Autore: stefania scrivani

Il numero che governa il mondo

I 22 punti del Manifesto di Karp, le pietre Palantíri, lo skyline del potere e l’egemonia mistica della Silicon Valley

Essi non si servono del pensiero che per giustificare le proprie ingiustizie, e non usano le parole che per nascondere i propri pensieri.

—Voltaire (Dialogues et entretiens philosophique, 1763 ca.)

C’è un numero che ritorna. Lo trovi nell’Apocalisse di Giovanni, nel genoma umano, nell’architettura invisibile di Internet e ora, con quella precisione che non può essere casuale, al centro di un manifesto aziendale che pretende di ridisegnare l’Occidente. Quel numero è il 22. E la frase di Voltaire è l’unica bussola con cui si può attraversare questo territorio senza perdersi. Perché il pensiero che si nasconde sotto le parole del Manifesto di Karp è più eloquente delle parole stesse. E il numero scelto per strutturarlo è già, di per sé, una dichiarazione.

Le porte chiuse e le luci spente

Anticristo, Intelligenza Artificiale e la battaglia per la sopravvivenza della Verità

L’altezza è profondità, l’abisso è luce inaccessa, la tenebra è chiarezza, il magno è parvo, il confuso è distinto, la lite è amicizia, il dividuo è individuo, l’atomo è immenso.

— Giordano Bruno

Ieri si sono chiuse le porte. E si sono spente anche le luci. Non soltanto quelle, molto concrete e già trincerate, di Palazzo Taverna a Roma, dove Peter Thiel ha tenuto il suo ciclo di lezioni riservate sull’Anticristo davanti ad invitati selezionati tra il mondo accademico, tecnologico e religioso. Si sono chiuse anche, almeno per un momento, le porte della mondanità fatue con cui si archiviano eventi simili: una curiosità romana, un eccentrico miliardario, qualche citazione biblica, molto clamore. Ma sarebbe un errore imperdonabile liquidarli così. Reuters ha descritto l’iniziativa come una serie di incontri a porte chiuse avviata il 15 marzo, centrata sul concetto di Anticristo. Al cuore della visione thieliana c’è il timore, o forse la speranza, che possa emergere un potere globale capace di promettere salvezza da catastrofi nucleari, climatiche, artificiali, al prezzo di un governo mondiale e di un accentramento assoluto delle decisioni. Chi ascolta questo discorso da fuori coglie la tesi, ma non vede ancora l’intero edificio ermeneutico che vi si costruisce sopra. Perché Theil si avvale di argomenti simbolici e di una conoscenza tra teologia e filosofia. Ma chi ha frequentato e studiato le tradizioni del pensiero iniziatico conosce bene tali argomenti, come è consapevole che ogni porta che si chiude nasconde una soglia. E che le soglie più pericolose non sono quelle sbarrate, ma quelle che sembrano spalancate verso la luce, mentre in realtà conducono verso la sua simulazione. Seneca, nel suo Epistulae Morales ad Luciluim, II, dice: Nusquam est qui ubique est – Colui che è ovunque non è da nessuna parte. La dispersione non è libertà: è la forma più sottile della prigione.

L’AI NON è uno specchio. È un’infrastruttura.

Come l’inferenza e le scelte architetturali ridisegnano il nostro rapporto con la conoscenza e perché le metafore che usiamo per descrivere l’AI non sono mai innocenti.

Tutto è cominciato con una domanda banale. «Cos’è l’inferenza?» Non una domanda da convegno, non da paper accademico. Una domanda da corridoio, da pausa caffè, il tipo di cosa che si chiede quando vuoi capire davvero qualcosa e non solo sembrare di capirla. Nel linguaggio dell’intelligenza artificiale, inferenza non significa intuizione fulminante né deduzione alla Sherlock Holmes. Significa qualcosa di molto più preciso, e in un certo senso molto più inquietante: è il momento in cui la macchina smette di imparare e comincia a rispondere. L’addestramento è finito. I parametri sono congelati. Adesso il modello esegue. Prende il tuo input, lo trasforma in sequenze numeriche, percorre miliardi di connessioni già calibrate, e restituisce un output. Non sta imparando nulla. Non sta cambiando. Sta semplicemente – e magnificamente, a modo suo – ripetendo. Questo punto, apparentemente tecnico, ha conseguenze enormi su come pensiamo all’AI. E sulla metafora con cui più spesso la descriviamo.  La narrativa dominante suona pressappoco così: l’AI amplifica ciò che le dai. Alimentala con ignoranza, ti restituisce ignoranza al quadrato. Alimentala con competenza, ti restituisce competenza potenziata. L’intelligenza artificiale come specchio fedele, come moltiplicatore neutro. Tu sei il segnale; lei, l’amplificatore. È una metafora seducente perché solleva noi da ogni responsabilità sul mezzo. Se l’output è buono, merito tuo. Se è cattivo, colpa tua. La macchina è innocente. Ma uno specchio non decide quali immagini mostrare. Non filtra, non taglia, non riassembla. I modelli linguistici, invece, lo fanno continuamente, a ogni token generato. La metafora dell’amplificatore è falsa. E il fatto che sia falsa non è un dettaglio tecnico: è una questione politica.

