Per vincere la corsa all’intelligenza artificiale non basta più avere il modello migliore. Bisogna trovare anche una presa abbastanza grande a cui collegarlo.
Anthropic sembra averlo capito molto bene. La società fondata da Dario e Daniela Amodei avrebbe raggiunto un accordo da 9,1 miliardi di dollari con Riot Platforms per assicurarsi 191 megawatt di capacità nel campus di Rockdale, in Texas. Il contratto ha una durata ventennale e, secondo quanto riportato da Bloomberg sulla base di fonti vicine all’operazione, dietro il cliente definito ufficialmente da Riot come un “leading frontier AI lab” ci sarebbe proprio la società che sviluppa Claude.
Riot ha confermato l’esistenza dell’accordo e alcuni dei suoi elementi essenziali, senza però rendere pubblico il nome del cliente. La società parla di 191 MW di capacità IT critica nel campus texano e di un contratto della durata di vent’anni.
La notizia potrebbe essere archiviata come l’ennesimo accordo miliardario dell’industria dell’intelligenza artificiale. Sarebbe però un errore, perché racconta qualcosa di molto più interessante: la corsa all’AI sta progressivamente trasformandosi in una corsa all’infrastruttura.
E, soprattutto, sta producendo una curiosa migrazione industriale. Le stesse aziende che fino a poco tempo fa consumavano enormi quantità di elettricità per estrarre Bitcoin stanno scoprendo che quegli stessi megawatt possono avere un cliente decisamente più remunerativo: i laboratori che sviluppano modelli di intelligenza artificiale.
Da Bitcoin a Claude: la seconda vita dei megawatt
Riot Platforms nasce e cresce come uno dei grandi operatori statunitensi del mining di Bitcoin. Il suo business dipende da una risorsa che oggi interessa enormemente anche all’industria dell’AI: accesso a grandi quantità di energia, terreni, connessioni alla rete e infrastrutture capaci di ospitare hardware ad altissima intensità computazionale.
In altre parole, i miner di criptovalute hanno trascorso anni ad accumulare proprio ciò che oggi scarseggia maggiormente nella corsa all’intelligenza artificiale.
Non necessariamente GPU, come potrebbe suggerire una lettura superficiale. Il mining di Bitcoin utilizza ormai da tempo prevalentemente hardware ASIC specializzato. Il vero patrimonio strategico è ciò che sta intorno alle macchine: energia disponibile, infrastrutture elettriche, sistemi di raffreddamento, terreni e capacità di costruire rapidamente grandi impianti.
È qui che il passaggio dal Bitcoin all’AI diventa economicamente interessante.
Riot aveva già iniziato questa trasformazione. Nel 2026 ha ampliato il proprio business nel data center leasing e aveva precedentemente siglato un accordo con AMD per capacità nel campus di Rockdale. Ora il contratto attribuito ad Anthropic porta il cambio di scala a un livello completamente diverso.
La società che fino a ieri utilizzava energia per produrre Bitcoin può quindi vendere quella stessa infrastruttura a chi deve produrre token di tutt’altro genere.
Una piccola ironia lessicale che nasconde una trasformazione industriale molto seria.
Anthropic si assicura 191 megawatt per vent’anni
I numeri aiutano a capire le dimensioni dell’operazione.
Il contratto riguarda 191 megawatt di capacità nel campus Riot di Rockdale, in Texas. L’accordo dovrebbe generare circa 9,1 miliardi di dollari di ricavi nell’arco della durata iniziale e prevede due possibili estensioni di cinque anni che potrebbero portarne il valore complessivo fino a 16,1 miliardi di dollari.
Vent’anni sono un periodo particolarmente lungo nell’industria tecnologica.
Vent’anni fa l’iPhone non esisteva ancora. Facebook era una giovane società e il cloud computing commerciale muoveva i primi passi. Impegnarsi oggi su infrastrutture destinate all’AI fino alla metà degli anni quaranta del duemila significa quindi fare una scommessa che va ben oltre la prossima versione di Claude.
Significa assumere che la domanda di capacità computazionale continuerà a crescere abbastanza da giustificare infrastrutture energetiche e data center progettati su orizzonti temporali normalmente associati a centrali elettriche, autostrade o grandi impianti industriali.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più importante dell’accordo.
La nuova unità di misura dell’intelligenza artificiale è il megawatt
Cambia anche il modo con il quale misuriamoo la corsa all’AI: prima erano i parametri dei modelli, poi abbiamo iniziato a contare le GPU, adesso stiamo contando i megawatt.
Il passaggio non è soltanto semantico. Segnala che il principale collo di bottiglia dell’intelligenza artificiale si sta progressivamente spostando dal software verso il mondo fisico.
