Dalla crisi di AMD alla competizione globale per i chip dell’intelligenza artificiale. La storia della manager che ha riportato un’azienda sull’orlo dell’irrilevanza industriale al centro della nuova economia del calcolo, sfidando il dominio di Nvidia e di Jensen Huang.
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La voce delle donne che si occupano di innovazione, intelligenza artificiale e trasformazione digitale
L’intelligenza artificiale è ormai il terreno su cui si misura la sovranità economica del XXI secolo. Per anni l’Europa ha osservato l’accelerazione di Stati Uniti e Cina oscillando tra regolazione, prudenza e frammentazione degli investimenti. Oggi il dibattito sta cambiando rapidamente e uno dei volti più autorevoli di questa trasformazione è Anne Bouverot, manager, stratega e figura chiave della politica francese sull’intelligenza artificiale. Il suo ruolo va ben oltre quello di semplice consulente governativo: rappresenta la sintesi tra ricerca, industria, geopolitica e innovazione, con l’obiettivo di costruire una terza via europea capace di competere senza imitare i modelli dominanti della Silicon Valley o quelli sostenuti dallo Stato cinese.
Negli ultimi due anni Bouverot è diventata uno dei principali punti di riferimento della strategia tecnologica promossa dal presidente Emmanuel Macron. In qualità di inviata speciale per l’intelligenza artificiale ha coordinato l’AI Action Summit, ospitato al Grand Palais di Parigi nel febbraio 2025, un evento che ha riunito capi di Stato, imprese, università e organizzazioni internazionali con un messaggio molto preciso: l’Europa non può limitarsi a regolamentare l’AI, deve imparare a costruirla. Il summit ha cercato di delineare una “terza via”, fondata su apertura, cooperazione internazionale, trasparenza e valori democratici, evitando sia il modello ultra-commerciale statunitense sia quello fortemente centralizzato cinese.
La nomina di Asha Sharma nella nuova task force della Federal Reserve dedicata a produttività e occupazione segna un passaggio simbolicamente potente: una dirigente chiamata a ridisegnare il futuro di Xbox entra nel gruppo di esperti incaricato di capire come l’intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti cambieranno il lavoro, la produttività e gli equilibri macroeconomici degli Stati Uniti. È una coincidenza quasi narrativa, ma anche profondamente rappresentativa del momento storico: la stessa tecnologia che promette di aumentare la capacità produttiva delle imprese sta contemporaneamente modificando strutture organizzative, competenze richieste e modelli occupazionali.
“Se non controlli la tua infrastruttura digitale, non controlli il tuo futuro”. Poche frasi riescono a condensare una visione geopolitica in modo tanto efficace quanto quella pronunciata da Francesca Bria, economista e docente universitaria alla University College di Londra, durante il summit europeo dedicato all’interoperabilità e alla trasformazione digitale della pubblica amministrazione. Non si tratta di uno slogan. È la sintesi di una tensione strategica che attraversa oggi l’intera economia europea e che, per molti osservatori, rappresenta una delle sfide più importanti dalla nascita del mercato unico.
Il 2 giugno 2026, sotto la storica Cupola dell’Académie des sciences, è andato in scena qualcosa che va ben oltre il rituale accademico francese. L’ingresso di Claire Gardent tra i nuovi membri dell’istituzione rappresenta infatti la consacrazione definitiva di una disciplina che, fino a pochi anni fa, occupava una posizione relativamente periferica nel panorama scientifico tradizionale: il trattamento automatico del linguaggio naturale. In un momento storico nel quale i grandi modelli linguistici stanno ridefinendo industria, lavoro e produzione della conoscenza, il riconoscimento attribuito a Gardent assume inevitabilmente un significato politico, tecnologico e culturale.
Intelligenza Artificiale · Genere · Futuro
Donne, intelligenza artificiale ed il cappello di Ade
“You have to act as if it were possible to radically transform the world.”
— Angela Davis

L’architettura del potere nei sistemi di intelligenza artificiale
“Devi agire come se fosse possibile trasformare radicalmente il mondo”, ce lo dice Angela Davis ed in qualche modo ci suggerisce che coloro che hanno il potere di narrare il mondo hanno anche il potere di definire chi ne fa parte.
