Mentre in Occidente ci si interroga se l’intelligenza artificiale sostituirà prima gli sviluppatori o i copywriter, a Pechino il dibattito è già passato alla fase pratica, con tribunali chiamati a decidere se un licenziamento motivato da un software può considerarsi legittimo. Wuhan ha i suoi taxi robot che scivolano silenziosi tra i palazzi, Hangzhou ha i suoi sceneggiatori che guardano un algoritmo scrivere quaranta episodi in una manciata di minuti, e in mezzo c’è una popolazione lavorativa di oltre un miliardo di persone che osserva la propria economia riscrivere le regole del gioco in tempo reale.

Un piano quinquennale contro il calo demografico

Per anni il governo cinese ha presentato l’automazione come la risposta naturale a un problema strutturale ben noto, ovvero il calo della popolazione in età lavorativa, destinata a contrarsi di circa un quarto entro il 2050.

Robot, logistica autonoma, veicoli a guida automatica e modelli generativi dovevano colmare quel vuoto demografico con l’efficienza dei sistemi automatizzati. Il problema, come spesso accade quando la teoria incontra la realtà, è il ritmo.

L’intelligenza artificiale non si è fermata alle catene di montaggio, ma è entrata nei servizi, nei media, nella gig economy e negli uffici a una velocità che il mercato del lavoro fatica ad assorbire.

Secondo una stima di Citibank, circa il 9,6 per cento dei posti di lavoro in Cina, quasi 70 milioni, è considerato a rischio significativo di spostamento legato all’IA, con una quota che sale al 13,6 per cento tra i lavoratori nei loro vent’anni.

Il caso dei microdrammi: creati dall’AI, divorati dall’AI

Il settore dei microdrammi, quelle serie ultra brevi da uno a tre minuti pensate per lo smartphone, racconta bene il paradosso cinese. Esploso nel 2025 fino a diventare un business da circa 100 miliardi di yuan, l’equivalente di quindici miliardi di dollari, con 700mila posti di lavoro diretti e forse 1,3 milioni indiretti, era stato uno dei rari comparti in chiara espansione occupazionale in un’economia altrimenti in affanno.

Ora però gli stessi produttori usano modelli linguistici per trasformare romanzi web in decine di episodi, strumenti di generazione video per creare le scene, sintesi vocale per il doppiaggio e software automatici per il montaggio.

Un lavoro che prima richiedeva sceneggiatori, operatori, doppiatori, esperti di effetti visivi e montatori si sta riducendo a una pipeline gestita da pochi tecnici. Il settore che l’AI aveva contribuito a far nascere è diventato il primo a sperimentare quanto l’AI stessa possa erodere il valore del lavoro umano che lo sosteneva.

Autisti, rider e la prima linea della trasformazione

Il fronte più visibile resta quello dei trasporti.

La Cina è tra i paesi più avanzati nella sperimentazione di veicoli autonomi e flotte robotizzate, e questo mette sotto pressione milioni di posti di lavoro in un segmento che aveva finora assorbito buona parte della disoccupazione urbana e rurale.

La gig economy cinese, che conta oltre 200 milioni di lavoratori considerati flessibili, mostra già segnali di raffreddamento, con un calo nel numero di autisti di ride hailing, camionisti e livestreamer, mentre chi resta si trova a fare i conti con condizioni sempre più precarie.

Le proteste contro i taxi robot registrate a Wuhan non sono un esercizio accademico da think tank, ma il segnale concreto di una tensione sociale che si gioca sul pane quotidiano di milioni di persone.

Anche i colletti bianchi non sono al riparo

L’automazione non risparmia gli uffici.

Nelle grandi aziende internet cinesi circolano racconti di licenziamenti silenziosi, in cui dopo l’introduzione interna di agenti AI, copiloti per il codice e strumenti di automazione dei report, le aziende smettono di rinnovare i contratti e riducono gradualmente gli organici senza annunci clamorosi.

I numeri parlano chiaro: nel primo trimestre del 2026 la domanda per ruoli di editing è scesa del 29 per cento su base annua, quella per il servizio clienti del 23 per cento, quella per il visual design del 21 per cento, mentre le posizioni che richiedono competenze legate all’AI sono cresciute del 73 per cento.

Spesso l’algoritmo non elimina del tutto una posizione, ma comprime i compiti di chi resta, che si ritrova a gestire più mansioni con aspettative di produttività più alte, in un equilibrio precario tra efficienza e sostenibilità del carico di lavoro.

Pechino tra ambizione tecnologica e ordine sociale

Il nodo politico è tanto semplice quanto delicato. Il governo vuole essere leader mondiale nell’intelligenza artificiale, ma non può permettersi ondate di disoccupazione capaci di minare l’ordine sociale su cui si regge il proprio consenso.

Per questo, accanto alla spinta verso l’automazione, Pechino moltiplica i segnali di una politica che potremmo definire job first, con documenti ufficiali che parlano di affrontare in modo comprensivo gli effetti dell’AI sull’occupazione, programmi di formazione e riqualificazione professionale, e discussioni su schemi di protezione simili ad assicurazioni contro la disoccupazione tecnologica.

Anche i tribunali sono stati coinvolti in questo equilibrismo, con sentenze che hanno dichiarato illegittimi licenziamenti motivati dalla sostituzione con software di intelligenza artificiale, affermando che il progresso tecnologico dovrebbe liberare il lavoro e migliorare la qualità della vita, non semplicemente eliminarlo.

Tre strade possibili per i prossimi anni

Il primo scenario possibile è quello di un’intelligenza artificiale con il freno a mano tirato, in cui Pechino rallenta deliberatamente alcuni segmenti particolarmente sensibili, come i taxi robot o l’automazione massiccia nei servizi, usando sussidi e vincoli normativi per proteggere i posti più esposti, accettando una crescita economica più contenuta in cambio di maggiore stabilità sociale.

Il secondo scenario prevede invece una corsa all’efficienza con tensioni gestite, in cui il governo spinge forte sull’automazione, accetta una certa quota fisiologica di disoccupazione tecnologica e prova a compensarla con formazione e ammortizzatori mirati, correndo però il rischio che la macchina formativa non riesca a tenere il passo con la velocità del cambiamento, specialmente tra i più giovani.

Il terzo scenario, il più temuto, è quello di una rottura sociale, in cui una transizione troppo rapida unita a meccanismi di protezione troppo deboli potrebbe generare focolai di protesta più ampi, non limitati ai robotaxi ma estesi anche ai settori impiegatizi e alla gig economy, uno stress che in un sistema autoritario rappresenta un rischio strategico di primo ordine.

Perché il resto del mondo guarda a Pechino

La partita cinese non riguarda solo la Cina.

Se Pechino riuscisse a gestire la transizione verso un’economia intensiva di intelligenza artificiale senza far esplodere tensioni sociali, offrirebbe al mondo un modello, per quanto autoritario, comunque efficace da studiare.

Se invece la gestione fallisse, il caso cinese diventerebbe un monito globale, la prova che l’intelligenza artificiale può essere un potente motore di crescita ma anche un acceleratore di disuguaglianze e instabilità, ogni volta che la governance del lavoro non riesce a tenere il passo con quella tecnologica.

Per ora la Cina continua a correre, ma la domanda che resta sul tavolo è quanto a lungo un regime possa spingere sull’automazione senza mettere alla prova il patto sociale su cui si fonda il proprio potere.