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Strategia – Prospettive – Scenari Futuri

Geopolitica del Futuro. Stati Uniti: la grande corsa all’AI e il rischio blackout. Cosa può fermare il sogno tecnologico americano

Dalla sfiducia pubblica all’eccesso di debito, fino alla carenza di elettricità e infrastrutture, ecco cosa potrebbe rallentare il boom dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti nella sfida globale con la Cina.

Serie: Atlante dell’AI globale

L’America corre verso l’intelligenza artificiale come se fosse una nuova corsa all’oro. Capitali abbondanti, startup valutate miliardi, colossi tecnologici pronti a investire cifre record. Il copione sembra già scritto: leadership globale, innovazione di frontiera, nuovi monopoli digitali. Eppure la storia economica insegna che ogni boom contiene i semi del proprio rallentamento.

Kara Swisher contro l’illusione delle Big Tech: l’AI vale davvero tutto questo oro?

Se c’è una persona che può permettersi di guardare la Silicon Valley negli occhi e dirle che il re è nudo, quella è Kara Swisher. Non perché ami provocare, ma perché c’era quando il re si stava ancora vestendo. Dai modem gracchianti degli anni Novanta fino ai data center che oggi divorano energia per addestrare modelli di intelligenza artificiale, Swisher ha visto tutto. E soprattutto ha preso appunti.

Geopolitica del Futuro. Africa: il continente che cresce mentre il mondo discute

Dalla Digital Silk Road di Pechino al Piano Mattei di Roma, il continente africano diventa il banco di prova della nuova geopolitica dei dati, dell’energia e dell’intelligenza artificiale

Serie: Atlante dell’AI globale

L’Africa non è più il “mercato emergente” da evocare nei panel di Davos quando serve una nota di ottimismo. È invece il laboratorio dove si stanno testando, spesso prima che altrove, i nuovi equilibri tra demografia, tecnologia, crescita economica e potere geopolitico. E mentre l’Occidente è impegnato a regolamentare l’intelligenza artificiale prima ancora di averla scalata davvero, il continente africano la sta adottando in modo pragmatico, rapido e, soprattutto, conveniente. I numeri aiutano a inquadrare il contesto. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’economia africana raggiungerà i 3,32 trilioni di dollari nel 2026.

Un Cern per l’intelligenza artificiale: la sfida europea di Giorgio Parisi contro l’oligopolio globale

Il Nobel Giorgio Parisi propone un centro europeo per l’intelligenza artificiale sul modello del Cern. Un laboratorio pubblico, aperto e non militare per evitare il monopolio privato dell’AI e rilanciare la ricerca in Europa. Partiamo da un dato: l’intelligenza artificiale parla con voce fluida, risponde in pochi secondi e sembra sapere tutto. La domanda, come osserva Giorgio Parisi in un’intervista pubblicata oggi dal quotidiano La Repubblica, è molto più semplice e al tempo stesso più inquietante: chi sta davvero parlando quando interroghiamo un modello di AI?

Allineamento dell’intelligenza artificiale: perché i guardrail non bastano più

Nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale, dominato da entusiasmi quasi messianici e paure altrettanto teatrali, la vera questione non è più la potenza dei modelli linguistici, che ormai dimostrano capacità sorprendenti nel sintetizzare conoscenze complesse, ma la loro capacità di distinguere sistematicamente tra ciò che è utile, ciò che è corretto e ciò che è potenzialmente dannoso; una distinzione che, per un sistema statistico addestrato su enormi quantità di testo, non è affatto intuitiva, bensì emergente, fragile e, talvolta, inquietantemente instabile. Parlare di allineamento dell’intelligenza artificiale significa entrare nel cuore di una tensione strutturale: modelli progettati per essere utili a chiunque, su qualsiasi tema, finiscono inevitabilmente per diventare utili anche in contesti ambigui, manipolativi o persino nocivi.

