Streaming dell’evento CNR di Pisa dedicato ai 40 anni di internet in Italia
40 anni di internet verso il domani, fra celebrazione e ‘Futuro di Internet tra AI e Quantum’

Libertà vigilata digitale: dalla privacy di Bernabè all’internet quantistico che ci osserva meglio di noi stessi

Parlare oggi di privacy digitale con il tono ingenuo dei primi anni duemila è un po’ come discutere di confini nazionali mentre i satelliti commerciali già fotografano ogni metro quadro del pianeta con risoluzione da manuale chirurgico. Nel libro di Franco Bernabè, “Libertà vigilata”, scritto in un’epoca in cui l’ottimismo tecnologico conviveva ancora con un residuo pudore regolatorio, emerge una diagnosi che oggi suona quasi archeologica nella sua compostezza, ma che in realtà è brutalmente attuale: ogni transazione, ogni movimento urbano, ogni prescrizione medica, ogni interazione digitale è già una traccia, un frammento di identità distribuito in sistemi che non dimenticano e non perdonano. Bernabè, nel 2012, non descriveva un futuro distopico, ma un presente già pienamente operativo, solo che allora la maggior parte degli attori economici fingeva di non accorgersene.

Quattro milioni di transazioni elettroniche al giorno in Italia non sono un dato statistico neutro, sono un’infrastruttura comportamentale. Ogni pagamento con carta, ogni bancomat, ogni ticket digitale diventa un micro-evento economico che alimenta una mappa invisibile del consumo. Milano, con le sue oltre centotrentamila registrazioni quotidiane di traffico veicolare tramite telecamere, non è più una città, è un dataset in movimento continuo. Il punto non è la quantità di dati, ma la loro inevitabile convergenza semantica: ciò che prima era frammentato tra banca, sanità, mobilità e telecomunicazioni oggi tende a ricomporsi in un’unica superficie di osservazione. La narrativa rassicurante della “anonimizzazione” è diventata una foglia di fico normativa su un sistema che, tecnicamente, re-identifica quasi tutto.

Franco Bernabè, con la sua traiettoria tra industria, telecomunicazioni e governance tecnologica, rappresenta una generazione di manager che ha visto Internet nascere come infrastruttura e trasformarsi in sistema nervoso globale. Non appartiene alla categoria degli entusiasti né a quella dei tecnofobi, ma a quella più rara degli ingegneri istituzionali, cioè coloro che sanno che ogni architettura tecnica, prima o poi, diventa architettura di potere. Il suo punto centrale è quasi brutale nella semplicità: la privacy non è più una condizione naturale, ma una concessione regolata da contratti impliciti tra piattaforme, Stati e utenti che raramente leggono ciò che accettano.

Il problema, oggi, è che quel modello si è ulteriormente deformato. Le piattaforme non si limitano più a raccogliere dati, li producono attivamente attraverso interazioni progettate per massimizzare il tempo di permanenza. Google, Facebook, Instagram, Tik Tok, ecosistemi di identità digitale e sistemi di autenticazione non sono intermediari neutrali, ma architetture di estrazione cognitiva. Il numero di telefono richiesto per accedere a un servizio non è un requisito tecnico, è una chiave di correlazione. Il riconoscimento facciale non è una funzione, è un moltiplicatore di identità persistente. In questo scenario, parlare di “consenso informato” suona come una battuta di cattivo gusto raccontata in una sala server.

La dimensione regolatoria evocata da Bernabè si scontra con un dato strutturale che spesso viene ignorato nei dibattiti pubblici: la velocità dell’innovazione tecnologica è incompatibile con la velocità del diritto. Il diritto europeo, con il suo approccio ex ante e la sua ossessione per la classificazione dei rischi, arriva sempre dopo, e quando arriva regola già un sistema che si è evoluto altrove. Nel frattempo, il mercato ha interiorizzato la logica del “data maximalism”, dove ogni interazione non registrata è considerata inefficienza economica. La privacy diventa così un costo opportunità, non un diritto fondamentale.

