Erin Brockovich è tornata. Non con una causa contro una compagnia elettrica della California, né con una cartella piena di referti medici impolverati sopra il tavolo di una cucina suburbana. Stavolta il bersaglio sono i data center. O meglio, la loro espansione silenziosa negli Stati Uniti.
La mappa che ha pubblicato online sembra, a prima vista, uno di quei progetti civici costruiti per orientarsi tra infrastrutture invisibili. Punti colorati. Segnalazioni locali. Coordinate sparse tra Texas, Virginia, Arizona, Mississippi, accompagnate da migliaia di segnalazioni inviate dai cittadini.
Il tono del sito è diretto. Quasi asciutto.
“La corsa all’infrastruttura AI si sta svolgendo città dopo città in America”, scrive Brockovich. In alcune zone i progetti vengono accolti con entusiasmo. In altre vengono contestati, rinviati o abbandonati. La mappa, spiega, serve a rendere visibile il peso reale di quella corsa.

Per anni i data center sono rimasti fuori dall’immaginario collettivo. Strutture lontane. Edifici senza finestre lungo autostrade secondarie. Scatole grigie circondate da recinzioni metalliche e alberi piantati con cura per evitare domande. Dentro, migliaia di server che producono calore, rumore e una quantità crescente di consumo energetico. Fuori, spesso, pochissime informazioni.
L’intelligenza artificiale generativa ha cambiato scala a tutto questo.
Google, Microsoft, Amazon e Meta stanno spendendo cifre che fino a poco tempo fa appartenevano soprattutto al lessico delle missioni spaziali. Nel 2026 le spese in conto capitale dei grandi gruppi tecnologici potrebbero superare i 700 miliardi di dollari. Una parte enorme finirà nei chip e nei nuovi campus computazionali distribuiti tra Stati Uniti, America Latina e Asia.
Proprio “campus” è la parola giusta. Molti dei nuovi data center dedicati all’AI hanno dimensioni paragonabili a università o impianti industriali pesanti. Solo che al posto delle catene di montaggio producono inferenze algoritmiche. E consumano acqua in quantità che, in alcune aree aride degli States, iniziano a trasformarsi in una questione politica piuttosto concreta.
Fino a cinque milioni di galloni al giorno per il raffreddamento dei sistemi. Energia elettrica in quantità enormi. Generatori a gas naturale pronti a entrare in funzione quando la rete non basta. La parola “cloud”, vista da questa prospettiva, perde improvvisamente un po’ della sua leggerezza poetica.
Negli ultimi mesi negli Stati Uniti è nato quasi un nuovo genere giornalistico: il reporter dei data center. Una figura che si muove tra documenti urbanistici, richieste FOIA, permessi ambientali e consigli comunali di piccole città rurali che fino a ieri discutevano soprattutto di parcheggi, irrigazione e football liceale.
Il lavoro, spesso, assomiglia più a un’indagine immobiliare che a cronaca tecnologica.
I giornalisti di Business Insider, che hanno costruito una delle più grandi inchieste americane sul tema, raccontano settimane passate a inseguire permessi distribuiti tra minuscole agenzie locali. In alcuni casi le utility hanno tentato di bloccare legalmente l’accesso ai documenti. In altri, i progetti erano intestati a società dal nome deliberatamente anonimo. Greater Kudu LLC. Magellan Enterprises LLC. Sembra quasi il casting amministrativo di una serie finanziaria ambientata nel Delaware.
Il motivo è semplice. Molte Big Tech evitano di apparire direttamente nelle prime fasi dei progetti. Il brand arriva dopo. Prima arrivano intermediari, fondi immobiliari, sviluppatori locali e società veicolo. È una strategia utile a ridurre opposizioni premature e negoziare incentivi fiscali con meno attenzione pubblica possibile.
Nel frattempo, le comunità cercano di capire cosa stia succedendo.
In Mississippi un giornalista investigativo di Floodlight, Evan Simon, ha deciso di raccontare i data center in modo diverso. Ha preso un drone termico e ha sorvolato un impianto collegato a xAI, la società di Elon Musk. Dall’alto, le turbine a gas apparivano come candele incandescenti nella notte. Colonne di calore nascoste dietro gli alberi e le recinzioni.
Gli abitanti della zona sentivano il rumore da mesi. Ma non avevano mai visto davvero l’impianto. Quando le immagini hanno iniziato a circolare, racconta Simon, molte persone hanno avuto per la prima volta la percezione fisica di cosa significhi ospitare un’infrastruttura AI nel proprio territorio. Non più “internet”. Non più “innovazione”. Ma energia, combustione, calore, acqua sottratta, aria modificata.
Il lessico tecnologico cambia molto quando incontra una turbina.
Anche fuori dagli Stati Uniti la dinamica è simile. In Brasile, le inchieste di Intercept Brasil hanno mostrato come TikTok e Microsoft abbiano utilizzato intermediari locali per mascherare il proprio coinvolgimento in progetti di data center. In alcune regioni indigene del Ceará, raccontano i reporter, molte comunità non sapevano nemmeno cosa fosse un data center prima che le indagini giornalistiche rendessero pubblici i progetti.
È qui che la storia di Erin Brockovich torna improvvisamente coerente con sé stessa.
Negli anni Novanta Brockovich aveva reso comprensibile un tema ambientale complesso trasformandolo in una vicenda concreta, fisica, quasi domestica. Acqua contaminata, corpi malati, documenti ignorati. Oggi il meccanismo si ripete, ma con un livello di astrazione molto più difficile da visualizzare. L’intelligenza artificiale vive nel linguaggio, nei server, nelle reti neurali. Sembra immateriale. Poi qualcuno misura il consumo idrico di un campus AI nel deserto dell’Arizona e la faccenda torna improvvisamente molto terrestre.
La parte più interessante di questa nuova stagione americana non riguarda soltanto l’ambiente. Riguarda il modo in cui le infrastrutture dell’intelligenza artificiale stanno ridefinendo il rapporto tra Silicon Valley e territorio.
Per anni il potere delle Big Tech si è manifestato soprattutto sugli schermi. Social network, smartphone, piattaforme digitali. Oggi invece il potere computazionale richiede spazio fisico, energia stabile, accesso all’acqua e nuove reti industriali. L’AI sta diventando urbanistica, politica energetica e gestione delle risorse naturali.
E questo cambia anche il tipo di conflitto.
Le battaglie attorno ai data center non oppongono soltanto ambientalisti e aziende tecnologiche. Coinvolgono agricoltori, utility locali, consigli comunali, sviluppatori immobiliari, giornalisti investigativi e residenti che magari avevano scelto certe aree proprio per il silenzio. In molti casi il problema non è nemmeno ideologico. È acustico. Un ronzio continuo. Turbine che restano accese di notte. Acqua che diventa improvvisamente più preziosa.
Il paradosso è sottile ma abbastanza evidente. L’intelligenza artificiale viene spesso descritta come una tecnologia capace di smaterializzare il lavoro umano. Però la sua infrastruttura fisica sta occupando sempre più territorio reale. E più l’AI cresce, più assomiglia a un’industria pesante travestita da servizio digitale.
Erin Brockovich probabilmente lo ha capito subito. Per questo ha fatto una mappa.