Mustafa Suleyman: l’intelligenza artificiale sta bruciando capitali o ha appena acceso i motori

La domanda circola nei consigli di amministrazione, nei desk finanziari e nei corridoi dei grandi data center. L’intelligenza artificiale sta diventando una bolla ipertrofica di silicio e debito oppure siamo solo all’inizio di una curva che farà sembrare ingenuo tutto ciò che abbiamo visto finora. Nell’ultima intervista al Financial Times, Mustafa Suleyman, oggi CEO di Microsoft AI, non usa mezze misure. Quella che molti chiamano overspending, per lui è semplice matematica del progresso. Quindici anni hanno prodotto un incremento di un trilione di volte nella potenza di calcolo dedicata all’addestramento dei modelli. Nei prossimi tre anni, dice, ne arriverà un altro di mille volte. Non un miglioramento incrementale, ma un salto di scala che rende ridicole le discussioni sul ritorno a breve termine.

Fotovoltaico spaziale e data center orbitali: quando Musk scopre che il futuro dell’AI passa da Pechino

Elon Musk bussare l’uomo che predica colonie su Marte, libertà energetica e supremazia tecnologica americana si ritrova oggi a fare ciò che fanno tutti quando la fisica diventa più forte dell’ideologia. Guardare a est. Non per un vezzo geopolitico, ma per una ragione molto più brutale. Se vuoi alimentare l’intelligenza artificiale su scala planetaria, servono quantità di energia che la Terra semplicemente non è più in grado di fornire senza collassare sotto il peso delle sue stesse contraddizioni infrastrutturali.

Il fotovoltaico spaziale, parola che fino a ieri sembrava materiale da conferenza visionaria con slide troppo colorate, entra così nel dibattito industriale serio. SpaceX che contatta Jinko Solar, GCL Technology, Zhonghuan e altri nomi pesanti della manifattura cinese non è una notizia folkloristica. È un segnale strutturale. Musk non sta cercando pannelli. Sta cercando una catena di fornitura in grado di produrre decine, forse centinaia di gigawatt all’anno in condizioni estreme, con margini industriali e affidabilità che solo la Cina oggi può garantire.

AGI: perché l’industria dell’intelligenza artificiale non riesce a mettersi d’accordo sul fatto che abbiamo già superato la soglia

Dalla Silicon Valley ai corridoi di Pechino, il dibattito sull’intelligenza artificiale generale è diventato uno sport nazionale per CEO e visionari. Centinaia di miliardi di dollari sono stati versati su promesse, prototipi e startup che dichiarano di avere la chiave dell’AGI. Eppure, mentre il calendario segna 2026, la comunità tecnologica sembra litigiosa su un punto semplice: l’AGI è dietro l’angolo, già tra noi o ancora un miraggio lontano. La contraddizione non è solo linguistica, ma epistemica: nessuno sembra sapere con certezza cosa significhi davvero “intelligenza generale”.

Dario Amodei: The Adolescence of Technology

Confronting and Overcoming the Risks of Powerful AI

L’adolescenza dell’intelligenza artificiale e l’ipocrisia della prudenza calcolata

L’umanità sta per ricevere un potere quasi inimmaginabile. La frase non è mia, ed è bene chiarirlo subito, perché suona come una di quelle aperture solenni che di solito precedono una vendita aggressiva di consulenza o un piano industriale con troppe slide. È invece l’incipit concettuale di Dario Amodei, CEO di Anthropic, nel suo lungo saggio sull’adolescenza della tecnologia, un testo monumentale che prova a mettere ordine nel caos narrativo che circonda l’intelligenza artificiale avanzata. Il punto di partenza è serio, persino nobile. Non sappiamo se i nostri sistemi sociali, politici ed economici siano maturi abbastanza per gestire ciò che stiamo costruendo. Detto da uno che quei sistemi li sta letteralmente progettando, il messaggio pesa.

Il saggio di Amodei è lungo, denso, a tratti ossessivo. Circa diciannovemila parole dedicate a spiegare perché l’intelligenza artificiale avanzata non è solo una tecnologia potente, ma una forza potenzialmente destabilizzante su scala storica. Superintelligenza fuori controllo, uso malevolo da parte di attori statali e non statali, concentrazione estrema di potere economico, automazione distruttiva del lavoro cognitivo, autoritarismo digitale reso efficiente da modelli predittivi sempre più accurati. Non è fantascienza. È una lista di rischi plausibili, presentati con il linguaggio di chi ha accesso diretto ai laboratori e non solo ai comunicati stampa.

