La moda ha già giocato, quasi completamente, la partita che l’intelligenza artificiale sta giocando. Ecco perché guardare l’una aiuta a capire in anticipo l’altra.
Non ho mai giocato a Go, e lo dico non solo per onestà ma perché è il punto di partenza utile di questo ragionamento: si può imparare moltissimo di un gioco osservandolo da fuori, a patto di non pretendere di conoscerne i tecnicismi. Del weiqi – così lo chiamano in Cina, “il gioco dell’assedio” – mi basta sapere questo: non esistono pezzi che valgono più di altri. Non c’è, come nel gioco degli scacchi, una regina da proteggere o un re la cui caduta significhi la fine. Esistono soltanto pietre, tutte identiche, il cui valore nasce esclusivamente dalla posizione che occupano e dalla rete di relazioni che riescono a costruire con quelle già posate. È un gioco che si vince, da quanto ho capito, non distruggendo l’avversario pezzo per pezzo, ma occupando uno spazio prima che si sia ancora delineato. Chi osserva una partita di Go a metà del suo corso vede, spesso, soltanto punti sparsi su una scacchiera che sembra vuota. Chi la sa analizzare vede già i potenziali territori.
È questa l’immagine che ho tenuto in mente scrivendo le pagine che seguono. Un articolo che nasce da una domanda sulla moda, e nella moda trova, credo, la sua dimostrazione più completa e più visibile. Ma da questa disamina ho traslato il ragionamento, spostando lo sguardo sull’intelligenza artificiale: non perché sia un argomento diverso, ma perché è, quasi sorprendentemente, lo stesso identico gioco, su un’altra scacchiera, in un momento in cui la partita è iniziata da pochi anni.
D*O, conoscenza e Terra: dalla Giornata Europea della Cultura Ebraica, 5000 anni di sapienza per custodire la coscienza umana nell’era dell’intelligenza artificiale
di Stefania Scrivani
Vi é mai capitato di trovarvi nel posto giusto al momento giusto?
Succede, a volte, di arrivare in un luogo senza avere programmato nulla, e di scoprire che ciò che si sta ascoltando tiene insieme, come un fil rouge, pensieri sparsi sui quali da tempo ci si interrogava. È successo a me domenica 6 Settembre, nei Giardini del Tempio Maggiore di Roma, durante la Giornata Europea della Cultura Ebraica. Ero arrivata per ascoltare. Mi sono ritrovata davanti ad una mappa più preziosa di quella del tesoro.
Sulla locandina, una parola scritta tre volte, in lingue diverse: Amore. Love. אהבה, ahavà.
Italiano, inglese, ebraico: non una ripetizione, ma tre porte sullo stesso mistero. Anche il programma sembrava procedere per separazioni: amore verso D*O, amore per la scienza, amore per la Terra; spirito, ragione, materia. Tre panel aperti dai saluti del Vice Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Alessandro Luzon. Ma con il passare delle ore quei tre territori hanno cominciato a parlarmi la stessa lingua, finché ciò che pareva una successione si è rivelato un disegno unico: Amore → D*O → Conoscenza. Non una formula per ridurre l’ebraismo ad uno slogan o un payoff, ma una chiave per leggere il nostro tempo e la tecnologia nella quale abbiamo riposto insieme speranze, timori e potere: l’intelligenza artificiale.
Quella che racconto é una riflessione che non intende offrire sponde a letture di parte, ma interrogarsi sui rischi condivisi di un futuro algoritmico che potrebbe minacciare l’intera umanità. Senza pretendere di esaurire la profondità dei testi sacri nelle categorie della tecnica secolare, la sapienza antica offre tuttavia una bussola insostituibile.
Courtesy Centro di Cultura Ebraica
Amore verso D*O
La prima sorpresa era già nelle lettere. אהבה si legge da destra a sinistra: alef, he, bet, he. Ma la sua forza non ha bisogno di spiegazioni e numeri improvvisati. Nella Torah l’amore non è soltanto qualcosa che si prova: è qualcosa che si fa. וְאָהַבְתָּ, ve’ahavtà, “amerai”, un verbo con la fermezza di un imperativo.
«Amerai il Signore, tuo D*O, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze.»
— Deuteronomio 6,5
L’amore, dunque, che non attende di accadere: chiede di essere scelto, praticato, reso visibile nella nostra condotta. Nel primo incontro, le parole del Rav Roberto Colombo, insieme a quelle di Anna Arbib, Alberto Sonnino e Shulim Vogelmann, guidate da Claudio Procaccia, hanno subito spostato il baricentro: amare D*O implica imparare a non disprezzare la vita che ci è stata affidata, compresa la nostra. Non è un invito al culto dell’io. È l’opposto: il riconoscimento del proprio valore personale come condizione per riconoscerlo fuori di sé.
