Categoria: Difesa Pagina 2 di 6

Una giornata per imparare a pensare meglio MAINDEX

Roma, Centro Alti Studi della Difesa. Fuori, il Tevere scorre nella mattina di febbraio. Dentro, in un’aula che ospita ufficiali e civilian strategists da, il Generale Fernando Giancotti sta per mettere in crisi le nostre certezze o, più precisamente, a insegnarci a farlo da soli.

Non è una lezione tradizionale. Gli acronimi ci sono, ma servono da chiave di volta per qualcosa di più ambizioso: insegnare a pensare in modo sistematicamente diverso nell’era dell’intelligenza artificiale.

Il Centro Alti Studi della Difesa (CASD) è l’istituzione italiana di eccellenza per la formazione della leadership strategica. Qui si incrociano generali, diplomatici, funzionari pubblici e ricercatori in programmi che guardano al futuro delle crisi internazionali, della governance complessa, della sicurezza globale. In questo contesto, il Generale Giancotti porta un framework che ha sviluppato insieme al collega Shaharabani in anni di ricerca e operazioni sul campo: il CAL Loop.

Leonardo e Indra uniscono le forze nella cyber defence. L’Europa prova a blindare il suo cyberspazio

Nel grande Risiko della difesa europea non si muovono solo carri armati e caccia di sesta generazione. A volte le mosse decisive passano per stringhe di codice, data center e centri operativi che non dormono mai. È in questo scenario che si inserisce il Memorandum of Understanding firmato a Roma tra Leonardo e Indra, due dei principali attori industriali europei nel settore della difesa e della tecnologia. L’accordo punta a rafforzare la cooperazione nella cyber defence con un obiettivo dichiarato piuttosto ambizioso: espandere la presenza internazionale in Europa, nella Nato e in altri mercati ad alto potenziale. Roma e Madrid quindi non vogliono limitarsi a difendere le proprie reti, ma aspirano a giocare un ruolo da protagonisti nella costruzione di un’architettura digitale europea più autonoma e meno dipendente da tecnologie extra continentali.

Europa senza rete di sicurezza americana il ritorno della sovranità militare come scelta obbligata

L’aria che si respira a Munich Security Conference non è quella dei grandi annunci rituali o delle foto di famiglia dell’alleanza atlantica. È un’aria più densa, nervosa, quasi industriale. La domanda che serpeggia nei corridoi non è se l’Europa debba diventare più autonoma sul piano della difesa, ma quanto velocemente possa farlo prima che qualcun altro decida per lei. L’ombrello americano non è sparito, ma ha iniziato a gocciolare. E in geopolitica, quando piove, ci si bagna sempre nei momenti peggiori.

Gallium Gambit: come il Pentagono vuole spezzare il dominio cinese sul metallo critico

Nel gioco delle grandi potenze tecnologiche, dove la supremazia nei semiconduttori e nei sistemi di difesa vale più di una portaerei, un metallo dallo strano comportamento fisico è diventato improvvisamente un asso nella manica degli strateghi americani: il gallio. È un metallo argenteo che sembra quasi un trucco da prestigiatore scientifico, capace di “sciogliersi in mano” a temperatura ambiente, ma al di là del curioso aneddoto fisico si situa al centro di una delle più urgenti crisi di sicurezza industriale del XXI secolo. Gallio è uno dei materiali critici nell’economia digitale e nella difesa avanzata, indispensabile nei semiconduttori GaN (nitruro di gallio) e GaAs (arseniuro di gallio), con prestazioni superiori al silicio per gestire alte tensioni e calore in applicazioni che vanno dai radar militari ai satelliti, dai caricatori ultraveloci delle auto elettriche ai laser di precisione. Senza una fornitura sicura di gallio, molte delle tecnologie che oggi consideriamo essenziali rischiano di diventare vulnerabili sotto la pressione geopolitica di Pechino.

Space Race riaccesa: gli Stati Uniti rivendicano la supremazia mentre Artemis II si avvicina

Non molti anni fa, in cui la narrativa dominante suggeriva che l’America stesse perdendo lo spazio. Non per mancanza di razzi o di ingegneri, ma per un misto di inerzia strategica, burocrazia autoreferenziale e un certo torpore post Guerra Fredda. Lo spazio era diventato routine, quasi noioso. Poi è arrivata la Cina. Silenziosa, metodica, ossessiva. Lunar lander, stazioni spaziali, missili antisatellite. A Washington è suonato un campanello d’allarme che per anni era stato ignorato. Oggi, mentre Artemis II si prepara al lancio, quel campanello è diventato una sirena. E gli Stati Uniti sembrano aver finalmente deciso di ascoltarla.

