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L’algoritmo preme il grilletto: la guerra anti-drone entra nell’era della velocità artificiale

La trasformazione più importante della guerra moderna non riguarda i caccia stealth da centinaia di milioni di dollari né le portaerei nucleari che i politici adorano fotografare durante le campagne elettorali. Riguarda piccoli oggetti di plastica, spesso costruiti con componenti commerciali acquistabili online, capaci di distruggere carri armati, bloccare aeroporti, saturare difese aeree e trasformare qualsiasi soldato in un bersaglio tracciabile dall’alto. Il drone economico ha fatto alla guerra quello che il container fece alla logistica globale: ha abbattuto il costo marginale dell’asimmetria.

Guerra modulare: come l’esercito americano sta smontando il monopolio del software militare

Esiste una regola non scritta nella difesa globale che per decenni ha funzionato come una tassa invisibile sull’innovazione: chi controlla il software, controlla il sistema. Non importa quanto sofisticato sia un caccia o quanto avanzato un sistema radar; se l’architettura digitale è chiusa, ogni aggiornamento diventa una negoziazione, ogni integrazione una guerra, ogni progresso un favore concesso. L’iniziativa dell’esercito statunitense di forzare l’apertura del software e spingere sull’integrazione dell’intelligenza artificiale rappresenta, in questo senso, meno una modernizzazione tecnologica e più una rottura ideologica. Una di quelle che, se funziona, cambia gli equilibri industriali prima ancora di quelli militari.

Il numero che governa il mondo

I 22 punti del Manifesto di Karp, le pietre Palantíri, lo skyline del potere e l’egemonia mistica della Silicon Valley

Essi non si servono del pensiero che per giustificare le proprie ingiustizie, e non usano le parole che per nascondere i propri pensieri.

—Voltaire (Dialogues et entretiens philosophique, 1763 ca.)

C’è un numero che ritorna. Lo trovi nell’Apocalisse di Giovanni, nel genoma umano, nell’architettura invisibile di Internet e ora, con quella precisione che non può essere casuale, al centro di un manifesto aziendale che pretende di ridisegnare l’Occidente. Quel numero è il 22. E la frase di Voltaire è l’unica bussola con cui si può attraversare questo territorio senza perdersi. Perché il pensiero che si nasconde sotto le parole del Manifesto di Karp è più eloquente delle parole stesse. E il numero scelto per strutturarlo è già, di per sé, una dichiarazione.

L’algoritmo senza diritto di veto: quando l’intelligenza artificiale entra nel complesso militare industriale del Pentagono

La storia della tecnologia è sempre stata, sotto una patina di innovazione, una storia di potere. Chi controlla l’infrastruttura controlla il gioco; chi controlla gli algoritmi controlla la narrativa. Il recente accordo tra Google e il Department of Defense non è semplicemente un contratto commerciale, ma un passaggio di stato. Una mutazione strutturale. La concessione di utilizzare modelli AI per “qualsiasi scopo governativo legale” è una formula giuridica che sembra neutra, quasi burocratica, ma che in realtà apre una porta che, storicamente, non si richiude mai del tutto.

CEO Alex Karp al New York Times Deal Book Summit

Palantir 2026: il mercante di algoritmi che vende ordine al caos

Cristina Di Silvio & Antonio Dina

Nel 2026 Palantir Technologies non è più soltanto una società software quotata in borsa. È diventata qualcosa di più ambiguo, redditizio e geopoliticamente rilevante: un’infrastruttura strategica travestita da vendor enterprise. Molti investitori la leggono come titolo tech, alcuni governi la trattano come asset critico, diversi concorrenti fingono di ignorarla mentre cercano disperatamente di copiarne il modello.

È un classico della storia industriale: quando il mercato non sa classificarti, spesso hai già vinto. Quando questo accade, non sei più valutato per ciò che vendi, ma per il ruolo che occupi nei sistemi decisionali complessi. Palantir nasce in un’America post-Attacchi dell’11 settembre ossessionata da intelligence, dati frammentati e incapacità di collegare segnali dispersi.

