A Marine Colonel, His Team, and the Dawn of AI Warfare
La guerra accelerata dall’algoritmo: quando uccidere diventa un problema di latenza
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Nel primo giorno dell’assalto all’Iran, secondo quanto riportato, gli Stati Uniti hanno colpito oltre mille obiettivi. Un numero quasi doppio rispetto allo “shock and awe” iracheno del 2003, che all’epoca sembrò il massimo della potenza industriale applicata alla distruzione. Ventitré anni dopo, la vera innovazione non è il missile, né il drone, né il satellite. È il workflow. La Silicon Valley ha finalmente trovato il product-market fit definitivo: ottimizzare la kill chain.
Il sistema al centro di questa trasformazione si chiama Maven Smart System, evoluzione del Project Maven nato nel 2017. In origine doveva aiutare a leggere immagini da droni attraverso computer vision. Una promessa apparentemente innocua, quasi burocratica: ridurre il lavoro umano, ordinare dati, segnalare anomalie. Il solito copione. Ogni rivoluzione tecnologica si presenta come un assistente amministrativo e finisce per ridisegnare i rapporti di potere. Il foglio Excel ha cambiato la finanza. Il CRM ha cambiato il commercio. Maven rischia di cambiare il ritmo stesso della guerra.
La storia è istruttiva. Google fu coinvolta inizialmente, poi travolta dalle proteste interne dei dipendenti che non gradivano l’idea di addestrare AI per scopi militari. Un raro momento in cui la coscienza morale entrò in riunione con il reparto vendite. Google uscì. Entrarono altri. Palantir prese il timone, con contributi tecnologici di Microsoft, Amazon, Anthropic e altri attori. Come spesso accade, nel capitalismo digitale il problema non è mai l’offerta. Se uno rifiuta un contratto, dieci concorrenti bussano alla porta.
Maven oggi integra immagini satellitari, radar, social media, segnali elettronici e decine di fonti informative per identificare entità sul campo di battaglia. Il lessico conta. Non si parla di persone, case, scuole, convogli, errori. Si parla di entità. Quando la lingua si sterilizza, la coscienza segue. È una vecchia lezione della burocrazia novecentesca, aggiornata con interfaccia touch.
Il punto più inquietante non è che il sistema suggerisca bersagli. È che comprima il tempo decisionale. Un processo che richiedeva ore ora può richiedere secondi. Alcuni ufficiali sostengono che si possa passare da meno di cento bersagli al giorno a mille, e con l’aggiunta di LLM persino a cinquemila. La produttività entra così nel vocabolario bellico con la stessa eleganza con cui entrò nelle catene di montaggio. Henry Ford avrebbe apprezzato. Forse anche temuto.
Qui emerge la vera mutazione strategica. Per secoli la guerra è stata limitata non solo da morale e diritto, ma da attrito: lentezza, comunicazioni imperfette, frizioni logistiche, dubbi umani. Clausewitz lo chiamava friction. Oggi una parte di quell’attrito viene trattata come inefficienza da eliminare. È la religione manageriale del XXI secolo: tutto ciò che rallenta è un bug. Ma nella guerra il rallentamento spesso salva vite. Una telefonata mancata può essere tragedia; una telefonata in più può evitarla.
L’episodio della scuola femminile colpita in Iran, con oltre 150 morti secondo il racconto citato, è il simbolo brutale di questa contraddizione. L’edificio era stato in passato parte di una base navale iraniana, ma risultava online come scuola e immagini satellitari mostravano aree gioco. Il dibattito pubblico si è concentrato sulle eventuali “allucinazioni” di Claude. Comodo, quasi terapeutico. Dare la colpa al chatbot rassicura: sembra un errore tecnico, correggibile con la prossima release. Più scomodo riconoscere che il problema sistemico è l’accelerazione del processo decisionale basato su dati incompleti, obsoleti o mal governati.
Un chatbot non preme il grilletto. Una dashboard sì, indirettamente. Meglio: lo rende premibile più in fretta.
Il culto contemporaneo dell’AI soffre di una malattia cronica: confonde velocità con intelligenza. Un LLM che riassume, classifica, prioritizza e propone alternative appare brillante perché riduce il tempo umano. Ma ridurre il tempo umano non equivale ad aumentare la qualità del giudizio umano. Nelle aziende lo vediamo ogni giorno: report più rapidi, decisioni non sempre migliori. Trasportare questa logica sul campo di battaglia significa industrializzare l’errore con SLA eccellenti.
