Quando un ricercatore lascia DeepMind per fondare una startup, gli investitori non perdono tempo. David Silver, uno dei nomi più leggendari nel mondo dell’intelligenza artificiale, ha appena dimostrato quanto valga oggi il talento puro nel settore. La sua nuova creatura, Ineffable Intelligence, ha chiuso in poche settimane un round seed da 1,1 miliardi di dollari a una valutazione immediata di 5,1 miliardi. Un record europeo per un round di questo tipo. Silver non è un nome qualunque. È l’uomo che ha guidato lo sviluppo di AlphaGo, AlphaZero e altri sistemi che hanno riscritto la storia del reinforcement learning, insegnando alle macchine a battere i campioni umani di Go, scacchi e altri giochi semplicemente giocando contro sé stesse, senza studiare manuali o partite umane. Ed è esattamente questa la scommessa di Ineffable Intelligence: costruire un’AI che impara senza dipendere dai dati generati dall’uomo.
Autore: Pietro Raimondi Pagina 1 di 6
Demis Hassabis incarna una contraddizione che definisce l’intera epoca dell’intelligenza artificiale: dedicare la propria vita a costruire una tecnologia che potrebbe, almeno in teoria, mettere fine a tutto il resto. Non è un paradosso letterario, ma la sintesi più onesta del pensiero di uno degli architetti dell’AI contemporanea. Fondatore di DeepMind e oggi figura centrale nell’universo Google, Hassabis non è il classico imprenditore della Silicon Valley travestito da scienziato. Il suo profilo mescola neuroscienze, informatica, filosofia e una certa ossessione per i sistemi complessi. Una combinazione che lo porta a vedere l’intelligenza artificiale non solo come un prodotto, ma come un evento storico, forse persino evolutivo.
Il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato un avvertimento che merita attenzione e possibilmente anche qualche caffè in più nei centri di sicurezza informatica delle banche. L’intelligenza artificiale sta amplificando le minacce cyber e, se gestita con leggerezza, potrebbe trasformare un incidente digitale in uno shock macrofinanziario capace di colpire mercati, fiducia e infrastrutture critiche.
Non è un atto d’accusa contro l’AI. È piuttosto un richiamo al principio più antico della sicurezza: quando gli strumenti diventano più potenti, anche la vigilanza deve crescere di livello. Nessuno si sorprende se una cassaforte richiede una serratura migliore. Il problema nasce quando la cassaforte è l’intero sistema finanziario globale.
Baidu prepara una mossa che racconta molto più di una semplice quotazione. Kunlunxin, la divisione dedicata ai chip per l’intelligenza artificiale del gigante tecnologico cinese, punta a una valutazione di almeno 100 miliardi di yuan, pari a circa 14,7 miliardi di dollari, in vista della doppia corsa ai mercati dei capitali tra Hong Kong e Cina continentale. Dietro l’operazione non c’è soltanto finanza, ma una strategia industriale che riguarda sovranità tecnologica, semiconduttori e futuro dell’AI.
A theoretical reconstruction of the Claude Mythos architecture, built from first principles using the available research literature
La vicenda di Claude Mythos, presuntamente custodito in un caveau digitale come fosse plutonio arricchito, appartiene esattamente a questa categoria. Non perché sia falsa o vera in senso assoluto, ma perché è perfettamente plausibile. E quando qualcosa nel mondo dell’AI è plausibile, significa che è già successo, o sta per succedere.
La storia è semplice, quasi archetipica. Una grande azienda costruisce un sistema avanzato, lo considera troppo potente per il pubblico, lo circonda di protocolli, NDA e infrastrutture blindate. Poi arriva un outsider, giovane, sottovalutato, fuori dal circuito accademico tradizionale, che in poche settimane scardina l’intero impianto. Kye Gomez, ventidue anni, drop-out, il tipo di figura che Silicon Valley celebra nei pitch deck ma teme nella realtà operativa, rappresenta l’anomalia sistemica che ogni architettura chiusa prima o poi incontra.
L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una divinità laica: onnipresente, inevitabile, benevola e possibilmente in abbonamento mensile. Karen Hao, giornalista investigativa ed ex firma del Wall Street Journal, ha deciso di rovinare la festa. Con il libro “Empire of AI: Dreams and Nightmares in Sam Altman’s OpenAI”, smonta con precisione chirurgica la narrazione eroica costruita attorno ai giganti della Silicon Valley.
