Categoria: Vision Pagina 1 di 8

Strategia – Prospettive – Scenari Futuri

Quando l’AI scrive l’AI: Anthropic descrive l’inizio dell’auto-miglioramento algoritmico

When AI build Itself

La frase più importante del rapporto pubblicato da Anthropic non riguarda il numero di linee di codice prodotte da Claude, né l’aumento della produttività degli ingegneri. Riguarda un cambiamento molto più profondo: l’ipotesi che il principale collo di bottiglia nello sviluppo dell’intelligenza artificiale non sia più la capacità delle macchine, ma la velocità degli esseri umani incaricati di supervisionarle.

È una tesi che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fantascienza accademica. Oggi arriva invece da una delle aziende che costruiscono i modelli più avanzati al mondo e che, soprattutto, dispone di dati interni difficilmente accessibili agli osservatori esterni. Secondo Anthropic, Claude genera ormai oltre l’80% del codice che viene integrato nella propria base software. Ancora più interessante è il dato relativo alla produttività: per anni la quantità di codice prodotta per ingegnere è rimasta sostanzialmente stabile; nel 2025 la curva ha iniziato a crescere rapidamente quando Claude ha smesso di essere soltanto un assistente che suggerisce codice ed è diventato un agente capace di eseguirlo autonomamente.

Barry Smith smonta il mito della superintelligenza: “La vera bolla potrebbe essere l’AI stessa”

Da almeno due anni l’intelligenza artificiale viene raccontata come una rivoluzione inevitabile e totale. Una forza destinata a riscrivere economia, lavoro, istruzione e persino il significato dell’essere umano. Nel racconto dominante manca soltanto la colonna sonora hollywoodiana, perché il resto sembra già pronto: macchine sempre più intelligenti, AGI in arrivo, produttività esplosiva e una nuova era tecnologica capace di cambiare tutto.

Poi arriva Barry Smith e, con la calma di un filosofo che da decenni studia dati, linguaggio e sistemi cognitivi, smonta gran parte della narrazione dominante senza bisogno di toni apocalittici o slogan anti-tech.

Luigia Carlucci Aiello e l’Intelligenza Artificiale come rivoluzione educativa: il problema non è la macchina, ma chi la insegna a parlare

C’è un filo rosso che attraversa tutta la visione di Luigia Carlucci Aiello sull’intelligenza artificiale e, a ben guardare, non riguarda davvero le macchine. Riguarda l’educazione, la formazione della coscienza e la responsabilità umana nel momento in cui la tecnologia smette di essere uno strumento invisibile e inizia a parlare con noi.

2 Giugno festeggiare la Repubblica nell’era del disordine globale

La Festa della Repubblica arriva quest’anno in un momento storico singolare. Non perché le sfide siano nuove. Le nazioni hanno sempre affrontato guerre, crisi economiche, trasformazioni tecnologiche e tensioni sociali. La differenza è che raramente, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, così tanti cambiamenti strutturali si sono manifestati simultaneamente, alimentandosi reciprocamente e accelerando a vicenda.

L’ordine internazionale che ha garantito oltre settant’anni di relativa stabilità nelle economie avanzate sta attraversando una trasformazione profonda. Il sistema nato dalle macerie del 1945 e consolidato durante la Guerra Fredda aveva certamente numerose contraddizioni, ma possedeva una caratteristica fondamentale: la prevedibilità. Esistevano sfere di influenza definite, regole condivise, meccanismi di deterrenza e istituzioni multilaterali che, pur imperfette, contribuivano a contenere il rischio di escalation sistemiche.

Il Nobel per l’Economia Pissarides controcorrente: nell’era dell’AI vincono empatia, creatività e pensiero critico

Gli esperti del mercato del lavoro negli ultimi anni ci hanno ripetuto una formula diventata quasi religiosa: studiate materie scientifiche, imparate a programmare, diventate ingegneri dei dati e il futuro sarà vostro. Poi arriva Christopher Pissarides, premio Nobel per l’Economia, e dal palco del Teatro Sociale di Trento, in occasione del Festival dell’Economia, rimette elegantemente tutto in discussione. Non demolendo il valore della tecnologia, anzi. Ma ricordando qualcosa che nel dibattito sull’intelligenza artificiale spesso viene dimenticato: le macchine possono imitare molte competenze tecniche, molto meno quelle profondamente umane.

