Quando il watermark rischia di diventare un marchio sull’intelligenza
«Que sais-je?»Michel de Montaigne
Un sigillo non certifica un autorato: attesta soltanto un passaggio.
C’è qualcosa di profondamente antico nel modo in cui stiamo affrontando una delle tecnologie più nuove della nostra storia recente. Abbiamo costruito sistemi capaci di dialogare con noi, di elaborare immagini, di attraversare in pochi secondi biblioteche intere di conoscenza, di affiancare scienziati, medici, progettisti, ingegneri, artisti. E la prima cosa che abbiamo deciso di fare, davanti a tanta potenza, è stata cercare il modo di marchiarla. Non di comprenderla: di marchiarla attraverso un segno. Un marchio che, in questo contesto, pur nell’azzardato del paragone, mi richiama alla mente il meno edificante ed apocalittico “marchio della bestia”. Quel segno che nell’Apocalisse di Giovanni identifica, distingue e determina appartenenza. E, per altra via, evoca il fantasma della caccia alle streghe, quando il sospetto verso ciò che appariva diverso, incomprensibile od estraneo all’ordine riconosciuto, poteva trasformare un’etichetta in una condanna. Naturalmente oggi non viviamo nulla di paragonabile a tali persecuzioni, il richiamo é più nel meccanismo del pensiero, ma il paradosso, credo, meriti più di una riflessione banale, perché dice qualcosa su di noi prima ancora che sulla macchina.
Dal 2 agosto 2026 sono divenuti applicabili, in Europa, gli obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50 dell’AI Act, che impongono ai fornitori di sistemi generativi di rendere determinati output riconoscibili attraverso marcature machine-readable: segnali statistici incisi nella distribuzione di probabilità con cui il modello sceglie, token dopo token, la parola successiva – uno scostamento impercettibile nel campionamento che un classificatore addestrato allo scopo può poi rilevare con un certo margine di confidenza. La ratio è comprensibile, per certi versi doverosa: deepfake, disinformazione, impersonificazione, frodi, produzione industriale di contenuti sintetici rendono necessari strumenti capaci di ricostruire la provenienza di ciò che leggiamo. Il problema tuttavia non nasce dalla norma. Nasce dal salto logico che la norma non compie – ma che rischiamo di compiere noi, distrattamente, ogni volta che confondiamo la provenienza tecnica con l’origine intellettuale di un’opera. Sono due grandezze incommensurabili, e trattarle come sinonimi significa costruire un errore di categoria destinato a sopravvivere alla tecnologia che lo ha generato.