L’Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha appena tracciato una linea netta nel dibattito che infiamma Hollywood da almeno un paio d’anni. Gli attori generati dall’intelligenza artificiale non metteranno mai piede sul palco degli Oscar, almeno non come candidati. Le nuove regole, annunciate il primo maggio, sono chiare e senza appello: nelle categorie di recitazione verranno presi in considerazione solo i ruoli accreditati nei titoli di coda ufficiali e dimostrabilmente interpretati da esseri umani con il loro consenso. Lo stesso vale per le sceneggiature, che devono portare la firma di una persona in carne e ossa, non di un algoritmo.
Primo maggio, festa del lavoro. E puntuale arriva anche la domanda rituale: quali lavori spariranno per colpa dell’intelligenza artificiale? Una domanda rassicurante nella sua semplicità, perché suggerisce che il problema sia capire “chi resta” e “chi no”. Peccato che, a leggere con attenzione le riflessioni del professor Gerardo Canfora, Ordinario di Ingegneria Informatica presso l’Università degli Studi del Sannio di Benevento, il punto sia esattamente un altro. E molto meno comodo.
1°, festa del lavoro. Un giorno in cui tradizionalmente si riflette su diritti, salari e futuro. Quest’anno, però, ognuno di noi dovrebbe porsi una domanda piuttosto concreta: so usare l’intelligenza artificiale o sto ancora pensando di farlo? Su questo tema, i dati della Hays Italia offrono una risposta che non lascia molto spazio all’interpretazione. Nei primi quattro mesi del 2026 la domanda di professionisti con competenze in intelligenza artificiale è cresciuta del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Non si tratta più di un trend emergente, ma di una trasformazione già in corso, con le aziende che hanno smesso di sperimentare e hanno iniziato ad assumere.
Mentre il mondo si interroga su quanto l’intelligenza artificiale stia davvero cambiando le regole del gioco, Prysmian ha fornito una risposta concreta con i numeri del primo trimestre 2026. Il colosso italiano dei cavi ha chiuso il periodo con ricavi per 5,218 miliardi di euro, in crescita organica del 5% rispetto ai 4,771 miliardi dell’anno precedente. L’adjusted EBITDA ha raggiunto i 601 milioni, l’utile netto è balzato a 253 milioni dai 155 milioni precedenti e il free cash flow ha toccato quota 1,191 miliardi, consentendo una robusta riduzione dell’indebitamento da 4,884 a 3,818 miliardi.
A spingere davvero l’acceleratore è stata però la combinazione tra infrastrutture tradizionali e la fame insaziabile di connettività generata dall’AI.
Il messaggio è arrivato chiaro, anche senza bisogno di algoritmi predittivi: l’intelligenza artificiale ha smesso di essere un esercizio da laboratorio e ha iniziato a sedersi stabilmente al tavolo della finanza. A dirlo è Chiara Scotti, vice direttrice generale di Banca d’Italia, intervenuta alla presentazione del rapporto OCSE dedicato all’uso dell’AI nei mercati finanziari italiani.
Intel rialza la testa grazie all’AI: trimestrale sopra le attese e una rivincita che passa dalle CPU
Quando Intel sorprende Wall Street, il mercato reagisce senza mezze misure. Un balzo superiore al 20% nelle contrattazioni iniziali non è solo entusiasmo momentaneo, ma il segnale che qualcosa sta cambiando in una storia che negli ultimi anni sembrava scritta più dalla concorrenza che dall’azienda stessa. I numeri, per una volta, parlano chiaro e senza bisogno di interpretazioni creative: nel primo trimestre, Intel ha registrato ricavi per 13,6 miliardi di dollari e un utile per azione di 0,29 dollari, superando nettamente le aspettative degli analisti che si fermavano rispettivamente a 12,36 miliardi e a un quasi simbolico 0,01 dollari. Anche la guidance per il secondo trimestre si è rivelata più ottimista del previsto, con una forchetta tra 13,8 e 14,8 miliardi di dollari, ben oltre le stime di mercato.
Immaginare una fabbrica completamente automatizzata, silenziosa e senza presenza umana ha sempre avuto un certo fascino da film di fantascienza. La realtà, come spesso accade, è più sfumata e decisamente più interessante. L’ultima indagine di reichelt elektronik, condotta da OnePoll su 250 aziende industriali italiane, offre uno spaccato concreto di come la robotica stia trasformando davvero il tessuto produttivo del Paese.
