I mercati energetici hanno una memoria lunga, ma ogni tanto basta un evento per farli reagire come se fosse la prima volta. La chiusura dello Stretto di Hormuz, nel pieno delle tensioni tra Stati Uniti e Iran, non ha tanto svuotato i serbatoi quanto acceso i termometri dei prezzi. Più che una crisi di offerta immediata, è una crisi di aspettative. E quando le aspettative si muovono, l’energia diventa improvvisamente molto più cara, anche prima di mancare davvero.

Il punto è che il sistema globale non ama le sorprese, soprattutto quando si parla di circa 20-21 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati (circa il 20% del consumo petrolifero globale) che attraversano uno dei passaggi più strategici del pianeta. È chiaro, visti numeri e percentuali, che non serve bloccare tutto: basta insinuare il dubbio che possa accadere per scatenare una reazione a catena.

In questo scenario, le parole di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, suonano meno come un’opinione e più come una diagnosi. Quello che sta accadendo nel Golfo, ha spiegato, è “l’evento più importante degli ultimi 40 anni dal punto di vista della caduta dell’offerta”. Tradotto, mancano all’appello milioni di barili tra prodotti raffinati e greggio, e questo basta a mettere sotto stress un sistema già fragile.

Il tema, però, non è solo geopolitico, è strutturale. “O hai capacità di produrre quello che ti serve o rischi”, ha detto Descalzi, mettendo il dito nella piaga europea. Negli ultimi vent’anni il continente ha ridotto produzione e raffinazione, affidandosi sempre più all’esterno. Una scelta razionale in tempi di stabilità, molto meno quando il contesto diventa instabile.

Da qui la proposta, destinata a far discutere, di sospendere il bando previsto dal 2027 sulle importazioni di gas russo e di rivedere il ETS, il sistema europeo di scambio delle emissioni. Non per smontarlo, ma per adattarlo a una fase eccezionale. Il messaggio è chiaro: la transizione energetica non può trasformarsi in un boomerang per l’industria.

Il gas, in questo quadro, torna protagonista quasi controvoglia. Non è la soluzione finale, ma resta il sistema più flessibile per gestire la rete. Le rinnovabili non si accendono a comando e il nucleare, dove esiste, ha tempi di risposta più lunghi. Il risultato è che il gas continua al momento ad essere il “cuscinetto” del sistema energetico.

Se Descalzi invita a un bagno di realtà, Flavio Cattaneo, alla guida di Enel, preferisce una metafora più diretta. Senza nuovi investimenti nella generazione, il rischio è arrivare “col fiato corto”. L’Italia importa circa il 16% dell’elettricità, spesso prodotta da nucleare francese, ma questa dipendenza ha una scadenza implicita. Prima o poi, anche gli altri avranno bisogno della loro energia (anche come conseguenza della corsa francese alla realizzazione dei data center).

Il problema vero quindi è nel fatto che la domanda sta per aumentare: data center, intelligenza artificiale, elettrificazione dei consumi. Tutto converge verso un unico punto: servirà molta più energia. E servirà dove oggi non sempre è disponibile, perché le rinnovabili vengono sviluppate soprattutto al Sud mentre i grandi consumi restano concentrati al Nord. E qui l’importanza della rete elettrica come asset e della sua capacità di trasporto emerge in tutta la sua importanza strategica per il Paese.

Qui entra in gioco un elemento spesso citato e raramente affrontato fino in fondo: il nucleare. Non più come tabù ideologico, ma come opzione tecnica. La fissione, oggi alla base delle centrali esistenti, permette di produrre grandi quantità di energia con basse emissioni, ma porta con sé problemi noti come la gestione delle scorie e i costi elevati. Le nuove generazioni di reattori, più sicure ed efficienti, cercano di rispondere a queste criticità, mentre i piccoli reattori modulari promettono maggiore flessibilità, almeno sulla carta.

La fusione, invece, resta la promessa più affascinante. Riprodurre sulla Terra il processo che alimenta le stelle significherebbe avere energia quasi illimitata, con meno scorie e combustibili più abbondanti. Il problema è che, tra plasma a milioni di gradi e confinamenti magnetici, la tecnologia è ancora lontana da un’applicazione industriale. Non è una soluzione per il prossimo decennio, probabilmente nemmeno per quello successivo.

Nel frattempo, le rinnovabili continuano a crescere, ma con limiti evidenti. Sono fondamentali per la decarbonizzazione, ma non bastano da sole a garantire stabilità. Servono infrastrutture, accumulo, reti intelligenti e una pianificazione che tenga conto della geografia industriale.

In questo contesto si inserisce anche, dal punto di vista delle imprese, il piano Transizione 5.0, pensato per incentivare gli investimenti industriali e digitali, inclusi quelli legati all’efficienza energetica e al software in cloud. Un tassello importante, ma ancora rallentato da incertezze normative che le imprese conoscono fin troppo bene.

Il quadro finale è meno contraddittorio di quanto sembri. La crisi di Hormuz ricorda quanto il sistema energetico globale sia ancora esposto a shock geopolitici. Le dichiarazioni dei vertici di Eni ed Enel mostrano che la transizione non può essere gestita con rigidità ideologica. Le tecnologie, AI e data center in primis, indicano che la domanda crescerà e che serviranno soluzioni diversificate: gas, nucleare, eolico, solare.

La vera domanda, allora, non è quale energia scegliere, ma quanto velocemente si riuscirà a costruire un sistema che tenga insieme sicurezza, sostenibilità e competitività. Perché mentre il mondo discute di futuro, i prezzi stanno già parlando al presente.