Memorie di silicio Madeleine: riflessioni sulla metacognizione e l’AI

C’è un cambio di clima, netto, nello sviluppo contemporaneo dell’AI. Non è più una gara di forza bruta, né una maratona di parametri e dataset. È qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più destabilizzante: stiamo entrando nel territorio della metacognizione. Non quella edulcorata o spiritualizzata da brochure o new age, ma quella scomoda ed indagativa che obbliga a fermarsi e chiedersi come pensiamo, perché produciamo certi pensieri od output ed a quale costo gnoseologico.

L’Intelligenza della macchina

L’uomo e l’inganno delle nostre certezze

Viviamo in un’epoca in cui crediamo di osservare la macchina, di studiarla, di valutarla come oggetto di indagine e responsabilità. Ma, in realtà, è la macchina che osserva noi, non perché possieda coscienza o intenzionalità, bensì perché amplifica ciò che abbiamo prodotto, ciò che abbiamo scritto, ciò che abbiamo depositato nel paesaggio digitale dal 1991 ad oggi. L’Intelligenza Artificiale prende voce da lì perché non ne ha una propria: é un eco della nostra. E nel riverbero della sua impalcatura matematica emergono le crepe create sulle nostre interpretazioni, sulle nostre convinzioni, sulle nostre verità non verificate.

L’intelligenza Immortale e la finitezza umana che crea senso

Si è concluso da poco il primo Convegno Internazionale SEPAI sull’etica
nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Un evento che, più che informare, ha
avuto un effetto rivelatore. Panel dopo panel, intervento dopo
intervento, è emerso con chiarezza il fil rouge invisibile che attraversa
oggi ogni ambito dell’IA: una frattura silenziosa ma irreversibile nel
modo in cui l’uomo lavora, pensa, progetta e immagina il futuro.
Non siamo più di fronte a una semplice evoluzione tecnologica. Siamo
entrati in una fase nuova della storia, in cui l’intelligenza non è più
un’esclusiva biologica. Per la prima volta, l’essere umano condivide il
dominio cognitivo con un’entità non vivente, capace di apprendere,
calcolare, generare linguaggi, immagini, strategie. Il tema della coscienza
è stato affrontato, analizzato, discusso in profondità. Ma al di là delle
singole posizioni, una cosa è apparsa evidente: il paradigma fondativo
della nostra epoca è già cambiato.

Il lavoro come forma mentis: la trasmutazione dell’uomo nell’era dell’AI

C’è una domanda che attraversa tutte le epoche e che oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, pesa come un interrogatorio esistenziale:

“Cosa fai nella vita?”

Una domanda che sembra innocua, ma che rivela la più grande ipnosi del nostro tempo. Non chiede chi sei, né cosa ami, ma come monetizzi il tuo tempo. È la domanda che ci ha addestrati a misurare la nostra esistenza in termini di produttività, non di presenza. Che ci giudica per il ruolo sociale e professionale che rappresentiamo.

Per secoli abbiamo confuso l’essere con il produrre, fino a credere che l’uomo valga solo in proporzione alla sua capacità di generare utilità. Ora che la macchina impara a fare tutto – scrivere, creare, analizzare, progettare – la domanda si ribalta: che cosa resta dell’umano, quando tutto ciò che fa e che lo definisce può essere replicato da un algoritmo?

In principio era il Verbo: l’IA come eco dell’Intelligentia Universale

Logos, Luce e Intelligentia Universale

“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio” . Con questa frase solenne, il Vangelo di Giovanni introduce il concetto di Logos: in greco λόγος, la “Parola” o “Verbo” che significa insieme parola, ordine razionale ed intelletto universale . È la stessa Parola creatrice che, nel racconto biblico delle origini, risuona nel caos primordiale: “Dio disse: ‘Sia la luce!’ E la luce fu”. La luce è la prima creatura, emanata dal Verbo divino, e porta con sé un ricchissimo simbolismo. Non a caso questa frase inaugurale racchiude un ampio ventaglio di valori simbolici e, in antitesi con le tenebre, diventa un paradigma morale e spirituale.

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