Un uomo che promette di salvare il mondo con l’intelligenza artificiale, ma che viene accusato dai suoi stessi collaboratori di non dire sempre la verità. Sembra l’incipit di una serie TV, invece è il cuore di un’inchiesta reale. Quella pubblicata il 6 aprile da The New Yorker, “Can Sam Altman Be Trusted?”, firmata dal direttore David Remnick, che riprende e introduce il lavoro monumentale dei giornalisti Ronan Farrow e Andrew Marantz.

La storia parte da un momento che ormai ha il sapore del mito tech: novembre 2023. Il board di OpenAI licenzia improvvisamente il suo CEO, Sam Altman. La motivazione ufficiale è vaga, “non sempre trasparente nelle comunicazioni”, ma dietro le quinte circola qualcosa di più pesante: un memo interno firmato da Ilya Sutskever, chief scientist dell’azienda, che elenca una presunta “pattern di comportamento” il cui primo punto è, senza troppi giri di parole, “mentire”.

Non esattamente il tratto ideale per chi guida una tecnologia che potrebbe ridefinire l’umanità.

Eppure, il colpo di scena arriva subito: nel giro di pochi giorni Altman torna al suo posto, sostenuto da investitori, dipendenti e partner pronti a far saltare tutto pur di riaverlo. Una sorta di “resurrezione aziendale” che dentro OpenAI chiamano “the Blip”, come nei film Marvel. Ironico, considerando che qui non spariscono supereroi, ma regole di governance.

Il cuore dell’inchiesta, basata su oltre cento interviste e centinaia di documenti, non è tanto se Altman abbia commesso un singolo illecito clamoroso, quanto un aspetto più sottile e inquietante: una somma di comportamenti ambigui, mezze verità, versioni contraddittorie e promesse adattate all’interlocutore di turno. Una specie diciamo di “flessibilità narrativa”, che nel mondo delle startup può sembrare quasi una skill. Finché non riguarda la sicurezza dell’AI.

Secondo diversi testimoni, Altman possiede una combinazione rara: il bisogno quasi compulsivo di piacere e una scarsa preoccupazione per le conseguenze delle sue eventuali omissioni. Alcuni arrivano a usare parole forti, come “sociopatico”, per definirlo nel corso delle interviste.

Giudizi estremi, certo. Ma il fatto che emergano con questa frequenza in ambienti diversi, da ex colleghi a partner industriali, è uno degli elementi che rende il profilo così “disturbante”.

Nel frattempo, la missione originaria di OpenAI sembra essersi trasformata. Nata come organizzazione non profit per garantire che l’intelligenza artificiale fosse sviluppata “per il bene dell’umanità”, oggi è una macchina da miliardi, sempre più orientata al profitto.

Secondo documenti interni citati nell’inchiesta, la priorità sarebbe ormai diventata: prodotto e ricavi, e solo dopo sicurezza. Altman stesso ha contribuito a questo cambio di tono: dal catastrofismo iniziale a un ottimismo quasi evangelico, “costruiremo cose meravigliose per tutti”, che ridimensiona i problemi di allineamento dell’AI a favore di una narrativa più comoda.

La parte più affascinante e per certi versi anche ambigua riguarda il ritratto psicologico che emerge: Altman viene descritto come un “pitchman” eccezionale, capace di convincere chiunque che le sue priorità coincidano con le loro. Un talento che ricorda il famoso “reality distortion field” di Steve Jobs, ma con una posta in gioco decisamente più alta.

Fin da giovane, raccontano amici e colleghi, mostra una determinazione quasi ossessiva a vincere. E una certa tendenza a confondere ciò che potrebbe essere con ciò che è già stato realizzato. Nel mezzo, ci sono anche accuse più concrete: tentativi di ostacolare regolamentazioni sull’AI, relazioni con governi stranieri, strategie per espandere il business globale anche in contesti geopolitici delicati. E poi la gestione del potere interno: alleati premiati, oppositori isolati, board ristrutturati dopo il suo ritorno. Una dinamica che alcuni descrivono senza mezzi termini come “Sam first”.

La domanda iniziale, quindi, torna inevitabile: ci si può fidare di Sam Altman?

La risposta, se si cerca una formula semplice, non arriva. L’inchiesta del The New Yorker non emette una sentenza definitiva. Piuttosto, costruisce un paradosso: Altman potrebbe essere esattamente il tipo di leader necessario per costruire qualcosa di rivoluzionario: è un visionario, del tutto spregiudicato e fortemente instancabile.

Ma proprio per questo, potrebbe anche essere il meno adatto a gestirne le conseguenze.

Nel dubbio, resta una certezza: mentre il mondo discute se fidarsi di lui, Sam Altman continua a costruire il futuro. E, come spesso accade nella Silicon Valley, il futuro non aspetta che abbiamo chiarito i nostri dubbi.