Negli Stati Uniti le richieste di elettricità dei grandi consumatori, in gran parte data center, superano 700 GW in alcune delle principali regioni del Paese. Il Texas ha congelato nuove connessioni per capire quali progetti siano reali. Ohio, Pennsylvania e grandi utility stanno facendo lo stesso. Mentre il Capex AI continua a crescere, emerge un nuovo rischio: costruire reti e centrali per data center che potrebbero non arrivare mai.
700 gigawatt: è la quantità di nuova domanda elettrica richiesta da grandi consumatori, in larghissima parte data center, che Reuters ha individuato analizzando le code di connessione alla rete in alcune aree del Midwest, del Mid-Atlantic e del Sud degli Stati Uniti, più di dieci volte la potenza che, secondo le stime dell’industria, viene oggi utilizzata dall’intero parco di data center degli Stati Uniti.
A prima vista potrebbe sembrare l’ennesima conferma della voracità energetica dell’intelligenza artificiale. In realtà racconta qualcosa di più complicato, perché una parte di quei 700 GW potrebbe non esistere mai, almeno non sotto forma di data center realmente costruiti.
Il settore energetico americano ha cominciato a chiamare il fenomeno ghost demand, domanda fantasma: progetti inseriti nelle code delle utility più volte, richieste speculative, sviluppatori che prenotano capacità senza avere ancora un cliente, un finanziamento o perfino la certezza di poter costruire.
La corsa all’AI sta quindi producendo un nuovo paradosso. Da una parte gli Stati Uniti rischiano di non avere abbastanza energia per alimentare tutti i data center annunciati. Dall’altra potrebbero costruire troppo rapidamente nuove infrastrutture per alimentare data center che esistono soltanto nei fogli Excel dei developer.
Il Texas ha deciso di contare prima di costruire
Nessun luogo rende il problema più evidente del Texas. Nel febbraio 2026 ERCOT, l’operatore della rete elettrica texana, registrava circa 239 GW di richieste di interconnessione da parte di grandi consumatori, pari a 2,8 volte il record storico di picco dell’intero sistema elettrico dello Stato.
Pochi mesi dopo il numero era praticamente raddoppiato. A giugno ERCOT dichiarava di monitorare oltre 438 GW di richieste, con quasi l’89% riconducibile ai data center. Ad agosto, secondo Reuters, la pipeline era arrivata intorno a 474 GW.
Il problema è evidente anche senza essere ingegneri elettrici. Il record storico di domanda dell’intero Texas è molto inferiore. Una pipeline di questa dimensione non può quindi essere letta come una previsione letterale di ciò che verrà realmente collegato alla rete.
E infatti Greg Abbott ha deciso di fermare il processo. Il governatore texano ha ordinato a ERCOT e alla Public Utility Commission di verificare i progetti prima di consentire nuove connessioni, chiedendo informazioni su proprietà effettiva, finanziamenti, eventuali incentivi pubblici, consumo d’acqua e capacità di generazione energetica onsite.
Il messaggio è semplice: prima di spendere miliardi per costruire la rete necessaria a servire un data center, il Texas vuole sapere se quel data center esiste davvero.
Basta chiedere un deposito e alcuni gigawatt scompaiono
Ci sono già casi che mostrano quanto il problema sia concreto. Exelon, una delle maggiori utility americane, alla fine del 2025 stimava circa 18 GW di domanda data center ad alta probabilità.
Dopo avere iniziato a chiedere ai potenziali clienti accordi di garanzia finanziaria sulla capacità di trasmissione, quella cifra è scesa a circa 11 GW, quasi il 40% in meno.
Non perché l’intelligenza artificiale abbia improvvisamente smesso di crescere, quanto perché, quando la richiesta di energia deve essere accompagnata da un impegno finanziario reale, alcuni progetti perdono consistenza.
Qualcosa di simile è accaduto in Ohio. AEP Ohio si è trovata davanti a richieste superiori ai 30 GW. Dopo aver introdotto una tariffa specifica per i data center, obbligando gli operatori ad assumere impegni finanziari e a fornire collateral, la pipeline iniziale si è più che dimezzata.
A febbraio 2026 la società comunicava contratti vincolanti per 5.642 MW stipulati nell’ambito della nuova tariffa, oltre ai 12.219 MW già contrattualizzati prima della sua entrata in vigore.
È una specie di test di realtà. Finché chiedere 500 MW significa compilare una pratica, i progetti possono moltiplicarsi, quando significa garantire economicamente quei 500 MW, la lista diventa improvvisamente più corta.