Giorgio Parisi, Leone XIV e l’intelligenza artificiale: tra complessità, responsabilità e il confine sottile del potere algoritmico

Nel dialogo sempre più fitto tra scienza, etica e dottrina sociale, Giorgio Parisi offre una chiave di lettura particolarmente rigorosa dell’enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone XIV. Nell’interpretazione che emerge dall’intervista pubblicata dal Corriere della Sera a firma di Massimo Sideri, il premio Nobel per la Fisica non si limita a commentare un testo teologico, ma lo usa come occasione per tornare su una domanda fondamentale: cosa significa governare sistemi che apprendono dal mondo senza comprenderlo?

Dall’interfaccia al valore: dove si gioca davvero la partita dell’AI

La competizione nell’ambito dell’intelligenza artificiale per le aziende si sta spostando sempre più sulle interfacce. Ogni settimana emergono nuovi copiloti, agenti e strumenti di orchestrazione per automatizzare le attività. I progressi sono evidenti, ma molte soluzioni non sono state progettate sul vero funzionamento di un’organizzazione. Le imprese non operano tramite prompt, funzionano con azioni concrete.

Jeff Bezos, l’AI e la nuova ideologia della produttività: perché il fondatore di Amazon pensa che il lavoro umano diventerà “più potente”

Per capire davvero come la Silicon Valley stia immaginando il futuro dell’intelligenza artificiale, conviene ascoltare Jeff Bezos quando smette di parlare da fondatore di Amazon e inizia a ragionare da architetto di sistemi economici. Nell’intervista rilasciata a CNBC, Bezos non difende semplicemente l’AI: difende una precisa idea di civiltà tecnologica, dove produttività, automazione, spazio, mercato e perfino filantropia finiscono dentro la stessa narrazione industriale.

Il lavoro e la creatività nell’era dell’intelligenza artificiale

Il discorso di Franco Bernabè al Collegio di Merito Lamaro Pozzani, intitolato “Il lavoro e la creatività nell’era dell’intelligenza artificiale”, è una delle rare analisi italiane sull’AI che evita contemporaneamente due trappole tipiche del dibattito contemporaneo: l’entusiasmo messianico da keynote della Silicon Valley e il catastrofismo da fine del lavoro umano. Il talk, tenuto il 13 maggio 2026, riesce invece a muoversi su un piano più interessante, quasi industriale, riportando la discussione dall’astrazione filosofica alla struttura concreta della produzione dell’intelligenza artificiale.

Demis Hassabis, il custode riluttante dell’Apocalisse intelligente

Demis Hassabis incarna una contraddizione che definisce l’intera epoca dell’intelligenza artificiale: dedicare la propria vita a costruire una tecnologia che potrebbe, almeno in teoria, mettere fine a tutto il resto. Non è un paradosso letterario, ma la sintesi più onesta del pensiero di uno degli architetti dell’AI contemporanea. Fondatore di DeepMind e oggi figura centrale nell’universo Google, Hassabis non è il classico imprenditore della Silicon Valley travestito da scienziato. Il suo profilo mescola neuroscienze, informatica, filosofia e una certa ossessione per i sistemi complessi. Una combinazione che lo porta a vedere l’intelligenza artificiale non solo come un prodotto, ma come un evento storico, forse persino evolutivo.

La crisi invisibile del compute: quando l’intelligenza artificiale incontra la fisica dei bilanci

Il mito fondativo dell’intelligenza artificiale contemporanea è stato venduto con una semplicità quasi infantile: più dati, più modelli, più intelligenza. Una narrazione lineare, rassicurante, quasi newtoniana nella sua prevedibilità. Poi arriva il conto e il conto, come spesso accade nella tecnologia, non è cognitivo ma fisico, non è algoritmico ma energetico, non è teorico ma brutalmente economico. La vicenda recente di Anthropic e del suo Claude Opus 4.7 non è un’anomalia, è una finestra aperta su una verità che molti nel settore conoscono ma pochi dichiarano apertamente: l’AI non è limitata dall’intelligenza, è limitata dal compute, il compute, a differenza del marketing, non scala con le slide.