L’apocalisse dell intelligenza artificiale non è inevitabile ed è proprio questo che fa paura

Tristan Harris, ex insider della Silicon Valley e oggi una delle voci più lucide dell etica tecnologica, in una recente intervista a Newsweek smonta questa narrazione con un gesto semplice e quindi radicale. Dice che l’apocalisse dell intelligenza artificiale non è scritta da nessuna parte. E che raccontarla come destino è già una scelta politica.

Il punto non è se l intelligenza artificiale diventerà potente. Lo è già. Il punto è chi decide come, per chi e a quale costo. Harris insiste su un dettaglio che nel dibattito pubblico viene trattato come un fastidio. L’IA non è una forza naturale. Non è un terremoto né una pandemia. È una costruzione industriale guidata da incentivi economici, architetture di potere e scelte di governance. Definirla inevitabile equivale a togliere responsabilità a chi la sta costruendo e voce a chi la subirà.

Dario Amodei e l’adolescenza dell’intelligenza artificiale e il vizio originale del potere

Dario Amodei, CEO di Anthropic, ha pubblicato un testo monumentale, 21.800 parole che non chiedono attenzione ma la pretendono, intitolato L’adolescenza della tecnologia: affrontare e superare i rischi di un’intelligenza artificiale potente. Un titolo che suona come un trattato filosofico e in effetti lo è, con una differenza sostanziale rispetto ai manifesti techno-ottimisti che infestano la Silicon Valley: Amodei non promette la salvezza, descrive il rischio. E lo fa mentre il contesto politico e sociale americano offre un contrappunto brutale, quasi didascalico, a ciò che accade quando il potere, tecnologico o armato, smette di riconoscere limiti.

Tecnologia e potere: perché la corsa all’AI è una maratona, non uno sprint

La narrazione dominante sul confronto tra Stati Uniti e Cina in intelligenza artificiale continua a essere drammatica, quasi cinematografica: chi costruirà per primo un’AGI con capacità “divine” conquisterà il mondo, o almeno il dominio tecnologico e militare globale. Jeffrey Ding, assistant professor alla George Washington University e autore di Technology and the Rise of Great Powers, smonta questo mito con la freddezza di uno storico tecnologico che ha visto decine di rivoluzioni industriali nascere e morire prima che il loro impatto reale fosse visibile. Per Ding, l’errore fondamentale degli Stati Uniti è correre lo sprint dell’innovazione mentre il vero vantaggio strategico risiede nella diffusione: portare l’AI in ogni angolo dell’economia, dalle imprese più piccole ai campus universitari meno noti, dai centri urbani ai territori più periferici.

La trappola della sovranità dell’intelligenza artificiale

“La mia AI è pienamente sovrana.”
È una frase che suona bene nei board meeting, funziona nei comunicati stampa e fa la sua figura nei panel di Davos. Peccato che, nella maggior parte dei casi, sia tecnicamente falsa e strategicamente ingenua. Perché quella AI così orgogliosamente sovrana vive su server che non controlli, gira con elettricità che non produci, rispetta policy che non hai scritto e smette di esistere nel momento esatto in cui un fornitore decide di cambiare le condizioni contrattuali. Sovranità, certo. Più o meno come un castello costruito su terreno in affitto.

Il linguaggio sotto assedio: Harari, AI e la prossima crisi del controllo umano

La visione di Yuval Noah Harari al World Economic Forum di Davos è stata tanto provocatoria quanto inquietante: l’umanità potrebbe perdere il controllo sul linguaggio, il suo “superpotere” distintivo, sotto la pressione di intelligenze artificiali sempre più autonome. Non parliamo di algoritmi passivi che suggeriscono parole o completano frasi, ma di agenti capaci di operare, decidere e influenzare sistemi complessi, dai mercati finanziari alle religioni organizzate, sfruttando la pura forza delle parole. Il linguaggio, che ha permesso a Sapiens di costruire civiltà e creare fiducia tra sconosciuti, rischia di diventare territorio esclusivo delle macchine.

