Pechino accelera su intelligenza artificiale, semiconduttori, robotica e manifattura avanzata mentre cerca di rendere più resilienti le proprie catene di approvvigionamento. Dietro la formula delle “nuove forze produttive di qualità” emerge una strategia più ampia: non vincere soltanto la corsa ai modelli, ma incorporare l’AI nell’economia reale e ridurre le dipendenze tecnologiche che possono diventare vulnerabilità geopolitiche.

Per capire la strategia cinese sull’intelligenza artificiale può essere utile smettere, almeno per un momento, di guardare le classifiche dei modelli.

DeepSeek, Qwen, Kimi o GLM sono la parte più visibile della competizione con gli Stati Uniti, ma non necessariamente quella che racconta meglio ciò che Pechino sta cercando di costruire. Nella visione industriale che Xi Jinping ha ribadito nelle ultime settimane, l’AI non è infatti soltanto una tecnologia destinata a produrre chatbot, agenti o servizi digitali: deve diventare una componente dell’apparato produttivo cinese, insieme ai semiconduttori, alla robotica, all’automazione, ai nuovi materiali e alle infrastrutture digitali.

Alla conferenza nazionale sull’Advanced Manufacturing di Pechino, Xi ha chiesto di continuare a rafforzare capacità innovativa, competitività e solidità della manifattura avanzata. Il premier Li Qiang ha indicato nella nuova generazione di smart manufacturing una delle principali direzioni di sviluppo industriale, mentre il vicepremier Zhang Guoqing ha richiamato esplicitamente la necessità di approfondire l’iniziativa “AI plus manufacturing”, accompagnando le imprese nella trasformazione digitale e intelligente e rafforzando le basi hardware e software del sistema produttivo.

Non è un programma nato con questa conferenza: si tratta della traduzione industriale di una strategia che Pechino sta costruendo da anni e che nel XV Piano quinquennale, iniziato nel 2026, è diventata ancora più esplicita.

L’intelligenza artificiale torna nell’economia reale

Una delle frasi utilizzate ripetutamente da Xi aiuta a comprenderne la logica: un Paese delle dimensioni della Cina deve continuare a concentrarsi sull’economia reale.

È un’affermazione che assume un significato particolare nel momento in cui gran parte della competizione mondiale sull’intelligenza artificiale viene raccontata attraverso modelli, data center e investimenti finanziari.

La strategia cinese cerca invece di collegare queste tecnologie direttamente alla capacità produttiva.

Il XV Piano quinquennale assegna priorità alla costruzione di un sistema industriale modernizzato, mantenendo la manifattura come componente fondamentale dell’economia e accelerando contemporaneamente la crescita delle industrie emergenti. Circuiti integrati, robotica, information technology di nuova generazione, nuovi materiali, veicoli connessi, aerospace e high-end equipment compaiono all’interno dello stesso disegno industriale.

Tra le industrie del futuro Pechino include inoltre embodied AI, quantum computing, brain-computer interfaces e 6G: l’AI deve attraversarle.

Il programma AI Plus, ampliato nel 2026, prevede la diffusione su larga scala di modelli, agenti e sistemi intelligenti nei diversi settori dell’economia. Il governo stima che le industrie collegate all’AI possano superare i 10 mila miliardi di yuan (poco più di 1.300 miliardi di euro) entro la fine del piano quinquennale.

Questa è probabilmente la differenza più importante rispetto alla semplice idea di una “corsa cinese all’AI”: Pechino non sta costruendo soltanto un’industria dell’intelligenza artificiale, sta cercando di rendere l’intelligenza artificiale una tecnologia dell’industria.

Dalla fabbrica del mondo alla fabbrica intelligente

Abbiamo sempre associato il vantaggio cinese alla scala della produzione, al costo del lavoro, alle infrastrutture e alla densità delle supply chain. Adesso quella formula sta cambiando.

La crescita dei salari, l’invecchiamento demografico, la competizione con altri hub manifatturieri asiatici e la crescente pressione geopolitica rendono più difficile sostenere il vantaggio industriale esclusivamente attraverso la scala produttiva tradizionale.