In questo contesto, l’evento celebrativo dei quarant’anni del primo collegamento Internet in Italia assume una valenza quasi simbolica, più antropologica che tecnologica. 40 anni internet Italia evento Pisa 2026 non è solo una ricorrenza accademica, è un checkpoint narrativo in cui una comunità scientifica tenta di rileggere la propria storia mentre il futuro ha già cambiato lingua. L’incontro promosso dal Consiglio Nazionale delle Ricerche a Pisa, con il suo intreccio di accademia, industria e istituzioni, è in realtà un tentativo di costruire una grammatica comune per parlare di qualcosa che si sta già frammentando in direzioni divergenti: intelligenza artificiale, sistemi quantistici, reti distribuite, infrastrutture pervasive.

Il paradosso è evidente. Mentre si celebra Internet come infrastruttura della libertà, si discute contemporaneamente di AI e quantum computing come acceleratori di controllo, previsione e ottimizzazione comportamentale. L’intelligenza artificiale non è più un semplice strumento di automazione, ma un sistema di inferenza generalizzata che trasforma i dati in decisioni probabilistiche su scala industriale. Il quantum, nella sua retorica ancora semi-sperimentale, promette di riscrivere le regole della crittografia e quindi della sicurezza stessa dell’informazione. In altre parole, stiamo costruendo contemporaneamente il sistema che osserva e il sistema che potrebbe rendere obsoleto il segreto.

La tavola rotonda prevista sull’“Internet del futuro tra AI e Quantum” non è quindi un esercizio accademico, ma una forma sofisticata di gestione dell’ansia tecnologica collettiva. Quando si riuniscono figure come Rita Cucchiara, Marco Gori e altri protagonisti della ricerca europea, non si sta semplicemente discutendo di tecnologie emergenti, si sta cercando di mantenere una coerenza narrativa in un ecosistema dove la complessità cresce più velocemente della capacità di interpretazione umana. La verità non detta è che l’AI non sta solo cambiando Internet, sta cambiando il modo in cui Internet è comprensibile.

In questo scenario, la distinzione tra sicurezza e sorveglianza diventa sempre più sottile fino quasi a scomparire. Le stesse infrastrutture che proteggono le reti sono quelle che le osservano. I sistemi di cybersecurity sono intrinsecamente sistemi di visibilità totale, perché non si può proteggere ciò che non si vede. Questo crea una tensione strutturale che nessuna regolazione ha ancora risolto: più sicurezza significa più dati, più dati significa più vulnerabilità potenziale, più vulnerabilità significa più controllo. È una spirale perfettamente logica e politicamente ingestibile.

L’ironia, se vogliamo mantenerne una forma residua, è che il linguaggio della “fiducia digitale” è diventato la nuova retorica corporate. Tutti parlano di trust, ma nessuno definisce con precisione chi deve fidarsi di chi e a quali condizioni. Le piattaforme promettono trasparenza mentre costruiscono sistemi sempre più opachi nella loro complessità interna. Gli Stati promettono protezione mentre dipendono tecnicamente da infrastrutture private globali. Gli utenti, nel mezzo, continuano a scambiare dati per servizi come se fosse un baratto naturale, quando in realtà è una forma avanzata di economia comportamentale automatizzata.

In questa prospettiva, la “libertà vigilata” evocata da Bernabè non è una contraddizione, è una condizione stabile del sistema. La libertà digitale contemporanea esiste solo all’interno di perimetri di osservazione continua. Non è più una libertà negativa, ma una libertà condizionata dalla possibilità permanente di essere misurata, predetta e, in ultima istanza, influenzata. Il vero cambiamento non è la perdita della privacy, ma la sua trasformazione in una variabile economica negoziabile tra attori asimmetrici.

Il futuro di Internet, tra AI e quantum, non sarà quindi una storia di connessioni più veloci o dispositivi più intelligenti, ma una progressiva ridistribuzione del potere cognitivo. Chi controlla i modelli controlla le inferenze, chi controlla le inferenze controlla le decisioni. E chi controlla le decisioni non ha più bisogno di controllare direttamente gli individui. È un passaggio silenzioso, quasi elegante nella sua efficienza.

In questo quadro, le celebrazioni accademiche e le analisi istituzionali hanno un ruolo importante ma limitato: quello di creare un linguaggio condiviso per descrivere un sistema che, nella sua evoluzione naturale, tende a diventare sempre meno descrivibile. La tecnologia non ha mai avuto bisogno di consenso per avanzare, ha solo avuto bisogno di infrastrutture sufficientemente robuste da renderla inevitabile. E su questo, Internet ha dimostrato di essere straordinariamente efficace, forse troppo.