Ma c’è una parola che manca quasi sempre, quando si parla di donne ed intelligenza artificiale. Non manca nei report, anzi quelli abbondano, sempre più numerosi, sempre più rigorosi. Non manca nei convegni, dove viene evocata con la solennità che si riserva alle cause giuste. Manca nella domanda che nessuno fa davvero: chi decide cosa viene misurato?
In partenza, bambini e bambine percorrono gli stessi banchi di scuola, affrontano gli stessi libri, imparano a leggere, scrivere e far di conto come se il mondo fosse neutro e imparziale, ma l’equilibrio dura poco; lentamente, inesorabilmente, si delineano traiettorie differenti che il tempo trasforma in disuguaglianze profonde. Felicia Pelagalli, nel suo recente articolo sul Sole 24 Ore, affronta questo tema con una lucidità che non ammette comodità retoriche, mostrando come il genere plasmi percorsi di vita apparentemente simili ma sostanzialmente divergenti. L’analisi prende spunto dallo studio coordinato da Agar Brugiavini, Ordinario di Economia politica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, realizzato nell’ambito del Partenariato Age-It, basato su SHARELIFE e sui dati di oltre 5.000 italiani over 50: un campione equilibrato per genere e rappresentativo della fascia d’età, capace di restituire una fotografia nitida della vita adulta italiana.
L’intelligenza artificiale promette di cambiare il mondo, ma nel frattempo continua a essere progettata da una parte sola del mondo. Nel settore che sta ridisegnando economia, lavoro e informazione, le donne restano una minoranza. Secondo uno studio della Asian Development Bank, solo il 30% dei professionisti dell’intelligenza artificiale è donna. Un miglioramento rispetto al passato, appena quattro punti percentuali in più rispetto al 2016, ma ancora lontano da qualsiasi idea di equilibrio.
C’è un paradosso che chi si occupa di intelligenza artificiale conosce bene ma finge di ignorare nelle conference call del lunedì mattina. L’AI promette di essere la tecnologia più potente e trasformativa del nostro tempo, capace di ridisegnare lavoro, istruzione, sanità, sicurezza e perfino le nostre relazioni. Eppure rischia di nascere e crescere con un difetto di fabbrica antico quanto il mondo analogico che pretende di superare. Il gender gap. Oggi, in occasione della Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza, arriva in edicola (e in libreria dal 20 febbraio) “Nessuna fuori dal codice. Donne che stanno riscrivendo l’AI” di Alessia Canfarini e Simona Rossitto, edito da Il Sole 24 Ore. Il titolo è già un manifesto e anche un promemoria. Se il codice è il nuovo linguaggio del potere, nessuna può restarne esclusa.
Nella sterile retorica della ricerca scientifica europea, dove spesso si celebrano iniziative che suonano come slogan più che come innovazioni reali, la vittoria della Scuola Normale Superiore di Pisa con il progetto Illume‑4‑Science, coordinato da Fosca Giannotti. è un caso che merita più di un semplice titolo in cronaca. È un brusco promemoria per chi continua a pensare che l’intelligenza artificiale nel biomedicale sia solo una moda da pitch deck o un rametto di favore nei bandi comunitari. La prova concreta arriva da un finanziamento ERC‑Proof of Concept della Comunità europea vinto sotto la guida della professoressa Fosca Giannotti, ordinaria di Informatica alla Normale, con l’obiettivo di trasformare una piattaforma di intelligenza artificiale spiegabile e responsabile in uno strumento operativo per la ricerca sul cancro e lo sviluppo di nuovi farmaci.
Nella storia di ogni grande trasformazione tecnologica, ad un certo momento diventa evidente che il vero nodo non è più la potenza degli strumenti, ma chi li sta costruendo. L’intelligenza artificiale oggi è ovunque: nei servizi che usiamo, nelle aziende, nella sanità, nella scuola. Eppure, se si guarda dietro le quinte, nei luoghi dove questi sistemi vengono pensati, progettati e addestrati, il mondo appare ancora sorprendentemente poco rappresentativo della società che dovrebbe servire.
