Primo maggio, otto ore di lavoro, otto di riposo, otto per vivere. Una formula semplice, quasi elegante nella sua aritmetica sociale, conquistata quando le macchine erano rumorose, visibili e, tutto sommato, più facili da contestare. Oggi le macchine sono silenziose, invisibili, incorporate nel software che assegna turni, valuta performance e decide chi lavora e chi resta fuori. Eppure la domanda è rimasta identica: chi guadagna e chi paga? Nell’articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore, Renato Brunetta affronta il nodo senza giri di parole: l’intelligenza artificiale non è solo una tecnologia, è un nuovo terreno di conflitto e, soprattutto, di contrattazione. Non un destino inevitabile, ma una scelta collettiva da governare.
La storia, del resto, non è nuova. Ogni rivoluzione tecnologica ha seguito lo stesso copione: prima corre l’innovazione, poi arrivano le disuguaglianze, infine la politica e le parti sociali tentano di rimettere ordine. È successo con l’elettricità, con il computer, con Internet e ogni volta il lavoro ha dato l’impressione di perdere terreno, salvo poi riconquistarlo attraverso regole, diritti e nuovi equilibri.
L’intelligenza artificiale non fa eccezione, ma accelera tutto. È già dentro le organizzazioni, non aspetta decreti né contratti. Opera nei call center, nei sistemi di selezione del personale, nella gestione delle piattaforme digitali. Decide, suggerisce, ottimizza. E lo fa con una velocità che rischia di rendere la risposta istituzionale sempre in ritardo rispetto all’evoluzione.
Per questo, sostiene Brunetta, il punto non è inseguire la tecnologia ma anticiparla con una mossa precisa: portare l’intelligenza artificiale generativa dentro la contrattazione collettiva. Non come tema accessorio, ma come elemento strutturale. L’obiettivo è trasformarla da strumento calato dall’alto a processo partecipato. In altre parole, da algoritmo opaco a “intelligenza artificiale partecipativa”.
A pensarci bene, l’idea è meno teorica di quanto sembri. Significa che i lavoratori e le loro rappresentanze devono poter intervenire prima che i sistemi vengano implementati. Devono avere accesso alle logiche che li governano, negoziare come vengono utilizzati e come vengono distribuiti i benefici che producono. Perché se l’algoritmo resta una scatola chiusa, il rischio è fin troppo familiare: una versione aggiornata del vecchio taylorismo, con il cronometro sostituito dal machine learning.
E qui il tono si fa più serio. Senza partecipazione, l’intelligenza artificiale rischia di diventare uno strumento neo-fordista, capace di comprimere il lavoro invece che valorizzarlo. Un direttore del personale digitale, instancabile e perfettamente efficiente, ma privo di quella dimensione relazionale che ha tenuto insieme un secolo e mezzo di relazioni industriali.
Il punto è urgente anche per un altro motivo. L’AI che conosciamo oggi è solo l’inizio. I prossimi sviluppi, in particolare i sistemi cosiddetti “agentici”, promettono di compiere un salto ulteriore: non solo supportare decisioni, ma prenderle in autonomia operativa. L’impatto non riguarderà solo lavori ripetitivi, ma una vasta fascia di professioni intermedie, il cuore stesso del ceto medio.
A questo scenario Brunetta oppone una parola chiave che ritorna con forza: partecipazione. Non come slogan, ma come architettura del sistema. Un concetto che affonda le radici nel pensiero di Marco Biagi e che oggi riemerge come condizione necessaria per governare la transizione.
Il tema non è solo economico. È profondamente politico. Quando l’intelligenza artificiale viene introdotta senza coinvolgimento, si restringe lo spazio dell’azione umana, quella dimensione che Hannah Arendt, filosofa e una delle maggiori teoriche della politica del XX secolo, descriveva come la capacità di iniziativa, relazione e cambiamento. L’algoritmo può ottimizzare processi, ma non può sostituire la responsabilità e l’imprevedibilità delle decisioni umane. Se lo spazio dell’azione si riduce, si indebolisce anche la democrazia nei luoghi di lavoro.
Non è un rischio teorico. Il dibattito economico lo ha già messo in evidenza. Daron Acemoglu, premio Nobel per l’economia e professore al MIT, ha mostrato come l’automazione possa produrre sia crescita sia esclusione, a seconda di come viene implementata. E ha lanciato un avvertimento sulle tecnologie “so-so”, quelle che riducono i costi senza creare vero valore. Il classico esempio è un servizio automatizzato che funziona peggio di un umano ma costa meno. Un guadagno immediato che si trasforma in perdita collettiva nel lungo periodo.
Eppure, esiste anche un’altra possibilità. La storia insegna che quando una tecnologia riduce i costi, spesso aumenta la domanda. È il cosiddetto effetto Jevons: più una risorsa diventa accessibile, più viene utilizzata. I computer non hanno eliminato il lavoro d’ufficio, lo hanno moltiplicato. L’intelligenza artificiale potrebbe seguire lo stesso percorso, ma solo a una condizione: che la transizione sia governata.
Qui entra in gioco il ruolo delle istituzioni e dei corpi intermedi. Non come residui del passato, ma come reti capaci di connettere interessi diversi e trasformare un cambiamento potenzialmente conflittuale in un processo condiviso. È in questa logica che nasce OPERA, l’osservatorio del CNEL dedicato alle politiche e alle relazioni industriali nell’era dell’intelligenza artificiale.
Alla base di questa visione c’è un’idea che sfida una lunga tradizione economica: il lavoro non è una merce. O almeno, non lo è mai stato davvero. È una relazione, un elemento costitutivo della società. Ridurlo a semplice costo significa perdere di vista il suo ruolo nel costruire coesione, fiducia, identità.
Un pensiero che richiama la tradizione dell’economia civile, dove il mercato non è solo scambio ma anche legame sociale. In questa prospettiva, concetti come fiducia e reciprocità non sono accessori morali, ma infrastrutture economiche.
Il punto, allora, torna a essere sorprendentemente semplice. L’intelligenza artificiale ottimizza ciò che le viene chiesto di ottimizzare. Se l’obiettivo è il profitto di breve periodo, produrrà quello. Se includiamo qualità del lavoro e coesione sociale, potrà contribuire anche a questi.
Serve una scelta. E serve farla adesso, non dopo.
Perché le grandi trasformazioni non si governano quando sono finite. Si governano mentre accadono. E il primo maggio, più che una celebrazione, torna a essere un promemoria: il lavoro non si difende da solo. Si negozia, si progetta, si condivide. Anche, se non soprattutto, quando a scrivere le regole sembra essere un algoritmo.