Quale presidente, quale primo ministro o quale comandante sarebbe disposto a contraddire una raccomandazione prodotta da un sistema che ha appena incrociato milioni di dati, immagini satellitari, segnali, intelligence e scenari operativi in pochi secondi? Quando Claude, Palantir e le infrastrutture militari entrano nella stessa catena decisionale, il problema non è più soltanto l’autonomia dell’intelligenza artificiale. È la crescente asimmetria cognitiva fra chi deve assumersi la responsabilità della decisione e la macchina che gli presenta le alternative.
Il caso Palantir è particolarmente significativo perché la società americana non vende semplicemente software di analisi dati. Il suo modello industriale consiste nel diventare una parte dell’infrastruttura operativa del cliente, collegando dati eterogenei, sistemi esistenti, modelli AI, processi decisionali e persone. È precisamente questo che rende difficile sostituirla. Un governo può decidere di non comprare più un determinato prodotto americano; molto più complicato è sostituire una piattaforma che nel frattempo è diventata parte del modo con cui un’organizzazione interpreta il proprio mondo.
La NATO offre oggi la dimostrazione più concreta di questa trasformazione. Il Maven Smart System NATO, acquisito nel 2025, è stato progettato per integrare dati e applicazioni AI nelle attività di intelligence, consapevolezza del campo di battaglia, targeting e pianificazione, con l’obiettivo dichiarato di accelerare il processo decisionale. Nel giugno 2026 il sistema ha raggiunto la piena capacità tecnica operativa e ha ottenuto l’autorizzazione di sicurezza per operare sulla rete classificata dell’Alleanza. NATO specifica inoltre che Maven può supportare modelli AI differenti, inclusi quelli europei, e che l’architettura è pensata per essere estensibile.
Questo dettaglio è importante perché rende meno precisa la rappresentazione di Maven come una semplice scatola nera americana imposta all’Europa. La realtà è più interessante e più complicata. Palantir fornisce oggi un’infrastruttura critica, ma NATO sta cercando di costruire sopra quella infrastruttura un ecosistema nel quale possano entrare modelli e applicazioni differenti. La stessa Alleanza ha lanciato programmi per integrare nuove soluzioni AI e machine learning nella propria architettura digitale, dichiarando apertamente che l’obiettivo è aumentare la profondità analitica e la velocità delle decisioni operative.
Ed è qui che la discussione europea sulla sovranità digitale diventa improvvisamente molto meno teorica. Francia e Germania stanno cercando di costruire un “European sovereign digital backbone”, mentre diversi governi e apparati di sicurezza stanno valutando alternative europee a Palantir. In Francia, ChapsVision è diventata uno dei nomi più importanti di questa strategia; l’azienda ha beneficiato della crescente richiesta di strumenti considerati compatibili con una maggiore autonomia tecnologica europea. La questione non riguarda soltanto il software, ma chi possiede, controlla, aggiorna e comprende l’infrastruttura attraverso cui uno Stato trasforma i propri dati in decisioni.
La tentazione europea è comprensibile. Un continente che parla continuamente di sovranità strategica, autonomia industriale e indipendenza tecnologica difficilmente può considerare irrilevante il fatto che una piattaforma americana possa trovarsi dentro polizia, intelligence, difesa, sanità e grandi industrie europee. Il problema è che sostituire Palantir non equivale a sostituire Microsoft Word con LibreOffice. Una piattaforma di questo tipo incorpora anni di integrazione, conoscenza dei processi, connettori, modelli dati, competenze operative e soprattutto una cultura organizzativa costruita intorno al prodotto.
La dipendenza, in altre parole, non nasce quando un governo firma il contratto. Nasce quando le persone iniziano a lavorare diversamente perché il contratto esiste. È il momento in cui il software smette di essere un fornitore e diventa una grammatica operativa. A quel punto l’uscita diventa costosa anche quando tecnicamente possibile.
Palantir ha costruito gran parte della propria presenza europea proprio attraverso questa dinamica. Dopo gli attentati di Parigi del 2015, la società entrò nella filiera della sicurezza francese; in Germania Gotham venne adottato dalla polizia dell’Assia con il nome hessenDATA; nel Regno Unito il rapporto con il National Health Service si rafforzò durante la pandemia, quando Palantir contribuì all’integrazione dei dati sanitari. La logica economica è semplice e spietatamente efficace: arrivare durante una crisi, risolvere un problema urgente, dimostrare il valore del sistema e diventare progressivamente parte dell’infrastruttura.
È un modello che oggi l’industria tecnologica americana sta replicando su scala ancora maggiore. Amazon Web Services e Microsoft stanno investendo in strutture nelle quali ingegneri e specialisti vengono collocati direttamente presso i clienti per costruire applicazioni AI integrate nei loro processi. Non è un dettaglio commerciale. È una strategia di colonizzazione operativa del software enterprise: non vendere soltanto tecnologia, ma entrare nel modo in cui il cliente lavora.