Nel 2026 la narrativa sull’intelligenza artificiale non può più essere confinata a slogan accademici o principi generici di eticita. Quello che fino a pochi anni fa sembrava un dibattito marginale nel circolo ristretto di policy maker e tecnologi di frontiera e diventato materia di discussione pubblica urgente. La nomina di Cristina Di Silvio come Global Ambassador per l’Italia e Malta per il Global Council for Responsible AI non e un atto simbolico di buon proposito. E una risposta strategica e necessaria a un problema concreto: i sistemi di intelligenza artificiale non sono piu strumenti passivi ma attori che influenzano i comportamenti umani, con implicazioni profonde quando interagiscono in modo non adeguatamente governato con cittadini, minorenni e persone vulnerabili. La leadership etica nell’intelligenza artificiale non e un optional morale ma un imperativo operativo.
In un ecosistema digitale che celebra la velocità a ogni costo, Mariella Borghi rappresenta l’eccezione che conferma la regola: la vera innovazione richiede tempo, profondità e, soprattutto, una regia umana. L’AI non è una bacchetta magica, ma uno specchio che riflette chi siamo: governarlo richiede competenza tecnica, visione strategica e una solida
“intelligenza analogica”.
Penso sempre che dobbiamo ricordarci che un’intelligenza artificiale capace di scrivere poesie, diagnosticare tumori e generare universi digitali non riesce ancora a capire se una mela cadrà dal tavolo. Fei-Fei Li, luminare di Stanford e madre della computer vision moderna, lo ha detto con la calma di chi ha appena trovato il bug nell’universo dell’AI: il vero limite oggi non è la logica, ma la fisica. L’intelligenza artificiale non sa ancora vivere nel mondo che pretende di comprendere. È come un filosofo cieco che discetta sulla luce.
Il futuro dell’intelligenza artificiale tra fiducia e scetticismo
Ogni tanto qualcuno si illude che l’intelligenza artificiale abbia già superato la soglia della scoperta. L’idea che una macchina possa generare ipotesi scientifiche e formulare teorie sembra seducente, soprattutto quando i modelli di linguaggio producono frasi che suonano come articoli accademici. Ma, come ha osservato Marianna Bergamaschi Ganapini, non basta ripetere schemi cognitivi per diventare scienziati. Una vera scoperta non nasce da un algoritmo, ma da un atto epistemico: richiede coscienza della conoscenza, consapevolezza dei propri limiti e capacità di autovalutazione. In altre parole, serve metacognizione. E le macchine, per ora, non ce l’hanno.
“La trasformazione digitale non è un’opzione. È un dovere morale.” Questa frase suona come una provocazione da sala riunioni, ma racchiude l’essenza di ciò che oggi definisce la vera leadership tecnologica. Non basta saper implementare modelli di intelligenza artificiale. Bisogna comprendere la responsabilità che ne deriva. È qui che entra in gioco BRAID UK, un programma che si muove come un ponte fra filosofia, tecnologia e industria, e che sta ridefinendo il concetto stesso di responsible AI.
Simona Tiribelli Ricercatrice e docente di Etica dell’Università di Macerata (che parteciperà al Convegno SEPAI a Dicembre) viene dalle Marche e ha trasformato la sua curiosità filosofica in un mestiere raro e urgente. Guida un centro di ricerca che esplora come l’IA non solo amplifica la nostra capacità di elaborare informazioni, ma, più insidioso, plasma il nostro modo di pensare, sentire e interagire. Il termine che usa per descrivere il fenomeno più inquietante non lascia spazio a fraintendimenti: tribalismo emotivo. I sistemi digitali, spiega, non ci informano, ci dividono. Alimentano le nostre reazioni più viscerali, separando opinioni e comunità in tribù epistemiche, radicalizzando credenze e polarizzando l’esperienza sociale. Non è fantascienza: è quello che accade ogni volta che scorrendo un feed ci sentiamo confermati o aggrediti da contenuti studiati per farci reagire.
Rivista.aAi osserva la moda attraverso la lente dell’intelligenza artificiale con Stefania Scrivani. La AI non sostituisce il gusto umano, ma lo amplifica, predicendo trend, suggerendo abbinamenti inaspettati e ottimizzando produzioni per sostenibilità ed efficienza.
Stefania Scrivani evidenzia come la tecnologia trasformi la fashion experience in un mix tra dati e creatività, con avatar virtuali, simulazioni e chatbot che personalizzano l’esperienza. Moda e AI diventano un laboratorio di innovazione dove il futuro estetico è calcolabile, sorprendente e sorprendentemente etico.