Karen Hao contro l’Impero dell’AI: perché l’intelligenza artificiale non è neutrale e può minacciare la democrazia

L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una divinità laica: onnipresente, inevitabile, benevola e possibilmente in abbonamento mensile. Karen Hao, giornalista investigativa ed ex firma del Wall Street Journal, ha deciso di rovinare la festa. Con il libro “Empire of AI: Dreams and Nightmares in Sam Altman’s OpenAI”, smonta con precisione chirurgica la narrazione eroica costruita attorno ai giganti della Silicon Valley.

40 anni di Internet in Italia – CNR Pisa, 30 aprile 2026

Streaming dell’evento CNR di Pisa dedicato ai 40 anni di internet in Italia
40 anni di internet verso il domani, fra celebrazione e ‘Futuro di Internet tra AI e Quantum’

Libertà vigilata digitale: dalla privacy di Bernabè all’internet quantistico che ci osserva meglio di noi stessi

Parlare oggi di privacy digitale con il tono ingenuo dei primi anni duemila è un po’ come discutere di confini nazionali mentre i satelliti commerciali già fotografano ogni metro quadro del pianeta con risoluzione da manuale chirurgico. Nel libro di Franco Bernabè, “Libertà vigilata”, scritto in un’epoca in cui l’ottimismo tecnologico conviveva ancora con un residuo pudore regolatorio, emerge una diagnosi che oggi suona quasi archeologica nella sua compostezza, ma che in realtà è brutalmente attuale: ogni transazione, ogni movimento urbano, ogni prescrizione medica, ogni interazione digitale è già una traccia, un frammento di identità distribuito in sistemi che non dimenticano e non perdonano. Bernabè, nel 2012, non descriveva un futuro distopico, ma un presente già pienamente operativo, solo che allora la maggior parte degli attori economici fingeva di non accorgersene.

Fei-Fei Li e l’intelligenza artificiale centrata sull’umano: una filosofia che mette l’uomo al centro della macchina

Fei-Fei Li ha trasformato il suo impegno scientifico in una visione etica e filosofica dell’intelligenza artificiale che continua a influenzare ricercatori, policy maker e imprenditori di tutto il mondo. Sino-americana, professoressa di informatica a Stanford e fondatrice dell’Institute for Human-Centered Artificial Intelligence, Li sostiene da quasi un decennio che l’AI non debba mai perdere di vista la sua natura profondamente umana: ispirata dagli esseri umani, creata da loro e destinata ad agire su di loro.

Philippe Aghion, Nobel 2025: distruzione creativa e AI, la formula per una crescita che non lasci indietro nessuno

Il premio Nobel per l’Economia 2025 Philippe Aghion non ha dubbi: la distruzione creativa e l’intelligenza artificiale possono davvero generare una crescita sostenuta, inclusiva e diffusa, ma solo a patto che entrino in campo politiche pubbliche intelligenti e calibrate. Lo ha affermato con chiarezza durante il suo intervento al 25° Forum Confcommercio di Roma, dove il professore del Collège de France e della London School of Economics ha portato sul palco gli studi empirici più recenti. Secondo le analisi citate, nel prossimo decennio l’AI potrebbe spingere la produttività aggregata in un range che va da un modesto 0,07 punti percentuali annui fino a un robusto 1,24 punti percentuali all’anno, a seconda di quanto efficacemente si gestiscano concorrenza, regolamentazione e formazione.

Yuan contro dollaro: la lunga partita della Cina per riscrivere le regole della finanza globale

Dalla sfida ai petrodollari alle infrastrutture finanziarie alternative, passo dopo passo Pechino sta costruendo un sistema monetario parallelo destinato a ridisegnare gli equilibri globali

Serie: Atlante dell’AI globale

Un cambio di valuta può sembrare un dettaglio tecnico, quasi noioso quanto leggere il foglio illustrativo di un medicinale. Eppure, quando a cambiare è l’unità di misura degli scambi globali, la questione smette rapidamente di essere contabile e diventa geopolitica. La Cina lo sa bene e sta giocando una partita lenta, metodica e decisamente ambiziosa: ridurre il dominio del dollaro e spingere lo yuan verso un ruolo centrale nel sistema finanziario internazionale.

