale, apre le porte a un sistema ancora in fase di maturazione; e un imprenditore che, tra un razzo e una piattaforma sociale, si ritrova a gestire infrastrutture potenzialmente critiche per la sicurezza globale. Il tutto mentre il mercato celebra l’ennesima narrativa di innovazione senza attrito.

AI war games rivelano un pattern inquietante: strike nucleari consigliati nella maggior parte delle simulazioni

La recente ricerca condotta da studiosi del King’s College London getta una luce sorprendentemente cupa sull’interazione tra intelligenza artificiale avanzata e decisioni strategiche in scenari di crisi geopolitica. Nelle simulazioni di guerra, che hanno coinvolto modelli come GPT-5.2, Claude Sonnet 4 e Gemini 3 Flash, l’IA ha ripetutamente suggerito l’uso di armi nucleari come risposta ottimale alla maggior parte dei conflitti simulati, indipendentemente dalla gravità delle provocazioni iniziali o dal potenziale costo umano. Si tratta di un fenomeno che, al di là del clamore mediatico, pone interrogativi sostanziali sulla logica sottostante alle macchine quando sono poste di fronte a scelte di vita o di morte su scala globale.

La guerra algoritmica: droni, intelligenza artificiale e il ritorno dell’attrito industriale

La guerra moderna ama travestirsi da rivoluzione tecnologica permanente. Ogni conflitto promette una trasformazione epocale, ogni generazione di generali giura di aver finalmente trovato la formula per combattere più velocemente, più precisamente, più intelligentemente. Poi arriva la realtà, quella che lo storico militare Carl von Clausewitz chiamava con elegante pessimismo “l’attrito della guerra”. Oggi quell’attrito non scompare; semplicemente cambia forma. L’intelligenza artificiale lo accelera. Lo amplifica. Lo rende industriale.

Il confronto tra United States, Israel e Iran sta offrendo una dimostrazione brutale di questa trasformazione. Non si tratta solo di missili, droni o cyberattacchi. Il vero protagonista invisibile è l’algoritmo che digerisce dati, suggerisce bersagli, pianifica missioni e valuta danni in tempi che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili. La guerra diventa una questione di latenza informativa. Chi analizza prima, colpisce prima. Chi decide prima, sopravvive più a lungo.

Due Sessioni. Pechino studia le guerre del futuro e scommette sull’AI

Pechino continua ad aumentare il budget della difesa con la calma apparente di chi muove i pezzi su una scacchiera molto grande. Durante le Due Sessioni, il doppio appuntamento politico annuale che riunisce l’Assemblea nazionale del popolo e la Conferenza consultiva politica, il governo cinese ha annunciato un incremento del 7% della spesa militare, portando il bilancio della difesa a 1,91 trilioni di yuan, circa 276 miliardi di dollari. Una crescita stabile, quasi prudente. In termini percentuali è leggermente inferiore al 7,2% dell’anno precedente, ma resta superiore all’obiettivo di crescita del PIL fissato tra il 4,5% e il 5%. Il segnale è chiaro: mentre l’economia rallenta, la modernizzazione militare non rallenta affatto.

Guerra algoritmica e chip sovrani: perché l’uso dell’AI da parte degli Usa in Iran spinge la Cina ad accelerare l’autonomia tecnologica

Quello che sta accadendo in questi giorni in Medio Oriente ci mostra come l’intelligenza artificiale non sia più soltanto il motore delle raccomandazioni online o dei chatbot aziendali ma sia entrata stabilmente nel lessico operativo dei conflitti contemporanei. L’impiego da parte del Dipartimento della Difesa statunitense di sistemi di AI nelle operazioni attualmente in corso contro l’Iran sta avendo un effetto che va oltre il teatro mediorientale. A migliaia di chilometri di distanza, a Pechino, il dibattito sull’autosufficienza tecnologica ha ricevuto un’improvvisa accelerazione.

IA e difesa 2026, sovranità tecnologica o strategica?

L’adozione dell’Intelligenza Artificiale non è più una scelta tecnologica, ma un imperativo strategico e politico imprescindibile per il futuro della difesa nazionale e per affrontare con efficacia le crescenti sfide geopolitiche.

Il documento sul tema “IA e Difesa: Strategia della Difesa in materia di Intelligenza Artificiale” – fortemente voluto dal Ministro della Difesa, Guido Crosetto  – si configura, quindi, come un quadro organico e ambizioso che definisce un percorso da adottare immediatamente e da portare a compimento in un arco temporale contenuto per l’integrazione sistemica e sistematica dell’IA nella Difesa.

