La pubblicazione è avvenuta oggi, lunedì 25, ma la firma è del 15 maggio nel giorno in cui la Chiesa ricorda l’anniversario di un documento che cambiò la storia del pensiero sociale cattolico. Non è una coincidenza secondaria. Con Magnifica humanitas, la sua prima enciclica, Papa Leone XIV sceglie di collocarsi esplicitamente nel solco della Rerum novarum di Leone XIII, il testo del 1891 che per primo affrontò la questione operaia con gli strumenti della dottrina sociale. 135 anni dopo, l’erede dello stesso nome affronta la questione algoritmica. Il gesto è denso di significato: Prevost, il primo papa americano, ha scelto Leone come nome pontificio proprio richiamando quel predecessore che aveva saputo leggere la rivoluzione industriale con occhi pastorali. Ora tocca all’intelligenza artificiale.
Un documento in cinque capitoli
Magnifica humanitas si articola in cinque capitoli, preceduti da un’introduzione e seguiti da una conclusione. La struttura è quella classica dell’enciclica sociale: parte da una ricognizione storica della dottrina, passa attraverso i principi fondamentali, poi li applica alle sfide del presente. Ma il contenuto è inedito, almeno in questa forma e con questa sistematicità.
Il punto di partenza è quasi scolastico nella sua chiarezza: la tecnologia non è una forza ostile alla persona, né è “di per sé un male”. E tuttavia, afferma il testo, essa “non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. Quella formulazione, semplice, quasi disarmante, è forse la più densa dell’intero documento. In essa si concentra tutto ciò che segue: la questione del potere, dell’accesso, della responsabilità.
Chi controlla la macchina
Leone XIII aveva davanti a sé le fabbriche, i capitalisti, gli operai. Leone XIV ha davanti a sé qualcosa di più diffuso e meno visibile: le piattaforme, i centri di calcolo, i modelli linguistici addestrati su miliardi di dati. La differenza non è solo tecnologica: è politica.
L’enciclica lo dice con una precisione che raramente si trova nei documenti pontifici in materia economica. Un tempo erano gli Stati a guidare l’innovazione. Oggi, i principali attori dello sviluppo sono soggetti privati, spesso transnazionali, le grandi corporation del tech, con risorse superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico ha assunto, scrive il Papa, “un volto inedito, prevalentemente privato” e per questo ancora più difficile da discernere e da orientare verso il bene comune.
Ma quella di Leone XIV è un’analisi che non si ferma alla tecnologia. Riguarda la geopolitica, il mercato, la democrazia. E suona familiare a chiunque abbia seguito il dibattito sulle big tech negli ultimi anni, da Bruxelles a Washington, fino alle camere legislative di mezzo mondo. La differenza è che qui parlala Santa Sede e parla con il linguaggio della dottrina sociale.
Cosa non è l’AI
Il terzo capitolo si intitola “Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA”. È forse la sezione più filosoficamente impegnativa. Leone XIV vi affronta la questione ontologica: cosa distingue l’intelligenza artificiale dall’intelligenza umana.
La risposta è articolata, ma non tecnica. L’AI imita alcune funzioni cognitive umane, in certi casi le supera per velocità e ampiezza di calcolo, ma “questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati”. I sistemi artificiali, scrive il Papa, “non vivono un’esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità”. E ancora: possono simulare empatia o comprensione, “ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente”.
È una posizione che molti scienziati cognitivi, filosofi della mente e ricercatori di AI sottoscriverebbero, sia pure magari con sfumature diverse. L’enciclica non nega le capacità dei sistemi artificiali: le riconosce e proprio per questo avverte del rischio di confonderle con qualcosa che esse non sono.
Il documento individua tre aree di rischio nell’uso personale dell’AI: la delega eccessiva del giudizio, l’impressione di oggettività che oscura i bias dei progettisti, e la simulazione della comunicazione umana. Quest’ultimo punto è trattato con una certa profondità. Quando la parola viene simulata, scrive Leone XIV, “essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza”. E in contesti poveri di relazioni reali, la parvenza può diventare sostituto: non il rischio che qualcuno creda di parlare con una persona, ma che perda “il desiderio stesso di cercare davvero l’altro”.
L’algoritmo come giudice e il richiamo alla politica
Uno dei passaggi più netti dell’enciclica riguarda l’uso dell’AI nei processi decisionali. Il documento denuncia il rischio di affidare a sistemi automatizzati scelte che incidono su lavoro, credito, accesso ai servizi, reputazione. Sistemi che non conoscono “la compassione, la misericordia, il perdono e, soprattutto, l’apertura alla speranza di un cambiamento della persona”.
La critica non è alla tecnologia in sé, ma alla sua presentazione come neutra e oggettiva, quando in realtà rispecchia e rafforza i valori (e i pregiudizi) di chi l’ha progettata. Il documento conia, a questo proposito, una formula che merita attenzione: quando lo scarto dei deboli “viene ammantato di neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare”, l’ingiustizia “si fa silenziosa”. La compassione, la misericordia e il perdono, non come sentimenti, ma “come gesti politici”, scompaiono dall’orizzonte.
È su questo sfondo che l’enciclica si confronta con il tema dell’allineamento etico dei sistemi di AI, il cosiddetto AI alignment, oggetto di dibattito intenso nelle comunità di ricerca e nelle agenzie regolatorie. Leone XIV non si oppone all’idea, ma avverte: non serve un’AI più morale, “se questa morale è decisa da pochi”. Serve, piuttosto, “una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi”.
Dati come beni comuni
Sul piano economico e normativo, Magnifica humanitas sviluppa una posizione precisa. La proprietà dei dati non può essere affidata esclusivamente ai privati: i dati “sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi”. Il documento propone di gestirli “come uno dei beni comuni o collettivi, nella logica della condivisione”.