Harari non ha usato mezze misure. La sua analisi parte dal concetto che leggi, mercati e credenze religiose sono strutture costruite interamente sul linguaggio. Quando le parole diventano strumenti di dominio, e i sistemi di AI apprendono, manipolano e sintetizzano enormi quantità di testo, il rischio non è più fantascientifico: è istituzionale. Citando i testi sacri di religioni come ebraismo, cristianesimo e islam, Harari suggerisce che le macchine potrebbero assumere il ruolo di interpreti autoritari, modificando la percezione del sacro senza bisogno di emozioni o coscienza.

La menzogna tecnologica dei miliardari e la realtà nascosta dell’AI

Nel mondo scintillante delle conferenze su intelligenza artificiale e visionari miliardari, la narrativa ufficiale sembra un mantra di salvezza globale. Douglas Rushkoff, teorico dei media e docente di economia digitale, smonta questa finzione con la precisione di un chirurgo. Per lui, la retorica di Silicon Valley non è un manifesto di progresso universale, ma la copertura ideologica di una strategia di fuga elitaria. I bunker, i progetti di colonizzazione spaziale e le criptiche ambizioni transumaniste non sono segnali di altruismo tecnologico, ma confessioni non dichiarate di sfiducia nell’avanzata stessa che questi magnati promuovono. Zuckerberg, Altman, Musk: tutti pronti a lasciare il pianeta o a rifugiarsi in rifugi ipertecnologici, mentre il resto del mondo è lasciato a galleggiare nel caos che loro stessi contribuiscono a generare.

OpenAI, ChatGPT e la guerra per il controllo della narrazione

Prendere il controllo della narrazione non è un vezzo da ufficio marketing. È una necessità strategica quando stai cercando di raccogliere fino a 100 miliardi di dollari con una valutazione che flirta con i 750 miliardi, cifre che fino a pochi anni fa appartenevano solo alla fantascienza o ai deliri dei pitch deck più aggressivi di Sand Hill Road. L’annuncio di OpenAI sull’avvio dei test pubblicitari in ChatGPT e sull’introduzione di un nuovo livello di servizio da 8 dollari al mese chiamato ChatGPT Go negli Stati Uniti va letto esattamente in questa chiave. Non è solo una mossa di prodotto. È un’operazione narrativa, quasi chirurgica, pensata per spostare il dibattito da “Google sta recuperando terreno” a “OpenAI ha finalmente trovato il modo di stampare denaro”.

Bill Gates avverte di un’inversione del progresso globale e di un’imminente età oscura

Bill Gates ha alzato il tono nel suo lettera annuale 2026, lanciando un monito che pochi leader mondiali oserebbero articolare in pubblico: il progresso globale non avanza più. Dopo decenni di miglioramenti misurabili in salute pubblica, riduzione della povertà e sopravvivenza infantile, Gates dipinge uno scenario inquietante: il mondo rischia di entrare in una nuova “Età Oscura” entro cinque anni se le tendenze attuali non cambiano. Il messaggio, per quanto espresso con la pacatezza di un filantropo miliardario, porta con sé una gravità che ricorda più un rapporto d’intelligence che un briefing benefico.

Satya Nadella vuole riscrivere il senso dell’intelligenza artificiale nel 2026

C’è qualcosa di vagamente anacronistico e proprio per questo interessante nel fatto che Satya Nadella, CEO di Microsoft, abbia deciso di tornare a scrivere un blog personale. In un’epoca di keynote iper-prodotti, annunci coreografici e dichiarazioni affidate a post da social network, Nadella sceglie la forma più antica del web per spiegare dove vuole portare l’azienda e, soprattutto, dove pensa stia andando l’intelligenza artificiale. Non è un dettaglio di stile, è già una dichiarazione di intenti.

Eric Schmidt: quando l’AI diventerà il nostro capo e non solo un assistente

Immaginate un mondo in cui il nostro computer non solo esegue i comandi, ma li anticipa, li migliora e, alla fine, li rende superflui. È questa la visione che Eric Schmidt, l’ex CEO di Google che ha trasformato un motore di ricerca in un impero tecnologico, sta dipingendo con un misto di entusiasmo e sottile apprensione.