Questa strategia vuole rappresentare il mandato decisivo per dotare il Ministero della Difesa nel suo complesso di sistemi all’avanguardia, sicuri e resilienti, assicurando la difesa nazionale e contribuendo in modo determinante alla stabilità internazionale in un contesto di rapidi mutamenti e crescenti minacce.

Il ministero della Difesa

La parola chiave è intelligenza artificiale nella difesa. Non come slogan da convegno, non come decorazione retorica da slide ministeriale, ma come infrastruttura invisibile che ridisegna comando, controllo, intelligence e targeting mentre il dibattito pubblico discute ancora se un chatbot possa scrivere una poesia decente. Il generale Fernando Giancotti lo aveva segnalato nel 2021 quando il tema non era ancora di moda nei talk show: la trasformazione è già in atto, strutturale, silenziosa, e soprattutto rovesciata rispetto al Novecento. Non è più il militare a generare innovazione per il civile; oggi l’innovazione nasce nella Silicon Valley, passa per il cloud commerciale, si addestra su dati consumer e poi viene adattata al teatro operativo.

Questo cambio di direzione altera l’equilibrio strategico in modo radicale. Nel secolo scorso internet, GPS e semiconduttori erano figli di programmi militari. Oggi il deep learning è addestrato su piattaforme pubblicitarie, l’hardware GPU viene ottimizzato per videogiochi e data center, e solo in seconda battuta viene integrato nei sistemi di difesa. La conseguenza è che la superiorità militare dipende sempre più dalla capacità di orchestrare ecosistemi tecnologici civili, spesso globalizzati, talvolta controllati da aziende straniere, quasi sempre regolati da logiche di mercato. La sovranità tecnologica diventa quindi un esercizio complesso, non una dichiarazione di intenti.

Il 16 gennaio 2026 il ministro Guido Crosetto ha approvato il documento “IA e Difesa – Strategia della Difesa in materia di Intelligenza Artificiale – Edizione 2026”. Un atto che segna un punto di discontinuità per l’Italia, almeno sul piano formale. L’intelligenza artificiale non viene più descritta come tecnologia abilitante generica, ma come imperativo strategico per la sicurezza nazionale in un contesto geopolitico instabile, in cui la competizione tra potenze si gioca su dati, calcolo e velocità decisionale più che su tonnellate di acciaio.

OpenAI conquista il Pentagono dopo il caso Anthropic: sicurezza, potere e nuovi equilibri nell’AI militare

La partita tra intelligenza artificiale e difesa americana non conosce pause. Dopo il braccio di ferro tra il Anthropic e il Pentagono, culminato con lo stop imposto dall’amministrazione di Donald Trump all’uso dei suoi sistemi nelle agenzie federali, la scena è stata rapidamente occupata da un altro protagonista. OpenAI ha annunciato un accordo con il Dipartimento della Difesa per fornire le proprie tecnologie di intelligenza artificiale anche su sistemi classificati.

Anthropic contro il Pentagono: AI militare, sorveglianza di massa e il confine sottile tra difesa e democrazia

Anthropic vs Pentagono non è solo uno scontro contrattuale, è un crash test istituzionale sul futuro dell’AI militare e sulla tenuta dei principi democratici nell’era dei modelli di frontiera. Meno di ventiquattro ore prima della scadenza di un ultimatum attribuito al Dipartimento della Difesa statunitense, Anthropic ha rifiutato di concedere accesso illimitato ai propri sistemi di intelligenza artificiale. Una scelta che, nel lessico diplomatico, suona come una dichiarazione di indipendenza; nel lessico industriale, come una scommessa ad alto rischio sulla propria supply chain governativa.

AI e Difesa. Crosetto: la nuova corsa agli armamenti passa dagli algoritmi

Il campo di battaglia del XXI secolo non è fatto soltanto di carri armati, portaerei o caccia di ultima generazione. È fatto anche di dati, potenza di calcolo, infrastrutture digitali e modelli predittivi. Quando il ministro della Difesa Guido Crosetto afferma che l’intelligenza artificiale sta ridefinendo il concetto stesso di potere, non sta cedendo alla retorica tecnologica, ma fotografa un cambio di paradigma che investe sicurezza, geopolitica e industria.

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