La Nato compra Maven: quando la guerra diventa una dashboard con abbonamento enterprise

La notizia è semplice, quasi banale nella sua forma amministrativa: la NATO ha assegnato a Palantir Technologies un contratto per adottare il Maven Smart System, versione NATO, destinato al comando strategico Allied Command Operations. Dietro il lessico anodino dei comunicati stampa, però, si nasconde un passaggio storico molto più interessante. L’alleanza militare più importante del pianeta sta comprando non soltanto software, ma un nuovo modo di fare guerra: data-driven, accelerato, interoperabile, algoritmico. In sintesi, la guerra entra definitivamente nell’era SaaS. Software as a Service, con qualche missile a corredo.

Sovranità digitale o dipendenza strategica? Il Regno Unito scopre il lato oscuro della Silicon Valley

Qualcuno a Westminster ha iniziato a farsi una domanda piuttosto scomoda: quanto è davvero autonoma la difesa britannica se i dati, il vero carburante delle operazioni moderne, passano sempre più spesso per piattaforme americane? Non è un dibattito accademico, ma una questione che tocca nervi scoperti tra sicurezza nazionale, tecnologia e geopolitica.

Trump riapre ad Anthropic: l’AI tra difesa, potere e nuovi equilibri del venture capital

Washington scopre che con l’intelligenza artificiale le posizioni nette durano meno di un ciclo di aggiornamento software. La vicenda che coinvolge Anthropic e l’amministrazione guidata da Donald Trump è l’esempio perfetto di come la geopolitica dell’AI possa cambiare direzione nel giro di poche settimane, passando da minaccia per la sicurezza nazionale a possibile partner strategico.

Palantir la guerra algoritmica e il ritorno dell’élite ingegneristica

Il dibattito riacceso da Palantir Technologies non è un incidente comunicativo né una provocazione estemporanea da weekend social; è, più precisamente, un sintomo. Quando un’azienda nata nel ventre post-11 settembre della Silicon Valley decide di articolare una dottrina geopolitica, non siamo più nel perimetro del marketing, ma in quello della teoria del potere. La differenza è sottile, ma strategicamente devastante. Nel momento in cui il codice diventa infrastruttura militare, e l’infrastruttura militare diventa piattaforma software, l’ingegnere smette di essere un tecnico e diventa un attore politico. È un passaggio storico che ricorda, con un’ironia quasi crudele, la trasformazione degli industriali dell’acciaio nel XIX secolo: da produttori di bulloni a architetti di imperi.

La Russia lancia il suo “Starlink” e i primi 16 satelliti orbitano già accanto a quelli di Elon Musk

Mentre il mondo si abitua all’idea che le costellazioni satellitari siano diventate armi strategiche oltre che infrastrutture, la Russia ha deciso di non restare più a guardare. L’azienda aerospaziale Bureau 1440 ha messo in orbita terrestre bassa i primi 16 satelliti del progetto Rassvet, segnando il passaggio ufficiale dalla fase sperimentale alla costruzione di un servizio di comunicazioni globale a banda larga. È ancora lontanissima dai quasi 10.000 satelliti di Starlink, ma il segnale è chiaro: Mosca vuole la sua rete sovrana, indipendente e soprattutto non controllabile da Elon Musk.

Mythos, potere e paranoia: la Casa Bianca corteggia Anthropic mentre il Pentagono storce il naso

La scena sembra uscita da un thriller tecnologico scritto a quattro mani tra Silicon Valley e Washington. Da una parte la Casa Bianca che valuta con crescente interesse l’adozione di Mythos Preview, il nuovo e potente modello di AI sviluppato da Anthropic. Dall’altra il Pentagono, impegnato in una disputa legale con la stessa azienda e pronto a etichettarla come rischio per la supply chain. Nel mezzo, un governo federale che si muove con cautela tra opportunità strategiche e timori, in una partita dove la posta in gioco è la sicurezza nazionale.

AI, Cina e Iran: come l’intelligence artificiale privata sta riscrivendo le regole della guerra, mentre Trump annuncia la tregua

88 minuti. Tanto mancava a un possibile punto di non ritorno, prima che Donald Trump annunciasse, a sorpresa, una tregua di due settimane con l’Iran. Una pausa che ha evitato bombardamenti su infrastrutture strategiche e che ha restituito al mondo una sensazione quasi dimenticata: sollievo. Ma mentre la diplomazia rallenta, un’altra dinamica continua a muoversi a velocità molto diversa. Silenziosa, distribuita, difficilmente tracciabile. E soprattutto privata. Perché dietro le quinte del conflitto tra Stati Uniti e Iran si sta delineando un nuovo fronte: quello dell’intelligence generata dall’intelligenza artificiale e venduta sul mercato.