Un laboratorio può sviluppare un modello migliore, raccogliere miliardi di dollari e acquistare decine di migliaia di acceleratori. Ma quelle macchine devono essere installate da qualche parte, alimentate continuamente, raffreddate e collegate a reti elettriche che non sono state progettate pensando alla crescita esplosiva dei data center AI.
La competizione tra Anthropic, OpenAI, Google, Meta e gli altri grandi protagonisti dell’intelligenza artificiale diventa così anche una competizione per assicurarsi infrastrutture prima che lo facciano gli altri.
L’accordo con Riot può essere letto precisamente in questa prospettiva.
Anthropic non starebbe semplicemente acquistando capacità di data center. Starebbe prenotando una porzione della futura infrastruttura energetica dell’intelligenza artificiale.
Il paradosso dei miner di Bitcoin
La parte forse più interessante della storia riguarda proprio Riot.
Il mining di criptovalute è sempre stato criticato per il suo enorme consumo energetico. Ora una parte delle infrastrutture costruite per sostenere quel mercato sta diventando improvvisamente preziosa per un’altra industria ancora più affamata di elettricità.
Come dire che l’AI sta offrendo ai miner una possibile seconda vita.
Non significa necessariamente che il mining di Bitcoin sia destinato a scomparire, ma cambia radicalmente il costo opportunità dell’energia disponibile. Se un megawatt può essere utilizzato per produrre criptovalute oppure affittato per vent’anni a una delle aziende di intelligenza artificiale più capitalizzate del mondo, la decisione del consiglio di amministrazione diventa meno filosofica di quanto possa sembrare.
Il mercato sembra aver fatto rapidamente i propri calcoli. Dopo l’annuncio dell’accordo, le azioni Riot hanno registrato un forte rialzo nelle contrattazioni successive alla chiusura, arrivando a guadagnare circa il 25%.
In buona sostanza, Wall Street, almeno per il momento, sembra apprezzare maggiormente Claude dei Bitcoin.
Dopo Nvidia, un altro pezzo della finanziarizzazione dell’AI
L’operazione arriva inoltre mentre l’intera infrastruttura dell’intelligenza artificiale sta assumendo caratteristiche sempre più simili a quelle delle grandi industrie capital intensive.
Chip, data center, contratti energetici e capacità computazionale vengono finanziati su orizzonti sempre più lunghi. L’AI non è più soltanto un settore software nel quale un gruppo di ingegneri può costruire un prodotto e distribuirlo attraverso Internet.
Sta diventando un gigantesco sistema industriale che richiede capitali, energia, immobili, reti elettriche e infrastrutture finanziarie.
Ed è qui che l’accordo Anthropic-Riot si collega a un fenomeno più ampio.
La costruzione dei data center AI viene sempre più sostenuta attraverso debito, private credit, garanzie e strutture finanziarie che coinvolgono hyperscaler, fondi e istituzioni finanziarie. Uno studio pubblicato nel 2026 dalla Vanderbilt University ha evidenziato proprio la crescente diffusione della cartolarizzazione del debito legato ai data center e delle strutture di finanziamento collegate alle infrastrutture AI.
Il computer del futuro, insomma, assomiglia sempre meno a un computer. Assomiglia di più a una centrale elettrica finanziata come un’infrastruttura.
La vera corsa all’AI è quella per l’energia
Per Anthropic l’accordo rappresenta soprattutto un’assicurazione sul futuro.
Claude compete in un mercato nel quale l’utilizzo dei modelli continua a crescere e nel quale training e inferenza richiedono quantità crescenti di capacità computazionale. Assicurarsi oggi infrastrutture per i prossimi decenni significa ridurre almeno una parte dell’incertezza sulla disponibilità futura di compute.
Ma racconta anche qualcosa sulla direzione presa dall’intera industria.
Il vantaggio competitivo nell’intelligenza artificiale non dipenderà soltanto da chi riuscirà a progettare il modello più intelligente. Dipenderà sempre di più da chi controllerà l’intera catena che permette a quel modello di funzionare: semiconduttori, data center, energia, reti e capitale.
Il software resta fondamentale, naturalmente. Solo che dietro quella finestra apparentemente immateriale nella quale chiediamo a Claude di riassumere un documento o scrivere qualche riga di codice stanno comparendo infrastrutture sempre più gigantesche.
E forse il dettaglio più significativo dell’accordo tra Anthropic e Riot è proprio questo.
Una società nata per estrarre monete digitali da una blockchain sta trasformando i propri impianti nell’infrastruttura necessaria per far funzionare l’intelligenza artificiale.
Il Bitcoin aveva promesso di reinventare il denaro. L’intelligenza artificiale, per il momento, sembra essersi presa i suoi megawatt.