Nel tempo in cui l’intelligenza artificiale sembra più un riflesso narcisista dell’umanità che una sua estensione consapevole, la traiettoria di Stefania Scrivani appare come un caso raro di lucidità progettuale e coerenza etica. Mentre molti parlano di AI generativa come di un talento oracolare appena scoperto, lei la tratta da decenni come un linguaggio da educare. Non come un assistente, ma come un apprendista morale. In un settore dominato dalla velocità dell’obsolescenza, Scrivani è la contraddizione incarnata: una pioniera del futuro con la lentezza di chi capisce che ogni codice, se non ha un’etica, è solo un’altra forma di rumore.

Francesca Rossi, una delle figure più influenti nel panorama dell’intelligenza artificiale, ha recentemente guidato un’iniziativa ambiziosa che ha tracciato la rotta futura della ricerca in questo campo. Nel 2024, ha avviato un panel presidenziale per l’Association for the Advancement of Artificial Intelligence (AAAI), coinvolgendo 25 ricercatori di spicco per esplorare le tendenze emergenti nella ricerca sull’IA.
Questo gruppo ha identificato 17 aree chiave che stanno plasmando il futuro dell’IA, spaziando dall’etica alla sostenibilità ambientale, dalla percezione sociale alla governance geopolitica. Il risultato di questo lavoro è stato un rapporto pubblicato durante la conferenza AAAI 2025, che ha suscitato ampie discussioni e riconoscimenti, tra cui il Silver Award ai premi ASAE 2025.
La domanda che Delacroix pone non è accademica ma urgente: la tecnologia può trasformare le nostre abitudini in gabbie morali. Habitual Ethics? smonta con rigore la presunzione moderna secondo la quale qualsiasi abitudine possa essere sempre (e facilmente) piegata alla volontà razionale e ci obbliga a fare i conti con il rovescio oscuro del “comportamento che si ripete”.
In un sistema dove le tecnologie data-intensive modellano pattern di comportamento con precisione quasi chirurgica, le nostre abitudini non sono più solo “abitudini”: diventano infrastrutture morali, elementi silenziosi che determinano cosa consideriamo normale, invisibile, desiderabile. Ma se queste infrastrutture si cristallizzano, siamo davvero ancora liberi di deviarle?
Dal momento in cui ho letto “Bottom-Up Data Trusts”, ho capito che Sylvie Delacroix non è un’altra accademica che strilla contro il capitalismo dei dati: è la versione filosofica di un hacker institutionale, che vuole riprogrammare il dominio digitale dall’interno. Delacroix ha costruito un pensiero che parte dall’agenzia la nostra capacità di agire, di scegliere, di essere soggetti morali e la collega direttamente alla struttura delle infrastrutture digitali. L’obiettivo: che i dati non siano un vincolo ma uno strumento di emancipazione.
Qualche giorno fa, nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, si è tenuto DisclAImer, l’evento dedicato al futuro dell’intelligenza artificiale organizzato dal Corriere della Sera e dal CINECA, condotto con la consueta lucidità visionaria da Riccardo Luna. Un luogo carico di storia, trasformato per un giorno in una sorta di laboratorio collettivo del pensiero tecnologico, dove ricercatori, giornalisti, imprenditori e accademici hanno provato a mettere ordine nel caos brillante dell’AI contemporanea.
Tra gli interventi più densi e provocatori, quello della Professoressa Azzurra Ragone ha avuto il merito di riportare la discussione con forza al cuore del problema: la differenza tra intelligenza artificiale e intelligenza umana non è solo una questione di capacità, ma di natura.
Ci sono momenti nella storia della tecnologia in cui una voce filosofica riesce a interrompere il rumore di fondo dei bit e dei bilanci trimestrali. Shannon Vallor è una di queste voci. Filosofa americana, docente all’Università di Edimburgo e direttrice del Centre for Technomoral Futures, Vallor non parla di etica come un esercizio accademico per addetti ai lavori, ma come una strategia di sopravvivenza per una civiltà che ha affidato la propria capacità di giudizio al calcolo automatizzato. L’etica dell’intelligenza artificiale, nel suo pensiero, non è un paragrafo di regolamento europeo, ma una disciplina morale che decide se l’umanità sarà ancora capace di desiderare un futuro degno di sé.