Non si tratta di un assalto frontale, ma di una strategia a più livelli, costruita su commercio, tecnologia, energia e infrastrutture finanziarie. Il messaggio è chiaro: se non puoi riscrivere le regole, prova almeno a cambiare il tavolo da gioco.

Vision. Energia, algoritmi e potere: la lezione di Lucrezia Reichlin sull’Europa che rischia di restare indietro

L’intervento di Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera di oggi non è uno di quei contributi che si leggono distrattamente tra un caffè al Bar dei Daini e una notifica sul telefono. È, piuttosto, un promemoria piuttosto severo, ma ed estremamente lucido, su dove si sta giocando davvero la partita globale: energia, capacità di calcolo e innovazione tecnologica.

Reichlin non indulge in facili slogan. Il suo punto è netto: l’energia non è più solo una questione industriale o ambientale, ma un’infrastruttura strategica che definisce i rapporti di forza tra le grandi potenze. E qui l’Europa, con la sua ben nota passione per la regolazione e un po’ meno per l’azione coordinata, rischia di restare spettatrice.

Vision. Altro che disoccupazione: Jon McNeill spiega perché l’AI creerà più lavoro

L’intelligenza artificiale distruggerà posti di lavoro oppure li moltiplicherà? Nel dibattito globale, spesso dominato da toni apocalittici, interviene Jon McNeill, fondatore e CEO di DVx Ventures e figura di rilievo nel settore tecnologico e dell’automotive per aver ricoperto ruoli chiave in aziende di portata globale, con una posizione che suona quasi controcorrente: l’AI non ridurrà il lavoro umano, lo renderà più complesso, più richiesto e, soprattutto, meno banale.

Vision. La scommessa di Larry Fink su AI, mercati e nuovo ordine globale

L’intervento di Larry Fink al Corriere della Sera, raccolto da Federico Fubini, è uno di quei casi in cui la finanza globale prova a raccontare il futuro senza usare troppi giri di parole. Il risultato è una visione lucida, a tratti ottimista, ma con un sottotesto chiaro: chi resta fermo, nel mondo che si sta delineando, rischia seriamente di essere tagliato fuori. E se c’è un filo rosso che attraversa tutta l’intervista, quello è l’intelligenza artificiale. Non come moda passeggera, ma come infrastruttura invisibile della nuova economia.

Libertarianismo, tecnologia e fuga dalla democrazia: la visione radicale di Peter Thiel

Quando Peter Thiel scrive che libertà e democrazia non sono più compatibili, non sta semplicemente provocando. Sta formulando una diagnosi strategica sul futuro del potere nel XXI secolo. Una diagnosi che, per molti osservatori europei, suona quasi eretica; per una parte crescente della Silicon Valley, invece, appare come una descrizione piuttosto realistica di come funziona davvero il mondo.

La tesi è brutale nella sua semplicità. La democrazia di massa tende a produrre più Stato, più redistribuzione, più regolazione. Il libertarianismo, al contrario, desidera meno Stato, meno regolazione, più libertà economica. La collisione tra queste due logiche, sostiene Thiel, non è accidentale ma strutturale. Nel lungo periodo, le masse votano per protezione; i libertari votano per libertà. La matematica politica, come spesso accade, non è gentile con le minoranze ideologiche.

Geopolitica del Futuro. Stati Uniti: la grande corsa all’AI e il rischio blackout. Cosa può fermare il sogno tecnologico americano

Dalla sfiducia pubblica all’eccesso di debito, fino alla carenza di elettricità e infrastrutture, ecco cosa potrebbe rallentare il boom dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti nella sfida globale con la Cina.

Serie: Atlante dell’AI globale

L’America corre verso l’intelligenza artificiale come se fosse una nuova corsa all’oro. Capitali abbondanti, startup valutate miliardi, colossi tecnologici pronti a investire cifre record. Il copione sembra già scritto: leadership globale, innovazione di frontiera, nuovi monopoli digitali. Eppure la storia economica insegna che ogni boom contiene i semi del proprio rallentamento.

Kara Swisher contro l’illusione delle Big Tech: l’AI vale davvero tutto questo oro?

