La governance di Internet torna al centro della competizione geopolitica. Alla 87ª conferenza dell’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN), in programma a Bali dal 17 al 22 ottobre 2026, il dibattito sui nuovi domini si intreccia con una questione assai più delicata: chi deve governare le risorse fondamentali della rete globale e con quali garanzie di indipendenza. L’organizzazione, responsabile del coordinamento dei nomi di dominio e di altre risorse identificative di Internet, affronta una fase nella quale le decisioni tecniche hanno conseguenze economiche e politiche sempre più evidenti. L’espansione dei domini generici, la lotta agli abusi del DNS e la revisione delle regole dei registri regionali degli indirizzi IP sono tre aspetti della stessa questione: mantenere Internet interoperabile senza consegnarne il controllo a interessi commerciali dominanti o a governi desiderosi di esercitare una supervisione diretta.
Il trasferimento della conferenza dall’Oman a Bali, deciso nel contesto delle tensioni in Medio Oriente, ricorda quanto persino gli appuntamenti dedicati alla governance tecnica dipendano dalla situazione internazionale. Il luogo dell’incontro è contingente; le decisioni prese dalla comunità ICANN, invece, possono produrre effetti che si estendono per decenni. La rete globale non possiede un governo unitario paragonabile a quello di uno Stato, ma si regge su un insieme di organizzazioni, procedure condivise e responsabilità distribuite. Questo modello ha permesso a Internet di crescere oltre i confini nazionali, sebbene la sua natura decentralizzata sia diventata sempre più scomoda per chi considera le infrastrutture digitali una componente della sovranità nazionale.
La prima questione riguarda il nuovo ciclo di assegnazione dei domini di primo livello generici, i gTLD. L’ICANN ha pubblicato il 7 ottobre l’elenco delle candidature presentate nel programma 2026, rendendo visibile una domanda considerevole: 1.615 richieste risultavano nella fotografia iniziale pubblicata dall’organizzazione, mentre un precedente aggiornamento aveva indicato 1.616 candidature ammesse a proseguire dopo la verifica dei pagamenti. La differenza dipende dalle diverse fasi amministrative del programma, non da una contraddizione sostanziale. La finestra per presentare le domande si è chiusa il 12 agosto 2026, dopo aver raccolto oltre 1.600 candidature. Il dato conferma l’interesse per le nuove estensioni, ma non dimostra, da solo, che esista una domanda equivalente da parte degli utenti finali.
Per comprendere la portata economica del programma occorre tornare al 2012, quando il precedente ciclo introdusse oltre 1.200 nuove estensioni. Accanto ai tradizionali .com, .net e .org comparvero domini dedicati a settori commerciali, comunità, marchi e territori. L’idea era ampliare la scelta, favorire la concorrenza e consentire alle organizzazioni di costruire identità digitali più riconoscibili. I risultati, tuttavia, sono stati meno rivoluzionari di quanto alcune previsioni lasciassero intendere. Le nuove estensioni hanno generato decine di milioni di registrazioni, ma .com conserva una posizione dominante e il comportamento degli utenti continua a premiare soprattutto i marchi già conosciuti. Cambiare l’indirizzo di un’impresa non significa automaticamente cambiare il modo in cui i clienti la trovano.
Tra le candidature emerse nel nuovo ciclo figurano nomi commerciali e marchi aziendali, oltre a estensioni generiche come .agent. Quest’ultima ha attirato l’interesse di più soggetti, fra cui OpenAI, Google e Meta, secondo le informazioni riportate sulla competizione per il nome. La presenza di numerosi candidati per una stessa stringa apre un problema concreto: quando più organizzazioni desiderano ottenere il controllo della medesima estensione, l’ICANN deve applicare le procedure previste per gestire la concorrenza, che possono comprendere negoziazioni e meccanismi di risoluzione delle contese. Anche il nome .taylorswift compare fra gli interessi legati al nuovo ciclo, dimostrando come il mercato dei domini possa estendersi alla protezione e alla valorizzazione delle identità personali. La candidatura, naturalmente, non equivale all’assegnazione definitiva.
