L’intelligenza artificiale non è soltanto una questione di competitività tecnologica. Nel ragionamento che Mario Draghi ha portato ieri a Zurigo diventa una variabile della sostenibilità finanziaria dell’Europa. L’ex presidente della Banca centrale europea parte da un problema apparentemente lontano dall’AI: il debito pubblico.
Secondo Draghi, l’Europa si trova progressivamente stretta fra due grandezze sulle quali possiede capacità di intervento molto diverse. Da una parte ci sono i tassi di interesse a lungo termine, sempre più influenzati da dinamiche globali e in particolare dagli Stati Uniti; dall’altra c’è la crescita europea, sulla quale governi e istituzioni possono invece ancora intervenire.
Ed è proprio qui che entra l’intelligenza artificiale perché, sottolinea l’ex Presidente della Bce, “la crescita è l’unica cosa che l’Europa può ancora influenzare”.
Il punto di Draghi è che anche differenze apparentemente modeste nel tasso di crescita, quando vengono accumulate per molti anni, cambiano radicalmente la traiettoria del debito.
Secondo le stime presentate nella sua Karl Brunner Distinguished Lecture alla Banca nazionale svizzera, mezzo punto percentuale di crescita aggiuntiva ogni anno fino al 2040, accompagnato dal risparmio di una parte delle maggiori entrate fiscali, permetterebbe all’Europa di coprire circa un terzo del percorso necessario per riportare il debito su una traiettoria sostenibile. E mezzo punto non è necessariamente fuori portata.
Quei 0,4 punti che potrebbero arrivare dall’AI
È probabilmente questo il passaggio più interessante per chi, come noi, osserva con particolare attenzione il mondo dell’AI.
Draghi stima infatti che una rapida adozione dell’intelligenza artificiale potrebbe aggiungere fino a 0,4 punti percentuali alla crescita della produttività totale nel prossimo decennio. A questi potrebbero aggiungersi circa altri 0,5 punti percentuali l’anno attraverso riforme interne e completamento del mercato unico.
Attenzione, non significa che l’AI farà crescere automaticamente l’economia europea dello 0,4% in più ogni anno, si tratta, piuttosto, di una stima del potenziale contributo alla crescita della produttività che dipende, come sottolinea lo stesso ragionamento di Draghi, dalla capacità dell’Europa di adottare rapidamente queste tecnologie.
La distinzione è importante, perché il problema europeo non sembra essere soltanto quello di non avere abbastanza frontier model o hyperscaler, ma anche quanto rapidamente l’AI riesca a entrare nelle imprese, nei processi produttivi e nei servizi, trasformandosi da investimento tecnologico in produttività.
L’Europa paga i tassi americani, ma non incassa tutta la crescita americana
Draghi introduce poi un’asimmetria particolarmente significativa che vale la pena di analizzare. I rendimenti a lungo termine delle economie avanzate, è il suo ragionamento, si muovono oggi in maniera molto più sincronizzata rispetto al passato e i tassi europei risentono quindi anche di ciò che accade negli Stati Uniti, dove deficit elevati e investimenti nell’intelligenza artificiale stanno contribuendo a sostenere domanda e investimenti. Il problema è che gli effetti sulla crescita non attraversano l’Atlantico nello stesso modo.
La formulazione di Draghi è particolarmente efficace che potremmo sintetizzare in questo modo: l’Europa subisce integralmente l’aumento dei tassi, ma riceve soltanto una frazione della crescita.
Per il momento questa divergenza è parzialmente nascosta dalla struttura del debito accumulato durante gli anni dei tassi bassi. Draghi indica un costo medio pagato dai governi europei intorno al 2,25%, ancora inferiore alla crescita nominale di circa il 3,5%.
Man mano che quel debito verrà rifinanziato, però, il vantaggio tenderà a ridursi ed è qui che produttività, AI e finanza pubblica finiscono nella stessa equazione.
Il problema europeo non è soltanto costruire l’AI: è usarla
La lettura di Draghi aggiunge quindi un tassello importante alla discussione sulla distanza tecnologica fra Stati Uniti ed Europa.
Se l’intelligenza artificiale produce realmente l’aumento di produttività atteso, il vantaggio dei Paesi che la sviluppano e la adottano più velocemente non si limiterà alla capitalizzazione delle loro aziende tecnologiche o al controllo delle infrastrutture, potrà arrivare fino ai conti pubblici.
Più produttività significa maggiore crescita potenziale; maggiore crescita amplia la base fiscale e rende più sostenibile il rapporto tra debito e PIL. Al contrario, un’Europa che finanziasse investimenti crescenti senza riuscire contemporaneamente ad aumentare la propria produttività rischierebbe di affrontare costi del debito determinati sempre più globalmente con una crescita che rimane prevalentemente domestica.
Ed è probabilmente questa la parte più interessante del ragionamento di Draghi. L’Europa discute di AI sovereignty, cloud, chip, data center, modelli e investimenti, ma la variabile decisiva potrebbe essere molto meno visibile ovvero quanto velocemente quelle tecnologie riescono ad aumentare la produttività dell’economia reale.
Perché, nella lettura proposta da Draghi, il ritardo europeo sull’intelligenza artificiale rischia di non essere soltanto tecnologico: potrebbe diventare anche un problema di finanza pubblica.