Nel cuore pulsante di Hangzhou, dove il cemento incontra il codice, si sta giocando una partita silenziosa ma ambiziosa: trasformare l’idea di “spazio” in una piattaforma intelligente, dinamica, interattiva. Manycore Tech, design firm fondata da Zhu Hao, è l’ennesimo animale mitologico dell’ecosistema cinese dell’AI: un unicorno nascente che non vuole soltanto cavalcare la tigre dell’intelligenza artificiale, ma domarla in modo che crei – letteralmente – mondi.
Manycore Research si dedica alla ricerca pionieristica all’intersezione tra intelligenza artificiale e progettazione assistita da computer (AI+CAD). Si concentra sullo sviluppo di un motore di intelligenza artificiale generativa per lo spazio 3D, che include la comprensione spaziale, la progettazione e la produzione 3D, l’interazione uomo-computer e la simulazione e l’ottimizzazione al computer.
Parliamo di “spatial intelligence”, una buzzword elegante che tradotta significa: prendere l’intelligenza artificiale, fonderla con dati tridimensionali sul mondo reale, e costruire un gemello digitale del nostro ambiente. Non solo mappe o rendering: un modello del mondo – vivo, adattivo, sensibile – che reagisce a stimoli, apprende, anticipa. Il genere di promessa che fa brillare gli occhi agli investitori e tremare le ginocchia ai concorrenti occidentali.
Nel prospetto IPO depositato a marzo alla Borsa di Hong Kong, Manycore ha esplicitato senza troppi giri di parole la sua missione: realizzare l’immaginazione. Una frase che sembra uscita da una campagna pubblicitaria di Apple, ma che qui si traduce in pura infrastruttura computazionale. Significa rendere immediatamente tangibile l’idea di un designer, architetto, urbanista o artista attraverso sistemi automatizzati che trasformano input soggettivi in output oggettivi. Quello che vedi è quello che ottieni, dice Hao, citando il mantra della grafica degli anni ’90, ma portandolo nel ventunesimo secolo.
La traiettoria tecnologica di Manycore ruota attorno a un’architettura AI che cattura dati sensoriali e spaziali e li mappa in tempo reale su ambienti digitali dinamici. Uno strato software tra il pensiero umano e la realtà fisica. Quello che una volta si chiamava “render” oggi diventa “real-time feedback loop”, dove ogni modifica viene recepita, analizzata, contestualizzata e visualizzata in millisecondi. Il tutto, ovviamente, in cloud e su base neurale.
Se il tutto ti sembra familiare, è perché lo è. Google lo insegue da anni con il suo Digital Twin Project, Nvidia con Omniverse, Apple ci flirta con Vision Pro. Ma Manycore ha un vantaggio strategico non banale: è nata nel Paese dove lo Stato investe in spatial computing come leva geopolitica. E non deve fare i conti con i limiti occidentali su privacy o copyright quando si tratta di addestrare modelli su ambienti urbani o comportamenti umani. In Cina, la città è un dataset vivente.
Questa asimmetria è fondamentale. Perché mentre l’Occidente dibatte su etica, impatti sociali e licenze d’uso, Hangzhou sta già disegnando i codici urbani del futuro. E se le tecnologie spatial diventano lo standard per design, ingegneria, logistica, intrattenimento e – perché no – guerra, allora vincere la corsa al “world model” sarà come mettere le mani sulla nuova mappa del mondo.
Certo, non tutto è oro o silicio. Il linguaggio di Manycore è lucido, quasi mistico, ma nasconde problemi molto terreni: quale sarà il costo energetico di un mondo sempre sincronizzato? Chi possiederà davvero questi gemelli digitali? E soprattutto, chi controllerà l’immaginazione quando a realizzarla sarà un algoritmo?
Molti sognano un mondo modellato sulle idee umane. Few, come Manycore, vogliono avere il monopolio sul modo in cui quelle idee diventano realtà.