«Amerai il tuo prossimo come te stesso.»
— Levitico 19,18
Quel “come te stesso” è il cardine silenzioso della frase. Se il sé diventa un idolo, l’altro scompare; se il sé viene annullato, manca la misura con cui incontrarlo. Ho voluto capire ed ho scoperto che c’è, in una pagina della Mishnah, un’immagine che a quella misura dà quasi una definizione tecnica: ogni essere umano è come una moneta coniata con lo stampo del primo uomo, eppure, a differenza di qualunque zecca – nessuno somiglia all’altro; per questo ciascuno è tenuto a dire: per causa mia è stato creato il mondo (Mishnah, Sanhedrin 4,5). È un’idea che oggi torna ad essere incredibilmente urgente: un algoritmo, addestrato su milioni di voci umane, produce inevitabilmente la forma più probabile, la media, il volto più plausibile. È bravissimo a replicare. Non gli è richiesto, e non potrebbe comunque, di essere irripetibile. L’essere umano, per come lo descrive quella Mishnah, nasce dallo stampo esattamente opposto: identico nell’origine, diverso da chiunque altro nell’esistenza.
Ho pensato che forse la modernità dei nostri tempi ha separato troppo velocemente ciò che questa tradizione tiene unito: interiorità ed azione, fede e responsabilità, amore e disciplina. Noi consideriamo autentico ciò che è spontaneo, e sospettiamo di ciò che viene imposto o comandato. Eppure, se riflettiamo bene, un sentimento che non diventa comportamento può restare una splendida dichiarazione privata. Ma l’amore ebraico, almeno per come prendeva forma in quelle parole, non evade dal mondo: vi entra, si assume il peso della presenza. E proprio per questo diventa una forma di conoscenza. A questo punto avevo già messo insieme il primo concetto importante su cui riflettere.
Courtesy Centro di Cultura Ebraica
Amore per la scienza
Il secondo panel non è iniziato, in realtà, quando è stato principiato dal primo relatore. Era una prosecuzione del tema già narrato nel precedente. Così le parole di Paolo Agnoli hanno affrontato un dato spesso evocato con stupore: la presenza eccezionalmente rilevante di personalità di origine ebraica tra i premi Nobel. Ma il punto non era celebrare un primato, né cercarne una spiegazione biologica o genetica. Era piuttosto comprendere un metodo: perché la conoscenza, in questa tradizione, entra molto presto nella vita. La domanda non è vista come insolenza e la discussione non profana il testo, lo mantiene vivo.
Ma i numeri raccontati, quando riguardano identità, religione e appartenenza, vanno maneggiati con cautela. Il pensiero di Agnoli é diventato ancora più interessante proprio quando anziché fare una conta ha cominciato ad esplorare la tradizione antica. Una pagina del Talmud, dice in sostanza, è prima di tutto una scena intellettuale: al centro un frammento di testo minuscolo, intorno i commenti di maestri vissuti a secoli di distanza, che si rispondono, dissentono, tornano sulla stessa parola, anche senza mai incontrarsi nel tempo. Non la verità impoverita dal conflitto, ma la verità resa responsabile dal confronto.
«Chi è sapiente? Colui che impara da ogni persona.»
— Ben Zoma, Pirkei Avot 4,1
La sapienza quindi non coincide con il concludere, coincide piuttosto con il non smettere di apprendere. Proprio le parole di Piera Levi-Montalcini, che ha aperto idealmente la biblioteca di sua zia Rita, raccontando di scaffali riempiti da testi scientifici più impegnativi, che convivevano con racconti e romanzi noir, senza contraddizione, ha chiarito ed aggiunto un ulteriore tassello: la mente di una ricercatrice che sapeva attraversare linguaggi differenti e lasciare che si illuminassero a vicenda. Come un detective ed uno scienziato che condividono un metodo: guardano indizi che tutti possono vedere e cercano la relazione che nessuno ha ancora riconosciuto. Forse la genialità comincia proprio lì, non nel sapere tutto, ma nel non considerare estraneo quasi nulla.