Le nuove estensioni non saranno disponibili immediatamente. Dopo la pubblicazione delle candidature, il programma prevede ulteriori verifiche, periodi per commenti e obiezioni e passaggi amministrativi che possono prolungarsi nel tempo. Il 17 novembre 2026 è previsto lo String Confirmation Day, momento in cui sarà pubblicato l’elenco aggiornato delle stringhe che proseguiranno nell’iter. L’assegnazione effettiva dei nuovi domini richiederà poi il completamento delle valutazioni e degli accordi di registro. Il calendario rende plausibile un’introduzione graduale a partire dal 2028, anche se le tempistiche effettive dipenderanno dall’andamento delle singole procedure. Per le aziende interessate, la registrazione di un dominio è quindi un investimento strategico da valutare con attenzione, non un risultato acquisito al momento della candidatura.
La seconda questione è meno visibile agli utenti, ma potenzialmente più importante per la sicurezza della rete: l’abuso del Domain Name System. Il DNS traduce i nomi comprensibili alle persone negli indirizzi necessari per raggiungere i servizi online. Questa funzione è essenziale per il funzionamento di Internet, ma può essere sfruttata per campagne di phishing, distribuzione di malware e altre attività illecite. Le nuove registrazioni possono offrire ai criminali opportunità per costruire infrastrutture temporanee, approfittando della rapidità con cui un dominio può essere attivato e utilizzato. Le stime sull’incidenza degli abusi variano in funzione delle definizioni e dei campioni analizzati; il dato secondo cui fino al 20% delle nuove registrazioni in alcuni contesti sarebbe destinato a usi illeciti va quindi interpretato con cautela, senza trasformarlo in una percentuale universale applicabile all’intero sistema dei domini.
L’ICANN ha ripetutamente chiarito di non essere una polizia globale di Internet. Il suo mandato è tecnico e istituzionale, mentre l’accertamento dei reati e l’applicazione delle leggi competono alle autorità competenti. Questa distinzione è fondamentale, perché attribuire all’organizzazione un potere generale di censura o di rimozione dei contenuti significherebbe modificarne profondamente la natura. Il problema operativo consiste nel trovare un equilibrio fra la necessità di intervenire rapidamente contro gli abusi e il rischio che segnalazioni infondate o richieste opportunistiche provochino la cancellazione ingiustificata di domini legittimi. A Bali sono in discussione raccomandazioni dedicate a rendere più coerenti le procedure, rafforzando le garanzie contro le richieste abusive di sospensione o cancellazione.
La terza questione riguarda i Regional Internet Registry, le organizzazioni che amministrano l’assegnazione delle risorse numeriche della rete nelle rispettive aree geografiche. Il sistema comprende cinque registri regionali, responsabili della distribuzione degli indirizzi IPv4 e IPv6 secondo politiche sviluppate attraverso processi comunitari. La scarsità degli indirizzi IPv4 ha trasformato queste risorse in beni economicamente rilevanti. Gli indirizzi possono essere trasferiti o concessi in uso nel rispetto delle regole applicabili, ma la loro gestione non può essere ridotta a un semplice mercato immobiliare digitale: la disponibilità di risorse numeriche è legata alla stabilità operativa delle reti e alla capacità degli operatori di garantire la continuità dei servizi.
La crisi di AFRINIC, il registro regionale africano, ha messo in luce le fragilità di questo modello. Controversie legali, problemi di governance e difficoltà nel funzionamento degli organi direttivi hanno alimentato il timore che un registro regionale possa diventare vulnerabile a conflitti interni o a tentativi di acquisizione del controllo. Al centro di una parte delle controversie è comparso Lu Heng, imprenditore di Hong Kong coinvolto in dispute relative a blocchi di indirizzi IPv4 acquisiti attraverso una società collegata alle Seychelles e successivamente concessi in uso a operatori in diverse parti del mondo. Le interpretazioni sulla legittimità delle operazioni e sulle responsabilità dei soggetti coinvolti sono state oggetto di contestazione; il caso ha comunque mostrato quanto sia difficile conciliare gli incentivi economici associati agli indirizzi IP con le finalità collettive del sistema.