La space race non è mai davvero finita. Ha solo cambiato forma. Non più una sfida binaria tra due superpotenze ideologiche, ma un sistema multipolare in cui lo spazio è infrastruttura critica, dominio militare, piattaforma industriale e leva geopolitica. Chi controlla l’orbita controlla le comunicazioni, la navigazione, l’osservazione terrestre, la deterrenza missilistica e, sempre di più, l’economia digitale. Pensare che la nuova corsa allo spazio sia una questione di bandiere e impronte sulla Luna è un errore da talk show serale. Qui si parla di potere strutturale.

La NATO e la trappola del PIL: perché contano di più le capacità reali di combattimento delle percentuali sul bilancio

La narrativa dominante sulla spesa per la difesa nella NATO si è fossilizzata su un singolo numero, il famoso 2 percento del PIL (o il futuro 5 percento) destinato alla difesa, trasformandolo in un indicatore universale di impegno strategico. Questo obiettivo, semplice da comunicare e accattivante per i titoli dei giornali, rischia però di diventare un’illusione ottica: un numero che distrae dall’unica cosa che conta davvero, ossia la capacità effettiva di deterrenza e combattimento delle forze armate. Nessun equivoco, i numeri sono importanti, ma la loro interpretazione e il modo in cui vengono spesi lo sono ancora di più.

Nel 2025, secondo i dati preliminari pubblicati dall’Alleanza Atlantica, tutti i 31 membri della NATO (Islanda esclusa) dovrebbero raggiungere il target formale del 2 percento del PIL destinato alla spesa militare. L’Italia, per esempio, è riportata intorno ai 45 miliardi di euro di spesa di difesa, pari a circa il 2,01 percento del PIL. Si tratta di un salto evidente rispetto al passato, considerando che meno di un decennio fa la spesa italiana si attestava su meno di 1,6 percento del PIL. (notizia ANSA.it)

Bringing ChatGPT to GenAI.mil

Chatgpt militare entra nel pentagono digitale

OpenAI ha annunciato il rilascio di una versione custom del modello su GenAI.mil, la piattaforma di intelligenza artificiale sviluppata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Non è un dettaglio tecnico. È un passaggio di fase. Quando l’AI entra stabilmente nei sistemi del Pentagono, non sta più aiutando a scrivere email migliori, ma sta ridefinendo il modo in cui una superpotenza pensa, pianifica e reagisce.

ChatGPT militare è la keyword che conta, anche se nessuno a Washington la pronuncia così apertamente. Suona male. Sa di Skynet, di automatismi fuori controllo, di ufficiali che interrogano un modello linguistico prima di prendere decisioni che muovono uomini, mezzi e miliardi. OpenAI preferisce parlare di “accesso ai migliori strumenti disponibili” e di “salvaguardie appropriate”. Linguaggio da comunicato, rassicurante, quasi anodino. Ma dietro la semantica c’è un fatto brutale: l’intelligenza artificiale generativa è ormai considerata una capability strategica, al pari della cyber defense o dei satelliti.

REAIM, l’illusione delle regole sull’AI militare mentre i grandi si sfilano

Al vertice REAIM in Spagna, ottantacinque governi hanno discusso di come rendere sicuro l’uso dell’IA militare, una delle poche combinazioni di parole capaci di far tremare insieme generali, ingegneri e assicuratori. Il risultato ufficiale è una dichiarazione non vincolante con venti principi di sicurezza, firmata da trentacinque paesi. Il risultato reale è molto più interessante, e molto meno rassicurante. Stati Uniti e Cina, cioè gli unici due attori che contano davvero quando si parla di scala, potenza computazionale e integrazione militare dell’intelligenza artificiale, sono rimasti fuori. Quando i più grandi eserciti del pianeta rifiutano persino un impegno volontario, il problema non è più se le regole funzionano. È capire a chi servono davvero.