La Pennsylvania ha più di cento data center. Sulla carta
La situazione della Pennsylvania rende ancora più evidente la distanza tra annuncio e infrastruttura. Lo Stato ha registrato oltre cento proposte di data center in database pubblici, ma secondo l’amministrazione del governatore Josh Shapiro soltanto 58 avevano avviato almeno un confronto con il Department of Environmental Protection, 15 avevano effettivamente presentato almeno una domanda di autorizzazione e appena cinque avevano ottenuto tutti i permessi necessari per la prima fase del progetto.
Reuters ha inoltre riferito che molte delle proposte non disponevano ancora né di una fonte energetica assicurata né del cliente finale necessario a finanziare il progetto.
Attenzione: questo non significa che siano false, significa che esiste una differenza enorme tra un data center proposto e un data center finanziabile, autorizzabile, collegabile alla rete e costruibile.
Una distinzione che nella corsa all’AI abbiamo forse trascurato.
Il problema è che la rete deve decidere oggi
Per un operatore elettrico, però, aspettare semplicemente di vedere cosa succede non è un’opzione. Se anche soltanto una parte dei 700 GW fosse reale, servirebbero nuove centrali, nuove linee di trasmissione, trasformatori, sottostazioni e sistemi di accumulo. E queste infrastrutture richiedono anni.
Le utility devono quindi pianificare oggi sulla base della domanda prevista tra cinque o dieci anni. È precisamente ciò che rende la ghost demand pericolosa.
Se una utility sottostima la crescita reale, rischia di non avere sufficiente capacità quando i data center vengono costruiti. Se la sovrastima, rischia di investire miliardi in infrastrutture che non saranno utilizzate. E qualcuno dovrà comunque pagarle.
E infatti il problema finisce nelle bollette
Qui la questione energetica incontra quella politica che sta entrando nelle Midterm americane.
Le nuove linee di trasmissione e le centrali necessarie per alimentare i data center non sono gratuite. Se vengono inserite nella base tariffaria delle utility, una parte del costo può finire sulle bollette di famiglie e imprese.
E se quelle infrastrutture sono state dimensionate anche sulla base di progetti che poi non vengono realizzati, il rischio diventa ancora più evidente.
PJM, il più grande operatore regionale della rete americana, sta già affrontando un aumento enorme dei costi necessari a garantire capacità sufficiente.
Secondo i dati citati da Reuters, la crescita effettiva e prevista dei data center ha contribuito a circa 29,4 miliardi di dollari di aumento dei capacity costs nelle recenti aste.
Nell’asta per il 2028-2029 PJM non è riuscita inoltre ad assicurarsi tutta la capacità necessaria, registrando un deficit di circa 6,8 GW mentre i prezzi raggiungevano il tetto massimo previsto.
La domanda dei data center, quindi, è tutt’altro che immaginaria. Il problema è capire quale parte della domanda futura sia abbastanza reale da giustificare gli investimenti fatti oggi.
Una bolla che non è necessariamente la bolla dell’AI
Il termine “ghost demand” può facilmente suggerire una conclusione sbagliata: che tutta la corsa ai data center sia una bolla.
I dati dicono il contrario. La spesa per la sola costruzione fisica dei data center negli Stati Uniti ha superato a luglio un ritmo annualizzato di 75 miliardi di dollari, quasi il 60% in più rispetto allo stesso mese del 2025.
E la costruzione degli edifici rappresenta soltanto una parte del costo. Poi bisogna riempirli di GPU, server, networking, sistemi di raffreddamento e alimentazione.
Dell, per esempio, ha appena aumentato nuovamente le proprie previsioni dopo aver ricevuto oltre 130 miliardi di dollari di ordini per server AI nell’ultimo anno.
Quindi l’infrastruttura sta realmente crescendo, molto rapidamente. La bolla, semmai, potrebbe essere dentro la pipeline.
Uno stesso data center può comparire più volte
Il problema nasce anche dal modo in cui il mercato si è organizzato. Uno sviluppatore può valutare più località contemporaneamente per lo stesso progetto. In pratica, può presentare richieste a diverse utility prima di decidere dove costruire.
Un cliente hyperscale può trattare con più developer. Uno sviluppatore può chiedere capacità prima di avere concluso un contratto con il futuro occupante e utility differenti possono contabilizzare richieste simili con metodologie diverse.
Il risultato è una gigantesca somma di gigawatt che non corrisponde necessariamente a una gigantesca somma di edifici. Non è frode, è un meccanismo di opzioni. Ma quando le opzioni private vengono utilizzate per pianificare infrastrutture pubbliche da miliardi di dollari, allora diventa un problema economico.
