Mentre l’industria dell’intelligenza artificiale investe centinaia di miliardi di dollari nello sviluppo di modelli sempre più autonomi, una parte sorprendente delle chiavi interpretative per comprendere questa trasformazione non proviene dai laboratori della Silicon Valley, bensì dalla filosofia francese del secondo Novecento. In particolare, il libro Gilles Deleuze and the Atheist Machine: The Achievement of Philosophy di F. LeRon Shults sta assumendo oggi una rilevanza inattesa, ben oltre i tradizionali confini accademici.
Quando Shults analizza il pensiero di Gilles Deleuze attraverso la metafora della “macchina atea”, descrive un universo privo di un centro sovrano, senza un principio trascendente che organizzi e governi il reale dall’alto. La realtà, secondo Deleuze, non è una struttura statica ma un insieme dinamico di relazioni, connessioni, flussi e trasformazioni continue. Le macchine deleuziane non sono ingranaggi meccanici nel senso industriale del termine; rappresentano piuttosto sistemi aperti, reti di interazioni che producono incessantemente nuove configurazioni.
L’analogia con l’intelligenza artificiale contemporanea appare quasi inevitabile. I moderni modelli di frontiera, da GPT a Claude fino ai sistemi multimodali di nuova generazione, non possiedono un decisore centrale, un nucleo cosciente o un’autorità interna assimilabile alla tradizionale idea di soggetto razionale. La loro capacità emerge dall’interazione di miliardi di parametri distribuiti, addestrati su immense quantità di dati. La conoscenza non risiede in un luogo specifico; emerge statisticamente dalle relazioni interne alla rete.
Da questa prospettiva, l’architettura stessa dei grandi modelli linguistici sembra incarnare molti dei principi deleuziani. L’intelligenza non appare più come una proprietà individuale e stabile, bensì come il risultato emergente di processi distribuiti. La vecchia metafora cartesiana della mente come entità separata e ordinatrice lascia progressivamente spazio a sistemi complessi, adattivi e profondamente relazionali.
Questa trasformazione non riguarda soltanto la tecnologia. Le conseguenze economiche e organizzative potrebbero essere altrettanto profonde. Dalla rivoluzione industriale, le imprese hanno adottato modelli gerarchici verticali, eredità diretta della rivoluzione industriale. L’emergere degli agenti autonomi sta progressivamente erodendo tale paradigma. Le organizzazioni del futuro potrebbero assomigliare molto più ai rizomi descritti da Deleuze che alle tradizionali strutture piramidali. Reti di agenti specializzati, coordinati ma relativamente autonomi, potrebbero sostituire vaste porzioni delle attuali catene decisionali.
Anche la concezione dell’identità umana viene radicalmente messa in discussione. Per Deleuze il soggetto non costituisce un’entità fissa, ma un nodo temporaneo attraversato da desideri, informazioni, relazioni e influenze esterne. Nell’epoca delle piattaforme digitali questa intuizione assume un carattere quasi empirico. Gli algoritmi personalizzano contenuti, influenzano preferenze, orientano comportamenti collettivi e partecipano alla costruzione stessa dell’identità individuale. L’essere umano digitale diventa un processo più che una sostanza.
La rilevanza contemporanea di Deleuze emerge ancora più chiaramente quando si affronta il tema del dual use tecnologico. Sebbene il filosofo francese non utilizzasse questa espressione, l’ambivalenza delle macchine attraversa l’intera sua opera. Nessuna tecnologia, nella prospettiva deleuziana, è intrinsecamente emancipatrice o oppressiva. Ogni macchina genera simultaneamente nuove possibilità e nuove forme di controllo.
Applicata all’intelligenza artificiale, questa intuizione appare straordinariamente attuale. I modelli generativi possono accelerare la ricerca scientifica, democratizzare l’accesso alla conoscenza e incrementare la produttività economica globale. Gli stessi sistemi possono però essere utilizzati per campagne di disinformazione automatizzata, operazioni di guerra cognitiva, cyberattacchi su larga scala, sorveglianza di massa e sviluppo di capacità militari autonome.
La medesima infrastruttura computazionale che consente di progettare nuovi farmaci può contribuire all’identificazione di agenti biologici potenzialmente pericolosi. Gli algoritmi che supportano diagnosi mediche avanzate possono essere riconfigurati per sistemi di targeting militare. La storia dell’innovazione dimostra che quasi tutte le tecnologie strategiche, dall’energia nucleare a Internet, hanno seguito percorsi analoghi. L’intelligenza artificiale non rappresenta un’eccezione.
In Millepiani, scritto insieme a Félix Guattari, Deleuze introduce inoltre la distinzione tra “macchina da guerra” e “apparato di Stato”. La prima rappresenta il movimento, l’innovazione e la capacità di rompere gli equilibri esistenti; il secondo tende invece alla regolazione, alla stabilizzazione e al controllo. L’attuale competizione geopolitica sull’intelligenza artificiale sembra riprodurre esattamente questa dinamica.
Le startup della Silicon Valley agiscono inizialmente come autentiche macchine da guerra: destrutturano mercati, ridefiniscono interi settori economici e introducono innovazioni radicali. Raggiunta una certa scala, tuttavia, queste stesse organizzazioni vengono rapidamente integrate negli apparati statali, soprattutto nei settori della difesa, dell’intelligence e della sicurezza nazionale.
Le recenti decisioni degli Stati Uniti di limitare l’accesso ai modelli di frontiera a soggetti selezionati e autorizzati dal governo dimostrano come l’AI sia ormai considerata una tecnologia strategica comparabile alle infrastrutture nucleari o spaziali. Stati Uniti, Cina ed Europa non stanno semplicemente competendo per quote di mercato; stanno costruendo differenti architetture del potere tecnologico globale.
La lezione forse più importante che emerge dal lavoro di Shults consiste proprio in questo: le macchine non sono mai neutrali. Ogni innovazione ridefinisce i rapporti di potere, redistribuisce capacità economiche e modifica gli spazi della libertà individuale. Confondere il progresso tecnologico con il progresso umano costituisce uno degli errori più ricorrenti della modernità.
Paradossalmente, mentre la Silicon Valley continua a promettere una futura superintelligenza artificiale capace di risolvere ogni problema umano, un filosofo francese scomparso nel 1995 offre strumenti concettuali sorprendentemente efficaci per comprendere i rischi, le opportunità e le profonde trasformazioni sistemiche generate dall’AI. Per dirigenti, policy maker e imprenditori tecnologici, ignorare Deleuze potrebbe rivelarsi meno una scelta culturale che un errore strategico.