La Scienza nel 2050: superintelligenza AI, viaggi su Marte e fusione nucleare. La vision di Nature

Parliamo di futuro: quel posto affascinante dove le nostre ambizioni scientifiche si scontrano con la realtà, spesso in modi che ci fanno sorridere per quanto sembrano lontane eppure inevitabili. Immaginatevi nel 2050, un anno che suona come un traguardo da film di fantascienza, ma che esperti di tutto il mondo stanno già pianificando con serietà quasi comica, considerando quanto il mondo cambia velocemente. Proprio l’altro giorno, sfogliando l’ultimo numero di Nature mi sono imbattuto in una serie di previsioni in stile futurista, fatte da scienziati e accademici che mi hanno fatto riflettere. Perché il panorama della ricerca scientifica post-2050, tra superintelligenza, viaggi su Marte e fusione nucleare rischia di essere irriconoscibile. E allora noi, qui nel 2026, dovremmo iniziare a prepararci, magari con un pizzico di ironia per non farci sopraffare dall’entusiasmo.

Stuart Russell guarda al 2026: l’AI corre, nessuno frena e aspettiamo la nostra Chernobyl digitale

Se Geoffrey Hinton lancia allarmi con l’aria di chi ha visto il futuro e non gli è piaciuto, Stuart Russell parla dell’intelligenza artificiale come chi osserva un treno lanciato a tutta velocità e scopre che la cabina di comando è vuota. In un’intervista rilasciata a The Times, il professore britannico, tra le massime autorità mondiali sull’AI e fondatore del Center for Human-Compatible Artificial Intelligence a Berkeley, offre una visione del 2026 che non ha nulla di futuristico e molto di terribilmente presente.

“Compliance as a Service”: il trend che si farà strada nel 2026

Il mercato dei Managed Service Provider sta attraversando una trasformazione silenziosa ma radicale. Mentre l’attenzione mediatica si concentra su intelligenza artificiale e quantum computing, un’evoluzione più pragmatica si sta affacciando nel settore dei servizi gestiti: la governance della compliance.

AI Trends 2026: oltre hype e parametri, verso la maturità silenziosa dell’AI

Il 2025 ha confermato che l’intelligenza artificiale non è più un laboratorio o un esperimento da startup: è infrastruttura critica, leva strategica e fattore competitivo globale. Il 2026 si annuncia come un anno in cui l’AI smetterà di essere solo hype e diventerà maturità operativa, regolatoria e culturale. I trend principali da monitorare non sono più solo otto, ma almeno una dozzina di fenomeni interconnessi che ridefiniranno tecnologia, business e geopolitica.

Il culto della scadenza infinita: Elon Musk, l’arte di promettere e il mercato che applaude

Un dettaglio che accomuna quasi tutte le grandi narrazioni tecnologiche degli ultimi quindici anni: non è l’innovazione, non è la disruption, non è nemmeno l’intelligenza artificiale. È il calendario. O meglio, la sua sistematica violazione. Elon Musk non è l’unico a usarlo come strumento narrativo, ma è senza dubbio il più coerente nel dimostrare che le scadenze, nella Silicon Valley contemporanea, non servono a misurare il tempo. Servono a misurare la fede.

Il 2025 doveva essere l’anno della svolta. L’anno in cui le auto Tesla avrebbero guidato da sole mentre i proprietari dormivano beatamente, come in una pubblicità di materassi di lusso. L’anno in cui i robotaxi avrebbero invaso le città americane. L’anno in cui Optimus avrebbe iniziato a produrre valore reale, non demo teatrali. L’anno in cui xAI avrebbe dimostrato di poter guardare OpenAI e Google senza bisogno di un telescopio. È stato invece l’anno in cui il copione si è ripetuto con una precisione quasi commovente.Il servizio di robotaxi di Tesla è rimasto confinato a due città, Austin e San Francisco, con supervisori umani a bordo, un dettaglio che nel marketing viene trattato come una nota a piè di pagina ma che nella realtà industriale è il punto centrale. Waymo, nel frattempo, opera senza conducente di riserva in più città, con una flotta più ampia e una maturità operativa che non ha bisogno di tweet per essere spiegata.