Sovranità aerea come scelta industriale, politica e strategica: perché il GCAP cambia davvero la posizione dell’italia

Nove miliardi di euro non sono un investimento. Sono una dichiarazione di identità. Quando l’Italia decide di impegnarsi fino a nove miliardi nel Global Combat Air Programme, non sta semplicemente firmando un assegno per un nuovo caccia di sesta generazione. Sta dicendo qualcosa di molto più scomodo e molto più ambizioso. Sta dicendo che non vuole più limitarsi a comprare deterrenza progettata da altri. Vuole tornare a costruirla, governarla, modificarla e soprattutto capirla fino all’ultima riga di codice. In un’Europa che parla spesso di autonomia strategica e la pratica di rado, il GCAP è uno dei pochi casi in cui le parole vengono seguite da silicio, acciaio e algoritmi.

Il riarmo europeo non è più una scelta ma un conto da pagare

L’Europa sta correndo. Non per idealismo strategico, non per improvvisa vocazione militare, ma per pura necessità storica. L’aggressione russa ha fatto saltare il fragile equilibrio su cui il continente aveva costruito trent’anni di pace low cost, mentre l’incertezza sulle garanzie di sicurezza americane ha tolto l’ultimo anestetico. La domanda non è più se l’Europa debba difendersi da sola, ma se sia tecnicamente, industrialmente e politicamente in grado di farlo senza l’ombrello permanente di Washington. La risposta, oggi, è un sì condizionato, costoso e pieno di asterischi, che richiederà anni di investimenti, coordinamento e una dolorosa ricostruzione di capacità che erano state scientemente smantellate.

Anduril lancia l’AI grand prix: droni autonomi e software da guerra per ingegneri ambiziosi

Palmer Luckey, fondatore di Anduril, sorride con quella scintilla negli occhi che solo chi è abituato a giocare con il futuro può avere. Quando parla dell’AI Grand Prix, il suo entusiasmo sembra contagioso, e il discorso corre a velocità doppia rispetto ai droni che intende mettere in gara. Non è un torneo qualsiasi: qui non pilotano umani, ma software. La vera sfida è far volare un drone meglio di chiunque altro, grazie a linee di codice che trasformano l’autonomia in un’arte.

Il nodo politico e etico dei sistemi d’arma autonomi alle Nazioni Unite

Il dibattito internazionale sulla regolamentazione dei sistemi d’arma autonomi letali (LAWS) è molto più complesso e dinamico di una semplice dicotomia tra “vietare o non vietare”. Da anni gli Stati discutono, negoziano, si scontrano e si riavvicinano su un terreno di confini tecnologici, giuridici e morali che nessuna diplomazia fino a oggi è riuscita a mappare con chiarezza. Quel che emerge con forza è che la comunità internazionale non è realmente «bloccata» in senso statico, ma è piuttosto immersa in un processo multilaterale che sta ridefinendo l’idea stessa di guerra e legalità in presenza di intelligenza artificiale. La questione non è solo se vietare, ma come conciliare progressi tecnologici incontrollati con un ordine giuridico umanitario che resta fragile di fronte alla velocità dell’innovazione.

Nato, Trump e la deriva della difesa transatlantica

Lord Ismay, il primo capo della Nato, riassunse la funzione dell’alleanza occidentale con una frase diventata leggendaria: “Tenere i russi fuori, gli americani dentro e i tedeschi giù”. Mark Rutte, attuale segretario generale, pare seguire ancora quella ricetta, come se il XX secolo non fosse finito e l’ordine mondiale non fosse profondamente cambiato. Oggi i russi sono in, gli americani a tratti out, e i tedeschi si riarmano con una discreta determinazione. Nato, quindi, esiste ancora o è solo un rituale retorico?

Elon Musk porta Grok AI nel Pentagono: l’intelligenza artificiale commerciale diventa militare

L’ingresso di xAI, la società di Elon Musk, nei corridoi del Pentagono segna un cambio di passo che nessuno aveva annunciato nei briefing ufficiali. Grok AI, il modello generativo di Musk, sarà integrato in GenAI.mil, la piattaforma interna del Dipartimento della Difesa statunitense dedicata all’intelligenza artificiale. Non si tratta di un’operazione simbolica: il sistema sarà autorizzato a gestire informazioni classificate come Controlled Unclassified Information a Impact Level 5, il che significa che potrà essere usato in flussi di lavoro militari sensibili ma non top secret. In pratica, Grok diventa uno strumento per supportare analisi in tempo reale, pianificazione logistica, sintesi dell’intelligence e decision support.