Se c’è una persona che può permettersi di guardare la Silicon Valley negli occhi e dirle che il re è nudo, quella è Kara Swisher. Non perché ami provocare, ma perché c’era quando il re si stava ancora vestendo. Dai modem gracchianti degli anni Novanta fino ai data center che oggi divorano energia per addestrare modelli di intelligenza artificiale, Swisher ha visto tutto. E soprattutto ha preso appunti.

Geopolitica del Futuro. Africa: il continente che cresce mentre il mondo discute

Dalla Digital Silk Road di Pechino al Piano Mattei di Roma, il continente africano diventa il banco di prova della nuova geopolitica dei dati, dell’energia e dell’intelligenza artificiale

Serie: Atlante dell’AI globale

L’Africa non è più il “mercato emergente” da evocare nei panel di Davos quando serve una nota di ottimismo. È invece il laboratorio dove si stanno testando, spesso prima che altrove, i nuovi equilibri tra demografia, tecnologia, crescita economica e potere geopolitico. E mentre l’Occidente è impegnato a regolamentare l’intelligenza artificiale prima ancora di averla scalata davvero, il continente africano la sta adottando in modo pragmatico, rapido e, soprattutto, conveniente. I numeri aiutano a inquadrare il contesto. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’economia africana raggiungerà i 3,32 trilioni di dollari nel 2026.

Un Cern per l’intelligenza artificiale: la sfida europea di Giorgio Parisi contro l’oligopolio globale

Il Nobel Giorgio Parisi propone un centro europeo per l’intelligenza artificiale sul modello del Cern. Un laboratorio pubblico, aperto e non militare per evitare il monopolio privato dell’AI e rilanciare la ricerca in Europa. Partiamo da un dato: l’intelligenza artificiale parla con voce fluida, risponde in pochi secondi e sembra sapere tutto. La domanda, come osserva Giorgio Parisi in un’intervista pubblicata oggi dal quotidiano La Repubblica, è molto più semplice e al tempo stesso più inquietante: chi sta davvero parlando quando interroghiamo un modello di AI?

Allineamento dell’intelligenza artificiale: perché i guardrail non bastano più

Nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale, dominato da entusiasmi quasi messianici e paure altrettanto teatrali, la vera questione non è più la potenza dei modelli linguistici, che ormai dimostrano capacità sorprendenti nel sintetizzare conoscenze complesse, ma la loro capacità di distinguere sistematicamente tra ciò che è utile, ciò che è corretto e ciò che è potenzialmente dannoso; una distinzione che, per un sistema statistico addestrato su enormi quantità di testo, non è affatto intuitiva, bensì emergente, fragile e, talvolta, inquietantemente instabile. Parlare di allineamento dell’intelligenza artificiale significa entrare nel cuore di una tensione strutturale: modelli progettati per essere utili a chiunque, su qualsiasi tema, finiscono inevitabilmente per diventare utili anche in contesti ambigui, manipolativi o persino nocivi.

Mustafa Suleyman: l’intelligenza artificiale sta bruciando capitali o ha appena acceso i motori

La domanda circola nei consigli di amministrazione, nei desk finanziari e nei corridoi dei grandi data center. L’intelligenza artificiale sta diventando una bolla ipertrofica di silicio e debito oppure siamo solo all’inizio di una curva che farà sembrare ingenuo tutto ciò che abbiamo visto finora. Nell’ultima intervista al Financial Times, Mustafa Suleyman, oggi CEO di Microsoft AI, non usa mezze misure. Quella che molti chiamano overspending, per lui è semplice matematica del progresso. Quindici anni hanno prodotto un incremento di un trilione di volte nella potenza di calcolo dedicata all’addestramento dei modelli. Nei prossimi tre anni, dice, ne arriverà un altro di mille volte. Non un miglioramento incrementale, ma un salto di scala che rende ridicole le discussioni sul ritorno a breve termine.

Fotovoltaico spaziale e data center orbitali: quando Musk scopre che il futuro dell’AI passa da Pechino

Elon Musk bussare l’uomo che predica colonie su Marte, libertà energetica e supremazia tecnologica americana si ritrova oggi a fare ciò che fanno tutti quando la fisica diventa più forte dell’ideologia. Guardare a est. Non per un vezzo geopolitico, ma per una ragione molto più brutale. Se vuoi alimentare l’intelligenza artificiale su scala planetaria, servono quantità di energia che la Terra semplicemente non è più in grado di fornire senza collassare sotto il peso delle sue stesse contraddizioni infrastrutturali.