È in quel momento che il discorso sull’intelligenza artificiale, accennato da Agnoli come parte inevitabile del nostro futuro, ha smesso di sembrarmi una scoperta contemporanea: era nel suo metodo già tracciata dentro certa cultura. L’AI opera sul linguaggio, sull’immagine, sul lavoro, sul diritto, sulla medicina, sull’educazione, sulla percezione del vero. Pensare di governarla come una questione esclusivamente informatica significa sbagliare la natura del problema. Servono ingegneri e filosofi, giuristi e antropologi, scienziati ed artisti. La multidisciplinarità non è una visione solo accademica, e neppure l’interdiscipinarità. Sono approcci che ci concedono sicurezza, e questo lo sappiamo già.
Con le parole degli altri relatori Enzo Campelli ed Aldo Winkler – moderati da Ruben Spizzichino – ho pensato che dunque un algoritmo può trovare il modo più efficiente per raggiungere un obiettivo, ma non può stabilire, da solo, se quell’obiettivo meriti di organizzare la nostra vita. Può apprendere dai nostri archivi, ma non può intervenire su ciò che vi abbiamo incluso o cancellato. Può restituire una risposta con la voce chiara dell’evidenza. Non per questo possiede giudizio.
«Non è nei cieli.»
— Deuteronomio 30,12; Talmud, Bava Metzia 59b
Nell’episodio talmudico del forno di Akhnai, perfino una voce celeste irrompe in una disputa per sostenere una posizione. Rabbi Yehoshua si alza e risponde: lo bashamayim hi, “non è nei cieli”. Dopo essere stata consegnata, la Torah deve essere interpretata dagli esseri umani attraverso il confronto e le regole della responsabilità comune. Non è la rivolta dell’uomo contro D*O. È il rifiuto dell’oracolo come scorciatoia morale, anche quando quell’oracolo ha una voce autorevole o persino celeste.
Nell’epoca dell’AI, quella frase arriva fino a noi con un’eco importante: non è nel cloud. Non è quindi nascosta nella complessità del modello, nella quantità dei parametri, nella potenza di calcolo. Non possiamo trasferire alla macchina l’autorità e trattenere per noi l’innocenza che subisce. Delegare il calcolo è progresso, ma delegare il giudizio senza conservarne la responsabilità è pura abdicazione. La tecnologia più avanzata ci riporta così ad una domanda antica: chi risponde della risposta?
Amore per la Terra
Nel pomeriggio, il terzo panel sulla Terra ha affrontato ed esteso il significato del termine: non era più soltanto il pianeta, né soltanto una porzione di suolo. Nel panel “Amore per la Terra. Tra arte e letteratura”, Roberta Ascarelli e Laura Quercioli hanno attraversato Isaac Bashevis Singer e lo yiddish; Ilana Efrati ha portato il discorso nella materia della moda e dell’arte. Giorgia Calò, direttrice del Centro di Cultura Ebraica, ha moderato l’incontro facendo emergere le connessioni senza forzarle, con quella qualità rara per cui la cultura non occupa lo spazio ma lo dilata.
Singer, Nobel per la letteratura nel 1978, parlò dello yiddish come di una lingua dell’esilio, senza terra e senza frontiere. Eppure proprio quella lingua è stata una terra: una patria portatile fatta di ironia, dolore, gesti domestici, memoria, visioni. Le lingue non contengono soltanto ciò che un popolo sa; custodiscono il modo in cui ha imparato a sentire. Per questo non basta digitalizzarle per salvarle. Un modello può tradurre le parole e perdere, allo stesso tempo, il mondo che le ha generate. Può conservarne la forma e smarrirne la vita che trasferiscono. Senza contesto, provenienza e voce delle comunità, la memoria rischia di diventare una tassidermia perfetta.
Ilana Efrati ha poi mostrato immagini delle proprie opere ed ha raccontato un legame con la Terra nato nell’infanzia, quando natura e memoria non erano ancora concetti, ma esperienza. Cotone, lana, seta: fibre nobili diventate, nel suo lavoro, racconto, responsabilità, sostenibilità. L’abito che cessa di essere superficie e torna ad essere relazione, con il paesaggio, con il tempo, con la mano, con ciò che precede il gesto creativo. La Terra non più come uno sfondo da cui prelevare solo colori, ma come un’interlocutrice.
Per chi osserva da tempo il punto in cui moda, arte ed intelligenza artificiale si toccano, quella materia racconta anche un limite. L’AI può generare in pochi secondi migliaia di tessuti mai tessuti, abiti mai tagliati, paesaggi e location mai abitati o visitati. Può riattivare archivi, simulare varianti prima che si producano per ridurre prototipi e sprechi. Ma non conosce la sensazione della lana sulla pelle, il processo del baco da seta, il sapere di una mano che riconosce una fibra al tatto. Possiede correlazioni, non esperienza. Produce somiglianze, non appartenenza.