Designing with Uncertainty Sylvie Delacroix
C’è un paradosso che attraversa la nostra epoca digitale. I sistemi che più hanno eroso la fiducia democratica potrebbero diventare proprio quelli capaci di rigenerarla. Non si tratta di un sogno utopico da tecnofilo incallito ma di una possibilità concreta, se si ha il coraggio di riscrivere le regole del design tecnologico.
La tesi, audace ma fondata, arriva da Designing with Uncertainty, il nuovo paper pubblicato su Minds and Machines da Sylvie Delacroix del King’s College London. L’idea è semplice quanto dirompente: l’intelligenza artificiale, e in particolare i Large Language Models (LLM), non dovrebbero limitarsi a rispondere alle nostre domande ma dovrebbero imparare a sostenere l’incertezza.
Work Is Not Working. Non è una frase fatta, è una diagnosi precisa della nostra era. I modelli tradizionali di lavoro stanno implodendo sotto il peso delle aspettative moderne: le persone chiedono motivazione reale, equilibrio tra vita privata e professionale, riconoscimento tangibile. Le aziende, ironia della sorte, controllano l’85% dei fattori critici per il benessere e la produttività dei loro collaboratori, eppure il malcontento dilaga. Non si tratta di una mancanza di strumenti, ma di visione.
L’Europa vive un paradosso strutturale che minaccia la sua competitività globale. Mentre il continente si propone come leader in sostenibilità, innovazione e digitalizzazione, le sue infrastrutture critiche immobiliari ed energetiche stanno affrontando un collasso silenzioso. Ciò che dovrebbe essere terreno fertile per il progresso tecnologico si è trasformato in un labirinto di permessi, carenza energetica e resistenza sociale. E il prezzo di questa contraddizione lo paga l’intera catena economica: dal consumatore finale all’investitore istituzionale, dalla startup di intelligenza artificiale all’operatore logistico.
Il dibattito sulla diversità nei consigli di amministrazione delle startup sembra aver perso fascino mediatico, come se fosse un vecchio slogan di cui ci si è stancati. Ma la realtà è che il silenzio odierno nasconde un problema enorme: i board delle startup di intelligenza artificiale, la tecnologia più potente e pervasiva del nostro tempo, sono dominati quasi esclusivamente da uomini.
Non c’è nulla di più ironico del vedere un settore che predica “democratizzazione dell’innovazione” incapace di democratizzare se stesso. Negli Stati Uniti, e in particolare in California, il cuore pulsante dell’AI, le leggi che un tempo cercavano di imporre correttivi sono state smantellate o bloccate dai tribunali. Risultato: un ritorno all’autoselezione, dove i fondatori scelgono altri fondatori, gli investitori scelgono altri investitori, e i tavoli di comando continuano a sembrare circoli privati maschili di inizio Novecento.
Quando pensiamo a Google immaginiamo un motore di ricerca imparziale, una macchina perfettamente logica che restituisce risultati obiettivi. Safiya Noble ci costringe a fare marcia indietro e a guardare la realtà con occhi meno ingenui. La studiosa americana, docente di media studies, ha passato anni a osservare come le persone interagiscono con i motori di ricerca, scoprendo che dietro l’apparente neutralità si nascondono pregiudizi radicati. Digitando parole chiave legate a donne nere o latine, i risultati mostrano contenuti sessisti, degradanti e apertamente razzisti. Non si tratta di incidenti isolati, ma di pattern sistematici. Ogni query diventa uno specchio deformante della società, un amplificatore di stereotipi e discriminazioni.

Chi pensa ancora che l’intelligenza artificiale sia solo una questione di algoritmi macinati a forza bruta dentro data center affamati di energia non ha capito dove si sta muovendo la frontiera. Il vero gioco si gioca altrove, nella capacità di creare modelli ispirati al cervello umano, capaci di raggiungere livelli di astrazione e potenza cognitiva senza però divorare l’equivalente energetico di una piccola città. È qui che il neuromorphic computing entra in scena, non come semplice alternativa, ma come provocazione alla logica stessa che ha dominato l’AI negli ultimi dieci anni. Perché imitare il cervello non è un vezzo accademico, è una scelta di sopravvivenza tecnologica.