Difesa europea, il cloud si fa sovrano: la mossa strategica di OVHcloud tra AI e nuovi talenti

La trasformazione digitale delle forze armate europee non è più una prospettiva futuristica buona per i convegni, ma una realtà concreta che si gioca tra server, algoritmi e una parola sempre più ricorrente: sovranità. In questo scenario si inserisce l’annuncio di OVHcloud, che all’InCyber Forum 2026 ha deciso di accelerare le proprie attività nel settore della difesa, con un approccio che mescola infrastrutture cloud, intelligenza artificiale e un pizzico di pragmatismo europeo.

Guerra algoritmica: Shield AI raccoglie 2 miliardi e accelera la corsa globale all’autonomia militare

Due miliardi di dollari non sono solo un investimento: sono una dichiarazione strategica. Shield AI ha chiuso un round che porta la sua valutazione a 12,7 miliardi, più del doppio in un anno. Un dato che racconta meglio di qualsiasi analisi dove si sta dirigendo l’equilibrio tra tecnologia, difesa e potere.

Non si tratta semplicemente di droni più sofisticati. Il vero prodotto di Shield AI è l’autonomia. Sistemi capaci di operare senza pilota umano, prendere decisioni in ambienti complessi e adattarsi in tempo reale. In altre parole, software che trasforma macchine in attori operativi.

Difesa europea in versione startup: con AGILE Bruxelles accelera su AI e innovazione

L’Europa scopre il fascino della velocità. Non quella delle auto sportive, ma quella dei cicli di innovazione tecnologica, che nel mondo contemporaneo fanno la differenza tra chi guida il cambiamento e chi lo rincorre. Con il lancio del programma AGILE da 115 milioni di euro, la Commissione europea prova a trasformare il modo in cui il continente sviluppa e adotta tecnologie per la difesa, con un approccio che strizza l’occhio più alle startup che ai tradizionali iter burocratici.

Il golden dome e l’illusione elegante del controllo totale

Nel lessico strategico americano, ogni generazione ha il suo progetto salvifico; negli anni Ottanta era lo scudo spaziale di Ronald Reagan, oggi è il “Golden Dome”, un’iniziativa da 185 miliardi di dollari che promette di neutralizzare minacce balistiche, cruise e ipersoniche con la stessa disinvoltura con cui un algoritmo filtra lo spam. Cambia la tecnologia, non cambia l’ambizione: costruire una cupola invisibile sopra l’incertezza geopolitica. Solo che questa volta la cupola non è fatta di satelliti e laser, ma di software. E soprattutto, è progettata da aziende che parlano più fluentemente Python che geopolitica.

Il cuore del progetto non è un missile, né un radar, né un satellite. È una “glue layer”, come l’ha definita Michael Guetlein. Una frase apparentemente innocua, quasi burocratica, ma che in realtà racconta molto più di quanto sembri. Il vero campo di battaglia si è spostato dal dominio fisico a quello informazionale. Coordinare sensori, radar, piattaforme di lancio e sistemi di intercettazione non è più un problema di hardware; è un problema di orchestrazione. In altre parole, di software. E quando la guerra diventa un problema software, inevitabilmente entrano in scena aziende come Palantir Technologies e Anduril Industries.

Leonardo-Iveco, nasce il gigante terrestre della difesa: l’Italia scopre la scala industriale

Il riassetto della difesa europea passa sempre più da operazioni industriali concrete. L’acquisizione del business Defence di Iveco Group da parte di Leonardo per 1,6 miliardi di euro segna uno di quei momenti in cui la strategia smette di essere un documento e diventa una linea di produzione. Non è solo un’operazione finanziaria. È un passaggio che racconta come sta cambiando la geopolitica industriale europea, dove la difesa torna ad essere un settore centrale e, soprattutto, integrato.

L’intelligenza artificiale nella kill chain: quando il linguaggio diventa un’arma

La guerra contemporanea ha sempre avuto un’ossessione: ridurre il tempo tra informazione e azione. Dal telegrafo militare alla sorveglianza satellitare, ogni innovazione ha avuto lo stesso obiettivo, comprimere il ciclo decisionale fino a renderlo quasi istantaneo. Oggi quel ciclo, che nei manuali strategici viene chiamato “kill chain”, subisce una mutazione più sottile e più pericolosa; non è più soltanto una questione di sensori, dati e algoritmi deterministici, ma di linguaggio. Quando un sistema simile a ChatGPT o Claude entra nel processo decisionale militare, non stiamo semplicemente accelerando l’analisi, stiamo ridefinendo il modo stesso in cui il comando interpreta la realtà.

