Tre giorni di banchetti, passeggiate nei giardini imperiali e dichiarazioni entusiastiche. Ma i mercati hanno già dato il loro verdetto: meno 4% per Boeing, silenzio sui chip Nvidia e nessun accordo firmato. Benvenuti al più costoso show diplomatico del 2026.
Donald Trump ha lasciato Pechino con la stessa energia con cui un venditore porta a casa una cartella piena di brochure: tanto entusiasmo, pochi contratti firmati. “Accordi commerciali fantastici, ottimi per entrambi i Paesi”, ha dichiarato prima di salire sull’Air Force One. Fantastici, appunto. Nel senso etimologico del termine: appartenenti alla sfera della fantasia, almeno finché qualcuno non ne scriverà i dettagli su carta. La visita di Stato di tre giorni a Pechino, la prima di un presidente americano in Cina dopo nove anni, era attesa come una svolta nella relazione più importante e più pericolosa del pianeta. Il risultato concreto, al netto della retorica e delle passeggiate nei giardini di Zhongnanhai, è stato più vicino alla stabilizzazione di un equilibrio fragile che a una vera inversione di tendenza. E per chi segue da vicino la corsa tecnologica tra le due superpotenze, il bilancio è ancora più impietoso.