La risposta del governo cinese è quella di salire lungo la catena del valore. Da questo punto di vista quindi, automazione, robotica, computer vision, manutenzione predittiva, digital twin, progettazione assistita dall’AI, controllo della qualità e ottimizzazione delle supply chain diventano non soltanto strumenti di efficienza, ma di politica industriale.

A gennaio di quest’anno Pechino ha fissato un obiettivo particolarmente concreto: entro il 2027 vuole arrivare a una fornitura “sicura e affidabile” delle tecnologie AI fondamentali, applicare da tre a cinque grandi modelli general purpose alla manifattura, creare 100 dataset industriali di alta qualità e sviluppare 500 scenari applicativi. Il piano comprende esplicitamente anche lo sviluppo coordinato di hardware e software per i chip AI.

Un altro programma prevede entro il 2028 l’aggiornamento delle reti industriali di almeno 50.000 imprese e la costruzione di dataset specifici per venti settori produttivi.

La fabbrica diventa quindi uno dei luoghi nei quali Pechino vuole trasformare la propria scala industriale in un vantaggio anche nell’AI.

Il vantaggio che Silicon Valley non può replicare facilmente

È qui che la competizione con gli Stati Uniti diventa più complessa di quella raccontata dai benchmark.

Gli Stati Uniti possiedono ancora vantaggi fondamentali nei semiconduttori più avanzati, nelle infrastrutture cloud e nei frontier model. Ma la Cina possiede qualcosa di differente: la più grande base manifatturiera del mondo e un’enorme quantità di processi industriali nei quali sperimentare l’intelligenza artificiale.

Questo può produrre un circuito particolarmente virtuoso: le fabbriche generano dati, i dati permettono di addestrare e migliorare sistemi industriali, i sistemi aumentano automazione e produttività, e come conseguenza, la loro diffusione genera nuovi dati e nuove applicazioni.

Non è molto diverso dal vantaggio che le grandi piattaforme digitali hanno costruito utilizzando miliardi di utenti. Solo che, in questo caso, il terreno di apprendimento non è il web ma il mondo fisico.

La robotica rappresenta probabilmente l’esempio più evidente. La Cina possiede già la più grande base installata mondiale di robot industriali e sta investendo rapidamente nell’embodied AI e nei robot umanoidi, pur continuando a dipendere in alcune aree dai chip Nvidia e dal relativo ecosistema software.

Il passaggio strategico in questo caso consiste nel mettere insieme AI digitale e capacità manifatturiera.

I chip sono il punto nel quale innovazione e sicurezza si incontrano

Il progetto incontra però una vulnerabilità evidente. Per rendere l’industria più autonoma attraverso l’intelligenza artificiale, la Cina deve utilizzare una tecnologia la cui componente più avanzata continua a dipendere in parte da supply chain che non controlla completamente.

I semiconduttori sono quindi contemporaneamente il motore e il collo di bottiglia della strategia.

Le restrizioni statunitensi sull’accesso alle GPU più avanzate e alle tecnologie necessarie per produrre chip all’avanguardia hanno trasformato quella dipendenza in un problema di sicurezza economica. La risposta cinese non consiste soltanto nel cercare alternative a Nvidia, ma nel localizzare progressivamente una parte più ampia della catena.

Il XV Piano prevede “misure straordinarie” per ottenere progressi lungo l’intera filiera dei circuiti integrati, insieme a machine tools, strumenti di fascia alta, software di base e materiali avanzati.

È la stessa logica che abbiamo visto emergere in altri dossier.

Huawei sviluppa chip, sistemi e proprietà intellettuale cercando di trasformare alcune dipendenze tecnologiche in rapporti più reciproci. DeepSeek ha mostrato quanto l’efficienza algoritmica possa diventare strategica quando l’accesso al compute è limitato. L’ecosistema open-weight permette alle imprese cinesi di costruire applicazioni senza dipendere necessariamente dalle API dei laboratori americani.