Il Pentagono non è nuovo a questo tipo di sperimentazioni. Il precedente più noto resta Project Maven, un’iniziativa che ha utilizzato la visione artificiale per identificare obiettivi attraverso immagini e video. Maven era, per così dire, un sistema silenzioso, capace di riconoscere pattern ma incapace di spiegarli. La nuova generazione di AI, invece, parla. Risponde. Argomenta. E soprattutto persuade. È qui che la trasformazione diventa strategica, perché la guerra non è mai stata solo una questione di dati, ma di interpretazione dei dati.

Cyberattacchi in Italia: lo Stato nel mirino. Perché il settore governativo è diventato il bersaglio principale

L’immagine cinematografica dell’hacker solitario che tenta di violare qualche database aziendale appartiene ormai a un’altra epoca. Il cybercrime contemporaneo assomiglia molto di più a un ecosistema organizzato che osserva attentamente le infrastrutture digitali di governi, istituzioni e industrie strategiche.

I numeri più recenti relativi all’Italia raccontano una storia piuttosto chiara. Il Rapporto 2026 di Clusit, l’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica che riunisce oltre 700 organizzazioni del sistema Paese, indica un incremento significativo degli attacchi informatici nel nostro Paese: un aumento del 290% degli attacchi cyber contro il settore governativo e militare italiano. AI, attivismo digitale e tensioni geopolitiche amplificano i rischi per il sistema Paese.

La guerra come piattaforma: il contratto da 20 miliardi che ridefinisce il potere algoritmico sul campo di battaglia

Nel teatro sempre più digitalizzato della difesa globale, il recente contratto da 20 miliardi di dollari assegnato dall’U.S. Army a Anduril Industries non rappresenta semplicemente una commessa, ma un cambio di paradigma che merita di essere letto con la stessa attenzione con cui, negli anni Novanta, si osservava l’ascesa di Internet. All’epoca si parlava di reti, protocolli e connettività; oggi si parla di sensori, droni e modelli di machine learning, ma la sostanza è sorprendentemente simile: chi controlla l’infrastruttura, controlla il flusso informativo, e chi controlla il flusso informativo, controlla il potere decisionale.

Il paradosso Grok: quando l’intelligenza artificiale entra nel Pentagono senza bussare

Nel teatro sempre più affollato della geopolitica tecnologica, dove ogni chip è una dichiarazione di sovranità e ogni modello linguistico un’arma a doppio uso, la vicenda che coinvolge Elizabeth Warren, Elon Musk e il Dipartimento della Difesa statunitense sembra scritta da uno sceneggiatore con un debole per l’ironia tragica. Una senatrice progressista che si erge a custode della sicurezza nazionale contro un chatbot noto per produrre contenuti discutibili; un Pentagono che, dopo anni di retorica sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale, apre le porte a un sistema ancora in fase di maturazione; e un imprenditore che, tra un razzo e una piattaforma sociale, si ritrova a gestire infrastrutture potenzialmente critiche per la sicurezza globale. Il tutto mentre il mercato celebra l’ennesima narrativa di innovazione senza attrito.

AI war games rivelano un pattern inquietante: strike nucleari consigliati nella maggior parte delle simulazioni

La recente ricerca condotta da studiosi del King’s College London getta una luce sorprendentemente cupa sull’interazione tra intelligenza artificiale avanzata e decisioni strategiche in scenari di crisi geopolitica. Nelle simulazioni di guerra, che hanno coinvolto modelli come GPT-5.2, Claude Sonnet 4 e Gemini 3 Flash, l’IA ha ripetutamente suggerito l’uso di armi nucleari come risposta ottimale alla maggior parte dei conflitti simulati, indipendentemente dalla gravità delle provocazioni iniziali o dal potenziale costo umano. Si tratta di un fenomeno che, al di là del clamore mediatico, pone interrogativi sostanziali sulla logica sottostante alle macchine quando sono poste di fronte a scelte di vita o di morte su scala globale.