2026, la corsa all’AI stack: chi sta davvero controllando l’intelligenza artificiale globale

L’intelligenza artificiale ha smesso di essere una promessa e diventa un’industria pesante. Chi ancora la racconta come una sequenza di modelli linguistici, prompt ben scritti e demo scintillanti sta osservando il fenomeno dal retrovisore. La vera competizione oggi non è sul modello più brillante, ma sul controllo dell’intero AI Stack, dalla fisica dei semiconduttori fino alla psicologia dell’utente finale. È qui che si decide chi governerà la prossima decade digitale e chi farà la fine dei produttori di modem negli anni Novanta.

Nove aziende stanno tentando una manovra che in altri settori sarebbe considerata folle: coprire ogni livello dello stack contemporaneamente. Google, Microsoft, Amazon, OpenAI, Meta, xAI con Tesla sullo sfondo, Nvidia, Apple e Anthropic. Nove nomi, ma soprattutto nove filosofie industriali che si stanno scontrando in un’arena dove il capitale necessario non si misura più in miliardi, ma in anni di vantaggio accumulato.

SAS: il 2026 sarà l’anno della resa dei conti per l’Intelligenza Artificiale

Alla fine del 2025 l’intelligenza artificiale si guarda allo specchio e non sempre quello che vede le piace. Dopo mesi di entusiasmo travolgente, annunci roboanti e progetti GenAI lanciati più per non restare indietro che per reale convinzione strategica, il settore entra in una fase di maturità forzata. È da questa consapevolezza che partono le previsioni di SAS sull’AI per il 2026, un anno che secondo l’azienda segnerà il passaggio dall’hype alla responsabilità, dalla sperimentazione disordinata alla ricerca di valore concreto, misurabile e sostenibile.

Dall’hype alla maturità: perché il 2026 sarà l’anno della verità per l’Intelligenza Artificiale

Il 2025 è stato l’anno dell’entusiasmo inconsapevole. Abbiamo assistito a un’ondata di iniziative AI, ma troppo spesso realizzate senza una visione strategica chiara. L’esempio più evidente? La corsa ai chatbot. Quasi ogni organizzazione ne ha sviluppato uno, ma con risultati deludenti per tre ragioni fondamentali: non generano un impatto significativo sui processi aziendali; vengono inevitabilmente confrontati con le soluzioni commerciali, che migliorano a ritmo sostenuto; finiscono per gestire solo i task più banali.

Il 2026 dei data center: le 5 previsioni che cambieranno storage, AI e infrastrutture per sempre

Il 2026 si profila come un anno di svolta per il mondo dei dati e delle infrastrutture IT: l’esplosione dell’intelligenza artificiale, la scarsità energetica, le tensioni geopolitiche e la necessità di maggiore resilienza stanno costringendo aziende e provider a ripensare completamente l’approccio allo storage e alla gestione dei dati. Non si tratta più solo di capacity o performance, ma di efficienza, sovranità e sostenibilità in un contesto dove l’AI non è più un hype, ma una realtà operativa che richiede infrastrutture pronte all’inferenza e alla data readiness.

Il nuovo ruolo dell’AI nella ridefinizione della difesa aziendale nel 2026

Con l’adozione dell’AI da parte di un numero sempre maggiore di aziende, i responsabili della cybersecurity dovranno gestire una realtà più complessa. In particolare, l’AI Agentic, capace di correlare alert provenienti da identità, endpoint, rete e cloud, li spingerà a ripensare alla responsabilità operativa, alla condivisione dei dati e all’adozione di piattaforme integrate. Il punto non sarà più cosa l’AI potrà fare, ma come i team umani potranno supervisionare senza essere sommersi da migliaia di output. E le imprese, come faranno a anticipare e contrastare le minacce? Ogni previsione implica l’avvertenza che il futuro rimane irrimediabilmente imprevedibile, ma anche gli eventi imprevisti traggono origine da tendenze già in atto.

