Tag: geopolitica

Il drone che decide da solo. La guerra dell’AI passa anche dai chip Nvidia

Un’inchiesta del New York Times rivela che la Russia avrebbe utilizzato computer Nvidia Jetson Orin all’interno di droni capaci di individuare autonomamente i propri bersagli in Ucraina. Non è soltanto un nuovo capitolo della guerra tecnologica: mostra quanto sia diventato difficile separare l’intelligenza artificiale civile dalle sue applicazioni militari.

Manus torna indipendente, ma il messaggio è geopolitico: Pechino alza il muro sull’AI

Manus torna indipendente dopo lo smantellamento dell’acquisizione da oltre 2 miliardi di dollari da parte di Meta. Non è stata però Meta a cambiare strategia: Pechino ha ordinato alle parti di annullare un’operazione già completata, sostenendo che una società nata in Cina e trasferita a Singapore continuasse a rappresentare un asset tecnologico strategico cinese. Il caso Manus crea così un precedente importante nella competizione tra Stati Uniti e Cina: nell’intelligenza artificiale non sono più sotto controllo soltanto chip e capitali, ma anche proprietà intellettuale, talenti e possibilità di vendere una startup oltre confine.

Geopolitica. La Cina non vuole solo usare l’AI: vuole riscrivere l’economia attorno all’AI

Mentre in Occidente il dibattito sull’intelligenza artificiale continua a oscillare tra entusiasmo, regolamentazione e timori occupazionali, a Pechino la questione viene affrontata su una scala diversa. La Cina investe aggressivamente nella corsa ai modelli e ai campioni nazionali dell’AI, ma considera chatbot e benchmark un mezzo, non il fine. L’obiettivo strategico è molto più ambizioso: fare dell’intelligenza artificiale la piattaforma tecnologica su cui costruire la prossima fase della potenza economica cinese.

Il mondo di ieri

Cristina Di Silvio & Antonio Dina

La metamorfosi del legame transatlantico non è un evento improvviso, ma un processo di erosione silenziosa, simile a quelle faglie geologiche che accumulano tensione per decenni prima di manifestarsi in superficie. Non si tratta mai di una rottura puntuale quando si osservano sistemi storici di lunga durata, ma di una lenta perdita di coerenza interna tra livelli che un tempo erano sincronizzati. Per comprendere la traiettoria che ci ha condotto al disordine strategico del 2026, occorre spogliare la cronaca della sua veste emotiva e osservare i dati nella loro nudità strutturale: la quota europea nel PIL globale è passata dal 25% del 1990 a circa il 15% odierno, mentre gli Stati Uniti hanno mantenuto una tenuta relativa grazie a un ecosistema tecnologico che non rappresenta più soltanto un vantaggio competitivo, ma la vera infrastruttura primaria della loro proiezione di potenza globale. Questa trasformazione non è un semplice spostamento di peso economico tra aree del mondo. È la manifestazione visibile di un fenomeno più profondo: la riconfigurazione dei criteri stessi attraverso cui si misura la potenza. Dove prima contava la produzione industriale, oggi conta il controllo delle infrastrutture invisibili che rendono possibile la produzione stessa. In questa transizione, il sistema non “sceglie” un nuovo equilibrio: lo subisce come esito necessario della propria evoluzione interna.

Trump e Xi: missili nel Golfo, un vertice che slitta e l’Iran come imprevisto nel duello Usa-Cina

Quando Donald Trump ha annunciato di voler rimandare di un mese il suo attesissimo viaggio a Pechino, nessuno ha finto sorpresa. La ragione ufficiale suonava limpida e pragmatica: con la guerra contro l’Iran in pieno svolgimento e lo Stretto di Hormuz trasformato in un collo di bottiglia che strozza il petrolio mondiale, il presidente americano preferiva restare a Washington a gestire la crisi piuttosto che posare per le foto di rito nella Città Proibita. Eppure, come spesso accade nei rapporti tra le due superpotenze, la superficie nasconde un intreccio più tortuoso di frustrazioni accumulate, silenzi diplomatici e calcoli di potere.

Yuan contro dollaro: la lunga partita della Cina per riscrivere le regole della finanza globale

Dalla sfida ai petrodollari alle infrastrutture finanziarie alternative, passo dopo passo Pechino sta costruendo un sistema monetario parallelo destinato a ridisegnare gli equilibri globali

Serie: Atlante dell’AI globale

Un cambio di valuta può sembrare un dettaglio tecnico, quasi noioso quanto leggere il foglio illustrativo di un medicinale. Eppure, quando a cambiare è l’unità di misura degli scambi globali, la questione smette rapidamente di essere contabile e diventa geopolitica. La Cina lo sa bene e sta giocando una partita lenta, metodica e decisamente ambiziosa: ridurre il dominio del dollaro e spingere lo yuan verso un ruolo centrale nel sistema finanziario internazionale.

Non si tratta di un assalto frontale, ma di una strategia a più livelli, costruita su commercio, tecnologia, energia e infrastrutture finanziarie. Il messaggio è chiaro: se non puoi riscrivere le regole, prova almeno a cambiare il tavolo da gioco.