La guerra algoritmica: droni, intelligenza artificiale e il ritorno dell’attrito industriale

La guerra moderna ama travestirsi da rivoluzione tecnologica permanente. Ogni conflitto promette una trasformazione epocale, ogni generazione di generali giura di aver finalmente trovato la formula per combattere più velocemente, più precisamente, più intelligentemente. Poi arriva la realtà, quella che lo storico militare Carl von Clausewitz chiamava con elegante pessimismo “l’attrito della guerra”. Oggi quell’attrito non scompare; semplicemente cambia forma. L’intelligenza artificiale lo accelera. Lo amplifica. Lo rende industriale.

Il confronto tra United States, Israel e Iran sta offrendo una dimostrazione brutale di questa trasformazione. Non si tratta solo di missili, droni o cyberattacchi. Il vero protagonista invisibile è l’algoritmo che digerisce dati, suggerisce bersagli, pianifica missioni e valuta danni in tempi che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili. La guerra diventa una questione di latenza informativa. Chi analizza prima, colpisce prima. Chi decide prima, sopravvive più a lungo.

Due Sessioni. Pechino studia le guerre del futuro e scommette sull’AI

Pechino continua ad aumentare il budget della difesa con la calma apparente di chi muove i pezzi su una scacchiera molto grande. Durante le Due Sessioni, il doppio appuntamento politico annuale che riunisce l’Assemblea nazionale del popolo e la Conferenza consultiva politica, il governo cinese ha annunciato un incremento del 7% della spesa militare, portando il bilancio della difesa a 1,91 trilioni di yuan, circa 276 miliardi di dollari. Una crescita stabile, quasi prudente. In termini percentuali è leggermente inferiore al 7,2% dell’anno precedente, ma resta superiore all’obiettivo di crescita del PIL fissato tra il 4,5% e il 5%. Il segnale è chiaro: mentre l’economia rallenta, la modernizzazione militare non rallenta affatto.

Guerra algoritmica e chip sovrani: perché l’uso dell’AI da parte degli Usa in Iran spinge la Cina ad accelerare l’autonomia tecnologica

Quello che sta accadendo in questi giorni in Medio Oriente ci mostra come l’intelligenza artificiale non sia più soltanto il motore delle raccomandazioni online o dei chatbot aziendali ma sia entrata stabilmente nel lessico operativo dei conflitti contemporanei. L’impiego da parte del Dipartimento della Difesa statunitense di sistemi di AI nelle operazioni attualmente in corso contro l’Iran sta avendo un effetto che va oltre il teatro mediorientale. A migliaia di chilometri di distanza, a Pechino, il dibattito sull’autosufficienza tecnologica ha ricevuto un’improvvisa accelerazione.

IA e difesa 2026, sovranità tecnologica o strategica?

L’adozione dell’Intelligenza Artificiale non è più una scelta tecnologica, ma un imperativo strategico e politico imprescindibile per il futuro della difesa nazionale e per affrontare con efficacia le crescenti sfide geopolitiche.

Il documento sul tema “IA e Difesa: Strategia della Difesa in materia di Intelligenza Artificiale” – fortemente voluto dal Ministro della Difesa, Guido Crosetto  – si configura, quindi, come un quadro organico e ambizioso che definisce un percorso da adottare immediatamente e da portare a compimento in un arco temporale contenuto per l’integrazione sistemica e sistematica dell’IA nella Difesa.

Questa strategia vuole rappresentare il mandato decisivo per dotare il Ministero della Difesa nel suo complesso di sistemi all’avanguardia, sicuri e resilienti, assicurando la difesa nazionale e contribuendo in modo determinante alla stabilità internazionale in un contesto di rapidi mutamenti e crescenti minacce.

Il ministero della Difesa

La parola chiave è intelligenza artificiale nella difesa. Non come slogan da convegno, non come decorazione retorica da slide ministeriale, ma come infrastruttura invisibile che ridisegna comando, controllo, intelligence e targeting mentre il dibattito pubblico discute ancora se un chatbot possa scrivere una poesia decente. Il generale Fernando Giancotti lo aveva segnalato nel 2021 quando il tema non era ancora di moda nei talk show: la trasformazione è già in atto, strutturale, silenziosa, e soprattutto rovesciata rispetto al Novecento. Non è più il militare a generare innovazione per il civile; oggi l’innovazione nasce nella Silicon Valley, passa per il cloud commerciale, si addestra su dati consumer e poi viene adattata al teatro operativo.