I numeri raccontano una crescita robusta, ma è la direzione strategica a rendere davvero interessante la storia di Almaviva. Il 2025 si chiude con ricavi a 1,8 miliardi di euro, in aumento del 24,5% su base proforma, un Ebitda adjusted di 345 milioni e una marginalità che sfiora il 20%. Valori che nel mondo dei servizi IT non passano inosservati, soprattutto in un contesto dove crescere è importante, ma farlo mantenendo redditività lo è decisamente di più.
I numeri di STMicroelectronics raccontano una storia che merita di essere letta con calma, magari evitando conclusioni affrettate. Da un lato una crescita dei ricavi che farebbe sorridere qualsiasi CFO, dall’altro un utile netto che si prende una pausa piuttosto evidente. In mezzo, come sempre più spesso accade, c’è l’intelligenza artificiale che si prepara a fare da collante tra presente e futuro.
Il momento del decollo è sempre stato il più spettacolare per i passeggeri e il più costoso per le compagnie aeree: spinta massima, consumo elevato, margini ridotti all’essenziale. Ora però qualcosa sta cambiando, e non per merito di una nuova ala futuristica o di carburanti miracolosi, ma grazie a una combinazione molto più silenziosa e sofisticata: dati e intelligenza artificiale.
Washington scopre che con l’intelligenza artificiale le posizioni nette durano meno di un ciclo di aggiornamento software. La vicenda che coinvolge Anthropic e l’amministrazione guidata da Donald Trump è l’esempio perfetto di come la geopolitica dell’AI possa cambiare direzione nel giro di poche settimane, passando da minaccia per la sicurezza nazionale a possibile partner strategico.
Mentre Maharaja in Denims si prepara a diventare il primo film indiano interamente generato dall’intelligenza artificiale entro la fine del 2026, il mondo della creazione video fa un altro salto in avanti. E questa volta non arriva da Los Angeles né da Mumbai, ma direttamente dalla Cina. ByteDance, la società dietro TikTok, ha appena lanciato Dreamina Seedance 2.0, la sua nuova e potentissima tecnologia di generazione video, prima su CapCut e ora anche sulla piattaforma Symphony Creative Studio di TikTok.
Mentre Hollywood discute ancora di contratti, scioperi e regolamentazioni sull’uso dell’intelligenza artificiale, Bollywood ha deciso di saltare direttamente al capitolo successivo. Entro la fine dell’estate 2026 arriverà nelle sale il primo lungometraggio indiano completamente generato dall’AI: “Maharaja in Denims”, tratto dall’omonimo bestseller di Khushwant Singh del 2014. Scenografie, ambientazioni, attori virtuali, tutto creato al computer. L’unico tocco umano rimasto è la colonna sonora, composta ed eseguita da musicisti in carne e ossa, con la voce di Sukhwinder Singh, lo stesso di Slumdog Millionaire, a cantare il tema principale.
Altro che smartphone e televisori: la vera miniera d’oro di Samsung Electronics oggi è invisibile, minuscola e assolutamente indispensabile. Si chiama memoria. E nel pieno della corsa globale all’intelligenza artificiale, vale più del petrolio o, almeno, rende di più. Dopo un biennio complicato, tra il 2023 e il 2024, il colosso sudcoreano ha cambiato marcia con una velocità che farebbe impallidire anche le sue linee produttive. I numeri preliminari del primo trimestre 2026 raccontano una storia che ha poco di lineare e molto di esplosivo: 57.200 miliardi di won di profitto operativo, circa 33 miliardi di euro, che vuol dire otto volte di più rispetto all’anno precedente e tre volte rispetto al trimestre record di fine 2025.
Una crescita così non si improvvisa. Si cavalca.
La Commissione europea sta per compiere un’inversione a U che solo pochi anni fa sarebbe stata considerata eretica. Secondo il Financial Times, Bruxelles si prepara ad allentare significativamente le norme sulle fusioni aziendali per favorire la nascita di “campioni europei” capaci di competere ad armi pari con i colossi americani e cinesi. Il cambio di rotta è radicale e arriva quasi venticinque anni dopo l’ultima grande revisione della politica antitrust.
Wall Street ha una capacità quasi disarmante di scegliere le proprie priorità. In un momento in cui le tensioni in Medio Oriente continuano a generare incertezza, i mercati sembrano aver preso una decisione piuttosto netta: l’intelligenza artificiale conta di più. Non in senso assoluto, certo, ma abbastanza da sostenere un rally tecnologico che pochi avrebbero previsto con questo livello di convinzione.