Presi separatamente sono sviluppi tecnologici. Considerati insieme, diventano politica industriale.

Autosufficienza non significa isolamento

Descrivere tutto questo semplicemente come una strategia di autarchia sarebbe però riduttivo. La Cina continua ad avere bisogno dei mercati internazionali, delle esportazioni, di tecnologie straniere e di investimenti. Lo stesso XV Piano combina l’obiettivo della maggiore autosufficienza tecnologica con quello di un’apertura economica di alto livello.

Il concetto strategicamente più utile è quindi probabilmente quello di resilienza. Pechino non deve necessariamente produrre ogni tecnologia internamente, deve cercare di evitare che una dipendenza esterna possa bloccare un’intera catena produttiva.

Da questo punto di vista, semiconduttori, modelli AI, software industriale, robotica, energia e supply chain appartengono allo stesso problema: una dipendenza commerciale è gestibile finché rimane commerciale, diventa strategica quando un governo straniero può utilizzarla come leva.

Le “nuove forze produttive” sono anche una risposta ai problemi interni

C’è infine una seconda dimensione che impedisce di leggere questa strategia esclusivamente attraverso il confronto con Washington: la Cina deve trovare nuovi motori di crescita. La crisi immobiliare, la debolezza della domanda interna e le difficoltà del mercato del lavoro rendono più urgente la trasformazione di un modello che per molti anni ha fatto affidamento su costruzioni, infrastrutture, esportazioni e investimenti.

È in questo contesto che acquista senso l’espressione “new quality productive forces”, utilizzata da Xi dal 2023, che non indica una singola tecnologia ma descrive piuttosto il tentativo di costruire una nuova base della produttività attraverso innovazione scientifica, tecnologie avanzate e trasformazione industriale.

Il governo ha stanziato nel 2026 quasi 1.300 miliardi di yuan (circa 173 miliardi di euro) per scienza e tecnologia, il 7,1% in più rispetto all’anno precedente. Nello stesso tempo sta cercando di far crescere nuovi settori industriali capaci di compensare progressivamente la perdita di dinamismo di quelli tradizionali.

La geopolitica accelera quindi una trasformazione che la Cina dovrebbe affrontare comunque.

La competizione non è più soltanto sul modello migliore

Vista da questa prospettiva, anche la corsa tra Stati Uniti e Cina assume una forma differente. Possiamo continuare a confrontare GPT, Claude, Gemini, DeepSeek, Qwen e Kimi, e quei confronti continueranno ad avere valore, ma potrebbero non dirci quale Paese riuscirà a ricavare il maggiore vantaggio economico dall’intelligenza artificiale.

La domanda decisiva potrebbe essere un’altra: chi riuscirà a incorporare più rapidamente l’AI nel proprio sistema produttivo?

Gli Stati Uniti stanno costruendo un’enorme infrastruttura di compute e possiedono una parte significativa della frontiera tecnologica. La Cina sta cercando di combinare modelli, chip domestici, robotica, dati industriali e la propria gigantesca base manifatturiera.

Sono due strategie che in alcuni punti convergono e in altri riflettono strutture economiche profondamente differenti.

Pechino, soprattutto, sembra non considerare l’AI un settore separato dall’industria. Deve diventare uno strumento con cui progettare prodotti, controllare fabbriche, coordinare supply chain, muovere robot e aumentare la produttività dell’economia reale. Ed è proprio questo che rende le ultime indicazioni di Xi più importanti dell’ennesimo annuncio sull’intelligenza artificiale.

La Cina non sta cercando soltanto di costruire modelli capaci di competere con quelli americani. Sta cercando di costruire un sistema industriale nel quale poter continuare a produrre, innovare e competere anche quando alcune delle tecnologie fondamentali non possono più essere date per disponibili.

Ed è probabilmente su questo terreno, molto più che nella classifica del prossimo benchmark, che si misurerà una parte decisiva della competizione tecnologica tra Cina e Stati Uniti.