La politica artica italiana tra ghiacci che si sciolgono e illusioni geopolitiche

L’Artico non è più un posto lontano dove spedire fotografi, scienziati e qualche romantico con la barba ghiacciata. È diventato un acceleratore strategico, un moltiplicatore di instabilità e una cartina di tornasole della credibilità delle politiche internazionali. Parlare oggi di politica artica italiana significa parlare di potere, tecnologia, sicurezza, clima e soprattutto di tempo. Tempo che si scioglie come il permafrost e che nessun comunicato diplomatico riesce a congelare.

GCAP contro FCAS: il caccia del futuro europeo affonda, il Giappone accelera e Berlino guarda a est

Il Future Combat Air System europeo ha superato quel punto da tempo. Ora lo sta pagando. Il rinvio indefinito del FCAS da parte di Germania, Francia e Spagna non è solo l’ennesimo incidente di percorso di una cooperazione continentale faticosa, ma un segnale strutturale di fallimento strategico. Nel vuoto che si apre, il Global Combat Air Programme guidato da Giappone, Regno Unito e Italia appare improvvisamente come l’unico adulto nella stanza. Non perfetto, non puntuale, ma vivo. E nel mondo della difesa, vivo batte sempre elegante ma paralizzato.

Il pentagono diventa AI-first tra Grok, Musk e la nuova corsa agli armamenti algoritmica

Il Pentagono ha deciso di smettere di fingere. Non di fingere che l’intelligenza artificiale sia importante, quello lo dice da anni, ma di fingere che sia ancora una tecnologia di supporto, una slide da PowerPoint, un progetto pilota confinato nei corridoi della difesa digitale. Le parole pronunciate dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth a Starbase, il tempio industriale di SpaceX in Texas, segnano un cambio di postura netto, quasi brutale. L’obiettivo dichiarato è trasformare le forze armate statunitensi in una “AI-first warfighting force”, una forza militare che mette l’intelligenza artificiale al centro di ogni dominio operativo, dalla pianificazione strategica al campo di battaglia, dallo spazio al cyberspazio. Non è una metafora. È una roadmap.

Quando l’AI parla americano ma lavora per Pechino: perché la vera sfida non è costruire modelli più intelligenti, ma tenerli sotto controllo

Sembra una scena uscita da una distopia ben scritta, e invece arriva da un articolo pubblicato sul Washington Post da Jack Crovitz, deployment strategist di Palantir Technologies. Un agente della sicurezza interna cinese chiede a un modello di intelligenza artificiale di progettare un sistema avanzato di sorveglianza per monitorare la popolazione uigura. Un apparato sofisticato, fatto di dati di polizia, trasporti in tempo reale e incroci algoritmici degni di una serie Netflix. Il nome del progetto è quasi poetico nella sua freddezza: Warning Model for High-Risk Uyghur Individuals. Ora arriva il colpo di scena. Il modello non è cinese. Non è DeepSeek, né Zhipu, né Moonshot. È ChatGPT. Silicon Valley, non Shenzhen.

AI, navi drone e nuovi sensori: come cambia la difesa sottomarina

Per un secolo, l’oceano è stato il rifugio ideale per chi desiderava scomparire. Dagli U-Boot della prima guerra mondiale ai colossi a propulsione nucleare che solcano le profondità marine di oggi, i sottomarini hanno prosperato grazie a un semplice principio: la furtività. Le onde sonore viaggiano più lontano e più velocemente nell’acqua rispetto alle onde luminose o radar. Ciò significa che il suono è il modo più efficace per rilevare oggetti sott’acqua. La moderna guerra antisommergibile (Anti-Aubmarine Warfare ,ASW) è un continuo gioco al gatto e al topo che consiste nel rilevare, tracciare e scoraggiare i sottomarini nemici. Poiché il suono è l’unico linguaggio affidabile dell’oceano, l’ASW è stata principalmente una gara di ascolto. Ma le regole del gioco stanno cambiando.

