Il Nobel Giorgio Parisi propone un centro europeo per l’intelligenza artificiale sul modello del Cern. Un laboratorio pubblico, aperto e non militare per evitare il monopolio privato dell’AI e rilanciare la ricerca in Europa. Partiamo da un dato: l’intelligenza artificiale parla con voce fluida, risponde in pochi secondi e sembra sapere tutto. La domanda, come osserva Giorgio Parisi in un’intervista pubblicata oggi dal quotidiano La Repubblica, è molto più semplice e al tempo stesso più inquietante: chi sta davvero parlando quando interroghiamo un modello di AI?

Secondo il premio Nobel per la fisica, oggi la risposta non è rassicurante. Dietro le interfacce eleganti e le risposte articolate si muove un ristretto gruppo di grandi aziende private che detiene infrastrutture, dati e modelli. Un oligopolio tecnologico che non condivide le fonti, non rende trasparente l’addestramento e protegge tutto con il segreto industriale. Non esattamente il terreno ideale per una tecnologia che sta diventando infrastruttura cognitiva del pianeta.

Da qui nasce la proposta che Parisi sta promuovendo: un centro europeo di ricerca sull’intelligenza artificiale ispirato al modello del Cern. Una casa comune della scienza, pubblica, aperta, non orientata al profitto e lontana da finalità militari.

Un Cern per l’AI: perché l’Europa deve reagire

Il paragone con il Cern non è casuale. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Europa scelse di unire le forze nella fisica delle particelle creando un laboratorio condiviso che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento globale. Nessun monopolio, nessun segreto industriale, risultati pubblici e cooperazione tra Stati.

Parisi immagina qualcosa di simile per l’intelligenza artificiale: un’infrastruttura scientifica europea capace di produrre ricerca fondamentale, di rendere pubblici i risultati e di offrire un’alternativa ai modelli sviluppati in contesti dominati da logiche commerciali o geopolitiche.

Germania e Francia hanno già espresso interesse. L’ipotesi informale è quella di raccogliere un miliardo di euro l’anno per tre anni, suddiviso tra i Paesi partecipanti. La formula potrebbe ricalcare quella originaria del Cern, con un accordo tra singoli Stati anche al di fuori dell’Unione Europea, includendo realtà come Regno Unito e Svizzera. L’obiettivo non è creare un nuovo organismo burocratico, ma un centro agile, con pochi scienziati stabili e molti ricercatori coinvolti su progetti temporanei ad alta intensità scientifica.

In un contesto in cui gli Stati Uniti investono centinaia di miliardi di dollari e la Cina spinge con decisione governativa, l’Europa appare come Davide contro Golia. Parisi, con ironia, ricorda che la storia biblica non è andata così male per Davide.

Il rischio monopolio e la fuga dei cervelli

La posta in gioco è strategica. L’intelligenza artificiale non è un’applicazione tra le altre. È una tecnologia abilitante che impatta industria, difesa, sanità, finanza, educazione. Lasciarne lo sviluppo nelle mani di pochi attori privati significa accettare una dipendenza tecnologica strutturale.

Parisi osserva che fino a una decina di anni fa la ricerca sull’AI era prevalentemente pubblica. Oggi si è spostata nei laboratori aziendali, dove prevalgono segretezza e vantaggio competitivo. L’Europa rischia di perdere ricercatori, di non attrarre talenti e di adottare modelli sviluppati altrove, con valori e priorità che non necessariamente coincidono con quelli europei.

Un centro pubblico consentirebbe di riportare parte della ricerca nell’alveo della scienza aperta. Non per negare il ruolo delle imprese, ma per riequilibrare il sistema e garantire pluralismo tecnologico.

Capire l’AI significa capire il cervello

Un altro punto centrale del ragionamento di Parisi riguarda la natura stessa dell’intelligenza artificiale. I modelli attuali eccellono nel linguaggio, ma hanno una comprensione del mondo fisico sorprendentemente limitata. Possono scrivere codice e sbagliare nel leggere una colonna di dati. Possono argomentare su filosofia politica e non avere alcuna rappresentazione concreta della realtà materiale.

La metafora della rivoluzione industriale è suggestiva ma parziale. Le leggi della termodinamica che governavano le macchine a vapore erano note. Le regole profonde che governano l’apprendimento dei modelli di AI restano in larga parte opache. Comprenderle richiede ricerca fondamentale, matematica, fisica dei sistemi complessi, neuroscienze.

Secondo Parisi, per fare un salto di qualità bisogna guardare al cervello. Il linguaggio è solo l’ultimo strato evolutivo di un sistema che affonda le radici in centinaia di milioni di anni di evoluzione. La componente prelinguistica dell’intelligenza umana è ancora in gran parte inesplorata. Studiare quei meccanismi potrebbe aprire la strada a una nuova generazione di AI più robuste, più trasparenti e meno inclini agli errori sistemici.

Un laboratorio europeo per l’AI tra scienza e valori

Il futuro centro europeo dovrebbe pubblicare tutti i risultati e mantenere una netta distanza dalle applicazioni militari, proprio come il Cern. La scelta non è neutrale. Rendere pubblica la ricerca significa favorire la diffusione della conoscenza ma anche rinunciare a una parte della leva strategica che altri attori utilizzano in chiave geopolitica.

In gioco non c’è solo la competitività tecnologica, ma il modello di società digitale. Parisi immagina un’AI in cui l’utente possa scegliere le fonti di addestramento o quantomeno conoscerle. Un’AI meno opaca e meno dipendente da dataset non verificabili o potenzialmente orientati.

L’Europa, in questa visione, non deve inseguire Stati Uniti e Cina sul terreno della potenza finanziaria, ma su quello della qualità scientifica, della trasparenza e della cooperazione. Un approccio coerente con la sua storia ma che richiede coraggio politico e investimenti stabili.

La partita dell’autonomia tecnologica europea

Il progetto di un Cern dell’intelligenza artificiale non è un esercizio accademico. È una proposta concreta per evitare che l’Europa diventi semplice utilizzatore di tecnologie progettate altrove.

L’AI di oggi, osserva Parisi, è solo un’anticipazione di quella futura. Se il continente non investe ora in ricerca fondamentale e infrastrutture pubbliche, rischia di arrivare in ritardo alla prossima fase evolutiva. Un laboratorio europeo potrebbe non risolvere ogni squilibrio globale, ma offrirebbe una piattaforma per costruire competenze, trattenere talenti e definire un modello alternativo di sviluppo dell’intelligenza artificiale.

In un’epoca in cui la conoscenza è potere, decidere chi controlla gli algoritmi significa decidere chi controlla una parte crescente del nostro orizzonte cognitivo. Da questo punto di vista sta all’Europa scegliere se restare spettatrice o tornare protagonista.