Questo cambio di direzione altera l’equilibrio strategico in modo radicale. Nel secolo scorso internet, GPS e semiconduttori erano figli di programmi militari. Oggi il deep learning è addestrato su piattaforme pubblicitarie, l’hardware GPU viene ottimizzato per videogiochi e data center, e solo in seconda battuta viene integrato nei sistemi di difesa. La conseguenza è che la superiorità militare dipende sempre più dalla capacità di orchestrare ecosistemi tecnologici civili, spesso globalizzati, talvolta controllati da aziende straniere, quasi sempre regolati da logiche di mercato. La sovranità tecnologica diventa quindi un esercizio complesso, non una dichiarazione di intenti.

Il 16 gennaio 2026 il ministro Guido Crosetto ha approvato il documento “IA e Difesa – Strategia della Difesa in materia di Intelligenza Artificiale – Edizione 2026”. Un atto che segna un punto di discontinuità per l’Italia, almeno sul piano formale. L’intelligenza artificiale non viene più descritta come tecnologia abilitante generica, ma come imperativo strategico per la sicurezza nazionale in un contesto geopolitico instabile, in cui la competizione tra potenze si gioca su dati, calcolo e velocità decisionale più che su tonnellate di acciaio.

OpenAI conquista il Pentagono dopo il caso Anthropic: sicurezza, potere e nuovi equilibri nell’AI militare

La partita tra intelligenza artificiale e difesa americana non conosce pause. Dopo il braccio di ferro tra il Anthropic e il Pentagono, culminato con lo stop imposto dall’amministrazione di Donald Trump all’uso dei suoi sistemi nelle agenzie federali, la scena è stata rapidamente occupata da un altro protagonista. OpenAI ha annunciato un accordo con il Dipartimento della Difesa per fornire le proprie tecnologie di intelligenza artificiale anche su sistemi classificati.

Anthropic contro il Pentagono: AI militare, sorveglianza di massa e il confine sottile tra difesa e democrazia

Anthropic vs Pentagono non è solo uno scontro contrattuale, è un crash test istituzionale sul futuro dell’AI militare e sulla tenuta dei principi democratici nell’era dei modelli di frontiera. Meno di ventiquattro ore prima della scadenza di un ultimatum attribuito al Dipartimento della Difesa statunitense, Anthropic ha rifiutato di concedere accesso illimitato ai propri sistemi di intelligenza artificiale. Una scelta che, nel lessico diplomatico, suona come una dichiarazione di indipendenza; nel lessico industriale, come una scommessa ad alto rischio sulla propria supply chain governativa.

AI e Difesa. Crosetto: la nuova corsa agli armamenti passa dagli algoritmi

Il campo di battaglia del XXI secolo non è fatto soltanto di carri armati, portaerei o caccia di ultima generazione. È fatto anche di dati, potenza di calcolo, infrastrutture digitali e modelli predittivi. Quando il ministro della Difesa Guido Crosetto afferma che l’intelligenza artificiale sta ridefinendo il concetto stesso di potere, non sta cedendo alla retorica tecnologica, ma fotografa un cambio di paradigma che investe sicurezza, geopolitica e industria.

Una giornata per imparare a pensare meglio MAINDEX

Roma, Centro Alti Studi della Difesa. Fuori, il Tevere scorre nella mattina di febbraio. Dentro, in un’aula che ospita ufficiali e civilian strategists da, il Generale Fernando Giancotti sta per mettere in crisi le nostre certezze o, più precisamente, a insegnarci a farlo da soli.

Non è una lezione tradizionale. Gli acronimi ci sono, ma servono da chiave di volta per qualcosa di più ambizioso: insegnare a pensare in modo sistematicamente diverso nell’era dell’intelligenza artificiale.

Il Centro Alti Studi della Difesa (CASD) è l’istituzione italiana di eccellenza per la formazione della leadership strategica. Qui si incrociano generali, diplomatici, funzionari pubblici e ricercatori in programmi che guardano al futuro delle crisi internazionali, della governance complessa, della sicurezza globale. In questo contesto, il Generale Giancotti porta un framework che ha sviluppato insieme al collega Shaharabani in anni di ricerca e operazioni sul campo: il CAL Loop.