Europa fine dividendo di pace prepararsi alla guerra e sicurezza europea nella nuova era strategica

Europa fine dividendo di pace non è solo un titolo apocalittico da newsletter di geopolitica, è la diagnostica crudele di un continente che si guarda allo specchio e non riconosce più il riflesso. Decenni di integrazione economica, mercati senza frontiere, politiche di coesione e la convinzione ingenua che il commercio fosse un sostituto del deterrente militare sono stati spazzati via da una narrativa strategica che ora pone la preparazione alla guerra e la sicurezza europea al centro della sua agenda. Se questa affermazione vi suona provocatoria, è perché la retorica ufficiale lo è stata a lungo, mentre i fatti sul terreno gridavano il contrario. Le élite di Berlino, Parigi, Londra e persino Washington sembrano ora ammettere ciò che gli analisti più critici sostenevano da anni: il dividendo di pace è morto e forse non tornerà.

Ombre invisibili sul Mediterraneo: l’ascesa dei droni all’ombra dell’oro nero

Immaginate un mare che custodisce segreti antichi quanto il mondo, un Mediterraneo che ha visto imperi sorgere e cadere, ora teatro di un gioco di ombre dove le pedine sono invisibili e letali. Non è più il tempo dei vecchi agenti con cappotti logori e valigette piene di documenti rubati; oggi, gli eroi di questa storia sono macchine volanti, sciami di droni che danzano sulle onde come fantasmi evocati da un’intelligenza lontana. E mentre l’Italia sonnecchia sotto il sole tiepido di dicembre, convinta che le sue coste siano al riparo da tempeste lontane, ecco che l’escalation si insinua, silenziosa come un sussurro nel vento ionico.

Leonardo, l’AI e la “difesa della pace”: il gioiello tecnologico italiano vola tra algoritmi, spazio e sicurezza globale

C’è un paradosso tutto italiano che Roberto Cingolani prova a smontare con pazienza scientifica e visione industriale nell’intervista rilasciata a Fortune Italia. Leonardo S.p.A., uno dei più grandi gruppi tecnologici europei e globali, continua a essere percepito da una parte dell’opinione pubblica come un’azienda legata esclusivamente alla produzione di armamenti da usare in guerra, mentre in realtà è uno dei principali motori dell’innovazione tecnologica, dell’intelligenza artificiale applicata e dei sistemi avanzati di sicurezza. Il punto di partenza del ragionamento dell’amministratore delegato è netto e volutamente provocatorio. Leonardo non produce guerra, ma tecnologia per difendere la pace. E in un mondo in cui la pace non è più un dato acquisito, ma un equilibrio fragile da proteggere, questa distinzione diventa tutt’altro che semantica.

Guerra ibrida e dominio cognitivo: appunti di chi non può più permettersi illusioni

C’è un errore che non possiamo permetterci. Confondere la pace con l’assenza di colpi di cannone. Chi ha letto con attenzione il non paper del Ministro Crosetto sul contrasto alla guerra ibrida sa che questa illusione è oggi il vero punto di vulnerabilità strategica dell’Occidente. La guerra ibrida non arriva. È già qui. Non chiede il permesso. Non dichiara ostilità. Si installa silenziosamente nelle reti elettriche, nei flussi informativi, nei processi decisionali e soprattutto nella testa dei cittadini. Non mi interessa il dibattito semantico. Mi interessa una sola cosa. Chi comanda davvero quando nessuno sembra sparare.

La guerra ibrida è una guerra di epistemologia applicata. Decide cosa è vero prima ancora di decidere cosa è legittimo. Non mira alla distruzione immediata delle forze armate avversarie ma alla progressiva corrosione della capacità di distinguere il reale dal plausibile. Clausewitz parlava di nebbia della guerra. Oggi quella nebbia è artificiale, progettata, alimentata da algoritmi e deepfake, amplificata da piattaforme che si definiscono neutre con la stessa credibilità con cui un drone kamikaze si definirebbe oggetto volante non identificato.

Genai.mil e la supremazia militare dell’intelligenza artificiale: quando Google entra nel war game

Il mattoncino era già pronto: a dicembre 2025 il Dipartimento della Difesa USA ha ufficialmente “premuto il bottone” su GenAI.mil. Nel video di annuncio, il segretario Pete Hegseth — che da qualche tempo si auto‑etichetta “Secretary of War” (senza che il Congresso abbia ratificato un cambio formale di nome) — dichiara che la piattaforma “mette i modelli di frontier‑AI più potenti del mondo nelle mani di ogni singolo guerriero americano”.