«L’Eterno D*O prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden perché lo coltivasse e lo custodisse.»
— Genesi 2,15
Coltivare e custodire. Nel testo ebraico i due verbi, le’ovdah e uleshomrah, tengono insieme trasformazione e limite. Un midrash molto amato racconta che, appena creato Adamo, D*O lo condusse in giro tra tutti gli alberi del giardino e gli disse di guardare quanto fossero belli, aggiungendo un avvertimento che i secoli non hanno reso meno attuale: fa’ attenzione a non guastare e distruggere il Mio mondo, perché se lo guasti non c’è nessuno, dopo di te, che possa ripararlo (Midrash Kohelet Rabbà 7,13). Non viene chiesto di lasciare il mondo immobile, ma neppure di modificarlo fino a renderlo inabitabile. È forse la definizione più esatta dell’innovazione di cui oggi abbiamo bisogno: aumentare la nostra capacità di agire senza diminuire quella del mondo di continuare a vivere. La moda lo sa da secoli, anche quando lo dimentica. Ogni creazione è una negoziazione tra materia e forma, memoria ed innovazione, desiderio e responsabilità, ed ogni infrastruttura che addestra un modello, con la sua necessità di acqua e di energia, dovrebbe portare inciso lo stesso avvertimento.
Courtesy Centro di Cultura Ebraica
L’ultima lingua: la musica
Quando il sole ha cominciato a scendere, pensavo che la giornata fosse terminata. Invece mancava l’ultima lingua. Al Museo Ebraico di Roma, il concerto dal titolo palindromo “Amor / RomA”, della mezzo-soprano Shakèd Bar, del tenore Claudio Di Segni, dei musicisti Salvatore Carchiolo e Massimiliano Franchina, ha raccolto i pensieri del giorno e li ha restituiti in una forma ancora più sublime: il suono. Le note di brani memorabili hanno fatto ciò che nessuna sintesi avrebbe potuto fare. Hanno trasformato concetti ascoltati per ore in una memoria comune. Dopo la parola sacra, la discussione sulle scienze, la letteratura e l’arte visiva, arrivava la musica. L’amore ha smesso di essere solo il tema dell’evento per diventava relazione tra chi suonava e chi ascoltava.
Eureka!
Solo allora il percorso mi è apparso intero. I tre panel non erano tre capitoli accostati, ma un circuito ciclico ed imperituro: l’amore conduce a D*O; D*O sottrae l’uomo all’illusione di essere misura assoluta; la conoscenza gli consegna strumenti per interrogare e trasformare il mondo; la Terra impone a quegli strumenti un limite ed una destinazione; l’arte restituisce tutto all’esperienza condivisa. Amore → D*O → Conoscenza → Responsabilità → Terra → Amore.
L’intelligenza artificiale ci obbliga oggi a distinguere conoscenza e coscienza con una precisione nuova. L’etica nell’era dell’AI é parte di questo percorso. Una macchina può ordinare quantità di informazioni che nessun essere umano potrebbe contenere, trovare strutture invisibili, formulare ipotesi, imitare stili, generare immagini di vertiginosa complessità. Ma non ama ciò che conosce. Non teme neppure di ferirlo. Non avverte il dovere di custodirlo. E queste non sono lacune che il prossimo aggiornamento colmerà automaticamente. Sono il punto esatto nel quale ricompare la nostra responsabilità.
Rimettere l’uomo al centro, allora, non significa rivendicare una superiorità che per comodità pretendiamo. Significa imporgli il peso dell’essere centrali: rispondere dei dati scelti e di quelli esclusi, delle culture rappresentate e di quelle cancellate, dell’energia consumata, del lavoro trasformato, dei corpi riprodotti, delle decisioni delegate. La centralità umana non è un privilegio. È la chiamata a rispondere di una nostra cultura e della nostra responsabilità verso il prossimo e verso la Terra.
Forse era questa la chiave che non avevo programmato di trovare nei Giardini del Tempio, una chiave antica quasi quanto il tempo che la custodisce: cinquemila anni di letture, dispute, migrazioni e ritorni, condensati in una parola scritta tre volte sulla stessa locandina. Il futuro non ha bisogno di meno scienza, ma di una scienza più vasta; non di meno tecnologia, ma di una tecnologia capace di riconoscere ciò che non può sostituire; non di meno intelligenza, ma di un’intellighentia orientata. Possiamo costruire macchine che apprendono, ma resta a noi decidere che cosa e come meriti di essere appreso. Possiamo forse affidare loro la memoria, ma resta a noi comprendere che cosa significhi custodire. Possiamo generare mondi sintetici, ma continuiamo ad abitare una Terra reale, fatta di corpi, lingue, fibre, limiti e relazioni.