Il fotovoltaico spaziale, parola che fino a ieri sembrava materiale da conferenza visionaria con slide troppo colorate, entra così nel dibattito industriale serio. SpaceX che contatta Jinko Solar, GCL Technology, Zhonghuan e altri nomi pesanti della manifattura cinese non è una notizia folkloristica. È un segnale strutturale. Musk non sta cercando pannelli. Sta cercando una catena di fornitura in grado di produrre decine, forse centinaia di gigawatt all’anno in condizioni estreme, con margini industriali e affidabilità che solo la Cina oggi può garantire.

AGI: perché l’industria dell’intelligenza artificiale non riesce a mettersi d’accordo sul fatto che abbiamo già superato la soglia

Dalla Silicon Valley ai corridoi di Pechino, il dibattito sull’intelligenza artificiale generale è diventato uno sport nazionale per CEO e visionari. Centinaia di miliardi di dollari sono stati versati su promesse, prototipi e startup che dichiarano di avere la chiave dell’AGI. Eppure, mentre il calendario segna 2026, la comunità tecnologica sembra litigiosa su un punto semplice: l’AGI è dietro l’angolo, già tra noi o ancora un miraggio lontano. La contraddizione non è solo linguistica, ma epistemica: nessuno sembra sapere con certezza cosa significhi davvero “intelligenza generale”.

Dario Amodei: The Adolescence of Technology

Confronting and Overcoming the Risks of Powerful AI

L’adolescenza dell’intelligenza artificiale e l’ipocrisia della prudenza calcolata

L’umanità sta per ricevere un potere quasi inimmaginabile. La frase non è mia, ed è bene chiarirlo subito, perché suona come una di quelle aperture solenni che di solito precedono una vendita aggressiva di consulenza o un piano industriale con troppe slide. È invece l’incipit concettuale di Dario Amodei, CEO di Anthropic, nel suo lungo saggio sull’adolescenza della tecnologia, un testo monumentale che prova a mettere ordine nel caos narrativo che circonda l’intelligenza artificiale avanzata. Il punto di partenza è serio, persino nobile. Non sappiamo se i nostri sistemi sociali, politici ed economici siano maturi abbastanza per gestire ciò che stiamo costruendo. Detto da uno che quei sistemi li sta letteralmente progettando, il messaggio pesa.

Il saggio di Amodei è lungo, denso, a tratti ossessivo. Circa diciannovemila parole dedicate a spiegare perché l’intelligenza artificiale avanzata non è solo una tecnologia potente, ma una forza potenzialmente destabilizzante su scala storica. Superintelligenza fuori controllo, uso malevolo da parte di attori statali e non statali, concentrazione estrema di potere economico, automazione distruttiva del lavoro cognitivo, autoritarismo digitale reso efficiente da modelli predittivi sempre più accurati. Non è fantascienza. È una lista di rischi plausibili, presentati con il linguaggio di chi ha accesso diretto ai laboratori e non solo ai comunicati stampa.

L’apocalisse dell intelligenza artificiale non è inevitabile ed è proprio questo che fa paura

Tristan Harris, ex insider della Silicon Valley e oggi una delle voci più lucide dell etica tecnologica, in una recente intervista a Newsweek smonta questa narrazione con un gesto semplice e quindi radicale. Dice che l’apocalisse dell intelligenza artificiale non è scritta da nessuna parte. E che raccontarla come destino è già una scelta politica.

Il punto non è se l intelligenza artificiale diventerà potente. Lo è già. Il punto è chi decide come, per chi e a quale costo. Harris insiste su un dettaglio che nel dibattito pubblico viene trattato come un fastidio. L’IA non è una forza naturale. Non è un terremoto né una pandemia. È una costruzione industriale guidata da incentivi economici, architetture di potere e scelte di governance. Definirla inevitabile equivale a togliere responsabilità a chi la sta costruendo e voce a chi la subirà.