La risposta istituzionale è la revisione dell’Internet Coordination Policy-2, il documento che definisce i criteri fondamentali per il riconoscimento dei registri regionali. Il lavoro ha prodotto una nuova bozza di governance, consegnata il 28 luglio 2026 al consiglio esecutivo della Number Resource Organization e pubblicata con materiali di accompagnamento il 1° settembre. Il testo aggiorna le regole relative al riconoscimento, al funzionamento e all’eventuale revoca del riconoscimento dei RIR, introducendo procedure più definite per la conformità, la gestione delle emergenze e la responsabilità istituzionale. La revisione contempla inoltre una maggiore trasparenza nelle valutazioni e misure destinate a ridurre i rischi di conflitto d’interessi. Il documento è ancora inserito in un processo di esame e coordinamento, perciò non sarebbe corretto descriverlo come un sistema definitivamente approvato in ogni sua parte.
Il nodo politico è evidente. Se un registro regionale non riesce a governarsi autonomamente, chi deve intervenire e con quali poteri? Lasciare che ogni crisi venga risolta esclusivamente dagli attori interni può rivelarsi insufficiente; trasferire invece l’autorità a governi o organismi intergovernativi rischia di introdurre pressioni politiche incompatibili con una gestione globale e neutrale delle risorse Internet. La revisione dell’ICP-2 cerca di definire procedure che consentano di intervenire nei casi estremi senza trasformare la supervisione in un controllo politico permanente. Il nuovo quadro dovrà dimostrare di poter garantire continuità operativa e responsabilità senza cancellare l’autonomia che ha sostenuto il sistema per decenni.
Questa discussione assume un significato ulteriore in vista dell’Assemblea mondiale dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni, prevista a Doha nel novembre 2026. Le proposte che puntano a rafforzare il ruolo degli Stati nella governance di Internet riflettono una divergenza strutturale fra due concezioni. La prima privilegia un modello multistakeholder, nel quale governi, imprese, organizzazioni tecniche e società civile partecipano alla definizione delle regole attraverso responsabilità differenti. La seconda attribuisce agli Stati un ruolo più diretto nella supervisione delle infrastrutture e delle risorse critiche. La tensione non è nuova, ma diventa più acuta quando Internet viene considerato un elemento della sicurezza nazionale e della competizione economica internazionale.
Per le imprese, il dibattito dell’ICANN non è una questione riservata agli specialisti dei domini. La stabilità del DNS condiziona la raggiungibilità dei servizi digitali, la protezione dei marchi e la resilienza delle infrastrutture. Le aziende che investono in identità digitali proprietarie dovrebbero valutare le nuove estensioni sulla base di un ritorno economico verificabile, anziché inseguire la novità per ragioni di immagine. Analogamente, i responsabili della sicurezza devono considerare il DNS una componente dell’architettura di difesa, perché un dominio compromesso o utilizzato per impersonare un’organizzazione può danneggiare la fiducia dei clienti prima ancora che un incidente raggiunga i sistemi informativi centrali.
La posta in gioco, in definitiva, supera il valore commerciale delle nuove estensioni. Internet continua a funzionare perché un insieme di istituzioni tecniche mantiene regole comuni in un ambiente nel quale gli interessi nazionali e privati divergono spesso in modo radicale. La crisi di AFRINIC mostra che l’autogoverno non può fondarsi sulla sola fiducia reciproca: servono procedure verificabili, responsabilità definite e strumenti d’intervento proporzionati. La competizione per i nuovi gTLD dimostra, allo stesso tempo, che l’espansione dello spazio dei nomi non garantisce automaticamente maggiore concorrenza o valore economico. Bali rappresenta quindi un passaggio significativo per verificare se la governance di Internet sappia correggere le proprie debolezze senza rinunciare alla struttura aperta che ne ha favorito lo sviluppo. Il risultato non si misurerà soltanto nel numero di nuovi domini assegnati, ma nella capacità di preservare un sistema globale nel quale nessun singolo governo, impresa o gruppo di interessi possa trasformare una risorsa condivisa in uno strumento di controllo esclusivo.