Nei primi nove mesi del 2026 il mercato americano ha attratto 444 miliardi di euro, contro i 68 miliardi europei. I mega-round dell’AI stanno cambiando la geografia dei capitali, mentre anche in Europa aumentano gli investimenti ma diminuiscono le operazioni. Il problema non è soltanto finanziare nuove startup, ma avere le risorse per trasformarle in leader tecnologici globali.

Il venture capital mondiale sta attraversando una trasformazione che rischia di ridisegnare gli equilibri dell’industria tecnologica per il prossimo decennio. L’intelligenza artificiale non sta semplicemente attirando una quota crescente degli investimenti destinati alle startup, ma sta modificando le dimensioni delle operazioni, la concentrazione dei capitali e la capacità dei diversi sistemi economici di sostenere imprese tecnologiche su scala globale.

La distanza tra Stati Uniti ed Europa offre una misura di questo cambiamento. Nei primi nove mesi del 2026, secondo i dati PitchBook raccolti nel Venture Capital Report Italy Q3-26 di Growth Capital e Italian Tech Alliance, negli Stati Uniti sono stati investiti 444 miliardi di euro attraverso 14.199 operazioni. In Europa gli investimenti si sono fermati a 68 miliardi, distribuiti su 7.312 round.

Il rapporto tra i capitali investiti nei due mercati è di 6,5 a 1. La differenza nel numero delle operazioni è molto più contenuta, poco meno di due a uno.

Il dato suggerisce che il divario non riguarda soltanto la capacità di finanziare nuove imprese, ma soprattutto la dimensione dei finanziamenti che alcuni operatori riescono ad attrarre. Gli Stati Uniti stanno concentrando risorse straordinarie su un numero relativamente limitato di aziende, in particolare quelle impegnate nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

L’AI sta trasformando il venture capital americano

Il peso dell’intelligenza artificiale diventa ancora più evidente osservando la composizione degli investimenti.

Nel primo semestre del 2026, negli Stati Uniti, 309 miliardi di euro su 358 miliardi complessivamente investiti sono confluiti in società classificate da PitchBook come legate all’AI. Si tratta di circa l’86% del mercato, una quota eccezionale rispetto al 63% registrato nell’intero 2025.

In Europa, nello stesso semestre, gli investimenti riconducibili all’AI hanno raggiunto 27 miliardi su 44 miliardi complessivi, pari a circa il 61%. Nel 2025 la quota era stata di circa il 37%.

Queste percentuali richiedono una precisazione metodologica: la classificazione PitchBook comprende anche imprese nelle quali l’intelligenza artificiale costituisce una componente significativa dell’attività, non soltanto le società che sviluppano modelli fondamentali o operano esclusivamente nell’AI. Inoltre, i dati settoriali si riferiscono al primo semestre, mentre quelli complessivi del mercato coprono i primi nove mesi del 2026.

Anche con queste cautele, la direzione è evidente: l’AI è diventata il principale polo di attrazione del capitale tecnologico, soprattutto negli Stati Uniti.

Operazioni di dimensioni straordinarie, come quelle riconducibili a OpenAI e Anthropic, contribuiscono a spiegare l’accelerazione del mercato americano. Non si tratta però di finanziamenti paragonabili a quelli tradizionalmente destinati alle startup software. Lo sviluppo dei modelli di frontiera richiede capacità di calcolo, infrastrutture, energia, personale altamente specializzato e impegni finanziari che avvicinano queste imprese, per intensità di capitale, ai grandi programmi industriali.

È qui che il venture capital incontra un problema di scala. Finanziare un’applicazione software e sostenere un’azienda che deve costruire e addestrare modelli avanzati sono attività profondamente diverse, anche quando entrambe vengono contabilizzate nello stesso mercato degli investimenti tecnologici.

L’Europa cresce, ma sempre più grazie ai mega-round

La distanza dagli Stati Uniti non significa che il mercato europeo sia fermo. Nei primi nove mesi del 2026, i 68 miliardi di euro investiti in Europa hanno quasi raggiunto i 70 miliardi dell’intero 2025. Il terzo trimestre è stato il migliore per capitale investito dal secondo trimestre del 2022.

Ma anche in Europa emerge una contraddizione simile a quella osservata nel mercato italiano: mentre aumentano gli importi, diminuisce il numero delle operazioni. Il terzo trimestre 2026 è risultato il più debole della serie storica considerata dal rapporto per numero di round.

Ancora più significativo è il peso delle operazioni di grande dimensione. Dei 68 miliardi investiti nei primi nove mesi, circa 47 miliardi sono attribuiti ai mega-round, contro 22 miliardi di investimenti al di fuori di questa categoria, secondo i valori arrotondati del rapporto. Significa che quasi sette euro su dieci si concentrano nelle operazioni maggiori.