L’Europa ha finalmente iniziato a capire il problema. La questione, tuttavia, non è semplicemente “Palantir sì” o “Palantir no”. Una politica industriale seria dovrebbe chiedersi quali livelli della catena tecnologica debbano essere realmente sovrani. Modello linguistico? Cloud? GPU? Data layer? Identity? Cybersecurity? Software di comando e controllo? Standard di interoperabilità? Possibilità di migrare i dati? Capacità di sostituire il fornitore senza ricostruire l’intera infrastruttura?
Il rischio maggiore sarebbe costruire un’alternativa europea che dipenda comunque da cloud americani, GPU americane, modelli americani e componenti software americani. Sarebbe sovranità con una bella bandiera europea appoggiata sopra un rack di tecnologia importata.
La questione militare rende tutto ancora più urgente. NATO non sta rallentando l’adozione dell’AI per aspettare che l’Europa risolva il proprio problema di sovranità. Sta facendo esattamente il contrario. Nel 2026 l’Alleanza ha utilizzato Maven come base per un programma destinato a integrare nuove aziende e nuove capacità nel proprio ambiente digitale, mentre altri programmi stanno sperimentando sistemi per aumentare la velocità della pianificazione e dell’esecuzione operativa.
Il punto è che la superiorità militare del futuro potrebbe essere misurata anche in millisecondi. Non soltanto chi dispone del missile migliore, ma chi riesce a passare più rapidamente dall’osservazione alla comprensione, dalla comprensione alla decisione e dalla decisione all’azione. In questo modello, la capacità di calcolo diventa una componente della deterrenza tanto quanto radar, satelliti e munizioni.
Ed è qui che la domanda iniziale ritorna, con una forza quasi politica. Se un sistema AI indica un obiettivo dopo avere analizzato una quantità di informazioni che nessun gruppo umano potrebbe esaminare nello stesso tempo, il comandante conserva certamente il diritto di dire no. Ma la difficoltà reale consiste nel costruire un “no” informato. Contraddire una macchina diventa difficile quando non si possiede né la sua velocità né la sua capacità di correlazione.
Il problema non è quindi necessariamente un’intelligenza artificiale che prende il controllo. È un’intelligenza artificiale che definisce progressivamente ciò che appare razionale al decisore. Il presidente rimane formalmente al comando, ma il sistema determina quali dati vede, quali correlazioni emergono, quali alternative vengono generate e quale opzione appare statisticamente più convincente.
Questo cambia anche il significato di human in the loop. Avere un essere umano nell’ultimo anello della catena non garantisce automaticamente che l’essere umano controlli davvero il processo. Se l’AI ha già filtrato milioni di informazioni, classificato gli obiettivi, stimato le probabilità, calcolato i rischi e prodotto una raccomandazione, l’operatore può trovarsi nella posizione psicologica e organizzativa di chi deve giustificare perché vuole ignorare un sistema apparentemente più informato di lui.
La vera questione strategica diventa allora la sovranità della decisione, non semplicemente la sovranità del software. Uno Stato può possedere i propri server e continuare a dipendere da un sistema cognitivo che non controlla. Può possedere il data center e non possedere il modello. Può possedere il modello e non possedere le GPU. Può possedere le GPU e dipendere comunque da un ecosistema software straniero. La sovranità digitale è una catena; basta un anello esterno per trasformare l’indipendenza in dipendenza differita.
Palantir rappresenta quindi un test molto più grande di Palantir. Se l’Europa riuscirà a sviluppare sistemi interoperabili, scalabili e realmente sostituibili, avrà dimostrato di poter trasformare la propria retorica sulla sovranità digitale in capacità industriale. Se invece scoprirà che rimuovere una piattaforma americana significa ricostruire anni di software, competenze, dati e procedure operative, emergerà una verità meno elegante: la dipendenza tecnologica non si misura dal numero di contratti firmati con aziende straniere, ma dal numero di decisioni che diventano difficili da prendere senza di esse.
La beffa finale è che proprio mentre alcuni governi europei cercano di liberarsi dalla dipendenza da Palantir, la NATO sta rendendo Maven pienamente operativo sulla propria rete classificata e sta utilizzandolo come piattaforma sulla quale innestare ulteriori capacità AI. L’Alleanza non sta quindi costruendo necessariamente un futuro senza Palantir; sta costruendo un’architettura nella quale Palantir è oggi uno degli strati fondamentali, mentre altri fornitori vengono progressivamente invitati a competere sopra e intorno ad esso.
Questo è forse il punto più interessante per l’Europa. La sovranità non richiede necessariamente di espellere ogni tecnologia americana. Richiede la capacità di poterlo fare senza spegnere il sistema. Un’infrastruttura realmente sovrana è quella nella quale il fornitore può essere sostituito, il modello può cambiare, i dati possono migrare e la catena decisionale continua a funzionare. Quando questo diventa possibile, Palantir torna a essere quello che dovrebbe essere ogni grande fornitore tecnologico: un fornitore. Fino ad allora, il rischio è che diventi qualcosa di molto più importante, una parte invisibile dell’apparato cognitivo dello Stato.