Dario Amodei e l’adolescenza dell’intelligenza artificiale e il vizio originale del potere

Dario Amodei, CEO di Anthropic, ha pubblicato un testo monumentale, 21.800 parole che non chiedono attenzione ma la pretendono, intitolato L’adolescenza della tecnologia: affrontare e superare i rischi di un’intelligenza artificiale potente. Un titolo che suona come un trattato filosofico e in effetti lo è, con una differenza sostanziale rispetto ai manifesti techno-ottimisti che infestano la Silicon Valley: Amodei non promette la salvezza, descrive il rischio. E lo fa mentre il contesto politico e sociale americano offre un contrappunto brutale, quasi didascalico, a ciò che accade quando il potere, tecnologico o armato, smette di riconoscere limiti.

Tecnologia e potere: perché la corsa all’AI è una maratona, non uno sprint

La narrazione dominante sul confronto tra Stati Uniti e Cina in intelligenza artificiale continua a essere drammatica, quasi cinematografica: chi costruirà per primo un’AGI con capacità “divine” conquisterà il mondo, o almeno il dominio tecnologico e militare globale. Jeffrey Ding, assistant professor alla George Washington University e autore di Technology and the Rise of Great Powers, smonta questo mito con la freddezza di uno storico tecnologico che ha visto decine di rivoluzioni industriali nascere e morire prima che il loro impatto reale fosse visibile. Per Ding, l’errore fondamentale degli Stati Uniti è correre lo sprint dell’innovazione mentre il vero vantaggio strategico risiede nella diffusione: portare l’AI in ogni angolo dell’economia, dalle imprese più piccole ai campus universitari meno noti, dai centri urbani ai territori più periferici.

La trappola della sovranità dell’intelligenza artificiale

“La mia AI è pienamente sovrana.”
È una frase che suona bene nei board meeting, funziona nei comunicati stampa e fa la sua figura nei panel di Davos. Peccato che, nella maggior parte dei casi, sia tecnicamente falsa e strategicamente ingenua. Perché quella AI così orgogliosamente sovrana vive su server che non controlli, gira con elettricità che non produci, rispetta policy che non hai scritto e smette di esistere nel momento esatto in cui un fornitore decide di cambiare le condizioni contrattuali. Sovranità, certo. Più o meno come un castello costruito su terreno in affitto.

Il linguaggio sotto assedio: Harari, AI e la prossima crisi del controllo umano

La visione di Yuval Noah Harari al World Economic Forum di Davos è stata tanto provocatoria quanto inquietante: l’umanità potrebbe perdere il controllo sul linguaggio, il suo “superpotere” distintivo, sotto la pressione di intelligenze artificiali sempre più autonome. Non parliamo di algoritmi passivi che suggeriscono parole o completano frasi, ma di agenti capaci di operare, decidere e influenzare sistemi complessi, dai mercati finanziari alle religioni organizzate, sfruttando la pura forza delle parole. Il linguaggio, che ha permesso a Sapiens di costruire civiltà e creare fiducia tra sconosciuti, rischia di diventare territorio esclusivo delle macchine.

Harari non ha usato mezze misure. La sua analisi parte dal concetto che leggi, mercati e credenze religiose sono strutture costruite interamente sul linguaggio. Quando le parole diventano strumenti di dominio, e i sistemi di AI apprendono, manipolano e sintetizzano enormi quantità di testo, il rischio non è più fantascientifico: è istituzionale. Citando i testi sacri di religioni come ebraismo, cristianesimo e islam, Harari suggerisce che le macchine potrebbero assumere il ruolo di interpreti autoritari, modificando la percezione del sacro senza bisogno di emozioni o coscienza.

La menzogna tecnologica dei miliardari e la realtà nascosta dell’AI

Nel mondo scintillante delle conferenze su intelligenza artificiale e visionari miliardari, la narrativa ufficiale sembra un mantra di salvezza globale. Douglas Rushkoff, teorico dei media e docente di economia digitale, smonta questa finzione con la precisione di un chirurgo. Per lui, la retorica di Silicon Valley non è un manifesto di progresso universale, ma la copertura ideologica di una strategia di fuga elitaria. I bunker, i progetti di colonizzazione spaziale e le criptiche ambizioni transumaniste non sono segnali di altruismo tecnologico, ma confessioni non dichiarate di sfiducia nell’avanzata stessa che questi magnati promuovono. Zuckerberg, Altman, Musk: tutti pronti a lasciare il pianeta o a rifugiarsi in rifugi ipertecnologici, mentre il resto del mondo è lasciato a galleggiare nel caos che loro stessi contribuiscono a generare.