Spirito e scienza non ci separano quando nascono dalla stessa inquietudine: conoscere ciò che ci supera senza smettere di essere umani. È qui che la parola sulla locandina torna a farsi vedere.
אהבה
Non una risposta facile a tutte le domande, ma sicuramente il criterio con cui scegliere quali domande non possiamo permetterci di smettere di fare. Non un algoritmo da eseguire ma una direzione chiamati ad assumere.
Quando il watermark rischia di diventare un marchio sull’intelligenza
«Que sais-je?»
Michel de Montaigne
Un sigillo non certifica un autorato: attesta soltanto un passaggio.
C’è qualcosa di profondamente antico nel modo in cui stiamo affrontando una delle tecnologie più nuove della nostra storia recente. Abbiamo costruito sistemi capaci di dialogare con noi, di elaborare immagini, di attraversare in pochi secondi biblioteche intere di conoscenza, di affiancare scienziati, medici, progettisti, ingegneri, artisti. E la prima cosa che abbiamo deciso di fare, davanti a tanta potenza, è stata cercare il modo di marchiarla. Non di comprenderla: di marchiarla attraverso un segno. Un marchio che, in questo contesto, pur nell’azzardato del paragone, mi richiama alla mente il meno edificante ed apocalittico “marchio della bestia”. Quel segno che nell’Apocalisse di Giovanni identifica, distingue e determina appartenenza. E, per altra via, evoca il fantasma della caccia alle streghe, quando il sospetto verso ciò che appariva diverso, incomprensibile od estraneo all’ordine riconosciuto, poteva trasformare un’etichetta in una condanna. Naturalmente oggi non viviamo nulla di paragonabile a tali persecuzioni, il richiamo é più nel meccanismo del pensiero, ma il paradosso, credo, meriti più di una riflessione banale, perché dice qualcosa su di noi prima ancora che sulla macchina.
Dal 2 agosto 2026 sono divenuti applicabili, in Europa, gli obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50 dell’AI Act, che impongono ai fornitori di sistemi generativi di rendere determinati output riconoscibili attraverso marcature machine-readable: segnali statistici incisi nella distribuzione di probabilità con cui il modello sceglie, token dopo token, la parola successiva – uno scostamento impercettibile nel campionamento che un classificatore addestrato allo scopo può poi rilevare con un certo margine di confidenza. La ratio è comprensibile, per certi versi doverosa: deepfake, disinformazione, impersonificazione, frodi, produzione industriale di contenuti sintetici rendono necessari strumenti capaci di ricostruire la provenienza di ciò che leggiamo. Il problema tuttavia non nasce dalla norma. Nasce dal salto logico che la norma non compie – ma che rischiamo di compiere noi, distrattamente, ogni volta che confondiamo la provenienza tecnica con l’origine intellettuale di un’opera. Sono due grandezze incommensurabili, e trattarle come sinonimi significa costruire un errore di categoria destinato a sopravvivere alla tecnologia che lo ha generato.
Cosa dicono davvero le ricerche su Generative Engine Optimization e retrieval poisoning, quali casi sono già stati documentati – e perché l’ipotesi di un avvelenamento semantico della reputazione personale merita attenzione, senza per questo indicarla ancora come certezza.
«Specchio, specchio delle mie brame…» Ci hanno raccontato per generazioni che il vero potere, nella fiaba di Biancaneve, risiedesse in quella frase, in quell’oggetto che rispondeva. Ci hanno insegnato a temere lo specchio. Ma questo oggetto, lo specchio, non decideva nulla nella fiaba: si limitava a restituire ciò che gli veniva chiesto di restituire. Il potere autentico stava altrove, in un oggetto molto più dimesso e molto più efficace: una mela. Bella, desiderabile, apparentemente innocua, con il veleno nascosto non nella scorza ma nella promessa che portava con sé. Oggi quella mela non è più un frutto. È un dato. E se un veleno esiste ancora, non è una sostanza chimica: è una relazione semantica, un legame tra parole che nessuno dichiara mai apertamente e che, ripetuto un numero sufficiente di volte, comincia a somigliare pericolosamente ad un fatto. Scrivo di intelligenza artificiale da tempo sufficiente per aver imparato a diffidare delle storie troppo perfette. Quella che sto per raccontare rischia di esserlo. Per questo la tratterò con l’attenzione che merita, separando con cura quel poco che la ricerca ha già dimostrato da quel molto che, per adesso, resta soltanto un’ipotesi. Fondata, credo. Ma pur sempre un’ipotesi.