Ed è qui che cambia anche il Capex AI
Finora abbiamo raccontato la corsa agli investimenti nell’intelligenza artificiale soprattutto dal punto di vista delle Big Tech.
Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta spendono centinaia di miliardi. Alibaba raccoglie capitale. OpenAI costruisce infrastrutture. Nvidia vende le GPU.
Ma esiste un secondo livello di Capex molto meno visibile: quello delle utility.
ERCOT aveva già in revisione, ad aprile, quasi 29 miliardi di dollari di interventi sulla rete di trasmissione, mentre il valore complessivo dei progetti in progettazione, autorizzazione e costruzione superava i 32 miliardi.
Questi investimenti non sono formalmente Capex di Meta, Amazon o Google, ma sono però necessari perché il loro Capex possa funzionare. Ed è proprio qui che la ghost demand introduce un nuovo rischio.
Se le previsioni vengono gonfiate, anche la rete rischia di essere sovradimensionata, mentre se vengono depurate troppo aggressivamente, i data center realmente costruiti rischiano di non trovare energia.
I 700 GW stanno quindi cambiando il modo in cui si finanzia un data center
La risposta di Texas, Ohio e Pennsylvania indica la direzione che il mercato potrebbe prendere. Non basta più prenotare capacità, bisogna dimostrare di poter utilizzare e pagare quella capacità. Questo vuol dire depositi, collateral, contratti vincolanti, identificazione del cliente finale, prova dei finanziamenti, piani energetici, consumo d’acqua, autorizzazioni locali.
Insomma, una trasformazione apparentemente burocratica ma economicamente molto importante. Questo aumenta il costo di ingresso per gli sviluppatori, riduce la possibilità di accumulare opzioni speculative e favorisce probabilmente gli operatori con bilanci più solidi.
Il paradosso potrebbe favorire proprio le Big Tech
Tutto questo produce una conseguenza poco intuitiva. Le nuove restrizioni potrebbero rallentare l’espansione complessiva dei data center, ma contemporaneamente rafforzare Amazon, Microsoft, Google, Meta e pochi altri grandi operatori.
Perché se per ottenere 500 MW di capacità bisogna fornire garanzie finanziarie, dimostrare la presenza di un cliente e assumersi parte del rischio infrastrutturale, le aziende con maggiore disponibilità di capitale partono avvantaggiate.
La ghost demand può quindi eliminare soprattutto la parte più speculativa della corsa, non necessariamente quella degli hyperscaler. È un passaggio dalla fase della prenotazione alla fase della selezione.
E Wall Street comincia a fare la stessa domanda
L’interrogativo non riguarda infatti soltanto le utility. SB Energy, società sostenuta da SoftBank e attiva nella costruzione di infrastrutture energetiche e data center, ha appena presentato domanda per una IPO americana.
La società dichiara un backlog nell’ordine dei 439 miliardi di dollari, ma Reuters osserva che soltanto una piccola parte dovrebbe materializzarsi nei prossimi sei anni e che oggi l’azienda non genera ancora ricavi dai data center.
È esattamente la stessa domanda: quanto vale una pipeline? La risposta dipende da quanto è probabile che diventi fatturato.
Nel settore energetico significa chiedersi quanti gigawatt diventeranno realmente carico. Nel settore finanziario significa chiedersi quanti miliardi di backlog diventeranno ricavi.
La corsa all’AI sta entrando nella fase in cui gli annunci devono trasformarsi in asset.
Dalla corsa ai gigawatt alla verifica dei gigawatt
Il Texas potrebbe quindi aver anticipato una nuova fase del boom dei data center. Dopo avere trascorso due anni a chiedersi come costruire abbastanza velocemente, gli Stati Uniti cominciano a chiedersi cosa valga realmente la pena costruire.
La differenza è enorme, perché 700 GW di richieste elettriche raccontano certamente un’economia affamata di intelligenza artificiale.
Ma raccontano anche developer che cercano terreni, utility che devono pianificare reti, hyperscaler che tengono aperte più opzioni contemporaneamente e investitori che inseguono uno dei settori più promettenti del momento.
Non tutti quei progetti sopravviveranno e probabilmente non dovrebbero. La questione decisiva non è quindi stabilire se la domanda energetica dell’AI sia reale: lo è.
È capire quanto della domanda annunciata sia domanda e quanto sia semplicemente un posto prenotato in fila.
Perché prima di costruire centrali, linee elettriche e sottostazioni per centinaia di miliardi di dollari, qualcuno dovrà finalmente rispondere a una domanda molto meno sofisticata di quelle rivolte ogni giorno ai modelli di intelligenza artificiale: quel data center verrà costruito davvero?