La sovranità digitale è una di quelle espressioni che tutti usano e pochi definiscono davvero. Suona bene nei convegni, fa la sua figura nei documenti strategici e permette a molti di annuire con aria grave. Roberto Baldoni, Senior Advisor for Technology and Cybersecurity Policy presso l’Ambasciata d’Italia negli Stati Uniti, prova invece a rimettere il concetto con i piedi per terra. E la prima notizia è che non significa chiudersi in casa a costruire da soli ogni chip, ogni server e ogni software come se fossimo nel Novecento con il modem analogico.
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Qualcuno a Westminster ha iniziato a farsi una domanda piuttosto scomoda: quanto è davvero autonoma la difesa britannica se i dati, il vero carburante delle operazioni moderne, passano sempre più spesso per piattaforme americane? Non è un dibattito accademico, ma una questione che tocca nervi scoperti tra sicurezza nazionale, tecnologia e geopolitica.
Palazzo Madama si trasforma per un giorno in una sorta di laboratorio strategico dove l’intelligenza artificiale smette di essere una buzzword e diventa una questione di potere, infrastrutture e, sorprendentemente, anche di democrazia. Alla conferenza “AI Italia. L’AI tra innovazione e sovranità digitale”, organizzata da Engineering, il messaggio che rimbalza tra politica e industria è uno solo: l’AI non è più tecnologia, è geopolitica applicata.
“Plug, baby, plug”. Quando Emmanuel Macron ha pronunciato questa frase durante l’AI Action Summit a Parigi nel febbraio 2025, probabilmente immaginava di accendere una scintilla. Quello che è successo dopo, nel corso dell’ultimo anno, assomiglia più a una corsa all’oro con server al posto dei picconi e data center al posto delle miniere.
Molto probabilmente è l’espressione più usata nel corso di questi primi mesi del 2026. Tuttavia, parlare di sovranità digitale oggi rischia di ridursi a un esercizio di retorica: suggestivo e politicamente efficace, ma difficilmente sostenibile quando si entra nei dettagli concreti. È esattamente questa la tesi, piuttosto netta, che emerge da una recente analisi di Boston Consulting Group, secondo cui l’idea di una piena autonomia nell’intelligenza artificiale non è solo ambiziosa, ma nella maggior parte dei casi semplicemente irrealistica.
Non bastano buoni modelli per competere nell’intelligenza artificiale. Servono potenza, infrastrutture e, dettaglio non trascurabile, una quantità impressionante di chip. Mistral AI lo ha capito bene e ha deciso di giocare la partita fino in fondo, raccogliendo 830 milioni di dollari in debito per costruire uno dei pilastri della sua strategia: un grande data center vicino Parigi.
OVHcloud scommette sull’Italia: sovranità digitale, AI e datacenter per la partita europea del cloud
Il cloud europeo cerca spazio tra i giganti globali e l’Italia diventa uno dei terreni di gioco più interessanti. La strategia di OVHcloud nel Paese non è solo un’espansione geografica, ma un tassello di una visione più ampia che intreccia tecnologia, geopolitica e autonomia digitale.
Fondata in Francia e cresciuta fino a gestire centinaia di migliaia di server distribuiti su più continenti, OVHcloud rappresenta oggi una delle poche alternative europee credibili ai grandi hyperscaler statunitensi. Una posizione che, nel contesto attuale, vale molto più di una semplice quota di mercato.
Mentre l’intelligenza artificiale ridisegna le priorità industriali e tecnologiche, anche le infrastrutture emergono come protagoniste silenziose ma decisive. Rai Way ha scelto di giocare questa partita con un progetto dalle dimensioni e ambizioni tutt’altro che marginali: un maxi data center alle porte di Roma, destinato a diventare uno dei nodi strategici della trasformazione digitale italiana.
L’annuncio è arrivato come un colpo di scena nel cuore del sistema economico italiano: Poste Italiane ha lanciato un’OPAS totalitaria volontaria su TIM, un’operazione da circa 10,8 miliardi di euro che mira a portare l’ex monopolista delle telecomunicazioni sotto il controllo diretto dello Stato. Non si tratta soltanto di un’acquisizione finanziaria, ma di una mossa strategica destinata a proteggere un asset critico del Paese: le infrastrutture digitali, i dati sensibili e l’intero apparato di cybersecurity che oggi rappresentano la spina dorsale della connettività nazionale.
Sovranità digitale è la parola che nel 2026 risuona nei corridoi di Bruxelles con la stessa frequenza con cui qualche anno fa si pronunciava transizione verde. Il concetto è semplice da enunciare e molto meno da realizzare: controllare infrastrutture, dati e tecnologie strategiche in un mondo dominato da piattaforme statunitensi e hardware asiatico.