L’adozione dell’Intelligenza Artificiale non è più una scelta tecnologica, ma un imperativo strategico e politico imprescindibile per il futuro della difesa nazionale e per affrontare con efficacia le crescenti sfide geopolitiche.
Il documento sul tema “IA e Difesa: Strategia della Difesa in materia di Intelligenza Artificiale” – fortemente voluto dal Ministro della Difesa, Guido Crosetto – si configura, quindi, come un quadro organico e ambizioso che definisce un percorso da adottare immediatamente e da portare a compimento in un arco temporale contenuto per l’integrazione sistemica e sistematica dell’IA nella Difesa.
Questa strategia vuole rappresentare il mandato decisivo per dotare il Ministero della Difesa nel suo complesso di sistemi all’avanguardia, sicuri e resilienti, assicurando la difesa nazionale e contribuendo in modo determinante alla stabilità internazionale in un contesto di rapidi mutamenti e crescenti minacce.
Il ministero della Difesa
La parola chiave è intelligenza artificiale nella difesa. Non come slogan da convegno, non come decorazione retorica da slide ministeriale, ma come infrastruttura invisibile che ridisegna comando, controllo, intelligence e targeting mentre il dibattito pubblico discute ancora se un chatbot possa scrivere una poesia decente. Il generale Fernando Giancotti lo aveva segnalato nel 2021 quando il tema non era ancora di moda nei talk show: la trasformazione è già in atto, strutturale, silenziosa, e soprattutto rovesciata rispetto al Novecento. Non è più il militare a generare innovazione per il civile; oggi l’innovazione nasce nella Silicon Valley, passa per il cloud commerciale, si addestra su dati consumer e poi viene adattata al teatro operativo.
Questo cambio di direzione altera l’equilibrio strategico in modo radicale. Nel secolo scorso internet, GPS e semiconduttori erano figli di programmi militari. Oggi il deep learning è addestrato su piattaforme pubblicitarie, l’hardware GPU viene ottimizzato per videogiochi e data center, e solo in seconda battuta viene integrato nei sistemi di difesa. La conseguenza è che la superiorità militare dipende sempre più dalla capacità di orchestrare ecosistemi tecnologici civili, spesso globalizzati, talvolta controllati da aziende straniere, quasi sempre regolati da logiche di mercato. La sovranità tecnologica diventa quindi un esercizio complesso, non una dichiarazione di intenti.
Il 16 gennaio 2026 il ministro Guido Crosetto ha approvato il documento “IA e Difesa – Strategia della Difesa in materia di Intelligenza Artificiale – Edizione 2026”. Un atto che segna un punto di discontinuità per l’Italia, almeno sul piano formale. L’intelligenza artificiale non viene più descritta come tecnologia abilitante generica, ma come imperativo strategico per la sicurezza nazionale in un contesto geopolitico instabile, in cui la competizione tra potenze si gioca su dati, calcolo e velocità decisionale più che su tonnellate di acciaio.
Il nodo centrale della strategia è la sovranità tecnologica. Concetto evocato spesso, praticato raramente. Essere partner credibili nella NATO e nell’Unione Europea significa portare capacità, non solo adesioni formali. Significa contribuire con sistemi interoperabili, modelli proprietari, infrastrutture sicure. Significa, in sostanza, non dipendere integralmente da stack tecnologici sviluppati altrove. Il punto è che questa autonomia richiede investimenti pluriennali, governance stabile e una cultura organizzativa capace di metabolizzare la complessità digitale.
Sul piano etico la questione si fa ancora più delicata. Parlare di etica nella guerra non è un ossimoro; è un dispositivo di contenimento. Il riferimento al Diritto Internazionale Umanitario e al controllo umano significativo sui sistemi d’arma autonomi non è un dettaglio retorico. Nel settore civile la regolazione corre, con l’AI Act e con le linee guida internazionali come la Raccomandazione dell’UNESCO. Nel dominio militare prevalgono invece linee guida non vincolanti, interpretazioni nazionali, zone grigie. Il rischio è che la corsa all’autonomia letale superi la capacità normativa di contenerla, trasformando l’asimmetria giuridica in uno strumento di pressione strategica, il cosiddetto lawfare.
La strategia italiana insiste su un approccio umano centrico. Formula rassicurante, ma che va riempita di contenuto operativo. Mantenere l’uomo nel loop decisionale non significa semplicemente inserire una firma digitale a valle di un algoritmo che ha già filtrato, classificato e prioritizzato obiettivi. Significa progettare architetture in cui la responsabilità rimanga effettivamente attribuibile, in cui la spiegabilità dei modelli non sia una nota a piè di pagina ma una condizione di impiego. L’explainability, tanto celebrata nei documenti, diventa qui un requisito di legittimità.
