Ogni epoca sceglie la propria paura tecnologica. Negli anni Cinquanta era il fungo atomico, capace di cancellare una città in pochi minuti. Oggi il protagonista delle inquietudini collettive è l’intelligenza artificiale, descritta alternativamente come il motore della prossima rivoluzione industriale o come la futura causa dell’estinzione della specie umana. Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica nel 2021, sceglie però una terza strada. Molto meno spettacolare, molto più difficile da liquidare con un titolo sensazionalistico.

Parlando all’Accademia dei Lincei durante il convegno dedicato alla proliferazione e alla non proliferazione nucleare, Parisi compie un’operazione intellettuale che appartiene alla migliore tradizione della scienza. Smonta il problema, elimina il rumore di fondo e individua ciò che considera realmente importante.

La sua prima affermazione sorprende proprio perché rifiuta il copione ormai consolidato: “Io non sono tra coloro che pensano che l’Intelligenza Artificiale ci porterà alla fine dell’umanità”.

Una frase quasi disarmante in un periodo nel quale ogni settimana sembra nascere una nuova teoria sull’imminente ribellione delle macchine. Parisi non minimizza la portata della trasformazione in corso. Al contrario. Sostiene che l’AI rappresenti una tecnologia potentissima e che proprio per questo richieda lo stesso senso di responsabilità che, settant’anni fa, accompagnò gli scienziati dopo la scoperta della potenza distruttiva dell’atomo.

Il parallelismo è interessante proprio perché evidenzia anche una differenza fondamentale.

Le armi nucleari possono distruggere il mondo fisicamente.

L’intelligenza artificiale, almeno per quanto possiamo osservare oggi, no.

Questo non significa che sia priva di rischi. Significa che stiamo probabilmente guardando nella direzione sbagliata.

Mentre il dibattito pubblico continua a interrogarsi sull’ipotetica superintelligenza che un giorno potrebbe sfuggire al controllo umano, Parisi richiama l’attenzione su problemi molto più vicini e molto più concreti.

Il primo riguarda il monopolio dell’informazione. Negli ultimi anni il modo in cui accediamo alla conoscenza è cambiato quasi senza che ce ne accorgessimo. Fino a poco tempo fa una ricerca online produceva decine di collegamenti tra cui scegliere. Oggi, sempre più spesso, la prima risposta arriva direttamente da un sistema di intelligenza artificiale. È una risposta sintetica, ben scritta, generalmente convincente e sufficientemente completa da scoraggiare ulteriori approfondimenti.

È proprio questa apparente comodità a preoccupare il Nobel.

Da quali fonti proviene quella risposta? Chi decide quali informazioni siano rilevanti e quali invece possano essere escluse? E soprattutto, possiamo accettare che un unico sistema diventi il principale intermediario tra l’umanità e la conoscenza?

La domanda, osservata da vicino, è più filosofica che tecnologica. Nel Novecento il pluralismo dell’informazione è stato considerato uno dei pilastri della democrazia. Nessun editore avrebbe dovuto controllare da solo l’intero ecosistema mediatico. Oggi, invece, rischiamo di delegare spontaneamente questa funzione a pochi modelli di intelligenza artificiale che sintetizzano, filtrano e riorganizzano l’immensa quantità di informazioni disponibili in rete.

Non è una censura. È qualcosa di più sottile. È la progressiva concentrazione del potere epistemologico, cioè del potere di decidere quali conoscenze arrivino fino a noi e in quale forma.

Il secondo tema affrontato da Parisi riguarda la scuola, ma in realtà parla dell’intero processo attraverso il quale gli esseri umani imparano a pensare. La sua osservazione possiede una semplicità quasi disarmante: “Le cose facili sono i gradini con cui si sale verso quelle difficili”.

È una frase che potrebbe appartenere tanto a un fisico quanto a un filosofo dell’educazione.

Se lasciamo che sia l’intelligenza artificiale a svolgere automaticamente ogni compito elementare, rischiamo di eliminare proprio quei passaggi intermedi che consentono al cervello di sviluppare competenze sempre più complesse. L’originalità non nasce dal nulla. È il risultato di una lunga successione di esercizi, errori, tentativi e intuizioni.

In un’epoca che celebra l’efficienza come valore assoluto, Parisi ricorda una verità quasi controcorrente. Non tutto ciò che può essere automatizzato dovrebbe necessariamente esserlo.

Esistono attività che non servono soltanto a produrre un risultato, ma a trasformare chi le svolge. È la differenza tra ottenere una risposta e costruire la capacità di formularne una.

Anche la proposta conclusiva del Nobel segue questa logica.

Secondo Parisi l’Europa dovrebbe dotarsi di una grande istituzione pubblica dedicata all’intelligenza artificiale, una sorta di CERN dell’AI capace di produrre ricerca aperta, condividere conoscenze e rafforzare la capacità scientifica del continente senza sostituirsi ai singoli centri nazionali.

L’immagine è potente. Il CERN non è soltanto un laboratorio. È la dimostrazione che l’Europa, quando sceglie di investire insieme nella conoscenza, può costruire infrastrutture scientifiche che nessun Paese riuscirebbe a realizzare da solo.

Applicare questo modello all’intelligenza artificiale significherebbe spostare il dibattito dalla semplice regolazione alla produzione di conoscenza. L’Europa è sempre stata descritta come il continente delle norme, mentre Stati Uniti e Cina costruivano modelli, piattaforme e infrastrutture. Parisi suggerisce implicitamente che la vera sovranità tecnologica non nasce soltanto dalle leggi, ma anche dalla capacità di fare ricerca di frontiera.

Il contesto nel quale queste riflessioni sono state espresse aggiunge un ulteriore livello di significato. Il convegno dei Lincei era dedicato alla proliferazione nucleare e ricordava la figura di Francesco Calogero, fisico che ha dedicato gran parte della propria vita al disarmo e al dialogo internazionale. Luciano Maiani ha ricordato come il rischio di un conflitto nucleare sia oggi più vicino rispetto a dieci anni fa, anche a causa delle guerre in corso.

È un richiamo che invita a guardare oltre la tecnologia del momento. Ogni grande innovazione costringe la società a interrogarsi non soltanto su ciò che è possibile fare, ma soprattutto su ciò che è giusto fare.

L’atomo pose questa domanda nel secolo scorso. L’intelligenza artificiale la ripropone oggi in forme diverse.

Forse il contributo più importante di Giorgio Parisi consiste proprio nell’aver riportato il dibattito con i piedi per terra. Meno scenari apocalittici, meno fantascienza, meno fascinazione per macchine destinate a sostituire l’uomo. Più attenzione, invece, a ciò che rischiamo di perdere ogni volta che deleghiamo un pezzo della nostra capacità di conoscere, di imparare e di esercitare il dubbio.

Perché una civiltà non smette di essere libera quando le macchine iniziano a pensare. Comincia a perdere qualcosa di essenziale quando gli esseri umani smettono di farsi domande.