OpenAI, ChatGPT e la guerra per il controllo della narrazione

Prendere il controllo della narrazione non è un vezzo da ufficio marketing. È una necessità strategica quando stai cercando di raccogliere fino a 100 miliardi di dollari con una valutazione che flirta con i 750 miliardi, cifre che fino a pochi anni fa appartenevano solo alla fantascienza o ai deliri dei pitch deck più aggressivi di Sand Hill Road. L’annuncio di OpenAI sull’avvio dei test pubblicitari in ChatGPT e sull’introduzione di un nuovo livello di servizio da 8 dollari al mese chiamato ChatGPT Go negli Stati Uniti va letto esattamente in questa chiave. Non è solo una mossa di prodotto. È un’operazione narrativa, quasi chirurgica, pensata per spostare il dibattito da “Google sta recuperando terreno” a “OpenAI ha finalmente trovato il modo di stampare denaro”.

Bill Gates avverte di un’inversione del progresso globale e di un’imminente età oscura

Bill Gates ha alzato il tono nel suo lettera annuale 2026, lanciando un monito che pochi leader mondiali oserebbero articolare in pubblico: il progresso globale non avanza più. Dopo decenni di miglioramenti misurabili in salute pubblica, riduzione della povertà e sopravvivenza infantile, Gates dipinge uno scenario inquietante: il mondo rischia di entrare in una nuova “Età Oscura” entro cinque anni se le tendenze attuali non cambiano. Il messaggio, per quanto espresso con la pacatezza di un filantropo miliardario, porta con sé una gravità che ricorda più un rapporto d’intelligence che un briefing benefico.

Satya Nadella vuole riscrivere il senso dell’intelligenza artificiale nel 2026

C’è qualcosa di vagamente anacronistico e proprio per questo interessante nel fatto che Satya Nadella, CEO di Microsoft, abbia deciso di tornare a scrivere un blog personale. In un’epoca di keynote iper-prodotti, annunci coreografici e dichiarazioni affidate a post da social network, Nadella sceglie la forma più antica del web per spiegare dove vuole portare l’azienda e, soprattutto, dove pensa stia andando l’intelligenza artificiale. Non è un dettaglio di stile, è già una dichiarazione di intenti.

Eric Schmidt: quando l’AI diventerà il nostro capo e non solo un assistente

Immaginate un mondo in cui il nostro computer non solo esegue i comandi, ma li anticipa, li migliora e, alla fine, li rende superflui. È questa la visione che Eric Schmidt, l’ex CEO di Google che ha trasformato un motore di ricerca in un impero tecnologico, sta dipingendo con un misto di entusiasmo e sottile apprensione.

La Scienza nel 2050: superintelligenza AI, viaggi su Marte e fusione nucleare. La vision di Nature

Parliamo di futuro: quel posto affascinante dove le nostre ambizioni scientifiche si scontrano con la realtà, spesso in modi che ci fanno sorridere per quanto sembrano lontane eppure inevitabili. Immaginatevi nel 2050, un anno che suona come un traguardo da film di fantascienza, ma che esperti di tutto il mondo stanno già pianificando con serietà quasi comica, considerando quanto il mondo cambia velocemente. Proprio l’altro giorno, sfogliando l’ultimo numero di Nature mi sono imbattuto in una serie di previsioni in stile futurista, fatte da scienziati e accademici che mi hanno fatto riflettere. Perché il panorama della ricerca scientifica post-2050, tra superintelligenza, viaggi su Marte e fusione nucleare rischia di essere irriconoscibile. E allora noi, qui nel 2026, dovremmo iniziare a prepararci, magari con un pizzico di ironia per non farci sopraffare dall’entusiasmo.

Pagina 1 di 8

CC BY-NC-SA 4.0 DEED | Disclaimer Contenuti | Informativa Privacy | Informativa sui Cookie