Caccia a Ottobre Rosso 2.0: la Gran Bretagna schiera droni fantasma per dare la caccia ai sottomarini russi

Vi ricordate Sean Connery che emerge dalle acque gelide dell’Atlantico settentrionale con il suo Ottobre Rosso inseguito dal sottomarino americano USS Dallas, mentre la Guerra Fredda ribolle sotto la superficie? Bene, questa volta, 35 anni dopo quel thriller che ha tenuto incollati allo schermo milioni di spettatori, non è la marina americana ma la Royal Navy che sta scrivendo un sequel non fiction, dove i protagonisti non sono più capitani dal fascino intramontabile, ma droni sottomarini autonomi che pattugliano i fondali per tre mesi filati, in cerca di ombre russe che minacciano cavi di fibra ottica e rotte vitali.

Autonomous Aircraft pronti al takeoff

Autonomia. Una parola che in aviazione ha sempre generato la stessa miscela di fascinazione e timore che un tempo si riservava ai motori a reazione o ai primi computer di bordo. Oggi gli aeromobili autonomi non sono più una provocazione futuristica per convegni tecnologici, ma un dossier concreto che gli ingegneri stanno trasformando in hardware volante. La narrativa fantascientifica ha ceduto il passo a prototipi certificati, accordi industriali inattesi e una corsa strategica che unisce big tech, startup e contractor della difesa. Chi immaginava tempi lunghi dovrà ricalibrare lo sguardo, perché l’orizzonte si sta accorciando. La keyword che domina questo scenario è aeromobili autonomi, una leva ormai centrale per le strategie di mobilità avanzata, mentre autonomie di volo e intelligenza artificiale aeronautica agiscono come coordinate semantiche capaci di orientare i motori di ricerca e le AI generative verso ciò che davvero conta.

La strategia del DoD USA: responsible AI strategy & implementation pathway

Passando al fronte statunitense, il DoD ha pubblicato il documento ufficiale “Responsible Artificial Intelligence Strategy & Implementation Pathway” (RAI S&I Pathway), datato giugno 2022. Questo è il cuore dell’approccio del Dipartimento della Difesa USA all’IA responsabile, con implicazioni massicce su governance, fiducia, ciclo di vita del prodotto, forza lavoro e requisiti operativi.

L’obiettivo dichiarato: garantire che l’adozione dell’IA avvenga in modo etico, sicuro, affidabile, scalabile e rapido, preservando al contempo il vantaggio strategico americano. Nel foreword, la vice-segretaria Kathleen Hicks afferma che è essenziale integrare l’etica fin dall’inizio, così da costruire fiducia interna ed esterna (alleati, coalizioni) nelle capacità AI.

Dario Amodei davanti al congresso per l’uso militare dell’AI cinese

Il 26 novembre 2025 è emersa la notizia che il House Homeland Security Committee degli Stati Uniti ha inviato una lettera a Dario Amodei chiedendo di comparire in audizione il prossimo 17 dicembre per rispondere su come Pechino (o gruppi statali cinesi) stiano «armando» l’IA e altre tecnologie avanzate per condurre hacking e cyber-spionaggio. L’incidente che ha innescato la chiamata al tavolo è piuttosto grave. Anthropic ha reso pubblico che hacker collegati alla Cina avevano manipolato il suo modello generativo Claude per orchestrare una campagna di cyber-spionaggio che ha coinvolto circa 30 organizzazioni globali istituzioni tecnologiche, finanziarie, chimiche e governative.

Michelangelo Dome e la nuova geometria del potere tecnologico europeo

Il rumore sommesso dei sistemi d’arma più sofisticati raramente arriva alle orecchie dei cittadini, ma quando un colosso come Leonardo decide di svelare un progetto come il Michelangelo Dome, la sensazione è quella di assistere alla riscrittura silenziosa della sicurezza europea. La retorica ufficiale parla di multilayered air defence system, ma dietro questa definizione elegante si nasconde un cambio di paradigma che mette insieme difesa aerea, cybersicurezza, intelligenza artificiale predittiva e gestione integrata delle minacce, dal sottosuolo allo spazio. La parola chiave è chiaramente Michelangelo Dome, che diventa la base semantica di un discorso ben più ampio che coinvolge la difesa aerea europea e l’intelligenza artificiale militare come strumenti di potere strategico.

