La narrativa ufficiale racconta proteste spontanee, cittadini preoccupati per l’acqua, ambientalisti allarmati dalle emissioni e movimenti progressisti impegnati contro l’espansione incontrollata dell’intelligenza artificiale. La realtà, come spesso accade nelle guerre industriali del XXI secolo, appare molto meno romantica e decisamente più strategica. Attorno ai nuovi data center statunitensi si sta consolidando una convergenza politica e ideologica che negli ambienti energetici e di sicurezza nazionale americani viene ormai osservata con crescente inquietudine: gruppi climatici radicali, attivisti anti Israele, reti di estrema sinistra e organizzazioni apertamente anti occidentali stanno iniziando a colpire simultaneamente lo stesso bersaglio, cioè le infrastrutture fisiche necessarie per sostenere la corsa americana all’AI.
Il caso dello Utah è emblematico perché mostra come il conflitto sull’intelligenza artificiale non riguardi più soltanto chip, algoritmi o modelli linguistici, ma territorio, energia, acqua e consenso sociale. Il gigantesco progetto da 40.000 acri sostenuto anche da investitori come Kevin O’Leary è diventato un simbolo perfetto di questa nuova fase. Formalmente le contestazioni riguardano l’impatto ambientale, il consumo idrico e la pressione sulla rete elettrica; sostanzialmente, dietro molte campagne, iniziano a emergere connessioni con reti di attivismo internazionale che vedono nella supremazia tecnologica americana un obiettivo politico da indebolire.
Negli Stati Uniti alcuni analisti energetici stanno usando un paragone che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato eccessivo: la strategia sovietica durante la Guerra Fredda contro il nucleare europeo. Mosca finanziava movimenti antinuclearisti per rallentare l’autonomia energetica occidentale e mantenere l’Europa dipendente dal gas sovietico. Oggi il meccanismo appare sorprendentemente simile, ma il nodo non è più il gas; è la potenza computazionale. I grandi modelli AI richiedono quantità gigantesche di elettricità stabile, reti ad alta capacità, sistemi di raffreddamento, infrastrutture idriche e tempi autorizzativi rapidi. Bloccare un data center oggi significa rallentare l’addestramento di modelli AI domani. Nel linguaggio militare contemporaneo, sarebbe definito un attacco alla logistica strategica.
La parte più interessante, e probabilmente più sottovalutata in Europa, riguarda la convergenza ideologica apparentemente improbabile tra movimenti climatici radicali, gruppi anti occidentali e reti geopoliticamente vicine alla Cina. Quando attivisti climatici sfilano insieme a manifestanti pro Palestina sotto slogan come “Climate Justice Means Free Palestine”, oppure quando figure mediatiche come Greta Thunberg trasformano campagne ambientali in piattaforme geopolitiche, il fenomeno smette di essere puramente ecologico e diventa sistemico. Non si tratta necessariamente di una regia centralizzata hollywoodiana, come piace immaginare ai commentatori più paranoici di Washington; il punto è molto più sofisticato. Movimenti diversi condividono ecosistemi digitali, finanziamenti indiretti, piattaforme narrative e soprattutto un’identica ostilità verso il modello industriale americano.
Il caso di CodePink è particolarmente significativo perché mostra come il bersaglio si stia spostando esplicitamente verso l’infrastruttura AI. Il gruppo, noto per posizioni radicali anti NATO e anti occidentali, ha recentemente diffuso contenuti contro il progetto di data center nello Utah mentre continuava contemporaneamente campagne a sostegno dell’Iran e del Partito Comunista cubano. Alcuni osservatori americani collegano queste reti all’imprenditore Neville Roy Singham, figura controversa residente a Shanghai e accusata da media statunitensi di finanziare ecosistemi mediatici e attivisti con posizioni favorevoli alla Cina. Il tema diventa delicato perché, nel momento in cui la competizione AI assume una dimensione geopolitica, distinguere tra protesta legittima e guerra economica indiretta diventa quasi impossibile.
Naturalmente esiste anche un elemento di verità nelle proteste ambientali. I data center consumano quantità enormi di energia e acqua; alcuni cluster AI iniziano ad assorbire potenza paragonabile a quella di intere città medie europee. L’ipocrisia, tuttavia, emerge nella totale asimmetria geopolitica del dibattito. Negli Stati Uniti ogni nuovo impianto viene sottoposto a battaglie legali, contestazioni pubbliche, campagne social e resistenza amministrativa; in Cina, al contrario, Pechino costruisce infrastrutture AI, centrali elettriche e reti industriali con una velocità che l’Occidente semplicemente non riesce più a replicare. La Silicon Valley discute di etica computazionale mentre la Cina posa cemento, installa turbine e collega megawatt. Una differenza culturale apparentemente banale che rischia di diventare decisiva.
La vera questione strategica riguarda infatti il tempo. Nell’economia dell’intelligenza artificiale non vince necessariamente chi possiede il miglior modello oggi; vince chi riesce a scalare più velocemente infrastruttura, energia e capacità computazionale. Ogni ritardo autorizzativo, ogni ricorso ambientale, ogni blocco locale genera mesi persi. Nel frattempo, i competitor geopolitici avanzano. La supremazia AI non sarà determinata soltanto da aziende come OpenAI, Google o Anthropic, ma dalla capacità di interi sistemi industriali di sostenere una crescita energetica e computazionale senza autodistruggersi politicamente.
Qui emerge un dettaglio che in Europa dovrebbe preoccupare più degli Stati Uniti stessi. Washington, nonostante tutto, possiede ancora capitale, hyperscaler, reti elettriche relativamente integrate e capacità industriale. L’Europa invece rischia di importare contemporaneamente sia la dipendenza tecnologica sia la paralisi regolatoria. Mentre Bruxelles moltiplica norme, audit, compliance e limiti procedurali, la vera partita si sta giocando su trasformatori, fibra ottica, centrali e capacità di costruire rapidamente infrastrutture fisiche. L’intelligenza artificiale sta distruggendo una vecchia illusione occidentale: quella secondo cui il software possa esistere indipendentemente dall’hardware e dalla geopolitica.