Il termometro dell’industria globale dei semiconduttori segna febbre alta, e a leggere i numeri di ASML viene da pensare che qualcuno stia già correndo la maratona mentre altri stanno ancora allacciando le scarpe. Il colosso olandese ha rivisto al rialzo le previsioni di fatturato per il 2026, puntando ora a una forchetta tra i 36 e i 40 miliardi di euro. Un aggiornamento che arriva in un momento apparentemente contraddittorio, con la quota cinese nelle vendite in netto calo e nuove nubi regolatorie all’orizzonte.
Se l’industria dei semiconduttori fosse una serie TV, il protagonista di questa stagione sarebbe senza dubbio TSMC. Il colosso taiwanese delle fonderie ha messo sul tavolo un obiettivo che non lascia spazio a interpretazioni: crescita del fatturato oltre il 30% nel 2026 e aumento degli investimenti in conto capitale. La questione, quasi brutale nella sua chiarezza, è che la domanda di chip per l’intelligenza artificiale è così forte che non costruire abbastanza capacità produttiva sarebbe l’unico vero errore strategico.
Il Fondo Monetario Internazionale ha spento gli ultimi fuochi di ottimismo residuo. Nel World Economic Outlook di aprile 2026, appena presentato a Washington, l’economia globale viene ridimensionata al 3,1% di crescita per quest’anno, due decimi in meno rispetto alle stime di gennaio, mentre il 2027 si ferma al 3,2%. Un rallentamento modesto sulla carta, ma che nasconde un rischio ben più serio: se il conflitto in Medio Oriente, scoppiato alla fine di febbraio, dovesse prolungarsi o intensificarsi, si potrebbe arrivare alla “più grande crisi energetica dei tempi moderni”, con il Pil mondiale che crolla al 2% e l’inflazione che schizza al 6%. In pratica, una postura recessiva globale.
Il Wi-Fi di casa, quello che spesso si protegge con una password dimenticata su un post-it lasciato chissà dove, è diventato uno degli strumenti più ambiti dello spionaggio internazionale. E no, non è l’incipit di un thriller tecnologico, ma la sintesi, neanche troppo romanzata, di quanto emerso da una dichiarazione congiunta delle principali agenzie di sicurezza occidentali.
Lo spazio è tornato a essere una cosa seria. Non solo per gli ingegneri o per gli appassionati, ma anche per governi, industrie e, inevitabilmente, per chi guarda alla Luna come al prossimo terreno di competizione globale. Il successo di Artemis II ha rimesso tutto in moto, e lo ha fatto con una chiarezza che mancava da decenni.
Mentre mezzo mondo torna a fissare lo Stretto di Hormuz come se il calendario fosse rimasto fermo al 1973, i mercati fanno quello che sanno fare meglio: preoccuparsi di tutto, contemporaneamente. Perché sì, oltre alle tensioni geopolitiche, esistono ancora l’inflazione, le banche centrali che devono decidere cosa fare “da grandi” e, dettaglio non trascurabile, una valanga di trimestrali in arrivo dagli Stati Uniti.
In un settore dove la competizione è feroce e ogni punto percentuale di benchmark può valere miliardi, tre dei più grandi rivali dell’intelligenza artificiale americana hanno deciso di fare qualcosa di inaspettato: collaborare.
Google, OpenAI e Anthropic hanno iniziato a condividere informazioni attraverso il Frontier Model Forum, il consorzio che loro stessi hanno fondato nel 2023 insieme a Microsoft, per individuare e contrastare i tentativi di “distillazione avversaria” messi in atto dai laboratori cinesi.
Inventare il futuro partendo dai vincoli è una specialità giapponese. Questa volta, però, il risultato ha un sapore quasi cinematografico: vecchie navi cargo che tornano a solcare i mari non per trasportare automobili, ma per alimentare algoritmi. Il progetto firmato da Mitsui O.S.K. Lines e Hitachi punta a trasformare imponenti car-carrier in data center galleggianti dedicati all’intelligenza artificiale, con le prime operazioni previste dal 2027.
Per molto tempo è stato considerato il mezzo più “statico” della pubblicità. Cartelloni, affissioni, spazi urbani difficili da misurare e ancora più difficili da integrare nelle strategie digitali. Negli ultimi anni, invece, l’Out of Home sta vivendo una seconda vita e questa volta parla il linguaggio dei dati, dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi.
Secondo i dati dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano, il mercato OOH in Italia ha raggiunto nel 2025 i 766 milioni di euro, con una crescita dell’8%. Un segnale positivo, certo, ma il dato davvero interessante è un altro: la crescita non è uniforme, è selettiva. E ha un unico grande protagonista: il digitale.