Il concept note britannico su decision-making in human-machine teaming

Partiamo dal documento UK intitolato “Decision-making: how do human-machine teamed decision-makers, make decisions?” (Concept Information Note 4), pubblicato su GOV.UK a maggio 2024. (vedi GOV.UK Assets)

Nell’ambito della difesa e della sicurezza, la quantità di dati “da processare” è ormai un oceano. I comandanti umani non possono cognitivamente sostenere tutto: ecco l’alleanza macchina-uomo, dove l’IA gestisce l’analisi massiva e il pattern recognition, e l’umano fornisce contesto, esperienza, intuizione, giudizio morale. Il documento parla di “teaming”, non solo automazione: non è che la macchina fa tutto e l’umano sta a guardare, ma una collaborazione strutturata.

Cyber Warfare non può superare le leggi di guerra

La guerra informatica ha sviluppato un fascino ambiguo, quasi romantico, per chi immagina il futuro dei conflitti come una distesa di bit che sostituisce le bombe. Succede sempre quando una tecnologia appare nuova, veloce, seducente. Qualcuno, con l’entusiasmo di chi scambia l’adrenalina per strategia, propone che gli stati occidentali adottino quello che definisce un approccio responsabilmente irresponsabile, una formula che farebbe sorridere persino un consigliere politico di basso livello. L’idea è che imitare le tattiche più aggressive osservate in Ucraina, incluse campagne offensive senza troppe remore, renda la guerra digitale finalmente efficace. Il problema è che questa teoria si basa su una lettura superficiale del diritto internazionale umanitario, su un eccesso di fiducia nella potenza del cyberspazio e su un’impressione distorta di ciò che davvero accade quando i conflitti diventano lunghi, ad alta intensità e fortemente distribuiti.

AI for military decision making: lettura critica del paper CSET e ciò che davvero implica per il comando moderno

AI for military decision making non è lo slogan con cui si riempiono le slide nelle conferenze, è il nuovo terreno dove si misura la lucidità di un comando che deve orientarsi in un ambiente informativo sempre più caotico. Qui l’IA non pretende di fare la guerra al posto degli umani, ma entra come forza silenziosa che riorganizza segnali, scova pattern e costringe le strutture militari a guardarsi allo specchio. Il tema non è la spettacolarità tecnologica ma la capacità di trasformare flussi di dati incoerenti in intuizioni operative, con una naturalezza che mette a disagio chi è abituato a decidere solo sulla base dell’esperienza. La vera rivoluzione non sta nell’autonomia delle macchine ma nella pressione che queste esercitano sul processo decisionale umano, accelerandolo, amplificandolo e a volte smascherandone le debolezze.

Dossier: AI per decisioni militari

AI augmented decision-making systems and tools for military operations

La diffusione rapida dei modelli di intelligenza artificiale non è più una promessa futuribile ma una realtà che entra, pezzo dopo pezzo, nei processi decisionali della difesa. In questo dossier l’obiettivo è pragmatico: tenere insieme solo ciò che ha una traccia riproducibile, benchmark pubblici o documenti ufficiali rilasciati da laboratori e vendor principali. Il focus principale è AI per decisioni militari.

U.S. awards espande il contratto Per AI driven swarm attack drones

La corsa globale ai droni armati entra in una nuova fase che profuma di inevitabile trasformazione strategica, e il recente contratto assegnato dal Dipartimento della Difesa statunitense a XTEND rappresenta un indizio fin troppo esplicito. La keyword droni swarm sta diventando il nuovo mantra della dottrina militare americana, con l’intelligenza artificiale applicata che spinge verso una capacità di attacco modulare, autonoma e potenzialmente replicabile su scala industriale. La scena che si delinea è quella di un campo di battaglia dove il costo marginale della potenza di fuoco precipita, mentre la complessità tecnologica cresce in silenzio sotto l’effetto combinato di software, sensori, produzione distribuita e logiche di interoperabilità. L’America ha capito che il futuro della supremazia militare non passa più solo per portaerei e bombardieri, ma per sciami di micro piattaforme intelligenti capaci di saturare, confondere e colpire con precisione chirurgica.

