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Chip, dazi e geopolitica: perché l’accordo Usa-Taiwan è molto più di un’intesa commerciale e perché a Pechino non piace

A prima vista potrebbe sembrare solo l’ennesimo accordo sui dazi, una di quelle storie che fanno sbadigliare i mercati finché non si guardano le cifre in gioco. Ma l’intesa firmata qualche giorno fa tra Stati Uniti e Taiwan è tutto fuorché ordinaria. Qui non si parla solo di tariffe che scendono dal 20 al 15 per cento o di qualche esenzione per farmaci e componenti aeronautici. Si sta ridisegnando un pezzo della mappa globale dei semiconduttori e quando si toccano i chip, si tocca il nervo scoperto della geopolitica del XXI secolo.

Quando l’AI parla americano ma lavora per Pechino: perché la vera sfida non è costruire modelli più intelligenti, ma tenerli sotto controllo

Sembra una scena uscita da una distopia ben scritta, e invece arriva da un articolo pubblicato sul Washington Post da Jack Crovitz, deployment strategist di Palantir Technologies. Un agente della sicurezza interna cinese chiede a un modello di intelligenza artificiale di progettare un sistema avanzato di sorveglianza per monitorare la popolazione uigura. Un apparato sofisticato, fatto di dati di polizia, trasporti in tempo reale e incroci algoritmici degni di una serie Netflix. Il nome del progetto è quasi poetico nella sua freddezza: Warning Model for High-Risk Uyghur Individuals. Ora arriva il colpo di scena. Il modello non è cinese. Non è DeepSeek, né Zhipu, né Moonshot. È ChatGPT. Silicon Valley, non Shenzhen.

Dal Mato Grosso all’orbita bassa: il Brasile accende internet cinese e sfida l’equilibrio geopolitico dei satelliti

Quando si parla di internet satellitare di solito l’immaginario corre a razzi riutilizzabili, imprenditori visionari e tweet notturni. Il Brasile invece ha scelto una traiettoria diversa, più silenziosa ma non meno carica di significati geopolitici. Dal 2026 la connessione satellitare nelle aree più remote del Paese arriverà grazie a una società cinese, SpaceSail, in partnership con la compagnia statale Telebras. Una decisione che tecnicamente punta a ridurre il digital divide, politicamente apre un nuovo capitolo nei rapporti tra America Latina, Cina e Stati Uniti e strategicamente manda un messaggio piuttosto chiaro anche a Washington.

Pechino e il conto da pagare: perché il surplus cinese è diventato il vero nodo del futuro europeo

Il viaggio di Emmanuel Macron in Cina, conclusosi venerdì scorso tra sorrisi diplomatici e promesse rinviate, ha avuto il merito di funzionare come un’inesorabile risveglio per l’Europa. Non che dalle parti di Bruxelles mancassero gli avvertimenti, ma sentir pronunciare da un presidente francese un ultimatum così esplicito a Xi Jinping ha avuto un effetto quasi terapeutico: ha sgombrato il campo da ogni alibi. Se fino a ieri il tema del surplus commerciale cinese sembrava appartenere alla narrativa assertiva dell’America di Donald Trump, oggi la Francia e la stessa Germania di fatto ammettono che non si tratta di paranoie MAGA. Si tratta di un problema reale, enorme e, soprattutto, europeo.

La National Security Strategy di Trump: il pragmatismo “America First” che non è una dichiarazione di guerra all’Europa

Quando la nuova National Security Strategy di Donald Trump è arrivata sulle scrivanie delle redazioni, molti commentatori hanno reagito come se fosse stata diffusa una dichiarazione di guerra all’Europa. Le prime pagine hanno parlato di una Washington decisa a “strangolare Bruxelles”, a “umiliare la NATO”, a “chiudere il secolo atlantico”. In realtà, basta leggere il documento con calma e con un minimo di ironica diffidenza giornalistica per accorgersi che l’Europa non è affatto il nodo centrale di questa strategia. È citata, sì, ma quasi di passaggio (2 pagine verso la fine del documento). Il vero obiettivo del testo, scritto con tono muscolare e con una certa teatralità tipica del trumpismo, si trova altrove.

Baidu, il Google cinese, ora fabbrica chip: così Pechino costruisce i muscoli dell’Intelligenza Artificiale

Mentre Nvidia resta fuori dai confini, Baidu entra in fabbrica. E trasforma la guerra dei semiconduttori in strategia industriale. Se fino a ieri Baidu per tutti era “il Google cinese”, oggi è qualcosa di molto più ambizioso: un produttore di chip per l’Intelligenza Artificiale con mire da protagonista globale. In silenzio, senza grandi proclami, Baidu sta costruendo quello che Pechino sognava da anni: un’alternativa domestica ai colossi occidentali dei semiconduttori. Perché quando la geopolitica chiude una porta, la tecnologia cinese apre… una fonderia.

La grande fuga dei chip: come la Cina addestra oltre confine l’AI per dribblare i divieti USA

Non è una spy story, è geopolitica digitale: Pechino delocalizza i cervelli… delle macchine. E l’AI diventa una questione di frontiere, GPU e strategia globale. E se pensavate che la nuova Guerra Fredda si giocasse solo su missili, gasdotti e alleanze militari, è il momento di aggiornare il manuale. Oggi il vero campo di battaglia è un data center e le armi non hanno canna ma dissipatori di calore. Gli Stati Uniti stringono il cerchio sull’export di chip avanzati per l’Intelligenza Artificiale e la Cina risponde come ogni grande potenza tecnologica sa fare: cambiando mappa e spostando le sue macchine dove nessuno (almeno per il momento) può bloccarle.

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