L’annuncio arriva direttamente da Rabat e ha il sapore di una svolta storica. In un’intervista esclusiva a Jeune Afrique, Amal El Fallah Seghrouchni, ministra delegata alla Transizione Digitale e alla Riforma dell’Amministrazione del Marocco, ha dichiarato senza giri di parole: “Il Marocco ospiterà una delle 15 factory di intelligenza artificiale dell’Unione europea”.
La corsa allo spazio non è mai stata una questione di chilometri, ma di prospettiva. Eppure, ogni tanto, i numeri servono a ricordare quanto lontano siamo capaci di spingerci. La missione Artemis II ha appena ridefinito il concetto stesso di “lontano”, portando quattro astronauti più distanti dalla Terra di quanto qualsiasi essere umano sia mai stato.
Mustafa Suleyman, Ceo della divisione AI di Microsoft, ha scelto il Financial Times per una confessione che sa di onestà disarmante: nonostante gli investimenti faraonici e l’espansione continua delle infrastrutture, l’azienda non ha ancora la potenza di calcolo necessaria per spingere i modelli AI alla scala più grande possibile. Una frase che, detta dal numero uno di uno dei colossi tech più ricchi del pianeta, suona quasi come un colpo di scena in una trama che tutti immaginavano già scritta.
La navetta Orion della missione Artemis II ha già raggiunto i due terzi del tragitto verso la Luna e i controllori di Houston stanno brindando a una delle manovre più pulite mai registrate. La navigazione con la capsula, ribattezzata Integrity dagli stessi equipaggi, sta procedendo speditamente al punto che non è stata necessaria una delle manovre previste per correggere la traiettoria verso la Luna. Un piccolo trionfo burocratico che, tradotto in termini umani, significa ore extra per ripassare le procedure del grande appuntamento di lunedì 6 aprile: il sorvolo ravvicinato che porterà gli astronauti a sfiorare il nostro satellite a distanza record per questa missione.
Il rapporto Randstad appena presentato fotografa una realtà che fa riflettere: sarebbero 10,5 milioni i lavoratori italiani esposti alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale. La cifra è imponente e, a prima vista, preoccupante. Eppure, proprio mentre si parla di milioni di professionisti potenzialmente vulnerabili, lo stesso documento offre una lettura più articolata che merita di essere approfondita, perché l’AI non è solo una forza distruttiva di posti di lavoro, ma anche una formidabile creatrice di nuove opportunità.
La competizione globale sull’intelligenza artificiale non si misura più soltanto in modelli linguistici o potenza di calcolo, ma in qualcosa di molto più difficile da replicare: le persone. E in questa corsa, la Cina ha deciso di accelerare con decisione, trasformando il reclutamento di talenti in una vera e propria disciplina strategica. I protagonisti? Giganti come Xiaomi e Alibaba Group, impegnati in una sfida che ha tutto il sapore di una guerra fredda… ma tra algoritmi.
Didier Leroy, presidente del consiglio di amministrazione di Toyota Motor Europe, lo ha detto con la consueta franchezza durante un evento dell’Automobile Club di Francia: “La nostra risposta al tutto elettrico è no“. Non si tratta di un capriccio né di una resistenza nostalgica al motore termico, quanto la conferma di una strategia che Toyota, ancora numero uno mondiale nel 2025, porta avanti da anni con una lucidità che fa sorridere chi vede nell’elettrico puro l’unica via di salvezza climatica.
La trasformazione digitale delle forze armate europee non è più una prospettiva futuristica buona per i convegni, ma una realtà concreta che si gioca tra server, algoritmi e una parola sempre più ricorrente: sovranità. In questo scenario si inserisce l’annuncio di OVHcloud, che all’InCyber Forum 2026 ha deciso di accelerare le proprie attività nel settore della difesa, con un approccio che mescola infrastrutture cloud, intelligenza artificiale e un pizzico di pragmatismo europeo.
Il Rapporto sulla Sicurezza Cloud 2026 di Fortinet fotografa con lucidità uno dei paradossi più preoccupanti del momento: mentre le imprese accelerano la migrazione verso ambienti ibridi e multi-cloud per alimentare innovazione e intelligenza artificiale, la sicurezza non tiene il passo. Basato su un’indagine globale condotta tra migliaia di responsabili IT e cybersecurity, il documento mette in luce come la crescente complessità degli ecosistemi cloud stia creando un divario strutturale, il cosiddetto Cloud Complexity Gap, tra la velocità di espansione delle infrastrutture e la capacità reale dei team di sicurezza di mantenere visibilità e controllo.