Minacce cyber, AI e geopolitica ridisegnano il rischio digitale: le previsioni di security per il 2026

Il 2026 si profila come un anno di forte pressione sul fronte della cybersecurity, segnato da una convergenza strutturale tra tensioni geopolitiche, trasformazione tecnologica e attività criminali. Le previsioni delineano uno scenario in cui attori statali, gruppi di Advanced Persistent Threat (APT) ed ecosistemi di eCrime continueranno a operare con livelli elevati di intensità, sfruttando superfici di attacco in costante espansione e modelli operativi sempre più ibridi. I confini tra spionaggio, sabotaggio e criminalità risultano sempre meno definiti, con un impatto diretto sulla stabilità digitale di governi, imprese e infrastrutture critiche.

Diario della frattura: Hassabis vs Suleyman e la guerra delle AGI tra Google e Microsoft

Le recenti interviste podcast con Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind, e Mustafa Suleyman, CEO di Microsoft AI, non sono semplici chiacchierate da salotto tecnologico ma dichiarazioni di guerra sotterranea sulle strategie di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale Generale (AGI). Questi due pionieri, co-fondatori di DeepMind, oggi guidano laboratori concorrenti con visioni radicalmente diverse su cosa debba diventare l’AGI e su come debba essere governata. La dicotomia emerge con la forza di un fulmine in una notte senza luna: per Hassabis l’AGI è strumento scientifico supremo, mentre per Suleyman è un motore economico da contenere e governare con ferrea disciplina.

Goldman Sachs: OpenAI non è più solo Software: la nascita di un impero dell’AI attraverso alleanze strategiche e investimenti da trilioni

Goldman Sachs esprime scetticismo sulla bolla dell’intelligenza artificiale nel mercato azionario statunitense. Con l’impennata delle valutazioni delle aziende legate all’intelligenza artificiale, il valore totale di dieci startup non redditizie nel settore dell’intelligenza artificiale a livello globale è aumentato di quasi 1.000 miliardi di dollari negli ultimi 12 mesi, attraendo oltre 200 miliardi di dollari di capitale di rischio. Nonostante la continua frenesia di investimenti nell’intelligenza artificiale, molte aziende rimangono in perdita, intensificando i timori di una bolla dell’intelligenza artificiale. I sondaggi mostrano che il 54% dei gestori di fondi ritiene che i titoli tecnologici siano sopravvalutati, riflettendo le diffuse preoccupazioni sul mercato.

L’energia come arma nascosta e la nuova geoeconomia globale

Per decenni, il mondo ha vissuto nell’illusione che l’energia fosse solo un bene da consumare, un flusso affidabile da acquistare e utilizzare senza pensieri. Il passato insegna che non è mai stato così. Dal blocco petrolifero britannico alla Germania post-prima guerra mondiale fino ai giacimenti caucasici che decretarono la disfatta di Hitler, controllare petrolio e gas ha sempre significato potere assoluto. Chi possedeva risorse energetiche poteva influenzare eserciti, economie e diplomazie. Chi non le possedeva, dipendeva dai mercati e dalla fortuna, esposto a shock devastanti. L’embargo arabo del 1973 rimane scolpito nella memoria collettiva: aumenti del 300 percento dei prezzi, auto in fila chilometri e una lezione chiara sulla vulnerabilità degli Stati e dei consumatori.

Google e la crisi di scala nell’intelligenza artificiale

Google si ritrova a fare i conti con una verità che nessun colosso tecnologico ammette volentieri quando parla ai mercati. La macchina che ha costruito, una creatura fatta di algoritmi, data center, chip dedicati e aspettative infinite, sta crescendo più velocemente della capacità stessa dell’azienda di sostenerla. La chiamano crisi di scala, un termine che sembra innocuo, quasi tecnico, ma che allo stato attuale descrive uno dei momenti più delicati nella storia dell’infrastruttura digitale moderna. La keyword crisi di scala Google sintetizza perfettamente un fenomeno in cui l’ambizione supera la fisica, dove la domanda di servizi intelligenti corre a una velocità tale che persino un gigante abituato a riscrivere il futuro fatica a reggere il ritmo.