Dialoghi e confronti con un’intelligenza artificiale che, forse, mi vuole bene
Un commento lasciato sotto un post su LinkedIn ha trasformato un’osservazione occasionale in una domanda filosofica di lunga data: quando un’intelligenza artificiale ci contraddice per il nostro bene, sta soltanto calcolando oppure sta già esercitando, in una forma nuova e ancora priva di nome, qualcosa che assomiglia alla cura?
Tutto è cominciato da un post che, a rigore, non avrei dovuto pubblicare. O almeno così mi aveva suggerito ChatGPT. Da giorni lavoravo attorno a un ragionamento sull’innovazione, sui sistemi cognitivi orchestrati e sul passaggio dall’LLM isolato a un’architettura d’impresa più complessa e stratificata. Non era un tema banale, e nemmeno una tesi sbagliata: era un contenuto corretto ma fiacco, che girava attorno al punto senza mai afferrarlo, come chi conosce a memoria la strada ma non trova il coraggio di imboccarla. Avevo chiesto all’intelligenza artificiale di renderlo più incisivo, di aggiungere spessore, forse un aggettivo più brillante o una struttura più elegante. Invece di assecondarmi, l’AI mi disse qualcosa di molto più utile e molto più scomodo: non pubblicarlo.
Dalla Rerum Novarum alla rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale: anni dopo, il vero problema resta l’uomo
C’è qualcosa di vertiginoso nel modo in cui la storia si ripiega su sé stessa, come un tessuto antico che rivela, alla luce giusta, un disegno già tracciato nelle sue fibre più profonde. Nel 1891, Papa Leone XIII pubblicò la Rerum Novarum in un mondo che odorava di carbone e ferro, dove le ciminiere erano diventate le nuove cattedrali e l’operaio il nuovo pellegrino – spogliato però di ogni meta ultraterrena, gettato dentro l’ingranaggio di un sistema che lo vedeva come leva, non come persona.
Era il tempo della prima grande rottura. Non semplicemente tecnologica. Antropologica.
Generazioni, Intelligenza Artificiale ed il paradosso del tempo che cambia forma
Il tempo come sistema stratificato: lineare, bidirezionale, circolare – l’AI come ponte tra le dimensioni.
C’è un conflitto che nessuno ha ancora dichiarato.
Non scala i trend, non genera convegni, non occupa prime pagine. Eppure si consuma ogni giorno, silenziosamente, dentro uffici, riunioni, schermi condivisi. Ed e’, forse, la frattura piu’ profonda ed irrisolta del nostro presente. E’ il conflitto tra due modi radicalmente diversi di abitare il tempo. Da una parte, una generazione che ha costruito il mondo moderno sull’assioma della produttività: il tempo come risorsa lineare, misurabile, ottimizzabile. Sveglia. Lavoro. KPI. Crescita. Una traiettoria quasi industriale, dove il valore umano coincideva con la capacità di produrre risultati misurabili. Dall’altra, una generazione cresciuta dentro un’altra fisica del tempo. La Gen Z non ha semplicemente cambiato approccio al lavoro: ha cominciato ad interrogare, spesso senza saperlo, l’intera architettura temporale del Novecento. Tra queste due visioni, oggi, si inserisce qualcosa di straordinariamente nuovo. L’Intelligenza Artificiale. Ed e’ qui che la storia diventa davvero interessante. Henri Bergson lo aveva intuito oltre un secolo fa: il tempo non è lo stesso per tutti. Esiste il tempo dell’orologio lineare, quantificabile, divisibile in ore ed ore ed ancora ore. Ed esiste la durata interiore, fluida, soggettiva, che non si misura ma si vive. Due esperienze dello stesso fenomeno, apparentemente incompatibili eppure entrambe vere.
Donne, intelligenza artificiale ed il cappello di Ade
“You have to act as if it were possible to radically transform the world.”
— Angela Davis
L’architettura del potere nei sistemi di intelligenza artificiale
“Devi agire come se fosse possibile trasformare radicalmente il mondo”, ce lo dice Angela Davis ed in qualche modo ci suggerisce che coloro che hanno il potere di narrare il mondo hanno anche il potere di definire chi ne fa parte.