Il cuore tecnologico del piano ruota attorno a quattro pilastri: dati, capacità di calcolo, algoritmi, talenti. I dati vengono riconosciuti come patrimonio strategico, da liberare dalla logica a silos che caratterizza molte amministrazioni. Senza integrazione informativa, l’intelligenza artificiale resta una promessa astratta. Il calcolo, con investimenti in High Performance Computing fino a livelli petascale ed exascale, e con un’attenzione prospettica al quantum computing, rappresenta la spina dorsale infrastrutturale. Senza potenza computazionale, la superiorità decisionale resta una formula suggestiva.
Gli algoritmi, sviluppati in house o in collaborazione con l’industria, pongono la questione della dipendenza da fornitori esterni e del rischio di vendor lock in. L’adozione del Modular Open System Approach mira a evitare che un singolo attore controlli l’intero ciclo di vita tecnologico. In un’epoca in cui il software definisce la capacità militare più dell’hardware, la modularità diventa strumento di resilienza strategica.
La dimensione più critica resta però quella dei talenti. Competere con il settore privato per data scientist, ingegneri del machine learning e architetti cloud richiede flessibilità organizzativa che le strutture pubbliche tradizionalmente non possiedono. L’idea di percorsi di carriera più agili, di modelli di collaborazione con il privato, di una sorta di revolving door controllata, è un segnale di realismo. Senza capitale umano qualificato, l’infrastruttura resta cattedrale nel deserto.
Sul piano operativo l’intelligenza artificiale viene associata alla superiorità decisionale nelle Multi Domain Operations. Terra, mare, aria, spazio e cyberspazio convergono in ambienti ad alta densità informativa. L’analisi in tempo reale di flussi eterogenei supera le capacità cognitive umane. Da qui l’uso di adaptive wargaming, in cui simulazioni dinamiche si adattano alle scelte del decisore; lo swarming di droni coordinati; la difesa contro missili ipersonici; la cognitive warfare per contrastare campagne di disinformazione e deepfake. Il campo di battaglia diventa un sistema di sistemi, dove l’algoritmo filtra il rumore e suggerisce opzioni.
Particolarmente significativa è l’idea di sviluppare un Large Language Model della Difesa, addestrato su dati classificati, per supportare la gestione della conoscenza interna. In un’organizzazione complessa, la memoria istituzionale è un asset critico. Un LLM proprietario potrebbe ridurre tempi di redazione, analizzare documentazione operativa, facilitare la condivisione di best practice. Tuttavia, addestrare modelli su dati sensibili implica sfide di sicurezza, isolamento infrastrutturale e auditing continuo.
La governance prevista, con l’Ufficio per l’IA e il Laboratorio di IA per la Difesa, indica la consapevolezza che la trasformazione non può essere lasciata all’improvvisazione. Un AI Delivery Center interno è essenziale per accorciare il ciclo tra sperimentazione e adozione. La roadmap triennale appare ambiziosa, forse ottimista. La tecnologia evolve su cicli trimestrali; la pubblica amministrazione su cicli pluriennali. La tensione tra queste due velocità sarà il vero banco di prova.
Il punto culturale resta decisivo. La tecnologia non produce rivoluzioni positive in automatico. Senza adattamento organizzativo, senza pensiero strategico, senza una leadership capace di integrare visione e operatività, l’intelligenza artificiale rischia di diventare un layer cosmetico su strutture obsolete. L’uomo deve restare al centro come decisore responsabile, non come supervisore distratto di sistemi che operano a velocità inaccessibili alla comprensione umana.
L’Italia si colloca dunque in una traiettoria che riconosce l’IA nella difesa come fattore di sopravvivenza strategica. La vera domanda non è se la trasformazione avverrà, ma se sapremo governarla con coerenza, finanziarla con continuità e integrarla con etica e competenza. Nel nuovo equilibrio globale, la potenza non si misura solo in brigate o fregate, ma in dataset curati, in architetture sicure, in algoritmi auditabili. La guerra del futuro, piaccia o meno, si gioca anche nei data center. E chi confonde la sovranità con l’autosufficienza retorica rischia di scoprirlo troppo tardi.
Paper: https://www.difesa.it/assets/allegati/90197/ia_e_difesa_2026.pdf