Il venture capital europeo sta dunque cambiando composizione. Una parte crescente delle risorse viene assorbita da imprese che hanno già raggiunto dimensioni importanti, mentre il numero complessivo delle operazioni non segue la stessa traiettoria.

Questo fenomeno può riflettere una maggiore maturità dell’ecosistema, con aziende capaci di raccogliere capitali più consistenti rispetto al passato. Ma rende anche più difficile utilizzare il volume totale degli investimenti come misura della salute del mercato. Pochi round eccezionali possono migliorare sensibilmente il dato aggregato senza produrre un corrispondente aumento delle opportunità per la maggioranza delle startup.

Il caso francese: Mistral AI cambia i numeri del mercato

La Francia rappresenta uno degli esempi più significativi di questa trasformazione. Nei primi nove mesi del 2026 le startup francesi hanno raccolto 10,6 miliardi di euro, superando già i 9,8 miliardi investiti nell’intero 2025. Una crescita importante, sostenuta tuttavia da una forte concentrazione delle risorse.

Il solo round da 3 miliardi di euro di Mistral AI rappresenta circa il 28% dell’intero capitale raccolto dal mercato francese. Le operazioni superiori a 100 milioni di euro assorbono complessivamente il 65% degli investimenti.

Il dato francese è particolarmente interessante perché mostra contemporaneamente la forza e la fragilità potenziale di un ecosistema tecnologico. Da un lato, la presenza di un’impresa come Mistral AI dimostra che anche in Europa è possibile sviluppare società capaci di attrarre finanziamenti miliardari e competere su mercati dominati dai grandi operatori americani. Dall’altro, proprio il peso di questa operazione rende evidente quanto il risultato complessivo dipenda da un numero ristretto di aziende.

Non sarebbe corretto concludere che il mercato francese sia debole soltanto perché concentrato: la capacità di far emergere grandi imprese tecnologiche è uno degli obiettivi di qualsiasi ecosistema dell’innovazione. Il problema è comprendere se, dietro i pochi campioni che raggiungono dimensioni globali, esista una base sufficientemente ampia di nuove società in grado di seguire lo stesso percorso.

Il Regno Unito conserva il primato europeo

Il Regno Unito continua a rappresentare il principale mercato europeo del venture capital: con 25 miliardi di euro raccolti nei primi nove mesi del 2026, le startup britanniche hanno quasi eguagliato i 25,5 miliardi investiti nell’intero 2025. Il Paese ha attratto circa il 37% dei capitali europei, mantenendo una posizione nettamente superiore a quella degli altri ecosistemi nazionali.

Il dato più interessante riguarda però la capacità di raccolta dei fondi. Nel solo terzo trimestre, secondo le fonti riportate da Growth Capital, gli investitori britannici hanno raccolto 6,9 miliardi di dollari attraverso 31 nuovi fondi, circa quattro volte la media trimestrale dei due anni precedenti.

La presenza di gestori capaci di raccogliere fondi di grandi dimensioni rappresenta una componente fondamentale dell’ecosistema. Per sostenere una startup nella fase iniziale possono essere sufficienti alcuni milioni di euro; accompagnarla in un percorso di espansione internazionale può richiedere decine o centinaia di milioni.

La disponibilità di capitale lungo l’intero ciclo di sviluppo diventa quindi importante quanto la capacità di finanziare la nascita delle imprese ed è anche su questo terreno che si misura la distanza tra gli ecosistemi europei e il mercato americano.

L’Italia cresce, ma resta distante dai grandi mercati

Il confronto europeo permette di leggere con maggiore precisione anche la situazione italiana. Nei primi nove mesi del 2026 il venture capital nazionale ha raggiunto 1,477 miliardi di euro, in crescita del 73% rispetto allo stesso periodo del 2025, ma il numero delle operazioni è sceso del 32%, con una contrazione del 42% dei round pre-seed e seed.

Il risultato italiano presenta quindi una dinamica coerente con quella osservata in altri mercati europei: più capitale concentrato in operazioni maggiori, accompagnato da una riduzione del numero dei finanziamenti.

La differenza è soprattutto di scala. Il mercato italiano rimane molto più piccolo rispetto a quello britannico e francese, mentre le imprese che riescono a raggiungere le fasi avanzate di sviluppo devono confrontarsi con la disponibilità di investitori capaci di sostenere round sempre più consistenti.