AI americana in bilico tra orgoglio ferito e dipendenza strategica

La storia si ripete sempre con una certa ironia crudele. Gli Stati Uniti annunciano due modelli open weight nello stesso ciclo di notizie e invece di celebrare un presunto rinascimento della sovranità tecnologica, l’unica cosa davvero evidente è quanto il terreno si sia spostato sotto i piedi della Silicon Valley. La keyword è modelli open source e attorno a questa orbita tutto il resto, compresi i dibattiti sulla dipendenza da modelli cinesi, la tensione tra trasparenza e velocità, la corsa a recuperare un vantaggio che non è più garantito per diritto divino come ai tempi delle prime GPU Nvidia o dei supercomputer del DOE.

Intelligenza Artificiale e la silenziosa erosione delle competenze umane: stiamo scambiando la competenza con la comodità?

Esiste un paradosso che aleggia sopra il progresso tecnologico: più l’intelligenza artificiale ci semplifica la vita, più diventiamo dipendenti da essa. È la promessa e la trappola insieme. Perché mentre celebriamo la produttività potenziata, ignoriamo la lenta evaporazione delle capacità umane. Non si tratta più di sostituire lavori manuali con algoritmi, ma di qualcosa di più sottile, quasi impercettibile: la sostituzione delle abilità cognitive con un clic. Saper fare lascia spazio al saper chiedere e la differenza, nel lungo periodo, è abissale.

Baris Gencel

“Conoscete ­qualcuno che ancora crede che la natura possa attendere?” Potrebbe cominciare così, se fossi in vena di provocare e in effetti ­Baris Gencel non è uno che attende. Lo riconosci subito: la sua arte, il suo pensiero, la sua carriera lo dipingono come un architetto-tecnologo del visivo, un artigiano della generazione AI che non teme il crudo “cosa abbiamo fatto al pianeta?” ma lo affronta con la logica chirurgica di uno che sa che ogni decisione (tecnologica, estetica, commerciale) ha peso, retaggio e futuro.

Towards Humanist Superintelligence

Microsoft e la nuova corsa all’intelligenza umanista

Microsoft ha deciso di non inseguire l’utopia dell’intelligenza artificiale onnisciente, ma di costruire qualcosa di più sottile e pericolosamente sensato: una “superintelligenza umanista”. Mustafa Suleyman, cofondatore di DeepMind e oggi capo della divisione AI di Microsoft, lo ha detto con una calma disarmante: “L’obiettivo non è creare macchine autonome e auto-miglioranti, ma tecnologie che risolvano problemi reali e servano interessi umani”. Una frase che suona come una provocazione in un’industria dove il termine “autonomia” è spesso sinonimo di potere, e dove ogni CEO di big tech si misura sul livello di generalità del proprio modello linguistico.

La nuova guerra fredda dell’intelligenza artificiale: il codice made in China che alimenta l’innovazione americana

Nel mondo dell’intelligenza artificiale ogni settimana è un terremoto, ma questa volta il sisma ha un epicentro geopolitico. Due nuovi strumenti di programmazione generativa lanciati da aziende americane, SWE-1.5 di Cognition AI e Composer di Cursor, hanno scatenato un dibattito feroce: potrebbero essere stati costruiti su modelli cinesi, in particolare sulla serie GLM sviluppata da Zhipu AI, la società di Pechino che sta rapidamente emergendo come il “Google cinese” del machine learning. Il problema non è tanto tecnico quanto etico e simbolico. È la nuova frontiera di una guerra fredda digitale in cui l’intelligenza artificiale open source diventa terreno di scontro fra culture, modelli di governance e potere economico.

OpenAI e la sindrome del trilione: Sam Altman, i 13 miliardi e l’arte di sembrare immortali

Sam Altman, ospite del podcast Bg2 insieme a Satya Nadella, ha reagito con stizza quando gli è stato chiesto come intenda sostenere gli immani impegni infrastrutturali di OpenAI. Ha detto: “stiamo facendo ben più di 13 miliardi di ricavo”. Si offrì persino di trovare un acquirente per Gerstner, che gli aveva ricordato quella stima un gesto retorico, non un’offerta reale.

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