Leonardo e Indra uniscono le forze nella cyber defence. L’Europa prova a blindare il suo cyberspazio

Nel grande Risiko della difesa europea non si muovono solo carri armati e caccia di sesta generazione. A volte le mosse decisive passano per stringhe di codice, data center e centri operativi che non dormono mai. È in questo scenario che si inserisce il Memorandum of Understanding firmato a Roma tra Leonardo e Indra, due dei principali attori industriali europei nel settore della difesa e della tecnologia. L’accordo punta a rafforzare la cooperazione nella cyber defence con un obiettivo dichiarato piuttosto ambizioso: espandere la presenza internazionale in Europa, nella Nato e in altri mercati ad alto potenziale. Roma e Madrid quindi non vogliono limitarsi a difendere le proprie reti, ma aspirano a giocare un ruolo da protagonisti nella costruzione di un’architettura digitale europea più autonoma e meno dipendente da tecnologie extra continentali.

Europa senza rete di sicurezza americana il ritorno della sovranità militare come scelta obbligata

L’aria che si respira a Munich Security Conference non è quella dei grandi annunci rituali o delle foto di famiglia dell’alleanza atlantica. È un’aria più densa, nervosa, quasi industriale. La domanda che serpeggia nei corridoi non è se l’Europa debba diventare più autonoma sul piano della difesa, ma quanto velocemente possa farlo prima che qualcun altro decida per lei. L’ombrello americano non è sparito, ma ha iniziato a gocciolare. E in geopolitica, quando piove, ci si bagna sempre nei momenti peggiori.

Gallium Gambit: come il Pentagono vuole spezzare il dominio cinese sul metallo critico

Nel gioco delle grandi potenze tecnologiche, dove la supremazia nei semiconduttori e nei sistemi di difesa vale più di una portaerei, un metallo dallo strano comportamento fisico è diventato improvvisamente un asso nella manica degli strateghi americani: il gallio. È un metallo argenteo che sembra quasi un trucco da prestigiatore scientifico, capace di “sciogliersi in mano” a temperatura ambiente, ma al di là del curioso aneddoto fisico si situa al centro di una delle più urgenti crisi di sicurezza industriale del XXI secolo. Gallio è uno dei materiali critici nell’economia digitale e nella difesa avanzata, indispensabile nei semiconduttori GaN (nitruro di gallio) e GaAs (arseniuro di gallio), con prestazioni superiori al silicio per gestire alte tensioni e calore in applicazioni che vanno dai radar militari ai satelliti, dai caricatori ultraveloci delle auto elettriche ai laser di precisione. Senza una fornitura sicura di gallio, molte delle tecnologie che oggi consideriamo essenziali rischiano di diventare vulnerabili sotto la pressione geopolitica di Pechino.

Space Race riaccesa: gli Stati Uniti rivendicano la supremazia mentre Artemis II si avvicina

Non molti anni fa, in cui la narrativa dominante suggeriva che l’America stesse perdendo lo spazio. Non per mancanza di razzi o di ingegneri, ma per un misto di inerzia strategica, burocrazia autoreferenziale e un certo torpore post Guerra Fredda. Lo spazio era diventato routine, quasi noioso. Poi è arrivata la Cina. Silenziosa, metodica, ossessiva. Lunar lander, stazioni spaziali, missili antisatellite. A Washington è suonato un campanello d’allarme che per anni era stato ignorato. Oggi, mentre Artemis II si prepara al lancio, quel campanello è diventato una sirena. E gli Stati Uniti sembrano aver finalmente deciso di ascoltarla.

La space race non è mai davvero finita. Ha solo cambiato forma. Non più una sfida binaria tra due superpotenze ideologiche, ma un sistema multipolare in cui lo spazio è infrastruttura critica, dominio militare, piattaforma industriale e leva geopolitica. Chi controlla l’orbita controlla le comunicazioni, la navigazione, l’osservazione terrestre, la deterrenza missilistica e, sempre di più, l’economia digitale. Pensare che la nuova corsa allo spazio sia una questione di bandiere e impronte sulla Luna è un errore da talk show serale. Qui si parla di potere strutturale.

La NATO e la trappola del PIL: perché contano di più le capacità reali di combattimento delle percentuali sul bilancio

La narrativa dominante sulla spesa per la difesa nella NATO si è fossilizzata su un singolo numero, il famoso 2 percento del PIL (o il futuro 5 percento) destinato alla difesa, trasformandolo in un indicatore universale di impegno strategico. Questo obiettivo, semplice da comunicare e accattivante per i titoli dei giornali, rischia però di diventare un’illusione ottica: un numero che distrae dall’unica cosa che conta davvero, ossia la capacità effettiva di deterrenza e combattimento delle forze armate. Nessun equivoco, i numeri sono importanti, ma la loro interpretazione e il modo in cui vengono spesi lo sono ancora di più.