I difensori di questi sistemi ribattono che più dati significano più trasparenza, più auditabilità, più accountability. In teoria hanno ragione. Un sistema digitale traccia eventi meglio di un tavolo pieno di telefoni, appunti e sedie girevoli. Ma la storia del management insegna che i log non sostituiscono il giudizio. Enron produceva documentazione impeccabile. Lehman Brothers aveva dashboard sofisticate. La crisi non nasceva dall’assenza di dati, ma dall’eccesso di fiducia nei dati selezionati.
Un altro nodo cruciale è psicologico. Gli ethicists militari parlano di “gamification della guerra”. Espressione perfetta. Chiunque abbia guidato team operativi sa che l’interfaccia modella il comportamento. Se uno schermo mostra target prioritizzati, punteggi di rischio, finestre temporali, conferme rapide, l’utente tende a seguire il flusso. Non per malizia, ma per design cognitivo. L’operatore smette di chiedersi “è giusto?” e passa a “è il prossimo step?”. Il software trasforma il dilemma morale in procedura.
Le aziende tech conoscono benissimo questo meccanismo. È lo stesso principio che spinge utenti a cliccare “accetta tutto”, rider a correre di più, trader retail a overtrading. Solo che qui il costo non è un abbonamento inutile o una perdita finanziaria. È una vita.
Colpisce anche la traiettoria industriale di Palantir. Per anni percepita come società opaca, ideologica, marginale rispetto ai giganti consumer, oggi appare profetica. Mentre il mercato inseguiva app per condividere foto di brunch e startup che promettevano di “reinventare il dentifricio”, Palantir costruiva infrastrutture decisionali per governi e apparati di sicurezza. Meno glamour, più cash flow geopolitico. Peter Thiel ha spesso capito prima degli altri dove si sposta il potere: lontano dagli slogan libertari, vicino allo Stato.
La guerra in Ucraina è stata un acceleratore. I sistemi addestrati nel deserto afghano non riconoscevano bene carri armati sulla neve. Soluzione: retraining rapido con nuovi dataset. È l’ennesima prova che l’AI contemporanea non “capisce”; generalizza statisticamente entro i limiti del training. Quando cambia il contesto, inciampa. Nulla di scandaloso in ambito commerciale. Se un modello sbaglia una raccomandazione e-commerce, pazienza. Se sbaglia una firma termica su un fronte, il costo è differente.
Qui si intravede il futuro prossimo: armi sempre più autonome, droni capaci di selezionare e colpire da soli, sistemi navali esplosivi semi-autonomi, sciami coordinati. La promessa sarà sempre la stessa: precisione, deterrenza, riduzione del rischio per i propri soldati. Tutto vero, in parte. Ma ogni tecnologia che abbassa il costo politico interno della guerra tende storicamente a renderla più praticabile. Se perdi meno uomini tuoi, sei più disposto a usare forza. È la matematica cinica del consenso democratico.
Il paradosso finale è strategico. Colpire mille obiettivi in un giorno non equivale a vincere una guerra. Jim Mattis lo ha ricordato: il targeting non sostituisce la strategia. È una frase che ogni CEO dovrebbe appendere in ufficio. Anche nel business molti confondono attività con risultato, KPI con vantaggio competitivo, velocità con direzione. Mandare mille email non crea mercato. Bombardare mille target non crea ordine politico.
La vera domanda non è se l’AI renderà la guerra più efficiente. Lo farà. La domanda è se renderà la pace più probabile. Su questo, il silenzio è notevole.
Esiste poi un rischio meno discusso: la normalizzazione culturale. Una generazione di decisori crescerà abituata a sistemi che suggeriscono priorità, valutano minacce, presentano opzioni ottimizzate. Quando l’automazione entra nel processo, la non automazione appare irresponsabile. Se hai uno strumento che promette più rapidità e più precisione, chi osa rallentare? Chi firma per dire: preferisco due ore di verifica umana? In un ecosistema competitivo, il dubbio diventa un lusso.
Eppure il dubbio è precisamente ciò che separa la civiltà dalla pura meccanica.
Il secolo scorso ha costruito macchine per produrre massa. Questo secolo costruisce macchine per decidere massa. La differenza sembra sottile; è immensa. Maven non è solo un software militare. È un prototipo di governance algoritmica applicata all’estremo. Se funziona lì, verrà imitato altrove: polizia predittiva, confini intelligenti, finanza sovrana, gestione sociale ad alta frequenza.
La Silicon Valley ama dire “move fast and break things”. Nel contesto consumer produceva social network tossici e scooter abbandonati sui marciapiedi. Nel contesto militare, la seconda parte della frase smette di essere metafora.