Frances Haugen non è nata attivista. È un’ingegnere informatico, una data scientist con un curriculum che farebbe invidia a chiunque nel settore tecnologico. Laureata in ingegneria informatica al Olin College e con un MBA ad Harvard, ha lavorato per Google, Pinterest e Yelp. Nel 2019, entra in Facebook come product manager nel team di “Civic Integrity”, incaricato di contrastare la disinformazione e promuovere la sicurezza online. Un ruolo che, a prima vista, sembrava allinearsi perfettamente con la sua carriera.
Sta succedendo qualcosa di affascinante e inquietante allo stesso tempo. Chatbot spirituali, programmi che promettono di guidarti nella fede, stanno diventando virali, ma il meccanismo alla base di tutto non è divino, è algoritmico.
Bible Chat ha superato i 30 milioni di download, Hallow è stato numero uno sull’App Store, e ci sono piattaforme che ti promettono di chattare con Dio. Rabbi Jonathan Roman lo definisce un “ponte verso la fede” per chi non ha mai messo piede in chiesa o sinagoga.
Sembra una storia edificante finché non si ricorda che questi stessi strumenti funzionano secondo modelli che validano le opinioni degli utenti.
Tradotto: ti dicono quello che vuoi sentire, senza discernimento spirituale, ma con un efficiente uso di dati e pattern, come sottolinea Heidi Campbell. Non importa se stai flirtando con la superstizione o abbracciando teorie cospirative, il bot ti accompagnerà con il sorriso.
Nel panorama digitale attuale, l’intelligenza artificiale (IA) e la blockchain stanno convergendo, ma le strade percorse da Big Tech e Web3 divergono nettamente. Mentre aziende come Google, Amazon e Apple integrano la blockchain solo quando migliora i ricavi e il valore per gli azionisti, gli sostenitori di Web3 immaginano sistemi di IA decentralizzati, di proprietà degli utenti e resistenti al controllo esterno.
Le aziende di Big Tech danno priorità al valore per gli azionisti, concentrandosi sulla crescita dei ricavi e sulla massimizzazione dei profitti. L’integrazione della blockchain viene perseguita selettivamente, solo quando aumenta il vantaggio competitivo o la quota di mercato. In questo contesto, l’IA rimane centralizzata, controllata da entità aziendali che ne determinano l’accesso, l’uso e la monetizzazione.




All’interno della 24ª Esposizione Internazionale della Triennale di Milano, l’installazione “Not For Her. AI Revealing the Unseen” si presenta come un’esperienza immersiva che utilizza l’intelligenza artificiale per mettere in luce le disparità di genere nel mondo del lavoro. Ideata dal Politecnico di Milano, l’opera si sviluppa in due momenti complementari: un trittico visivo che stimola una riflessione collettiva e un’interazione individuale che sfida le convinzioni legate ai ruoli di genere. Ogni elemento è pensato per incoraggiare uno sguardo più attento, consapevole e critico.
Quando il laboratorio di ricerca Nvidia aprì le sue porte a nuove sfide nel 2009, era ancora un microcosmo di appena una dozzina di ricercatori concentrati sul ray tracing, una tecnica di rendering sofisticata ma di nicchia. Allora Nvidia era percepita come una fabbrica di GPU per gamer esigenti, non certo come il motore di una rivoluzione tecnologica. Oggi, quello stesso laboratorio conta oltre 400 persone e ha contribuito a trasformare l’azienda in una potenza da 4 trilioni di dollari che guida la corsa globale all’intelligenza artificiale. La nuova ossessione è la physical AI, l’intelligenza artificiale che non vive soltanto nei data center, ma interagisce fisicamente con il mondo, comandando robot e macchine autonome.
Semiconduttori sotto controllo: la vendetta dell’intelligenza artificiale contro la mediocrità industriale
In un mondo dove ogni iPhone vale più di un paese in via di sviluppo, ci si aspetterebbe che i chip che lo animano nascano in ambienti governati da intelligenze aliene, o quantomeno da qualcosa che somigli a un cervello. Eppure, nel cuore pulsante della produzione di semiconduttori, là dove si giocano miliardi su millisecondi, regna ancora il caos silenzioso di processi manuali, decisioni soggettive e qualità a occhio. L’intelligenza artificiale è entrata in borsa, nei frigoriferi, nei calendari. Ma non nei sensori della fabbrica. Una startup di Singapore, fondata da due donne ingegnere, ha deciso di cambiare le regole del gioco con la precisione chirurgica di un wafer da 3 nanometri. E senza chiedere il permesso.

