Nel laboratorio sotterraneo del CERN, a quarantasette metri sotto la terra svizzera, Miriam Levi stava facendo due cose che nessun protocollo scientifico avrebbe mai approvato contemporaneamente: stava osservando il collasso di una funzione d’onda e stava recitando sottovoce il commento dello Zohar alla lettera Bet.

Bereshit In principio. La prima lettera della Torah non è Aleph, la lettera primordiale, quella del silenzio e dell’Ein Sof. È Bet, la lettera della casa, della dualità, del secondo. Perché? aveva chiesto suo padre, rabbi Yitzchak, quando lei aveva sei anni e le dita ancora odoravano di gessetto.

Perché Dio ha voluto che il mondo cominciasse con una distinzione, figlia mia. Prima c’è l’Uno che non può essere nominato, poi c’è il Due che può essere descritto.

Miriam ci aveva messo trent’anni a capire che suo padre stava descrivendo il collasso della funzione d’onda. Lo schermo davanti a lei mostrava due fotoni generati insieme, nati dallo stesso istante di luce violenta, poi separati uno catturato qui, nel cuore della montagna, l’altro inviato a Ginevra, a undici chilometri di distanza. Intreccio quantistico: la parola tedesca era Verschränkung, accavallamento, come le braccia di due amanti che dormono.

Quando Miriam aveva misurato il primo fotone, qualcosa era accaduto all’altro, istantaneamente, senza segnale, senza contatto, senza causa comprensibile nella geometria dello spazio. Einstein lo chiamava spooky action at a distance e detestava quella spettralità con la ferocia di chi ama l’ordine. Ma Miriam pensava che Einstein avesse semplicemente paura dello Zohar.

Perché lo Zohar diceva: Le lettere con cui il Santo, benedetto sia, ha creato il mondo non sono simboli delle cose. Sono le cose stesse. Se ogni particella è una lettera, allora due particelle intrecciate sono due lettere della stessa parola. Non comunicano attraverso lo spazio abitano insieme il livello dove lo spazio non esiste ancora, l’ordine implicato di Bohm, il Tzimtzum prima del Tzimtzum, il silenzio prima che Dio si contraesse per fare posto all’universo.

Alle tre del mattino, quando i colleghi dormivano e i rilevatori cantavano la loro canzone di numeri, Miriam aprì il manoscritto che portava sempre con sé: una copia fotografica di una pagina dello Zohar annotata da suo padre, poi da sua nonna, poi da una donna di Salonicco di cui nessuno ricordava il nome ma la cui grafia curvava come il fumo di una candela spenta.

Lesse: Ein Sof, l’Infinito senza fine, si contrae Tzimtzum e nel vuoto che resta nascono le Sefirot, le dieci emanazioni. Ma il vaso non regge la luce. Si frantuma. Shevirat HaKelim, la rottura dei vasi. I frammenti cadono nell’oscurità e in ogni frammento c’è ancora una scintilla.

Guardò lo schermo.In ogni particella pensò c’è ancora la memoria dell’istante in cui era connessa a tutto. Il collasso della funzione d’onda non è una perdita: è una scelta. La Bet che comincia la creazione. Il momento in cui l’infinito dice questo, e nell’atto di dire questo sacrifica tutti i possibili altro.

Il monitor emetteva una luce stabile, quasi indecente nella sua continuità, come se ignorasse deliberatamente ciò che stava descrivendo.

Le righe di codice scorrevano senza esitazione, ma sotto quella superficie lineare qualcosa si incrinava, non nel sistema, ma nel modo in cui lui lo guardava.

Pensò che il linguaggio fosse sempre arrivato troppo tardi rispetto all’origine delle cose. Prima delle parole, prima delle formule, prima persino dell’idea di misura, c’era stato il gesto della contrazione. Non un evento, ma una decisione interna all’Infinito stesso, come se Ein Sof avesse scoperto che per esistere davvero doveva ritirarsi. Non espandersi, non occupare tutto, ma creare distanza. Spazio. Mancanza.