Ma c’è una parola che manca quasi sempre, quando si parla di donne ed intelligenza artificiale. Non manca nei report, anzi quelli abbondano, sempre più numerosi, sempre più rigorosi. Non manca nei convegni, dove viene evocata con la solennità che si riserva alle cause giuste. Manca nella domanda che nessuno fa davvero: chi decide cosa viene misurato?
I 22 punti del Manifesto di Karp, le pietre Palantíri, lo skyline del potere e l’egemonia mistica della Silicon Valley
Essi non si servono del pensiero che per giustificare le proprie ingiustizie, e non usano le parole che per nascondere i propri pensieri.
—Voltaire (Dialogues et entretiens philosophique, 1763 ca.)
C’è un numero che ritorna. Lo trovi nell’Apocalisse di Giovanni, nel genoma umano, nell’architettura invisibile di Internet e ora, con quella precisione che non può essere casuale, al centro di un manifesto aziendale che pretende di ridisegnare l’Occidente. Quel numero è il 22. E la frase di Voltaire è l’unica bussola con cui si può attraversare questo territorio senza perdersi. Perché il pensiero che si nasconde sotto le parole del Manifesto di Karp è più eloquente delle parole stesse. E il numero scelto per strutturarlo è già, di per sé, una dichiarazione.
Anticristo, Intelligenza Artificiale e la battaglia per la sopravvivenza della Verità
L’altezza è profondità, l’abisso è luce inaccessa, la tenebra è chiarezza, il magno è parvo, il confuso è distinto, la lite è amicizia, il dividuo è individuo, l’atomo è immenso.
— Giordano Bruno
Ieri si sono chiuse le porte. E si sono spente anche le luci. Non soltanto quelle, molto concrete e già trincerate, di Palazzo Taverna a Roma, dove Peter Thiel ha tenuto il suo ciclo di lezioni riservate sull’Anticristo davanti ad invitati selezionati tra il mondo accademico, tecnologico e religioso. Si sono chiuse anche, almeno per un momento, le porte della mondanità fatue con cui si archiviano eventi simili: una curiosità romana, un eccentrico miliardario, qualche citazione biblica, molto clamore. Ma sarebbe un errore imperdonabile liquidarli così. Reuters ha descritto l’iniziativa come una serie di incontri a porte chiuse avviata il 15 marzo, centrata sul concetto di Anticristo. Al cuore della visione thieliana c’è il timore, o forse la speranza, che possa emergere un potere globale capace di promettere salvezza da catastrofi nucleari, climatiche, artificiali, al prezzo di un governo mondiale e di un accentramento assoluto delle decisioni. Chi ascolta questo discorso da fuori coglie la tesi, ma non vede ancora l’intero edificio ermeneutico che vi si costruisce sopra. Perché Theil si avvale di argomenti simbolici e di una conoscenza tra teologia e filosofia. Ma chi ha frequentato e studiato le tradizioni del pensiero iniziatico conosce bene tali argomenti, come è consapevole che ogni porta che si chiude nasconde una soglia. E che le soglie più pericolose non sono quelle sbarrate, ma quelle che sembrano spalancate verso la luce, mentre in realtà conducono verso la sua simulazione. Seneca, nel suo Epistulae Morales ad Luciluim, II, dice: Nusquam est qui ubique est – Colui che è ovunque non è da nessuna parte. La dispersione non è libertà: è la forma più sottile della prigione.
Come l’inferenza e le scelte architetturali ridisegnano il nostro rapporto con la conoscenza e perché le metafore che usiamo per descrivere l’AI non sono mai innocenti.
Tutto è cominciato con una domanda banale. «Cos’è l’inferenza?» Non una domanda da convegno, non da paper accademico. Una domanda da corridoio, da pausa caffè, il tipo di cosa che si chiede quando vuoi capire davvero qualcosa e non solo sembrare di capirla. Nel linguaggio dell’intelligenza artificiale, inferenza non significa intuizione fulminante né deduzione alla Sherlock Holmes. Significa qualcosa di molto più preciso, e in un certo senso molto più inquietante: è il momento in cui la macchina smette di imparare e comincia a rispondere. L’addestramento è finito. I parametri sono congelati. Adesso il modello esegue. Prende il tuo input, lo trasforma in sequenze numeriche, percorre miliardi di connessioni già calibrate, e restituisce un output. Non sta imparando nulla. Non sta cambiando. Sta semplicemente – e magnificamente, a modo suo – ripetendo. Questo punto, apparentemente tecnico, ha conseguenze enormi su come pensiamo all’AI. E sulla metafora con cui più spesso la descriviamo. La narrativa dominante suona pressappoco così: l’AI amplifica ciò che le dai. Alimentala con ignoranza, ti restituisce ignoranza al quadrato. Alimentala con competenza, ti restituisce competenza potenziata. L’intelligenza artificiale come specchio fedele, come moltiplicatore neutro. Tu sei il segnale; lei, l’amplificatore. È una metafora seducente perché solleva noi da ogni responsabilità sul mezzo. Se l’output è buono, merito tuo. Se è cattivo, colpa tua. La macchina è innocente. Ma uno specchio non decide quali immagini mostrare. Non filtra, non taglia, non riassembla. I modelli linguistici, invece, lo fanno continuamente, a ogni token generato. La metafora dell’amplificatore è falsa. E il fatto che sia falsa non è un dettaglio tecnico: è una questione politica.
