Plug, baby, plug”. Quando Emmanuel Macron ha pronunciato questa frase durante l’AI Action Summit a Parigi nel febbraio 2025, probabilmente immaginava di accendere una scintilla. Quello che è successo dopo, nel corso dell’ultimo anno, assomiglia più a una corsa all’oro con server al posto dei picconi e data center al posto delle miniere.

Nel giro di pochi mesi, la Francia è diventata uno dei terreni più ambiti per la costruzione di infrastrutture digitali. Decine di miliardi di euro sono piovuti sull’Hexagone: investimenti firmati da fondi internazionali, partnership strategiche e colossi tecnologici pronti a sfruttare un vantaggio competitivo non banale: energia relativamente economica e, soprattutto, a basse emissioni.

Un mix che, nell’era dell’intelligenza artificiale, vale quanto una riserva naturale di litio.

I numeri fanno impressione: circa 67 miliardi di euro di investimenti annunciati solo nel 2025. Tra i protagonisti, nomi pesanti come Brookfield Asset Management, il fondo emiratino MGX in collaborazione con Mistral AI, Nvidia e Bpifrance, oltre a Prologis. Una concentrazione di capitali che, sulla carta, dovrebbe trasformare la Francia in una potenza europea dei data center.

Sulla carta, appunto.

Perché quando si passa dai miliardi annunciati agli effetti reali sull’economia, la narrazione si fa decisamente più sfumata. Il primo nodo è quello dell’occupazione. Secondo le stime, questi investimenti genererebbero circa 2.800 posti di lavoro diretti.

Non esattamente la rivoluzione industriale forse immaginata da Macron.

Certo, il settore difende il proprio impatto: tra progettazione, costruzione e gestione, si parla di un ecosistema più ampio. Ma gli esempi concreti raccontano un’altra storia. Data center da oltre un miliardo di euro che creano una manciata di posti di lavoro permanenti. Strutture gigantesche, iper-automatizzate, dove l’intervento umano è ridotto al minimo indispensabile. Insomma, una sorta di grande fabbrica del XXI secolo, ma senza operai.

Il secondo tema, inevitabilmente, è quello della sovranità. Perché se è vero che i data center vengono costruiti sul territorio francese, è altrettanto vero che spesso appartengono o saranno gestiti da attori stranieri. E qui parliamo dei soliti noti, i grandi nomi del cloud come Amazon, Google e Microsoft che rimangono i principali utilizzatori di queste infrastrutture.

Il risultato è un paradosso tutto europeo: i dati stanno “a casa”, ma il controllo no.

E qui entra in gioco una questione giuridica tutt’altro che secondaria: l’extraterritorialità del diritto americano, incarnata dal Cloud Act. Anche se i server sono fisicamente in Francia, le aziende che li gestiscono potrebbero comunque essere soggette a normative statunitensi.

Una sovranità, insomma, più geografica che reale.

Eppure, rinunciare a questa corsa non è un’opzione semplice. Perché il rischio è che i data center vengano costruiti altrove, magari in Paesi con un mix energetico molto più inquinante, mentre la domanda digitale resta comunque francese.

Un dettaglio che preoccupa anche sul fronte ambientale. Secondo le stime, il consumo elettrico legato agli usi digitali potrebbe moltiplicarsi nei prossimi decenni. Spostare questa domanda fuori dai confini significherebbe, di fatto, esportare anche le emissioni.

In questo senso, la Francia gioca una carta importante: un sistema energetico relativamente decarbonizzato, che rende i data center meno impattanti rispetto ad altri contesti. Non è un caso che operatori e istituzioni vedano in questa dinamica anche un’opportunità per valorizzare la produzione elettrica nazionale.

A patto, però, che la rete regga.

E qui emerge un altro punto critico: la distribuzione dell’energia. I data center non possono essere costruiti ovunque, ma solo dove esistono infrastrutture adeguate. Il rischio? Collo di bottiglia, ritardi e tensioni territoriali come quelle che alcuni Stati Usa stanno già sperimentando.

Già oggi, alcuni amministratori locali iniziano a sollevare dubbi. Consumo di suolo, impatto ambientale, benefici limitati per le comunità. La promessa di sviluppo economico non sempre convince i territori coinvolti.

Alla fine, il modello francese dei data center si muove su un equilibrio delicato. Da un lato, l’ambizione di diventare un hub europeo dell’intelligenza artificiale. Dall’altro, una realtà fatta di ritorni economici meno evidenti, questioni di sovranità irrisolte e un impatto sociale ancora tutto da dimostrare.

Alla fine la sensazione è quella che la Francia stia giocando una partita necessaria, ma non completamente sotto controllo. E forse è proprio questo il punto più interessante: nella corsa globale all’AI, non basta attrarre investimenti. Bisogna anche capire chi, alla fine, ne trae davvero beneficio.