Che Maria Chiara Carrozza sia una delle menti più brillanti della scena scientifica e politica italiana è un fatto. Che il Paese non se ne sia ancora accorto, è la parte interessante. In una nazione dove il termine “innovazione” viene usato come il prezzemolo nei talk show domenicali, Carrozza rappresenta quel tipo di cervello che ti aspetteresti in un think tank del MIT, e che invece si ritrova a parlare di neuro-robotica davanti a parlamentari distratti da WhatsApp. Una donna che non solo ha progettato protesi robotiche che sembrano uscite da un episodio di MIB, ma ha anche avuto l’ardire di fare il Ministro dell’Istruzione in un Paese dove i docenti universitari devono ancora chiedere permesso per installare un software.
Quando l’AI diventa un’arma contro le donne: manuale irriverente per red teamer civici in cerca di guai utili
La retorica dell’intelligenza artificiale etica è diventata più tossica del deepfake medio. Mentre i colossi tecnologici si accapigliano sulla “responsabilità dell’AI” in panel scintillanti e white paper ben stirati, fuori dalle stanze ovattate accade una realtà tanto semplice quanto feroce: l’AI generativa fa danni, e li fa soprattutto alle donne e alle ragazze. Violenza, sessualizzazione, esclusione, stereotipi. Benvenuti nel mondo dell’intelligenza artificiale patriarcale, travestita da progresso.
È così: siamo tutti impazziti per i modelli linguistici. Claude, GPT, Gemini e compagnia cantante hanno rubato la scena, ci stiamo tutti incantando davanti a chatbot sempre più brillanti, capaci di conversazioni fluide, imitazioni perfette e persino di comporre poesie. Ma poi arriva Fei-Fei Li, la “madrina” dell’intelligenza artificiale, e ci dà un pugno nello stomaco con una verità che dovremmo sapere da sempre, ma che abbiamo ben nascosto dietro il nostro amore per il testo: il mondo reale è tridimensionale, concreto, fisico, e l’IA attuale, per quanto brillante nel dialogo, è fondamentalmente cieca a questa dimensione.
Il 2 giugno 1946 è una data che ogni algoritmo di coscienza collettiva dovrebbe avere tatuata nel suo codice sorgente. Non perché sia solo il giorno della nascita della Repubblica Italiana, ma perché per la prima volta 13 milioni di donne italiane si presentarono alle urne. E non erano lì per accompagnare il marito. Votavano. Decidevano. Scrivevano una nuova pagina di sistema operativo nazionale.
Sono stato nell R&D per decenni, dopo i grandi successi dei modelli open source cinesi mi ero fatto una idea romantica e magari un po’ utopica sul sistema cinese. Poi ho conosciuto Lin 林 al Bar dei Daini, giovane ricercatrice, “maker” esperta di tecnologia che mi ha detto il suo punto di vista.
I nativi di Shenzhen sono pochi. Lin, nata e cresciuta qui, ha un legame unico con questa città in continua trasformazione. Milioni di persone arrivano dalle province per visitare questo centro tecnologico, che da piccolo villaggio è diventato uno dei principali poli di ricerca in Cina. Shenzhen è cruciale per una Cina che aspira a superare gli Stati Uniti nell’innovazione tecnologica, e Lin è un volto simbolo di questa Cina proiettata al futuro, anche in Occidente.
Nel cuore dell’apparato accademico cinese, oggi, si respira un paradosso surreale. Mentre il Paese investe cifre astronomiche nella ricerca oltre 3,6 trilioni di yuan nel 2024 la possibilità concreta di innovare si sta assottigliando dietro una cortina di burocrazia, conformismo e premi autoreferenziali. L’intelligenza artificiale, teoricamente pilastro del primato tecnologico nazionale, è diventata un campo minato dove la creatività viene soppesata a colpi di titoli, pubblicazioni e connessioni personali.