Il rapporto segnala tuttavia anche un elemento positivo. Nei primi nove mesi del 2026, le operazioni dalla Serie B in avanti sono state 18, quasi il doppio rispetto alle 10 dello stesso periodo del 2025, raccogliendo 660 milioni di euro.

È un segnale di maturità di una parte dell’ecosistema, ma non risolve il problema della capacità di alimentare continuamente nuove imprese, soprattutto se il numero dei finanziamenti iniziali continua a diminuire.

La sovranità tecnologica europea passa anche dai capitali

La questione del venture capital assume un significato ancora più ampio quando viene collegata alla sovranità tecnologica.

L’Europa discute da anni della necessità di ridurre la propria dipendenza dalle piattaforme, dalle infrastrutture digitali e dalle tecnologie sviluppate negli Stati Uniti. Ma la possibilità di costruire alternative industriali dipende anche dalla disponibilità di capitali adeguati.

La ricerca scientifica, il talento imprenditoriale e le competenze tecnologiche rappresentano condizioni necessarie, ma non sufficienti. Senza finanziamenti capaci di accompagnare le imprese attraverso le diverse fasi di sviluppo, il rischio è che le startup europee rimangano piccole, trasferiscano parte delle proprie attività all’estero oppure cerchino investitori e mercati finanziari fuori dall’Unione.

Non è soltanto una questione di nazionalità del capitale. Gli investimenti internazionali possono rappresentare un’importante opportunità per le imprese europee. Il problema riguarda piuttosto la capacità del continente di mantenere al proprio interno attività industriali, competenze strategiche, centri decisionali e valore economico generato dall’innovazione.

Il rapporto Growth Capital–Italian Tech Alliance individua nell’AI applicata, più che nella competizione diretta sui modelli fondamentali, una possibile area di forza europea. È una prospettiva plausibile, soprattutto nei settori industriali nei quali l’Europa dispone di competenze consolidate, ma non elimina la necessità di investimenti consistenti in infrastrutture, software, ricerca e capacità produttive.

Un’Europa che rinunciasse a competere sui modelli di frontiera potrebbe comunque sviluppare un importante ecosistema di applicazioni industriali. Dovrebbe però affrontare il problema della dipendenza tecnologica dai fornitori delle piattaforme e delle infrastrutture sulle quali tali applicazioni vengono costruite.

Il divario non si misura soltanto in miliardi

I 444 miliardi investiti negli Stati Uniti contro i 68 miliardi europei rappresentano una fotografia impressionante, ma non esauriscono il problema.

Una parte della distanza deriva da finanziamenti eccezionali concentrati su poche imprese dell’intelligenza artificiale. Per valutare la competitività dei due ecosistemi occorre quindi osservare anche il capitale disponibile al netto dei mega-round, la distribuzione per fase di sviluppo, la capacità di raccolta dei fondi e le opportunità di uscita per gli investitori.

Sono dimensioni che il dato aggregato non consente di misurare completamente e che richiedono confronti metodologicamente omogenei.

Rimane però una trasformazione di fondo. L’intelligenza artificiale sta rendendo sempre più importante la capacità di mobilitare capitali di dimensioni industriali, mentre la competizione tecnologica si sposta progressivamente verso sistemi nei quali ricerca, infrastrutture e finanza sono strettamente interdipendenti.

Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la sfida non consiste semplicemente nell’aumentare il numero dei finanziamenti o nel celebrare il raggiungimento di nuovi record annuali.

La questione decisiva è costruire un sistema capace di accompagnare le imprese dalla nascita alla dimensione globale, evitando che la crescita dei capitali si traduca soltanto in una maggiore concentrazione degli investimenti.

Perché nell’economia dell’intelligenza artificiale il rischio non è soltanto quello di avere meno risorse degli Stati Uniti, ma di non disporre degli strumenti finanziari e industriali necessari per trasformare l’innovazione europea in potere tecnologico.

Fonti e nota metodologica – Analisi Rivista.AI basata sul Venture Capital Report Italy Q3-26, Growth Capital e Italian Tech Alliance, ottobre 2026, con particolare riferimento alle sezioni dedicate ai mercati degli Stati Uniti e dell’Europa e agli ecosistemi di Regno Unito, Francia e Italia. I dati internazionali provengono principalmente dalle elaborazioni PitchBook riportate nel documento. Gli investimenti complessivi si riferiscono al periodo gennaio – settembre 2026; i dati relativi alla quota AI sono riferiti al primo semestre. La classificazione AI comprende imprese con una componente significativa di intelligenza artificiale e non esclusivamente sviluppatori di modelli fondamentali. I confronti tra mercati devono tenere conto delle differenze di perimetro e metodologia delle rispettive fonti.