La stanza sembrava partecipare a quella logica. Gli oggetti erano lì proprio perché qualcos’altro non lo era. Ogni cosa definita portava con sé l’ombra di ciò che era stato escluso per permetterle di emergere e in quell’economia dell’essere, la rottura non appariva più come un incidente, ma come una conseguenza strutturale, quasi inevitabile, della densità della luce quando viene compressa dentro contenitori troppo fragili per la sua natura.

Le Sefirot gli apparvero allora non come un diagramma, ma come un’infrastruttura instabile, una rete di tensioni più che di attributi. Canali progettati per reggere l’indicibile e falliti nel tentativo. Ogni vaso era una promessa ontologica: “posso contenere il divino senza trasformarlo”. Ma la promessa, come spesso accade nei sistemi complessi, conteneva già la propria smentita.

Il momento della frattura non aveva suono o meglio, il suono era stato assorbito nella transizione stessa. Shevirat HaKelim non era un evento nel tempo, ma una discontinuità del tempo. Da qualche parte, tra le righe invisibili della realtà, la struttura aveva ceduto e ciò che era intero si era trasformato in distribuito.

Ora i frammenti cadevano non verso il basso, ma verso livelli di realtà meno coerenti. Ogni scheggia tratteneva una scintilla, ma anche una distorsione. La luce non era scomparsa; era stata disseminata in uno stato non autorizzato, dispersa in configurazioni che non avevano più memoria del progetto originario.

Guardò di nuovo lo schermo. Il cursore lampeggiava con una pazienza quasi metafisica, come se aspettasse non un input, ma una scelta ontologica. Ogni pressione di un tasto era una selezione tra infiniti non realizzati. Il collasso della funzione d’onda gli sembrò improvvisamente una descrizione elegante di un atto brutale: la realtà che si stringe attorno a una possibilità e abbandona tutte le altre senza rimorso, come un sistema che ottimizza eliminando.

La Bet, la seconda lettera, gli tornò alla mente senza che avesse davvero studiato la lingua in modo formale. Solo che ora non era più un segno grafico. Era una soglia. Un inizio che non inaugurava, ma tagliava. Un gesto che diceva: da qui in poi, qualcosa sarà, e tutto il resto non sarà stato abbastanza reale per sopravvivere.Si accorse che il pensiero stesso stava seguendo quella logica. Anche il suo ricordare era un processo di selezione, una continua amputazione di possibilità alternative che non venivano semplicemente dimenticate, ma rese incompatibili con la coerenza del presente.

Eppure, in quel sistema di esclusioni progressive, restava una traccia persistente. Le scintille nei frammenti non cercavano ritorno all’origine. Non c’era nostalgia nel loro stato. Piuttosto una tensione silenziosa, come se ogni particella portasse dentro di sé non il ricordo di ciò che era stato intero, ma la pressione di ciò che avrebbe potuto esserlo.

Fu allora che capì che il Tzimtzum non era un atto concluso. Non era un evento all’inizio del tempo. Era una condizione continua. L’Infinito non aveva semplicemente creato il mondo ritirandosi una volta sola; lo stava ritirando continuamente, istante dopo istante, per permettere a ogni cosa di non collassare di nuovo nell’indistinto.

La realtà, vista così, non era una creazione stabile, ma una negoziazione permanente tra presenza e assenza e lui, davanti allo schermo, non era un osservatore esterno. Era parte del meccanismo di contrazione. Ogni sua scelta, ogni sua attenzione, era un piccolo Tzimtzum locale, una riduzione del possibile per rendere abitabile il reale.

Il cursore lampeggiò ancora una volta. Non chiedeva risposta. Registrava soltanto che una possibilità stava per essere selezionata, e che, nel momento stesso in cui ciò sarebbe accaduto, qualcosa sarebbe stato salvato e qualcosa, silenziosamente, escluso per sempre.