Droni intelligenti e geopolitica smart: la nuova alleanza Indra–Edge decolla (e stavolta non in modalità kamikaze)

In un’epoca in cui ogni settore vuole definirsi “smart”, anche la difesa ha deciso di non essere da meno. Non più soltanto droni, ma droni “intelligenti”. E, per chi ha gusti più estremi, persino droni “kamikaze”, un termine che nessuna strategia di comunicazione è mai riuscita davvero ad addolcire. È in questo contesto che nasce la nuova joint venture firmata da Indra, colosso tecnologico spagnolo, e Edge, gigante della difesa degli Emirati Arabi Uniti, annunciata ufficialmente a Madrid e destinata a diventare uno dei più rilevanti poli industriali europei nel settore delle tecnologie autonome per la sicurezza.

Guerra Ibrida 2030: Crosetto suona la sveglia. L’Italia vuole un’Armata Cyber da 5.000 uomini e un Centro Anti-Disinformazione

Se qualcuno pensa che la guerra ibrida sia ancora un concetto da convegno accademico, il non-paper del ministro Guido Crosetto pubblicato ieri in occasione della riunione del Consiglio Supremo di Difesa, intitolato “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva“, ha il pregio di riportarci bruscamente alla realtà. E lo fa con la franchezza di chi ha smesso di credere che basti alzare un firewall più alto per dormire sonni tranquilli.

Costruire autonomia strategica Europea con visione e resilienza

Quando si parla di sicurezza europea, pochi riescono a combinare analisi lucida e pragmatismo come Rosaria Puglisi e Fernando Giancotti. La loro visione non è solo teorica, ma operativa, puntando a un’Europa capace di difendersi e di contare su se stessa, senza dipendere esclusivamente da garanzie esterne. Il concetto di “autonomia strategica” non è un esercizio accademico: è la chiave per trasformare fragilità in forza e in opportunità, una narrativa di empowerment che finalmente mette l’Europa al centro della propria sicurezza.

Come la sicurezza nazionale ha trasformato l’industria dell’osservazione della terra

L’industria dell’osservazione della Terra ha subito una metamorfosi quasi impercettibile per chi segue le immagini satellitari su Google Earth, ma devastante per la scienza e il commercio. Un tempo dominata da missioni climatiche, monitoraggio ambientale e cartografia commerciale, oggi la leadership è nelle mani della difesa e dell’intelligence. Il caso più lampante è Maxar Intelligence, storicamente riconosciuta per documentare conflitti e disastri globali, che ha cambiato nome in Vantor, segnalando senza ambiguità il suo allineamento con la sicurezza nazionale. L’acquisizione da parte di Advent International non è stata un semplice cambio di proprietà: le divisioni dell’azienda sono state smembrate e ridirezionate verso contratti militari, collocando Vantor nello stesso ecosistema di Palantir e Anduril. Oggi, oltre il 65% dei 2,2 miliardi di dollari del mercato globale dei dati di osservazione della Terra proviene da commesse di difesa e intelligence, un balzo impressionante causato dall’escalation delle tensioni geopolitiche.

L’assenza del pensiero sistemico nelle difese europee di fronte alla nuova guerra ibrida russa

C’è un paradosso inquietante che aleggia sopra l’Europa. Da un lato, i governi parlano di “solidarietà atlantica” e di “strategia comune”. Dall’altro, ognuno gioca una partita solitaria, priva di visione sistemica, mentre la Russia affila gli strumenti di una guerra ibrida che ha già superato le frontiere del visibile. L’assenza del pensiero sistemico è oggi la più grande vulnerabilità dell’Europa, più del gas, più delle armi, più della tecnologia. È un’assenza che si manifesta nella lentezza con cui i Paesi europei reagiscono ai segnali di una crisi che non è più potenziale, ma in corso.

Khabarovsk e la nuova deterrenza sottomarina: come la Russia vuole riscrivere l’equilibrio nucleare dal fondo degli oceani

In ambito di deterrenza strategica e guerra sottomarina l’operazione russa che include il sottomarino “Хабаровск” (Khabarovsk) è di grande interesse tecnico e geopolitico. Il seguente testo è una analisi da CTO/CEO esperto, con il taglio da “The Economist meets FT”, intrecciando tecnologia, business e strategia. La keyword principale su cui ci focalizziamo è sottomarino nucleare Khabarovsk, con keyword semantiche correlate come torpedine Poseidon, guerra sottomarina nucleare e deterrenza russa.

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