Non è una proposta di nazionalizzazione. È, piuttosto, un richiamo al principio della destinazione universale dei beni, uno dei cardini della dottrina sociale, applicato all’economia digitale. E si accompagna a una critica diretta ai nuovi monopoli: piccoli gruppi molto influenti possono, scrive il Papa, orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici, incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, “contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli”.
Il transumanesimo come sfida antropologica
Un capitolo a sé merita il confronto con il transumanesimo e il postumanesimo, che il documento descrive come “l’arcipelago di isole concettuali differenti, collegate però dal medesimo mare di presupposti: la centralità della tecnica e il sogno di oltrepassare i limiti della condizione umana”. L’enciclica non liquida queste correnti come fantascienza: riconosce che esse “modificano l’immaginario collettivo” e orientano scelte sociali, economiche e politiche.
Il punto critico, alla luce della dottrina sociale, “non è l’uso della tecnica in quanto tale, ma la visione che vi soggiace”: se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno degni. “In nome del progresso si può arrivare a immaginare ‘sacrifici necessari’” scrive Leone XIV, richiamando un avvertimento già formulato da Paolo VI e qui riletto alla luce del presente.
L’umanesimo cristiano proposto nell’enciclica non rifiuta la scienza né la tecnica. Le “assume con gratitudine e realismo”, ma le colloca dentro una vocazione: un progresso che serve la persona e i popoli, non uno che li “piega a logiche di potere”.
Il lavoro e la quarta rivoluzione
La questione del lavoro è centrale, come ci si aspetterebbe da un’enciclica che si richiama alla Rerum novarum. L’automazione e la robotica stanno trasformando rapidamente la struttura dell’occupazione. Il documento cita, in modo inusuale per un testo pontificio, un’analisi specifica: i lavoratori sono “spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora”. L’AI può paradossalmente dequalificare i lavoratori, sottoporli a sorveglianza automatizzata, relegarli a funzioni rigide e ripetitive.
Leone XIV non propone un rifiuto della tecnologia produttiva. Riconosce che è auspicabile che essa “sollevi l’uomo da lavori particolarmente gravosi, ripetitivi o pericolosi”, ma stabilisce una regola generale: la tutela dei posti di lavoro e del ruolo insostituibile della persona deve restare il principio ordinatore. L’obiettivo di maggiori profitti non può giustificare “scelte che sacrificano sistematicamente l’occupazione”.
La critica al mercato lasciato a se stesso è netta: “nell’epoca dell’IAI e della robotica non è più possibile affidarsi alla sola ‘mano invisibile’ del mercato”. La politica ha il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune.
Guerra, armi autonome e la fine della “guerra giusta”
L’ultimo grande tema è forse il più urgente e, certamente, il più politicamente sensibile. Magnifica humanitas dedica ampio spazio alla guerra, all’industria degli armamenti e all’uso dell’AI nei sistemi militari.
Il documento fotografa con precisione il panorama attuale: la rivoluzione digitale sta modificando “la grammatica dei conflitti”. Accanto alla guerra visibile si moltiplicano forme ibride: attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, automazione di decisioni strategiche. L’AI abbassa la soglia dell’uso della forza, rende opache le responsabilità, alimenta “una cultura in cui il nemico è ridotto a dato e la vittima a ‘danno collaterale‘”.
Al tempo stesso Leone XIV denuncia “una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale”, mentre vengono erosi i criteri etici che ne avevano limitato l’uso. L’industria bellica è diventata “settore chiave nell’economia di alcuni Paesi” e la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche genera, scrive il Papa, “una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica”.
Sul piano normativo, il documento propone tre criteri per l’uso dell’AI in campo bellico: la responsabilità personale identificabile e verificabile in ogni anello della catena decisionale; il tempo del giudizio morale, che non può essere compresso dall’efficienza degli algoritmi quando le decisioni sono irreversibili; la distinzione e protezione dei civili, che nessuna tecnologia può rendere secondaria.
L’appello conclusivo è al disarmo e al rilancio del multilateralismo. “Disarmare l’AI”, scrive Leone XIV, “significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva”. Non è rinuncia alla tecnologia: è rifiuto che la potenza tecnologica diventi “diritto di governare”.
Un’enciclica per il tempo presente
Magnifica humanitas non è un documento tecnico e, d’altra parte, non pretende di esserlo. Il Papa lo ammette esplicitamente: qualsiasi affermazione sull’AI rischia di diventare obsoleta in breve tempo anche perché, rimarca, “tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco del loro effettivo funzionamento”. È una rara ammissione di incertezza in un documento interamente orientato nelle sue righe alla certezza.
Ma è proprio in questa incertezza dichiarata che risiede una delle scelte più interessanti del documento. Leone XIV non propone soluzioni tecniche. Propone una grammatica morale per abitare il tempo dell’incertezza: la dignità della persona come criterio non negoziabile, il bene comune come orizzonte, la sussidiarietà come metodo, la solidarietà come impegno. Principi antichi, applicati a un mondo che Leone XIII non avrebbe potuto immaginare.
La domanda implicita che attraversa tutto il testo è semplice, anche se la risposta non lo è: chi decide come si costruisce il futuro? E nel nome di chi? L’enciclica non risponde per nessuno. Ma fissa il perimetro dentro cui la risposta deve essere cercata.
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L’enciclica Magnifica humanitas è stata firmata il 15 maggio 2025 e pubblicata il 25 maggio 2025, nel 135° anniversario della Rerum novarum di Leone XIII: clicca qui per leggere il testo integrale.