L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump nel dicembre scorso era stato presentato come una dichiarazione di guerra alla regolamentazione dell’intelligenza artificiale. La promessa era semplice, quasi ideologica: eliminare gli ostacoli, ridurre l’intervento pubblico e lasciare che il mercato americano corresse più velocemente della Cina. A distanza di pochi mesi, tuttavia, l’amministrazione sembra aver imboccato una strada sorprendentemente diversa. Secondo quanto riportato da The Information, il governo statunitense starebbe approvando l’accesso ai nuovi modelli di OpenAI azienda per azienda durante la fase di anteprima, mentre in precedenza aveva già imposto restrizioni all’esportazione del modello Fable di Anthropic. La distanza tra la retorica del “minimum government” e la pratica quotidiana appare ormai evidente.

La Silicon Valley ha sempre invocato il libero mercato quando era piccola e fragile, salvo chiedere protezione statale quando ha raggiunto dimensioni sistemiche. L’industria dell’intelligenza artificiale sta semplicemente replicando uno schema storico già visto nei settori dell’energia nucleare, dell’aerospazio e delle telecomunicazioni. Quando una tecnologia diventa strategica per la sicurezza nazionale, il laissez-faire smette improvvisamente di essere una religione e diventa un lusso teorico.

La realtà è che i modelli frontier del 2026 non sono più semplici prodotti software. Sono infrastrutture geopolitiche. Un modello avanzato può accelerare ricerca scientifica, cyber warfare, sviluppo biologico e capacità offensive digitali. In questo contesto, l’idea di un rilascio completamente aperto e non supervisionato appare difficilmente sostenibile. Persino gli esponenti più convinti del libertarianismo tecnologico sembrano aver accettato, almeno implicitamente, che qualcuno debba esercitare una forma di controllo.

Quale coerenza politica? Se l’amministrazione Trump riteneva che le regole dell’era Biden fossero eccessivamente restrittive, sostituirle con un sistema di autorizzazione discrezionale cliente per cliente rischia di generare un apparato ancora più invasivo. Si passa infatti da norme generali, per quanto contestabili, a un modello nel quale il governo decide direttamente chi può accedere alle tecnologie più avanzate. Non si tratta più di regolazione; si tratta di allocazione politica dell’innovazione.

Questo cambio di paradigma potrebbe avere conseguenze profonde sul mercato. Gli investitori hanno costruito valutazioni multimiliardarie assumendo che l’AI fosse un business scalabile globalmente, con costi marginali vicini allo zero. Se invece i governi iniziano a trasformare i modelli avanzati in asset strategici soggetti a licenze, autorizzazioni ed export control, la dinamica economica cambia radicalmente. Le società AI potrebbero assomigliare sempre meno a piattaforme software e sempre più a contractor della difesa. Alcuni dirigenti di OpenAI e Anthropic probabilmente non lo ammetteranno pubblicamente, ma Washington sta progressivamente trasformando l’industria in una versione aggiornata del complesso militare-industriale.

Sul fronte finanziario, l’ipotesi che OpenAI possa rinviare la quotazione in borsa appare altrettanto significativa. Se davvero il management considera l’andamento post IPO di SpaceX come un indicatore negativo, la lettura appare quantomeno discutibile. Il titolo di SpaceX, pur avendo corretto rispetto ai massimi iniziali, continua infatti a trattare sopra il prezzo di collocamento, configurando una performance che la maggior parte delle società quotate considererebbe eccellente.

Una possibile spiegazione alternativa è che OpenAI stia semplicemente cercando tempo. L’azienda deve ancora dimostrare di poter trasformare una crescita impressionante dei ricavi in un modello economico sostenibile. I costi computazionali restano enormi; la concorrenza aumenta; la pressione regolatoria cresce; i rapporti con partner strategici come Microsoft evolvono continuamente. Presentarsi ai mercati pubblici in questa fase significherebbe sottoporsi a una disciplina finanziaria trimestrale estremamente severa.

Il contesto geopolitico aggiunge ulteriore complessità. La volatilità legata alle tensioni in Medio Oriente e alle dinamiche tra Stati Uniti, Iran e Cina continua a influenzare i mercati globali. Tuttavia, attribuire esclusivamente a questi fattori un eventuale rinvio sarebbe riduttivo. Il mercato azionario convive con l’incertezza geopolitica da sempre. Gli investitori sono perfettamente in grado di prezzare guerre, crisi energetiche e tensioni internazionali. Molto più difficile è valutare un’azienda che opera in un settore in cui le regole del gioco cambiano ogni trimestre e nel quale il regolatore può contemporaneamente essere cliente, arbitro e concorrente strategico.

L’impressione complessiva è che l’industria dell’intelligenza artificiale stia entrando in una nuova fase. L’epoca romantica delle startup che promettevano di “muoversi velocemente e rompere le cose” sembra avviarsi al tramonto. Quando una tecnologia viene percepita come decisiva per l’equilibrio di potere tra nazioni, il mercato libero lascia inevitabilmente spazio alla politica industriale. Silicon Valley potrebbe non gradire questa evoluzione, ma la storia economica suggerisce che, una volta aperta la porta dell’intervento statale, raramente essa viene richiusa.

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