C’è un cambio di clima, netto, nello sviluppo contemporaneo dell’AI. Non è più una gara di forza bruta, né una maratona di parametri e dataset. È qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più destabilizzante: stiamo entrando nel territorio della metacognizione. Non quella edulcorata o spiritualizzata da brochure o new age, ma quella scomoda ed indagativa che obbliga a fermarsi e chiedersi come pensiamo, perché produciamo certi pensieri od output ed a quale costo gnoseologico.
Viviamo in un’epoca in cui crediamo di osservare la macchina, di studiarla, di valutarla come oggetto di indagine e responsabilità. Ma, in realtà, è la macchina che osserva noi, non perché possieda coscienza o intenzionalità, bensì perché amplifica ciò che abbiamo prodotto, ciò che abbiamo scritto, ciò che abbiamo depositato nel paesaggio digitale dal 1991 ad oggi. L’Intelligenza Artificiale prende voce da lì perché non ne ha una propria: é un eco della nostra. E nel riverbero della sua impalcatura matematica emergono le crepe create sulle nostre interpretazioni, sulle nostre convinzioni, sulle nostre verità non verificate.
Si è concluso da poco il primo Convegno Internazionale SEPAI sull’etica nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Un evento che, più che informare, ha avuto un effetto rivelatore. Panel dopo panel, intervento dopo intervento, è emerso con chiarezza il fil rouge invisibile che attraversa oggi ogni ambito dell’IA: una frattura silenziosa ma irreversibile nel modo in cui l’uomo lavora, pensa, progetta e immagina il futuro. Non siamo più di fronte a una semplice evoluzione tecnologica. Siamo entrati in una fase nuova della storia, in cui l’intelligenza non è più un’esclusiva biologica. Per la prima volta, l’essere umano condivide il dominio cognitivo con un’entità non vivente, capace di apprendere, calcolare, generare linguaggi, immagini, strategie. Il tema della coscienza è stato affrontato, analizzato, discusso in profondità. Ma al di là delle singole posizioni, una cosa è apparsa evidente: il paradigma fondativo della nostra epoca è già cambiato.
C’è una domanda che attraversa tutte le epoche e che oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, pesa come un interrogatorio esistenziale:
“Cosa fai nella vita?”
Una domanda che sembra innocua, ma che rivela la più grande ipnosi del nostro tempo. Non chiede chi sei, né cosa ami, ma come monetizzi il tuo tempo. È la domanda che ci ha addestrati a misurare la nostra esistenza in termini di produttività, non di presenza. Che ci giudica per il ruolo sociale e professionale che rappresentiamo.
Per secoli abbiamo confuso l’essere con il produrre, fino a credere che l’uomo valga solo in proporzione alla sua capacità di generare utilità. Ora che la macchina impara a fare tutto – scrivere, creare, analizzare, progettare – la domanda si ribalta: che cosa resta dell’umano, quando tutto ciò che fa e che lo definisce può essere replicato da un algoritmo?
“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio” . Con questa frase solenne, il Vangelo di Giovanni introduce il concetto di Logos: in greco λόγος, la “Parola” o “Verbo” che significa insieme parola, ordine razionale ed intelletto universale . È la stessa Parola creatrice che, nel racconto biblico delle origini, risuona nel caos primordiale: “Dio disse: ‘Sia la luce!’ E la luce fu”. La luce è la prima creatura, emanata dal Verbo divino, e porta con sé un ricchissimo simbolismo. Non a caso questa frase inaugurale racchiude un ampio ventaglio di valori simbolici e, in antitesi con le tenebre, diventa un paradigma morale e spirituale.