Il viaggio di Emmanuel Macron in Cina, conclusosi venerdì scorso tra sorrisi diplomatici e promesse rinviate, ha avuto il merito di funzionare come un’inesorabile risveglio per l’Europa. Non che dalle parti di Bruxelles mancassero gli avvertimenti, ma sentir pronunciare da un presidente francese un ultimatum così esplicito a Xi Jinping ha avuto un effetto quasi terapeutico: ha sgombrato il campo da ogni alibi. Se fino a ieri il tema del surplus commerciale cinese sembrava appartenere alla narrativa assertiva dell’America di Donald Trump, oggi la Francia e la stessa Germania di fatto ammettono che non si tratta di paranoie MAGA. Si tratta di un problema reale, enorme e, soprattutto, europeo.

Durante il suo viaggio, Macron ha messo sul tavolo l’insostenibilità di un rapporto commerciale che vede Pechino accumulare surplus record mentre, dall’altro lato, riduce le importazioni. Il presidente francese ha parlato di “clienti uccisi dal loro stesso fornitore”, un’immagine forte ma perfettamente calzante per descrivere un’Europa che rischia di finire strangolata dalla propria dipendenza manifatturiera. A leggere le sue parole, accompagnate dal monito che entro il 2026 l’Europa potrebbe ricorrere a misure forti, comprese tariffe punitive modellate sugli Stati Uniti, si ha quasi l’impressione che Parigi abbia deciso di imprimere una svolta definitiva al tema.

Non si è trattato di una gaffe né di una fuga in avanti. È stata una strategia. Gli avvertimenti privati non hanno funzionato e Macron ha quindi scelto il palcoscenico pubblico. Il messaggio sembra essere passato. Sacha Courtial dell’Institut Jacques Delors ha definito la sortita francese un modo per rendere chiaro a Pechino che il tempo della diplomazia ovattata è finito e che l’Europa potrebbe davvero agire come blocco unito, come ha già dimostrato di saper e poter fare con i dazi antisovvenzioni sui veicoli elettrici cinesi, utilizzando il voto a maggioranza qualificata per difendersi.

Il problema è che nel frattempo la Cina ha superato ancora una volta se stessa. Nei primi undici mesi del 2025 ha accumulato un surplus commerciale di 1.076 miliardi di dollari, superando il record dello scorso anno. Una cifra che racconta meglio di mille editoriali l’asimmetria che si è creata tra la seconda economia mondiale e un’Unione Europea che continua a oscillare tra dipendenza e allarme, tra fascinazione per il mercato cinese e crescente inquietudine geopolitica.

Ed è qui che entra in scena anche la Germania, non più silenziosa come in passato. Il ministro degli Esteri Johann Wadephul, in visita da oggi a Pechino, ha parlato senza giri di parole della necessità di eliminare l’incertezza sulle forniture di terre rare, semiconduttori e materie prime critiche. La Cina controlla il settanta per cento dell’estrazione mondiale di terre rare e il novanta per cento della capacità di lavorazione. Non è solo un vantaggio competitivo, è una leva di potere. Berlino lo ha compreso e teme che la dipendenza su questi materiali possa trasformarsi in un’arma geopolitica tanto quanto lo è stata l’energia russa prima del 2022.

Le parole di Wadephul sulle sovraccapacità cinesi nel settore dell’elettromobilità e dell’acciaio risuonano come un’eco della posizione francese, segno peraltro che la diffidenza verso Pechino non è più una battaglia isolata di Washingthon. La Germania resta formalmente convinta che la Cina sia un partner economico indispensabile e non vuole rompere questo legame, ma l’aumento del deficit commerciale, previsto a un nuovo record di ottantasette miliardi di euro, ha spinto anche Berlino a riconsiderare l’equilibrio del rapporto.

Il nuovo pragmatismo europeo nasce proprio dalla consapevolezza che il surplus commerciale cinese non è solo un indicatore economico.

È un fattore di potere globale, un’arma silenziosa che Pechino utilizza per consolidare la sua influenza. L’Europa lo sta capendo tardi, forse troppo tardi, ma lo sta capendo insieme. Ed è qui che la comparazione con la posizione di Trump assume un sapore particolare. La National Security Strategy del presidente americano ha individuato proprio nella Cina il principale rivale strategico degli Stati Uniti o, meglio, del mondo occidentale, con buona pace di chi ha voluto leggere in quel documento solo un rigurgito di protezionismo trumpiano, in una delle tante esagerazioni che Washington produce quando guarda oltre l’Atlantico.

Eppure oggi Parigi e Berlino giungono alla stessa conclusione, ma con la compostezza del Vecchio Continente che ama vedere se stesso come equilibrato e razionale. L’Europa inizia a rendersi conto che il vero rischio per la prosperità futura non viene dall’America, neppure dalla versione più caricaturale e muscolare della politica americana. Il rischio si chiama dipendenza strutturale da Pechino, una dipendenza che si è estesa dalle catene del valore alle tecnologie strategiche fino alle materie prime essenziali.

Non siamo di fronte a una guerra commerciale, né a uno scontro ideologico. Siamo davanti a un riequilibrio necessario. Macron lo ha detto con ironica franchezza e i tedeschi lo hanno ribadito con la loro diplomazia chirurgica. È il primo passo di una presa di coscienza che potrebbe ridefinire la politica industriale europea. E forse proprio da qui l’Unione Europea potrà iniziare a riscrivere la sua autonomia strategica, senza inseguire fantasmi americani ma guardando in faccia il gigante che da anni accumula surplus record alle sue spalle.

La domanda, a questo punto, non è più se l’Europa debba reagire. È quando, e con quanta decisione. Perché se il passato appartiene al commercio globale senza regole, il futuro europeo dipende dalla capacità di trattare con Pechino non come un cliente devoto ma come una potenza che richiede una risposta politica collettiva. E questa volta non ci sarà modo di ignorare il problema. L’orologio corre, il surplus cresce e l’Europa non può più permettersi di restare semplice spettatrice.