Quando Baidu decide di alzare il tiro, lo fa in grande stile. L’annuncio dei due nuovi chip di intelligenza artificiale, M100 e M300, segna un punto di svolta nella strategia cinese verso l’autosufficienza tecnologica, una missione ormai dichiaratamente politica tanto quanto industriale. L’evento annuale del colosso di Pechino non è stato solo una passerella di innovazioni, ma una dichiarazione di indipendenza dai colossi americani, in particolare Nvidia.

Il primo, M100, firmato dalla controllata Kunlunxin Technology, è pensato per migliorare in modo significativo l’efficienza di inferenza nei modelli basati su tecniche di mixture-of-experts, una delle architetture più promettenti per rendere i sistemi AI più scalabili e meno energivori. Il secondo, M300, è progettato per addestrare modelli multimodali con trilioni di parametri, la frontiera estrema dove si misurano oggi le ambizioni di potenza computazionale e capacità di generalizzazione dei giganti dell’AI.

Secondo Shen Dou, vicepresidente esecutivo di Baidu e responsabile della divisione cloud, questi chip offriranno “potenza di calcolo potente, a basso costo e controllabile” a partire dal 2026 per M100 e dal 2027 per M300. In altre parole, un’infrastruttura che consenta alla Cina di ridurre la dipendenza dai processori americani e di consolidare un ecosistema AI completamente domestico.

Il mercato, prevedibilmente, ha reagito con scetticismo tattico: il titolo Baidu a Hong Kong ha perso meno dell’un per cento, ma il messaggio politico è arrivato forte. Baidu si unisce a Huawei, con la sua divisione HiSilicon e i chip Ascend, e a una costellazione di start-up come Cambricon, MetaX e Biren, tutte impegnate nella costruzione di GPU nazionali. È un fronte compatto che mira a spezzare il monopolio tecnologico di Nvidia, il vero fornitore del “petrolio digitale” dell’intelligenza artificiale globale.

L’ambizione è tutt’altro che timida. Baidu prevede di integrare i nuovi chip in cluster Tianchi256 entro la prima metà del prossimo anno, con un incremento di performance superiore al 50 per cento rispetto alla generazione precedente, e una versione Tianchi512 nel 2026. Obiettivo finale: un supernodo entro il 2030, capace di orchestrare milioni di chip in sinergia, un’infrastruttura nazionale per l’AI paragonabile, almeno nelle intenzioni, ai supercomputer americani e giapponesi.

Ma l’evento Baidu non si è fermato ai chip. Robin Li, fondatore e CEO, ha lanciato una frecciata velenosa all’industria globale, definendola “malata” per un modello che premia eccessivamente i produttori di chip e gli sviluppatori di modelli base, lasciando ai creatori di applicazioni solo le briciole. Ha proposto un’“inversione della piramide” industriale: spostare il valore verso le applicazioni, dove l’AI incontra realmente il business. È un messaggio che suona quasi sovversivo in un’epoca in cui Nvidia e OpenAI dominano l’immaginario economico e tecnologico.

In questo contesto, Baidu vuole diventare il ponte tra infrastruttura e mercato. Il suo robotaxi, già operativo con 250.000 ordini settimanali e 17 milioni di corse globali, è la dimostrazione che l’intelligenza artificiale cinese non è confinata ai laboratori. Anche il coding entra nella rivoluzione: metà del nuovo codice software prodotto in Baidu è generato da Comate, la piattaforma interna di AI generativa. “Ma il 50 per cento non basta. Voglio arrivare all’80 o 90 per cento”, ha dichiarato Li, con la calma tipica di chi sa che l’automazione non è più un rischio, ma una direzione inevitabile.

L’altro protagonista della giornata è stato Ernie 5.0, il nuovo modello multimodale di Baidu, con 2,4 trilioni di parametri. Un mostro computazionale che doppia la dimensione dei modelli Qwen3-Max di Alibaba e Kimi K2 di Moonshot AI, oggi tra i più avanzati al mondo. Wang Haifeng, CTO di Baidu, ne ha esaltato le capacità di comprensione e generazione cross-mediale, dal testo al video, fino al suono. L’obiettivo è una piattaforma unificata in grado di creare, comprendere e interagire con contenuti in ogni formato, un’AI generalista nel senso più concreto del termine.

La presentazione ha offerto anche una dimostrazione dal sapore quasi distopico: Huiboxing, un servizio di “digital human” per creare conduttori virtuali destinati al live commerce. L’esordio è stato traballante a causa della connessione, ma il secondo tentativo ha mostrato un avatar sorprendentemente realistico. È l’ennesimo tassello nel piano di Baidu di colonizzare ogni punto di contatto tra AI e società, dall’intrattenimento al lavoro.

Dietro la retorica della “sovranità tecnologica” si intravede una realtà più profonda: Baidu, Huawei e Alibaba stanno costruendo le fondamenta di un’economia digitale cinese autosufficiente, capace di sopravvivere anche senza accesso ai chip americani. Una corsa che non riguarda solo la velocità dei processori, ma il controllo del futuro stesso dell’intelligenza artificiale.