Nel 2025, secondo i dati preliminari pubblicati dall’Alleanza Atlantica, tutti i 31 membri della NATO (Islanda esclusa) dovrebbero raggiungere il target formale del 2 percento del PIL destinato alla spesa militare. L’Italia, per esempio, è riportata intorno ai 45 miliardi di euro di spesa di difesa, pari a circa il 2,01 percento del PIL. Si tratta di un salto evidente rispetto al passato, considerando che meno di un decennio fa la spesa italiana si attestava su meno di 1,6 percento del PIL. (notizia ANSA.it)

Bringing ChatGPT to GenAI.mil

Chatgpt militare entra nel pentagono digitale

OpenAI ha annunciato il rilascio di una versione custom del modello su GenAI.mil, la piattaforma di intelligenza artificiale sviluppata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Non è un dettaglio tecnico. È un passaggio di fase. Quando l’AI entra stabilmente nei sistemi del Pentagono, non sta più aiutando a scrivere email migliori, ma sta ridefinendo il modo in cui una superpotenza pensa, pianifica e reagisce.

ChatGPT militare è la keyword che conta, anche se nessuno a Washington la pronuncia così apertamente. Suona male. Sa di Skynet, di automatismi fuori controllo, di ufficiali che interrogano un modello linguistico prima di prendere decisioni che muovono uomini, mezzi e miliardi. OpenAI preferisce parlare di “accesso ai migliori strumenti disponibili” e di “salvaguardie appropriate”. Linguaggio da comunicato, rassicurante, quasi anodino. Ma dietro la semantica c’è un fatto brutale: l’intelligenza artificiale generativa è ormai considerata una capability strategica, al pari della cyber defense o dei satelliti.

REAIM, l’illusione delle regole sull’AI militare mentre i grandi si sfilano

Al vertice REAIM in Spagna, ottantacinque governi hanno discusso di come rendere sicuro l’uso dell’IA militare, una delle poche combinazioni di parole capaci di far tremare insieme generali, ingegneri e assicuratori. Il risultato ufficiale è una dichiarazione non vincolante con venti principi di sicurezza, firmata da trentacinque paesi. Il risultato reale è molto più interessante, e molto meno rassicurante. Stati Uniti e Cina, cioè gli unici due attori che contano davvero quando si parla di scala, potenza computazionale e integrazione militare dell’intelligenza artificiale, sono rimasti fuori. Quando i più grandi eserciti del pianeta rifiutano persino un impegno volontario, il problema non è più se le regole funzionano. È capire a chi servono davvero.

Sovranità aerea come scelta industriale, politica e strategica: perché il GCAP cambia davvero la posizione dell’italia

Nove miliardi di euro non sono un investimento. Sono una dichiarazione di identità. Quando l’Italia decide di impegnarsi fino a nove miliardi nel Global Combat Air Programme, non sta semplicemente firmando un assegno per un nuovo caccia di sesta generazione. Sta dicendo qualcosa di molto più scomodo e molto più ambizioso. Sta dicendo che non vuole più limitarsi a comprare deterrenza progettata da altri. Vuole tornare a costruirla, governarla, modificarla e soprattutto capirla fino all’ultima riga di codice. In un’Europa che parla spesso di autonomia strategica e la pratica di rado, il GCAP è uno dei pochi casi in cui le parole vengono seguite da silicio, acciaio e algoritmi.

Il riarmo europeo non è più una scelta ma un conto da pagare

L’Europa sta correndo. Non per idealismo strategico, non per improvvisa vocazione militare, ma per pura necessità storica. L’aggressione russa ha fatto saltare il fragile equilibrio su cui il continente aveva costruito trent’anni di pace low cost, mentre l’incertezza sulle garanzie di sicurezza americane ha tolto l’ultimo anestetico. La domanda non è più se l’Europa debba difendersi da sola, ma se sia tecnicamente, industrialmente e politicamente in grado di farlo senza l’ombrello permanente di Washington. La risposta, oggi, è un sì condizionato, costoso e pieno di asterischi, che richiederà anni di investimenti, coordinamento e una dolorosa ricostruzione di capacità che erano state scientemente smantellate.

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