La mossa spettacolare degli Stati Uniti contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha scosso l’equilibrio geopolitico, non solo nello scenario latinoamericano, ma anche nella complessa equazione che lega Pechino, Taipei e Washington. Analisti di sicurezza internazionale concordano che l’audace operazione di cattura di Maduro – definita senza fronzoli da molti come un’azione militare non autorizzata e contraria al diritto internazionale – ha consegnato alla Repubblica Popolare Cinese un pacchetto di opportunità retoriche, ma non necessariamente un “manuale operativo” per Taiwan.
La keyword principale qui è strategia cinese su Taiwan, con correlate come precedente venezuelano e ordine internazionale che dominano i discorsi delle intelligence e dei policy maker. Alla superficie, la narrazione cinese ufficiale è di ferma condanna: Pechino parla di “violazione del diritto internazionale”, di “sovranità violata” e di un USA che agisce da “poliziotto globale”. Questo linguaggio è pensato per rafforzare l’idea che gli Stati Uniti stanno erodendo le regole multilaterali, indebolendo così la propria posizione morale su temi come l’integrità territoriale e la non ingerenza.
Il problema per Washington, raccontano fonti diplomatiche di Taipei e occidente, è che l’uso della forza senza mandato UN può rendere più difficile rivendicare il rispetto delle norme internazionali in futuro. Pechino, da parte sua, si affretta a sfruttare questa narrativa per dire: se gli Stati Uniti possono fare ciò che vogliono in America Latina, perché Pechino non potrebbe fare lo stesso nella propria regione?
Dall’altra parte dell’equazione però c’è la realistico considerazione che Taiwan e Venezuela sono universi strategici radicalmente differenti. Secondo istituti di ricerca statunitensi e analisti di politica estera, l’uso della forza contro Maduro non costituisce un “precedente” praticabile per un’azione su Taiwan. Prima di tutto perché, nelle élite cinesi, Taiwan non è percepita come uno Stato sovrano bensì come parte integrante del territorio nazionale, e dunque la questione del “diritto internazionale” non si applica nella stessa forma di un’operazione contro un governo esterno.
Secondo esperti di relazioni sino-americane, Pechino è più propensa a usare l’episodio venezuelano come arma retorica per colpire l’immagine statunitense nella narrativa globale, piuttosto che come modello di imitazione militare. Questa dinamica è evidente nei social media cinesi dove alcuni utenti suggeriscono ironicamente che la tattica contro Maduro potrebbe essere applicata a Taiwan, ma tali discussioni restano tutt’altro che una strategia ufficiale.
Qui sta l’ironia: da una parte, i propagandisti di Pechino scatenano post virali su piattaforme come Weibo, con commenti che suggeriscono di “seguire lo stesso metodo per riprendere Taiwan”, dall’altra gli analisti istituzionali avvertono che una simile operazione contro Taipei avrebbe costi e rischi infinitamente maggiori. L’Istituto di Studi sulla Crisi Globale suggerisce che l’episodio venezuelano fornisce a Pechino “munizioni a basso costo” per criticare Washington, ma non un piano credibile per un’invasione.
La leadership cinese stessa ha reagito con dichiarazioni di forte disapprovazione, sottolineando che nessuno Stato dovrebbe assumersi il diritto di imporre la propria volontà sugli altri. Foreign Ministry spokesperson ha definito l’azione americana “una palese violazione delle norme internazionali”, chiedendo il rilascio di Maduro e della moglie e accusando gli Stati Uniti di minacciare pace e sicurezza in America Latina.
Il punto cruciale è questo: Pechino può approfittare della retorica anti-egemonica, ma non può tradurre l’episodio venezuelano in una giustificazione diretta per un’operazione militare contro Taiwan. Oltretutto, molti esperti ricordano che la struttura di comando e controllo di Taiwan, la sua sofisticata difesa e la presenza di alleanze informali con gli Stati Uniti rendono qualunque analogia con Caracas praticamente irrilevante dal punto di vista strategico.
La narrativa cinese mira più a rimodellare l’ordine internazionale che a replicare tattiche unilaterali. La reazione ufficiale di Pechino, e ancor più quella dei suoi media controllati, è stata di sfruttare l’episodio per criticare la “doppia morale” occidentale. In termini di propaganda, questo produce due effetti: rafforza il consenso interno in Cina attorno alla legittimità delle proprie rivendicazioni su Taiwan e mette in difficoltà Washington nel sostenere una leadership morale globale fondata sul rispetto delle norme.
A Taipei, però, i vertici della sicurezza vedono l’azione americana sotto una luce diversa. Alcuni funzionari taiwanesi interpretano la cattura di Maduro come un segnale di deterrenza forte e imprevedibile da parte degli Stati Uniti. L’idea è che, se gli Stati Uniti sono capaci di operazioni rapide e decisive come quella venezuelana, ciò potrebbe dissuadere Pechino dal tentare mosse avventate nel Mar Cinese Meridionale o nello Stretto di Taiwan, almeno durante l’era Trump.
Questo punto di vista ribalta la narrativa prevalente di chi vede nell’episodio un indebolimento dell’ordine internazionale. Se gli Stati Uniti dimostrano volontà e capacità di usare la forza per difendere i propri interessi e quelli dei partner, allora la deterrenza nei confronti di un attacco cinese su Taiwan potrebbe risultare più credibile, non meno. Tuttavia questa lettura non è priva di critiche: secondo alcune scuole di pensiero, un ordine globale percepito come arbitrario potrebbe incoraggiare potenze revisioniste a ricercare vantaggi mentre la fiducia nelle regole multilaterali si sgretola.
È facile immaginare Pechino sfruttare questo dibattito internazionale per rafforzare la propria narrazione secondo cui gli Stati Uniti agiscono in modo selettivo e opportunistico rispetto al diritto internazionale. In un simile contesto, Taiwan potrebbe non diventare immediatamente teatro di un conflitto aperto, ma la guerra delle narrative stessa diventa un pilastro della strategia cinese. Il Partito Comunista Cinese è maestro nell’uso di contraddizioni normative altrui per legittimare i propri obiettivi, e l’episodio venezuelano fornisce terreno fertile per tali manovre.
In ultima analisi l’operazione contro Maduro può essere vista come una pietra lanciata nello stagno delle relazioni internazionali, producendo onde diversificate più che un’unica direzione chiara. Per Pechino l’uso di forza unilaterale da parte degli Stati Uniti è un’arma a doppio taglio: da una parte può essere criticato come arbitrario, dall’altra rafforza l’idea che le grandi potenze operano secondo logiche di forza piuttosto che norme. In uno scenario del genere, ciò che conta per Taiwan non è tanto se Pechino sarà indotta a imitare il raid venezuelano, quanto come entrambe le superpotenze maneggiano la percezione della legittimità e della deterrenza nei prossimi anni.