Manus, Meta e i visti negati: quando l’AI diventa questione di Stato tra Pechino e Washington

Due ricercatori che non possono lasciare il Paese, un’acquisizione da 2 miliardi di dollari sotto esame e un gigante americano che prova a mettere le mani su una startup nata in Cina. La vicenda di Manus raccontata dal Financial Times ha tutti gli ingredienti di una storia tecnologica contemporanea, con un dettaglio in più. Qui non si tratta solo di business, ma di sovranità tecnologica.

Data center, energia e geopolitica: la nuova infrastruttura strategica del mondo digitale

Quello che è successo negli ultimi anni a livello geopolitico e che continuiamo a vedere con le recenti escalation della crisi in Ucraina prima e quella del Golfo poi, ci ha insegnato a riconoscere alcuni asset fondamentali: porti, gasdotti, rotte commerciali, satelliti e cavi sottomarini sono elementi strutturali e fondamentali dell’architettura economico-politica di un Paese. A questa lista si è aggiunto ora un nuovo protagonista molto meno visibile ma altrettanto cruciale: il data center.

Due Sessioni. Crescita al 5% e nervi saldi: perché la Cina rallenta, ma resta una locomotiva per l’economia globale

Durante l’apertura delle Due Sessioni, il momento politico più importante dell’anno per la leadership cinese, il premier Li Qiang ha presentato davanti all’Assemblea Nazionale del Popolo un obiettivo di crescita del Pil per il 2026 compreso tra il 4,5% e il 5%. Si tratta del livello più basso fissato ufficialmente dalla Cina dal 1991, escludendo l’anomalia del 2020 durante la pandemia. Il dato fotografa un cambio di fase per la seconda economia mondiale guidata dal presidente Xi Jinping. Dopo decenni di espansione a ritmi quasi vertiginosi, la crescita cinese rallenta e diventa più selettiva. Non è un crollo, ma una scelta strategica che riflette pressioni interne e un contesto internazionale decisamente più turbolento rispetto al passato.

Geopolitica del Futuro. Africa: il continente che cresce mentre il mondo discute

Dalla Digital Silk Road di Pechino al Piano Mattei di Roma, il continente africano diventa il banco di prova della nuova geopolitica dei dati, dell’energia e dell’intelligenza artificiale

Serie: Atlante dell’AI globale

L’Africa non è più il “mercato emergente” da evocare nei panel di Davos quando serve una nota di ottimismo. È invece il laboratorio dove si stanno testando, spesso prima che altrove, i nuovi equilibri tra demografia, tecnologia, crescita economica e potere geopolitico. E mentre l’Occidente è impegnato a regolamentare l’intelligenza artificiale prima ancora di averla scalata davvero, il continente africano la sta adottando in modo pragmatico, rapido e, soprattutto, conveniente. I numeri aiutano a inquadrare il contesto. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’economia africana raggiungerà i 3,32 trilioni di dollari nel 2026.

L’Algeria guarda a Est: perché il satellite lanciato con la Cina è molto più di una scelta tecnologica

In geopolitica vale una regola semplice: quando uno Stato sceglie da dove lanciare un satellite, sta dicendo molto più di quanto sembri. E quando l’Algeria decide di mettere in orbita il suo nuovo satellite militare Alsat-3A partendo da una base nel deserto cinese di Jiuquan, il messaggio diventa piuttosto chiaro anche senza bisogno di decodifica satellitare. Da questo punto di vista, il lancio del 15 gennaio scorso non è stato solo un successo tecnico. È stato soprattutto un segnale politico. Un segnale rivolto a Parigi, a Bruxelles, a Washington e, soprattutto, al resto dell’Africa e del Mediterraneo.

Dalla forza del diritto al diritto della forza. Come cambiano i rapporti tra gli Stati nel XXI secolo

Negli ultimi decenni abbiamo raccontato a noi stessi una storia rassicurante: quella di un ordine internazionale fondato sulla forza del diritto, sulle regole condivise, sul multilateralismo come argine razionale al ritorno dei fantasmi del Novecento. Una storia imperfetta, certo, ma sufficientemente credibile da reggere guerre periferiche, crisi finanziarie, allargamenti geopolitici e persino l’illusione, durata poco, di una “fine della storia” [1]. Oggi quella narrazione scricchiola vistosamente. Non siamo ancora precipitati nel caos globale, ma il mondo del XXI secolo assomiglia sempre meno a una comunità regolata e sempre più a un sistema di rapporti di forza, dove il diritto sopravvive solo se compatibile con la potenza. In breve: dalla forza del diritto stiamo scivolando verso il diritto della forza.

Pechino e il conto da pagare: perché il surplus cinese è diventato il vero nodo del futuro europeo

Il viaggio di Emmanuel Macron in Cina, conclusosi venerdì scorso tra sorrisi diplomatici e promesse rinviate, ha avuto il merito di funzionare come un’inesorabile risveglio per l’Europa. Non che dalle parti di Bruxelles mancassero gli avvertimenti, ma sentir pronunciare da un presidente francese un ultimatum così esplicito a Xi Jinping ha avuto un effetto quasi terapeutico: ha sgombrato il campo da ogni alibi. Se fino a ieri il tema del surplus commerciale cinese sembrava appartenere alla narrativa assertiva dell’America di Donald Trump, oggi la Francia e la stessa Germania di fatto ammettono che non si tratta di paranoie MAGA. Si tratta di un problema reale, enorme e, soprattutto, europeo.

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